Christian Roccati
"Un angolo di paradiso per ognuno di noi"
Quota450… nessun dubbio
pubblicato da: Christian - 10 agosto, 2010 @ 2:02 pmSono mesi che sono sempre in giro per lavoro… 13-16 ore, ogni giorno, tutti i giorni di tutto l’anno. Ti poni dubbi su molte questioni. Pensi. Devi pensare o scompari. Alcune centinaia di km, quasi tutti sulle strade nazionali o tanti altri lavori disintegra-schiena… c’è crisi.
Si combatte con chi vuole piegare tutto alla propria economia, con le regole poste contro chi cerca di approfittare che però limitano anche chi invece è ligio, con il gelo, con la neve, la roccia e le problematiche ambientali, con ciò che ti pare non vada bene, e con le dinamiche oscure della vita di tutti; normale amministrazione, (per tutti ovviamente).
Arrivi in ufficio e ci sono ogni giorno tra 100 e 170 mails. Conti da fare, tempistiche da stabilire… e tutto ciò se sei ancora vivo, letteralmente parlando, dopo l’ultima relazione alpina. E poi bisogna comunque arrivare alla fine del mese, responsabilità famigliari, cose che si vorrebbe fare ma purtroppo…
Tutto questo normalmente… ma oggi no!
Oggi faccio pausa nella mattinata. Sono finalmente seduto sul lettino comodo della sala apposita, ed è tutto chiaro. Da questo lato siamo in tre. Solo in tre di lunedì? Di sangue c’è sempre carenza… Ma di lunedì si vede sempre un mucchio di gente ed oggi invece solo in tre. Non bastiamo nemmeno per un singolo trapianto. In compenso alla mia sinistra c’è una ragazza di 18 anni che s’era ripromessa che alla maggiore età avrebbe donato. Eccola lì. Piccola.
Grandissima.
Alla mia destra c’è un ragazzino, anch’esso giovane giovane, simile ad un nativo americano. Se la ride e scherza, nella luce solare del gradevole ambiente. Musica di Einaudi in sottofondo. Da questo lato stiamo bene, è bellissimo, si sente a pelle. Tutti gentili che ti ringraziano.
Dal lato di là, quello che non vedo, stanno non bene. Ci sono i bimbi.
Bambini che hanno dei problemi.
Ho sempre avuto paura degli aghi. Ero terrorizzato. Chi l’avrebbe mai detto che mi sarei trovato qui seduto, tranquillo, al fresco, in vista di un mare blu meraviglioso, in una giornata tersa e solare. È evidente che io sia davvero nel posto giusto al momento giusto…
Non c’è nessun dubbio.
Tutte le cose fastidiose lasciate là fuori qui non m’inseguono. Ogni tre mesi c’è un momento da prendersi, dove si è legittimati a staccare la spina… Nel quale si fa qualche cosa che non è possibile confutare.
Ogni giorno ci si pongono domande. Si deve sempre avere il dubbio; bisogna sempre chiedersi se sia giusto o meno ciò che si fa, ciò che si dice, ciò che si è fatto, ciò che si vorrebbe fare. É ovvio, ma qui no, non è così.
Qui tutto è giusto. Qui ci si può concedere il tempo di guardare dalla finestra, di respirare, di bersi un succo di frutta, di parlare e scherzare con infermiere e dottori o con i donatori. Non c’è quell’odore di ospedale che tutti avvertiamo, sebbene sia comunque una struttura sanitaria. Qui c’è l’odore della serenità.
Quota450 è il raduno informale, alla sua quarta edizione nazionale, per chi vuole donare il sangue nei periodi di carenza. Siamo abituati a raggiungere qualsiasi quota. Proviamo con i 450 ml di sangue della donazione, specialmente in estate, il periodo in cui la gente è in vacanza e le scorte mancano. Ne hanno parlato molti siti e portali come www.quotazero.com www.montagnapertutti.it www.arrampicate.it, e riviste come Lo Scarpone ed ora anche Mountain Blog.
Questa è l’occasione per fare davvero qualche cosa. Distribuiamoci nelle 6-8 settimane estive in cui la gente va in vacanza ed andiamo a donare, ognuno nei propri ospedali. Il raduno è partito simbolicamente dal Gaslini di Genova, quello dei bambini, ed andrà avanti! Andiamo tutti insieme od ognuno da solo, ma comunque tutti legati in un’unica cordata fino alla vetta più importante.
Christian Roccati
www.christian-roccati.com
Sassi dei Garibaldi
pubblicato da: Christian - 9 agosto, 2010 @ 10:36 amFederico è un alpinista alla De Cessole, che ha scalato praticamente dappertutto per tutta la vita… Sulle Alpi, e sulle altre catene europee, in più nazioni di quante molti di noi ne raggiungeranno in aereo in tutta la vita.
Eppure, nonostante la “gloria”, non ha scordato la comunità degli arrampicatori ed è ancora in grado di dare una mano, una grande mano.
Siamo abituati ad aprire centinaia di vie e risistemare km di sentieri e, di norma, tutto il carico è sulle nostre spalle.
Alpinisti ed arrampicatori sportivi inseguono tali itinerari in falesia od in montagna e non sempre fanno ciò che ci aspettiamo o vorremmo.
