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25 Febbraio 2015

Uncategorized · Christian Roccati

Colori vividi

Guardo il mio ginocchio sinistro e mi domando: ma possibile che questa parte del corpo mi debba condizionare?
Ieri sera ho fatto un movimento errato e debbo essermi nuovamente fratturato il menisco o ciò che ne rimaneva in questa scatoletta di carne.

Entusiasmanti sono stati i 4 km che mi separano dalla vettura… su una gamba sola e altrettanto le due rampe di scale lignee che devo costantemente scendere e salire in casa.

Sorrido… Nel male, questo pendolo di Focault che è la vita, nel macro e nel micro, mi entusiasma.
Devo nuovamente mettere a punto la mia macchina materiale al servizio della proiezione illusoria che chiamo mente.

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Sorrido.

Penso a qualche anno fa, oramai una diecina, quando mi distrussi l’articolazione. Stavo facendo lezione di scherma medievale con un amico, il mio sparring partner. Spiegavo ai ragazzi cosa possa significare un combattimento sbilanciato e quando sia importante il ritmo: io a mani nude, lui mazza e scudo. Colpivo a calci sulla protezione, roteando su me stesso, e mi allontanavo per evitare di esser colpito. D’un tratto un salto, una cosa da evitare… e il tallone che avanza verso la faccia del mio amico, che non para, non para e non para ancora. L’unica scelta, lanciarsi indietro per non ferirlo… atterrare su un arto solo, nella maniera peggiore… e vedere il ginocchio che si contorce in maniera orrenda e ritorna in posizione iniziale, come fosse niente… ma qualcosa è accaduto.

Ricordo che finii la lezione facendo finta di nulla e un collega capendo al volo mi porse del ghiaccio. Appena gli allievi lasciarono la palestra, mi ritrovai in una scena fantozziana, tenendomi il ginocchio con entrambe le mani dal dolore atroce, con l’espressione allibita del mio sparring che non si era accorto di nulla. E poi l’operazione… un legamento tranciato, menischi devastati, l’altro legamento deformato. Suona bene come prognosi. Fa molto “al mio via siate pronti a scatenare l’inferno”... ma dalla parte sbagliata.

Ricordo il lavoro dopo dieci giorni e i km per raggiungerlo: 4 a piedi, ogni due dì, in stampelle e tutore, un passetto alla volta, in salita.

Quante volte è stato così? Quante volte il dolore ha forgiato la mia mente ponendomi in contatto con le mie emozioni più vivide, dirette al cuore.

Nell’ultimo libro di narrativa che ho scritto, “Sette Nero”, ho citato non so quanti episodi afferenti. Rimembro gli allenamenti con mani e piedi fratturati e persino una medaglia di bronzo ai campionati italiani. Non so quante volte le mie ossa sono uscite fuorisede o dal mio corpo. E strappi, stiramenti, contusioni, tagli. Mi sono medicato e ho cucito altri, riportandomi o riportandoli a casa, sempre.

Questa mattina mi sono alzato e sono venuto al lavoro. Ho chiamato il mio fratellone per una rassicurazione medica e via, un passetto alla volta, fino a destinazione. Anche ora che scrivo, sono in piedi su una gamba sola.

Ho percorso un centimetro alla volta i vari chilometri che mi portano qui e ho conosciuto nuove esperienze, nuova vita, nuova esistenza. Ho poco tempo per guarire e devo farlo in piena coscienza, perché altre avventure e nuove barriere mi aspettano, per aiutare altre persone e per andare al di là di quell’Oltre che anelo, una volta ancora, verso quel profumo che aspetta laggiù, dietro il sipario.

La vita è un insieme di respiri unici e magnifici, nel bene e nel male, per polmoni fatti di etere e sangue.

Christian Roccati
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