In “palestra di roccia” vediamo gente che arriva e pensa di essere in casa propria e non in un luogo naturale; sporca ovunque, bestemmia per ciò che non gli riesce, svaluta quel che conquista ed ha sempre qualche cosa da dire su lavoro. Il chiodo è troppo alto, troppo basso, mancante, eccessivo… La roccia è troppo perfetta per esser montagna, troppo poco per esser falesia. Il sentiero è un “autostrada” se è pulito, ma troppo sporco se è una traccia. L’avvicinamento è troppo lungo se son più di 5 minuti, ma troppo vicino alla strada se invece è breve.
…E mentre non va mai bene nulla e si continua a creare a proprie spese per gli altri e per le vallate rurali, in modo che abbiano un turismo ecocompatibile e quindi un sostentamento, sembra che nulla basti mai. Come vorrei vedere almeno una volta un climber od un escursionista con delle cesoie in mano mentre fa un sentiero, ripulendolo invece di lamentarsi…
Eppure in questo clima fin troppo “italiano” esistono ancora i “Federico”. L’alpinista aveva un idea semplice ed ha contattato il conosciuto chiodatore e scalatore Fabio Pierpaoli, per fargli vedere rocce vergini nel levante ligure. Il terreno è stato sondato e scartato, ma la ricerca ha dato frutti eccellenti in vicine pareti. Mentre Fabio si è occupato del lavoro pratico, Federico ha curato i rapporti con la comunità locale ed ha fornito il materiale per la falesia.
Alcuni amici hanno dato una mano, i soliti come sempre accade, ed è così che è nata la falesia “Sassi dei Garibaldi”. L’inaugurazione ha già dato ottimi frutti grazie alla partecipazione di amici e parenti che si sono librati sulle pareti in un misto d’allegria ed euforia che ha lasciato spazio anche per momenti culturali e romantici.
Il luogo è stato poi lasciato nella pulizia più totale e nell’ordine e tale rimarrà con una frequentazione rispettosa. La comunità degli arrampicatori ha un nuovo sito dove passare ore liete e la vallata godrà d’una timido accesso che darà nuova aria agli esercizi locali.
Ecco un piccolo esempio che testimonia ch’esiste ancora un modo in cui “calciattori” e veline non sono che sintomi di un qualche cosa di differente dal ciò che eravamo e che possiamo ancora essere.
Christian Roccati
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Un nuova via a Perti
pubblicato da: Christian - 5 agosto, 2010 @ 9:47 amDopo l’apertura della via Panta Rei, alpinistica su roccia, ad inizio 2010, sulla parete nord della Rocca di Perti, con il compagno di cordata Ernesto Dotta, un vero guru della zona, abbiamo valutato se continuare o meno a realizzare le vie che avevano ipotizzato, seguendo il profilo geomorfologico della montagna, o spostarci su altre pareti su cui abbiamo progetti.
Molti arrampicatori ed alpinisti pensavano che la parete nord oramai avesse già detto tutto… questo pensiero era diffuso già in precedenza, ed invece abbiamo tirato fuori Panta Rei… dopo la sua però apertura, la fine della parete è diventata una ragione consolidata. Ma l’inatteso Arco Rosso ha sovvertito l’ordine dei pensieri! Ecco la genesi di Aprosdoketon…
«Dal greco, ἀπροσδόκητοv, aggettivo sostantivato che significa “inatteso, inaspettato”. È il colpo di scena che non ti aspetti, è l’evento che sovverte il normale iter di una vicenda. È il “quando meno te l’aspetti”, è la Provvidenza, è l’intervento degli spiriti burloni che ci governano e muovono. L’aprosdoketon è il guizzo che ti fa amare la vita, poiché non puoi mai dare nulla per scontato. È l’unico caso che non avevi considerato nella pianificazione di una qualsiasi attività».
Sic…
Così è nata la nuova via che abbiamo aperto e chiodato a più riprese, con un grande lavoro di pulizia. Una linea di arrampicata moderna, con chiodatura falesistica in linea con il luogo, e morfologia da scalata alpinistica da montagna… beh… in linea con noi.
Una salita alla portata di molti che non tarderà a soddisfare i più!
Buone scalate!
Christian
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Qual è il nostro grado?
pubblicato da: Christian - 12 luglio, 2010 @ 11:13 amEcco la magica domanda… qual è il nostro grado?
Non è un concetto facile come sembra, ma possiamo trarre informazioni da altri sport atletici. A tale questione si può rispondere dicendo di aver scalato fino al grado massimo effettuato in una delle 4 possibili prestazioni.(Se avete provato un 6b in moulinette, ma siete in grado di fare dei 5c in libera… 5c è il vostro grado!)
È anche possibile sottolineare quale sia il proprio livello a vista, che, di norma, è sempre inferiore al grado lavorato. Uno scalatore che ad esempio sia in grado di percorrere delle vie a vista di 6b, è possibile che sia in grado di effettuare dei tiri di 7a lavorati in 3-4 giri. Il livello a vista per alcuni è molto più etico ed importante del lavorato, anche se oggi si tende a valutare molto di più quest’ultimo.
Filosoficamente parlando, il vero grado che si gestisce è molto simile a quello a vista. Di norma uno scalatore che sia in grado di effettuare dei tiri su almeno 7-8 tipologie di roccia diverse, tutti sullo stesso livello, ha ben in mente che grado può fare. Un arrampicatore che magari è capace di fare del 6c/7a su morfologie e rocce differenti, è possibile che sia in grado di ripetere delle vie molto lavorate di 7b su rocce congeniali con morfologie congeniali.
Com’è ovvio ci sono atleti che preferiscono gli strapiombi ed altri le vie verticali od appoggiate. C’è chi preferisce le line classiche con lame, fessure e diedri e chi le placche o le vie su canne o buchi. C’è chi ama i tiri continui è che preferisce quelli con sezioni boulder. «A ciascuno il suo».
L’arrampicata si è evoluta nel tempo anche per via dell’avvento delle palestre sintetiche e delle specifiche sale boulder. Oggi ci sono atleti specializzati e quindi ad esempio avremo placchisti, strapiombasti, ecc…
Si può quindi dire che, se volete valutare la vostra massima prestazione, avete i mezzi per farlo. Se vi preparate per fare qualche multipitch, cioè via lunga a più tiri, valutate bene il vero grado che gestite, specialmente a vista, e controllate il grado obbligatorio che dovete affrontare tra una protezione e l’altra ed andrete sul sicuro. Se per esempio volete scalare una via di 6a con un obbligatorio di 5, significa che i passaggi di difficoltà maggiore saranno di 6a, ma che potrete salire lo stesso in artificiale “mungendo” i rinvii come se fossero prese valide. Se però il vostro grado a vista, quello che gestite davvero, non è superiore od uguale al 5, non riuscirete a percorrere i metri in libera tra chiodo e chiodo. Sia ben inteso, se salite una linea di X metri tirando i rinvii, ciò non significa che avrete fatto comunque la via lunga… perché anche in quel caso «C’è uno ed un solo modo per effettuare una via in libera». Potrete dire di aver salito la linea in artificiale.
Con regole oneste avrete i termini per capire se siete in grado o meno di salire su un itinerario di scalata, anche perché in via lunga non sempre le protezioni sono piazzate come in falesia…
Testo tratto da “Onde di Pietra” di Christian Roccati e Fabio Pierpaoli)
Piove Cenere
pubblicato da: Christian - 8 luglio, 2010 @ 9:49 pmDi norma, quando parto per una qualche scalata, penso all’oggettivo pericolo che sto per affrontare. Lo valuto selettivamente, dato che cambia di obbiettivo in obbiettivo. A quel punto considero ciò che posso fare per arginarlo e mi trovo ad analizzare un quadro del rischio reale. Ci sono salite molto pericolose che però hanno un basso rischio, od al contrario ascensioni con pochi pericoli, ma con un grande rischio di incorrere in essi. Tutto sta a capire ciò che si sta facendo ed accettare o meno lucidamente la situazione. Nella cultura attuale, apparentemente, si diffonde il concetto che il pericolo non esista e sia arginabile, sempre. Ovviamente è un’illusione collettiva, per dirla alla Freud.
Quando si pensa ad un alpinista che percorre cinque metri prima di piazzare un chiodo, si sa che se lui lasciasse le prese si ritroverebbe a precipitare almeno dieci metri più in basso, e questo fa paura. Sembra inconcepibile nel tempo in cui viviamo. Basterebbe un piccolo malore perché lo scalatore scivoli o si lasci cadere. Eppure, al contempo, nell’attuale cultura è invece normale pensare di guidare una macchina: lo facciamo tutti, ogni giorno. Se mi trovassi in autostrada e lasciassi inavvertitamente il volante in una curva, mi schianterei. Basterebbero due starnuti consecutivi ed un po’ di luce all’uscita di una galleria. Certo, in caso di incidente esiste la cintura di sicurezza per un guidatore, ma allo stesso modo c’è la corda per un arrampicatore. Considerando il numero di vie che un alpinista affronta in un anno ed il numero di volte che un uomo sale in macchina e guida una vettura nello stesso lasso temporale, è facile capire dalla statistica chi sta rischiando di più. Inoltre nell’attuale civiltà occidentale, è normale aver paura di poter cadere scalando anche se c’è la corda, ma non è legittimo considerare come attività decisamente più pericolosa per esempio l’andare in moto.
Se arrampico cinque metri per raggiungere una fessura in cui piazzare un chiodo e rinviare la corda, sto rischiando su quella distanza. Se cado potrò farmi molto male, ma la mia corda entrerà in funzione e non mi staccherò dalla montagna. Non posso perdere concentrazione, né posso smettere la mia azione fino a quel momento. E se invece mi trovo alla guida di una motocicletta, magari in autostrada, posso forse perdere concentrazione o staccare le mani quando io voglia? Salgo su una motocicletta pur sapendo che non esiste corda in caso di errore.
Il bollettino di morti e feriti sulle strade è più o meno simile a quello di una guerra cruenta, ma è omologato dalla società e quindi va bene. Quello degl’incidenti in montagna è infinitamente più piccolo, ma è ottimo come dato tragico per confezionare servizi giornalistici ad hoc, e mette la giusta paura. Tutto funziona in questo modo, alle nostre latitudini. Si guida tranquilli perché è impossibile, secondo la mentalità diffusa, che ci accada qualche cosa. C’è chi ha paura di volare in aereo, ma non teme di guidare la macchina, perché ha l’illusione di avere il controllo. È un condizionamento sociale che ci porta a pensare che, seguendo determinate regole, non ci accadrà niente. È una falsa sicurezza che per altro ci allontana dalla capacità di discernere, caratteristica che ci rende esseri umani. Pensare a questo mi ricorda un evento accaduto qualche tempo fa.
L’estate è oramai al suo termine ed il crepuscolo serale arriva sempre prima. La volta si fa inchiostro, nera di tenebra. C’è chi esce pronto a divertirsi e chi lavora fino a tardi. Altri si sdraiano sul divano con l’ultimo quiz in tv, qualcuno prepara la cena, altri ancora magari fanno l’amore.
Quella di ieri non è stata una di queste serate.
Viaggiavo in macchina ed ho visto prima il fumo, poi le fiamme all’imbrunire. Il monte Fasce ed il suo contrafforte, il Moro, alle spalle delle case levantine, stavano di nuovo bruciando. Ogni anno accade almeno una volta. Sono andato avanti e indietro in macchina sulla riviera, due volte, per riuscire a capire la linea di fuoco ed il favore di vento… La cresta sud era un unico rogo. Se i lembi di fiamma fossero stati sottovento, l’incendio avrebbe avuto la forza di attaccare il crinale sud-ovest. Sarebbero stati guai seri, perchè la zona ponentina è caratterizzata dal letto di un torrente ed è quindi florida di piante, ovviamente. Il fuoco sarebbe divampato in poco tempo lungo la costa arrivando sino alle case.
Questa notte il rischio è stato davvero serio. Mentre giravo per la città, arrivando finalmente alla mia vecchia casa, dopo alcuni giorni tra le montagne, mi son guardato intorno. Ho osservato la gente, in pizzeria e nei locali, tutti tirati a festa per l’eccitante serata imminente, tutti molto tranquilli e sereni. Mi ha fatto davvero effetto questa situazione quasi allegorica.
Alle loro spalle ruggiva indistruttibile il “mostro”, bellissimo ed orripilante, il gigantesco incendio. La luna era gialla perché filtrata dalla cortina di fumo, lassù, fredda e lontana, ad osservarci.
Loro erano tutti in “ghingheri” e là dietro centinaia di vigili del fuoco a rischiare la vita, per tutta la notte, ora dopo ora. Mi guardavo intorno incredulo, tra gente che ride e scherza, e nel frattempo migliaia di piante, animaletti, insetti vari, venivano sterminati, bruciati vivi. La pineta sud di monte Moro poteva scomparire per sempre, lasciando il posto a felci e rovi, eppure la loro unica reazione era quella di fotografare la “cartolina”, nel migliore dei casi. La maggior parte non era nemmeno voltata verso l’entroterra, ma puntava il proprio sguardo sul mare, perché è vicino all’acqua che c’è la festa, il locali, la vita mondana, il giusto look.
Nella vita quotidiana il rischio non esiste più. Sembrava non importare ad alcuno di capire le possibilità di spostamento del fuoco, per essere pronti ad evacuare le abitazioni e magari ad aiutare i meno forti od abili ad abbandonare la propria casa. Forse qualche vicino vecchio od in difficoltà di movimento, avrebbe potuto necessitare di assistenza in caso di bisogno. In TV non hanno proposto una diretta sino a questa notte, quindi nessuno poteva conoscere un quadro della situazione. Eppure non vi erano persone allarmate. All’una, alle due, alle tre… Tutti erano nelle proprie case a dormire. Questo è normale, in un giorno normale, ma non lo è in un giorno così… Non era forse più ovvio guardare fuori dalla finestra, almeno minimamente inquieti, almeno in parte pronti ad intervenire?
Non dico che tutti dovessero esser pronti a dare una mano ai vigili del fuoco che stavano tentando di far qualche cosa e rischiando per la collettività. Anche perché aiuti non richiesti non farebbero che intralciare le operazioni… Mi son chiesto però come non abbia visto alcuno pronto a mettersi in gioco, che sentisse la necessità di esser in allerta. Vedendo le altissime fiamme ed il fumo, era ovvio il pericolo. Non vi era un dubbio sulla bandiera, causa o scelta politica, per la quale schierarsi. Vi erano solo le nostre vite, le nostre case, la nostra terra, la nostra gente, da difendere, tutti insieme.
Era una sensazione naturale, ovvia. Invece sembrava che il sentimento diffuso fosse l’apatia, tanto ci sono i pompieri, di default. Come se poi i vigili del fuoco non fossero normalissime persone con una divisa addosso?!
Era tardi, certo, ma in una causa di forza maggiore, tutti dormivano tranquillissimi, ed il crinale di monte Moro, a pochi metri in linea d’aria dalle case, bruciava. I primi palazzi erano davvero, davvero vicini al fuoco, eppure nemmeno questo ha impedito a tutti di dormire.
Questa mattina ho sentito commenti ovunque, di gente che si sta svegliando ora e si chiede se «l’hanno spento?» L’hanno spento: gli “altri” ovviamente, perché a “noi” non compete e non consideriamo nemmeno la possibilità che la cosa possa interessarci. Peraltro figuriamoci se possiamo esser richiamati ad un rischio quand’è il momento di far festa, di mangiare una pizza o di dormire.
Non è il nostro mestiere quindi non ci compete, è tutto dovuto, ed è normale che “loro” mettano in gioco la vita… Anzi, il pericolo non viene nemmeno considerato, “loro” devono spegnerlo e basta, a “noi” non interessa il come, a meno che non ci siano pettegolezzi da fare o modelli in plastica da curiosare. A “noi” non può succedere nulla. È ovvio, dovuto e normale, che “loro” l’abbiano spento. Non poteva succedere che su quel crinale l’incendio avesse la meglio e bruciasse tutto, comprese le nostre case; questo a “noi” non accadrà mai.
Intanto i canader e gli elicotteri continuano a passare sopra le nostre teste e tutto è ricoperto da carboni e da qualche foglia bruciata. Chissà se a Pompei pensarono la stessa cosa?
Piove cenere. Di certo non può accadere.
Christian Roccati
www.christian-roccati.com
Etica sportiva verticale
pubblicato da: Christian - 28 giugno, 2010 @ 8:09 amL’Alpinismo e l’arrampicata sono due attività differenti. L’arrampicata sportiva, come il suo stesso nome afferma, è uno “sport” con tutti i relativi oneri ed onori. L’Alpinismo non è uno sport, ma al suo interno possiede una componente sportiva che è necessaria alla preparazione per le grandi o piccole ascensioni.
In Alpinismo si evidenziano tutta una serie di altri elementi. Di norma l’Alpinista sceglie una condotta, una sua filosofia, e quindi sostanzialmente si forma una sua etica che può o meno accostarsi a quelle che più son delineate dalle varie correnti di pensiero. L’arrampicata, se effettuata davvero come uno sport, e quindi come una cosa nobile, e non come un ripiego saltuario al pari del fitness o di altre discipline utili, ma differenti, posside a sua volta regole etiche ferree. Le stesse devono esser utilizzate e quindi rispettate dall’alpinista che utilizza la disciplina dell’arrampicata come componente della sua preparazione.
Legger tali regole fa apparire il mero elenco come cosa ovvia, eppure, basta fare un passo in una qualsiasi tra le falesie italiane, per rendersi conto che non vi è ancora un vero “vocabolario comune” e che, nella maggioranza dei casi, si tratta ancora di una sorta di “terra di nessuno”.
Penso sia un argomento quantomai attuale ed importante e per questo inserisco un brano ad hoc, tratto dal libro “Onde di Pietra” in distribuzione in autunno.
“Le regole base dell’arrampicata
Come giustamente hanno iniziato a ribadire i più importanti interlocutori italiani, in arrampicata esistono regole precise, come in qual’altra disciplina sportiva o sportivo-montana. Che siate climber che puntano alla prestazione falesistica od invece alpinisti in allenamento preventivo alle scalate alpine, per voi, valgono sempre le medesime norme!
Quando potete dire di aver fatto una via? Dato che questa è una guida di arrampicata sportiva, qui vale una via solo se percorsa in arrampica libera. Significa che dovete usare la corda, ma essa entra in funzione solo in caso di caduta, e che per la progressione potete usare solo il vostro corpo e la roccia.
Se partite da terra arrampicando sulla roccia, inserendo la corda nei rinvii, senza aiutarvi con essa o con i rinvii stessi o staffe o qual’altro marchingegno (come strani rinvii rigidi od a molla), arrivando sino alla catena moschettonandola, senza aiutarvi con la sosta, senza cadere o riposarvi mediante la corda, allora siete riusciti a fare la via. In pratica tutta la vostra attrezzatura deve servire solo alla sicurezza, solo quindi in caso di caduta o per provare il tiro, ma dovete scalare come se foste senza corda od altro: c’è uno ed un solo modo per effettuare una via in libera.
È possibile scendere nello specifico e vedere che tipo di prestazione siete riusciti a siglare. Fare una via con qualsiasi altro tipo d’aiuto significa aver fatto arrampicata artificiale e non libera. Significa in pratica non aver fatto la via, ma averla solo salita o provata. Non confondiamo l’arrampicata libera, cioè il free climbing, che è l’arrampicata con la corda utile alla sicurezza, con il free solo, cioè la scalata senza corda.
Se partite da terra facendo la via e mettendo anche i rinvii effettuate una RP cioè Rotpunkt, cioè punto rosso o redpoint. Il nome risale all’abitudine storica di segnare le vie effettuate in libera con un punto di vernice rossa, da parte degli scalatori tedeschi del Frankenjura guidati dal grande Kurt Albert. Se effettuate la via in libera, ma i rinvii sono già stati messi, allora avete effettuato una PP, cioè una Pink Point. Soprattutto sui gradi medio alti si tende a ricercare questo tipo di prestazione perché si effettuano molti tentativi per riuscire a fare una linea e quindi si lasciano sul percorso i rinvii.
Se effettuate la via per la prima volta, senza aver mai visto quel tiro, senza aver mai visto scalare qualcuno su di essa, senza aver alcun tipo di informazione, insomma se non sapete niente di niente della via… allora avete effettuato un’arrampicata On Sight cioè a vista. Se fate una via al primo tentativo, ma conoscete qualche informazione anche minima, o avete visto una persona scalarci sopra, anche se semplicemente avete tenuto alla corda qualcuno che è partito prima di voi, allora avete effettuato la via Flash.
Non ci sono altri metodi per effettuare una via. In compenso ci sono molti altri modi per provare un tiro. Generalmente si effettua un primo “giro” su una via e se si riesce a farla essa sarà una prestazione On Sight oppure Flash. Se non si riesce a fare la via in libera si può riprovare ed inizia il cosiddetto “lavorato”. Quando si riprova il tiro, si effettua un secondo giro o tentativo, e così via con un terzo, quarto ecc… C’è chi “lavora” delle vie anche per centinaia di giri. Se si è effettuata una via OS o FL e poi la si percorre nuovamente, gli altri giri varranno ovviamente come delle RP o PP.
Quando si percorre una via con la corda dall’alto si dice che si sta provando la via in moulinette o, se si passa la corda direttamente in catena, il tiro lo si sta provando in top rope. Nel bouldering, cioè il sassismo, ci sono alcune vie che vengono scalate in TR perché una caduta potenziale sarebbe pericolosa, non potendo essere attutita dai materassi in quel caso, e questa è l’unica eccezione.
Ci sono anche molti modi di dire che sottendono delle prestazioni, alcuni sono validi ed altri no. Si dice “chiudere una via” quando la si riesce a fare, di norma intendendo che la si è lavorata più giri. Spesso gli arrampicatori usano il termine “pulito” per intendere di aver ripetuto una via in libera. Questo termine non ha senso; è come se s’intendesse che la via sia fatta anche con resting o con aiuti artificiali e nel momento che la si effettua in libera allora essa diventa pulita… alcuni addirittura intendono “pulita” la scalata in moulinette se effettuata in libera… C’è uno ed un solo modo per effettuare una via in libera, ed è ovvio che esso sia pulito, qualsiasi altro mezzo non è “sporco”, semplicemente non si è riusciti ad effettuare la via. Si può al massimo dire di aver salito la via in maniera artificiale: questo è onesto e leale.
Se volete vantare una via in curriculum, dovete ripeterla in uno dei quattro possibili modi: OS, FL, RP, PP. Se poi siete i primi scalatori ad esser riusciti ad effettuare la via, allora potete dire d’averla liberata.
Queste regole valgono per tutti, che siate climber od alpinisti. Spesso gli scalatori da montagna deridono le regole dell’arrampicata e ciò è un male, perché soprattutto a loro (a noi) dovrebbero interessare alcune prestazioni. Spesso, ad esempio, chi fa alpinismo deve percorrere molti metri senza poter piazzare alcuna protezione. Proprio per questo motivo, misurarsi con delle prestazioni on sight è davvero importante. In montagna è necessario riuscire a percorrere molti metri a vista, senza cadere, per raggiungere il punto successivo su cui assicurarsi. Abituarsi a considerare il proprio livello effettivo, specialmente a vista, può aiutare a valutare davvero le difficoltà che possono essere affrontate in montagna. I climber non sono a loro volta esentati da regole comuni nell’arrampicata. L’etica vuole che il confronto sportivo sia onesto e leale. Affermare di aver fatto una via deve sempre esser conseguito all’averla fatta davvero.
L’esempio classico è chiaro: chiedete a dieci velocisti con che regole corrono i 100 metri piani e loro risponderanno tutti nello stesso modo. Potranno ovviamente differenziare il tipo di prestazione o di rilevamento cronometrico. Non ci sarà mai un atleta che descriverà un 100 m fatto in maniera “pulita”, perché non esiste un modo diverso di effettuare una gara di velocità da quello omologato! Non esiste un modo “sporco” per fare i 100 metri, come non esiste un modo diverso per fare una via, se non in libera.
L’arrampicata sportiva è un’idea libera, non “sporchiamola”.”
Fidati dell’Erba
pubblicato da: Christian - 23 giugno, 2010 @ 11:58 amAlcuni anni fa trascorsi un inverno a scalare con un simpatico ragazzo ligure, molto portato per le salite in montagna, che diventò un buon amico. Fu un bel periodo perché il giovane “Max” era già un veterano alpinista, molto esperto nonostante l’età. Molte pareti nelle Alpi Marittime, Cozie, Graie e Pennine, erano passate sotto la cuspide delle sue picche, sul duro ghiaccio in quota.
Le nostre “avventure” però non erano incominciate su lontani crinali ai confini del mondo, ma nelle montagne dietro casa, nei ritagli di tempo. Massimo mi aveva proposto una serie di vie di roccia e ghiaccio, che avevamo poi ripetuto piacevolmente, una dopo l’altra.
Di norma risalivamo le vallate levantine scegliendo una linea in uno tra i tanti piccoli rilievi circostanti. Dopo la scalata di turno facevamo tappa da Enzo. Si tratta di un locale nella frazione Gramizza, dove vi è il bivio da cui si decide per una tra le varie pareti della val d’Aveto. Quella sorta di ristoro era il punto di riferimento per gli alpinisti della vallata, sia d’inverno, sia d’estate. Giungevamo dalle piccole nord, con molti gradi sotto lo zero ed il gelo nelle ossa, e da Enzo trovavamo un sorriso sereno, un pasto lauto, buon vino a volontà, la stufa accesa ed un manipolo di alpinisti pronti a raccontare ognuno la sua storia, quella del giorno o quella della vita. Alle pareti vi erano le foto degli scalatori venuti dalle vallate o dei numi leggendari che lì han mangiato, come ad esempio un certo Bonatti… Era ed è un rifugio per cuori da freddo nord.
In una tra quelle merende, decidemmo per una salita non particolarmente impegnativa, che avremmo affrontato la settimana successiva sul monte Penna. La piccola montagna mi aveva già stregato nonostante i suoi appena 1735 metri, per via del clima e dell’ambiente che un tempo, prima dell’invasione turistica, si ritrovavano solo 3000 metri più in su…
La domenica seguente ci ritrovammo come da accordi per salire la via Gambalunga, un po’ più difficile della “semplice” parete nord, ma non particolarmente ostica. La neve era copiosa e farinosa nella parte bassa del canale, sul cono di deiezione, e scarsa e comunque non trasformata nella porzione superiore. Era a tutti gli effetti un ambiente delicato, ma possibile.
Ci volle molto per riuscire ad arrivare all’attacco e dovemmo usare le racchette. Sul pendio a 40° ci muovemmo veloci e senza zig-zag, per non rischiare di provocare delle mini slavine. Creammo una cengia pestando della neve ed io iniziai a salire la prima lunghezza di corda assicurato dal compagno, su meno di un cm di ghiaccio verglassato. Ci accorgemmo che le condizioni erano davvero precarie: dovevamo stare molto attenti. L’erba congelata, su cui piantare le becche delle piccozze, affiorava solo in rari tratti in cui il ghiaccio inconsistente mancava, senza lasciar trasparire le solite placche rocciose iper compatte e lisce.
Recuperai Massimo che dovette ripartire affrontando un muretto. Secondo la storica relazione che avevamo, in quel punto doveva esserci un pezzo a 60°, ma trovammo un salto di roccia da superare con i ramponi ai piedi. Continuammo a salire di tiro in tiro sino a raggiungere la metà della via. A quel punto cercammo di capire la situazione dato che la descrizione c’invitava ad affrontare un canale dov’era presente un “grosso albero incastrato” di cui non vi era traccia. Di fronte a noi si stagliavano tre canali definiti: uno con un masso incastrato, uno forse cieco, ed infine un altro con alcune pietre instabili. Massimo puntò al canale con il blocco, creando una sosta sullo stesso e recuperandomi. Io mi arrampicai in punta di picche sul masso, spuntando al di sopra e poi ridiscesi. Il passaggio non era particolarmente problematico ed al di sopra il canale continuava con una pendenza inferiore.
Discutemmo ed in breve raggiungemmo un accordo molto invitante. Scesi disarrampicando fino alla precedente sosta, ed uscii dall’argine del canale buttandomi in piena parete: il colpo d’occhio fu notevole e davvero suggestivo. Iniziai a risalire senza piazzare alcun chiodo in direzione di alcuni faggi, a ridosso di definite roccette, e poi feci sosta. Max mi raggiunse e studiammo dove passare e toccò quindi a lui ripartire per quello che sarebbe stato il tiro più bello della nuova variante che ci trovammo ad aprire. Superò diversi tratti eleganti di misto, ghiaccio e roccia, piazzando qualche chiodo fino a dove la parete perse pendenza. Lo raggiunsi in breve e poi continuammo di conserva sul semplice canale originale fino in cima.
Dopo la canonica stretta di mano ci slegammo e dopo esserci goduti lo spettacolo unico a 360° dalla vetta, scendemmo tagliando in orizzontale la parete nord, raggiungendo il colletto della Forcella, che divide il Penna dal monte Pennino e poi via per i boschi. Come le altre volte andammo da Enzo e ci demmo alla più canonica “pazza gioia”. Battezzammo la nuova via aperta: “Fidati dell’Erba”, riassumendo l’amore per queste montagne in una frase che probabilmente solo chi vi ha scalato potrebbe davvero capire.
La sera ripensai nuovamente al Penna, mentre mi facevo una doccia calda, e rividi nella mia mente la discesa tra le abetaie e le faggete, con recente nostalgia. Capii che le vette sono i colori e gli scalatori il suono di un’unica grande natura. D’inverno le montagne appaiono come una creatura silente nel ghiaccio. Gli alpinisti vagano per i boschi e risalgono le pareti riportando, con lo sbatacchiare dei loro chiodi, il tintinnio dei cristalli che alla natura addormentata nostalgicamente manca.
Christian Roccati
www.christian-roccati.com
L’abito non fa l’Alpinista
pubblicato da: Christian - 11 giugno, 2010 @ 1:16 pmFa un gran freddo e devo ancora finire di spalare un buon mezzo metro di neve su tutta la lunga carrareccia che conduce alla strada principale. Questo è il secondo inverno consecutivo che si dimostra in tutta la sua grandezza, considerando gli ultimi dieci anni. Le mani mi dolgono. Ho scalato molti giorni di fila, per lavorare ad un nuovo libro e sono ricoperto di calli. Un tempo lo consideravo un vanto, oggi più che altro una protezione, peraltro fastidiosa per chi mi stringe la mano.
Devo ancora disgelare i tubi prima di uscire. Nonostante li abbia coibentati ho lasciato per errore qualche “spiraglio” nel filtro dell’acqua ed il risultato è che quando va molto sottozero rischia di spaccarsi. La scorsa settimana è stata tutta intorno ai –15, se ricapita sono “fregato”. Rimarremo senz’acqua e la vasca d’emergenza che ho installato basterebbe giusto per uno o due giorni. Di norma la riempio con una pompa di cinquanta metri che mi fa da bypass grazie ad una fonte naturale nel monte che ho dietro casa. L’idea è merito del precedente proprietario, non mia. Finirà questo inverno prima o poi. Adoro la neve, ma mi fa perdere tempo e risorse. Ho bruciato non so quanti quintali di legna questa stagione, per scaldare la casa quel tanto da non battere i denti.
Questa sera andrò con la mia compagna ad una festa in maschera nel locale di un nostro amico, al di là delle montagne litoranee, sino al mare. Lì c’è caldo; staremo tranquilli in un po’ di “sana” confusione. Generalmente odio il trambusto, ma oggi ho altre idee. Dopo una calda doccia ci prepariamo. Lei si traveste da “Edera Velenosa”, non la pianta, ma il personaggio dei fumetti. Ci somiglia molto. Io preferisco fare il pirata. Prendo la camicia che usavo per i combattimenti di scherma, metto una bandana, stivali da guascone marinaio, bracciali di cuoio, gilet sottile. Infilo anelli alle mani ed un pugnale nel cinturone. Un po’ stereotipato ma va bene; è una festa in maschera mica rappresentazione teatrale. Saliamo in macchina e si parte.
Dopo una buona oretta arriviamo a destinazione. In un certo senso sono accostato all’ambiente visto che il locale si chiama Pirate’s Cove. Ci sediamo ad un tavolo in disparte; saranno cinque anni che non vado ad una festa. L’ambiente è particolare: tavolacci di legno, panche, luci soffuse provenienti da lanterne “antiche”. Su tutto troneggia una luna piena fra le nubi. Da un lato l’ambientazione mi ricorda un po’ un bivacco alpino, ma solo per certi versi. Qui però siamo nel regno del mare. Ordino un buon rum, secco ed invecchiato. Valentina ne prende uno più dolce. La gente balla ed io, assente dal tutto, mi godo il riposo, sorseggiando dal mio bicchiere. Ogni tanto faccio tintinnare gli anelli sul vetro. Luccicano. Respiro calmo.
D’un tratto però qualche cosa attrae la mia attenzione, nella folla in movimento. Una figura che appare, poi scompare, inghiottita dai corpi che hanno spasmi strani a ritmo di musica. Dopo il breve istante di pausa ricomincio a sorseggiare. Penso d’aver avuto una sorta di visione. Poi però la figura riappare. Non me la sto immaginando, semplicemente è lontana e viene coperta dagli altri personaggi in maschera. Quando cambia il ritmo della canzone il gruppo si rarefà un poco ed io mi trovo di fronte a qualche cosa di veramente strano. A circa dieci metri da me c’è un ragazzo, in maschera come tutti gli altri. Questo personaggio particolare ha qualche cosa di unico: siamo allo specchio. Mi vedo riflesso in lui ed è inquietante, perché non è vestito da pirata. Il ragazzo è “addobbato” esattamente come me, e quelli come me. Il suo travestimento sono io, com’ero vestito nella mia vita normale, due ore prima. Lì per lì mi vien da sorridere. Poi però m’incupisco in parte.
Ha degli scarponi di cuoio spesso e lacci di quelli d’una volta, quelli buoni. Ha le calzature che si usavano quando intelligentemente si pensava ancora che fosse meglio mantenere, piuttosto che usare e gettare. I suoi pantaloni sono resistenti, di fustagno direi. Sul torso indossa una camicia di flanella pesante, identica nella trama a scacchi rispetto a quella che mi sono sfilato quand’ho finito di spalare, prima della doccia. Si protegge dal finto freddo con un gilet di pile con il pelo nell’interno. Mi sono tolto lo stesso identico capo poche ore prima. Lo ebbi in regalo a Cap d’Ail dopo una traversata estrema delle Alpi ed il parco del Mercantour, di 100 km ed oltre 5000 metri di dislivello, una bella “corsetta” tutta di un fiato…
È curiosa questa situazione. Sono distante dai pirati medievali tanto quanto questo ragazzo è distante da me. Penso al leggendario Sir Francis Drake, e mi calo nei suoi panni adattando dei vestiti ad un costume, secondo la cinematografia moderna. Il ragazzo che ho di fronte fa la stessa cosa con ciò che io sono. Mentre immagino battaglie negli oceani in tempesta, lui forse pensa a scalate nelle bufere di neve.Forse non sono gli abiti ma è un semplice concetto che mi rende così lontano da quel ragazzo, che usa la mia vita come una fantasia. È la consapevolezza dell’esser finiti che cerchiamo di combattere con l’infinito. L’assoluta scelta di percepire il nostro stato d’uomini mortali, qui ed ora, che cerchiamo di oltrepassare con il trascendente. Questo significa esser alpinisti, non il come ci si addobba.Guardo ancora una volta la mia vita, indossata come una fiaba dal ragazzo che ho di fronte. Poi chiudo gli occhi e volo lontano. Le montagne c’incantano con la loro magia, che non è solo un tuo sentimento, quella suggestione è il loro modo di comunicare. Ti gridano di raggiungerle, usando una lingua diversa dalla nostra, che noi non siamo in grado di parlare, ma che sentiamo distintamente. Questo è ciò che viviamo e ciò per cui rischiamo la vita, quando decidiamo di farlo. Questo è il mio costume, che s’indossa sotto e non sopra la pelle.
Christian Roccati
www.christian-roccati.com
Presentiamoci…
pubblicato da: admin - 21 maggio, 2010 @ 9:05 amHo un’idea un po’ strana in testa, considerando i tempi che corrono… Credo ad una sorta d’unico popolo delle montagne, od ancora più, ad un unico popolo della “natura”. Forse nella mia testa, immagino che nel mondo vi siano milioni di persone in grado d’avvertire nel proprio cuore una sensazione indistinta, permeante ogni qual cosa, una sorta di vocazione verso la trascendenza del naturale e del reale.
Generalmente scrivo articoli e libri, o mi dedico a qual’altra forma di comunicazione, per cercar di trasmettere qualche semplice messaggio, che magari potrebbe esser utile a qualcuno. Con volontà e cuore, con fantasia ed immaginazione, applicate al mondo reale, possiamo fare qualsiasi cosa. Tutti noi, dal primo all’ultimo.
Ed allora perché non usare anche un blog per diffondere questo punto di vista sulle cose? Nasce “Un angolo di paradiso”, dove parlare, commentare, ed analizzare le notizie di questo vastissimo mondo della montagna, senza limitazioni di livello, gusto o disciplina.
«Al giorno d’oggi si fa credere alla gente che per esser felici sia necessario comprare ogni cosa; la montagna regala ad ognuno questa stessa possibilità, […] senza chiedere nulla in cambio, se non il proprio rispetto».
Proviamoci, vediamo che succede.
È tempo di vivere.
Christian Roccati
