Determinazione e pazienza in attesa del bel tempo: 5 giorni sulla via Kinshofer. (ENGLISH VERSION)

983857_804769212918394_971255462560903921_nBuongiorno, per raccontarvi e mostrarvi la salita dei giorni scorsi alla via Kinshofer mi sono preso qualche giorno. Non è stato facile per me abbandonare il sogno dello sperone Mummery che inseguo da tre anni. Roberto non ce l’ha fatta a riprendersi dall’infiammazione al ginocchio e alla schiena. Da pochi giorni lui e Federico hanno lasciato il campo base. Ho scelto di unirmi alla spedizione di Alex e degli amici Iraniani. L’invito mi è arrivato proprio da Alex e da Ali Sadpara con entusiasmo degli Iraniani. Da li nell’arco di due giorni mi sono ritrovato a salire la via Kinshofer fino al Campo3 a 6700m. Una bellissima salita, emozione durata 5 giorni. Dal campo 2 per fissare le corde verso il campo 3 ci sono voluti due giorni, abbiamo passato due notti a campo 2. Qui di seguito vi posto un estratto del racconto che sto scrivendo per un nuovo libro. Ve ne lascio solo una parte affinché ad aprile, alla pubblicazione, ne possiate assaporare l’intero capitolo, sperando, che abbia un lieto fine con questa spedizione. Per ora aspettiamo tutti il bel tempo. Un’attesa lunga qui al campo base, ma in piena amicizia e compagnia. Inshallah qualcuno direbbe, lo dico anche io. Oggi voglio ringraziare Salewa per cui faccio parte dell’AlpinExtrem Team per tutto il supporto datomi in questa spedizione, Marianna D’Aquino e Dario Ricci che stanno curando per la casa editrice BUR la nuova edizione di “In vetta al mondo”, un grazie particolare anche a Mascitti e DIA che curano il mio sito web www.danielenardi.org. 11021263_804768292918486_8309281139472226122_nCAP. Rientro dallo sperone Mummery, sabato 7 febbraio 2015, campo base, 4200 metri s.l.m. Deluso, amareggiato, in lotta con un confuso e frustrante senso di sconfitta ma soprattutto più consapevole dei miei limiti e dei limiti dei miei ex compagni di cordata. Così mi sentivo, quando ho dovuto rinunciare allo sperone Mummery. Per evitare qualsiasi tipo di ripensamento mi sono caricato sulle spalle tutto il materiale che componeva il campo 3, piazzato sotto lo sperone – o almeno quello che ne era rimasto dopo la valanga – e me ne sono sceso a valle, al campo base. Era il 6 di febbraio, mi trovavo sulle pendici del Nanga Parbat ormai da trentatré lunghi giorni: trentatré giorni trascorsi a temperature costantemente proibitive, e in condizioni emotive non sempre facili da gestire. La pressione che avevo dovuto sopportare fin lì aveva aperto una fenditura anche nella mia determinazione. Penso che in pochi abbiano sperimentato sulla propria pelle la pressione che l’ignoto riesce a esercitare sulla psiche umana: è una sorta di attrazione magnetica, e al tempo stesso è una forza opprimente, così intensa che potrebbe scoperchiare il tetto di un sommergibile. Tante, innumerevoli sono le domande che ti si affollano in testa e a cui non trovi risposta mentre sali verso l’ignoto, alcune tecniche, altre meno: dove posiziono la tenda? che difficoltà troverò lì sopra? porto più viti da ghiaccio o da roccia? sarò in grado di accorgermi quando cominciare a proteggermi in autoassicurazione? quanta benzina ho in corpo? ce la posso fare? quanto devo essere veloce per superare quel tratto pericoloso? quanto pesa lo zaino? se mi succede qualcosa sarò abbastanza forte da reagire da solo? L’ignoto si affronta più facilmente in due. In solitaria devi trovare risposte da te, alle tue domande, e non puoi condividere il peso con nessuno: non solo quello dello zaino! Sai di poterlo fare, ma non sai se reggerai a tutta quella pressione. … 10993422_804768266251822_7093263398836256633_nMentre me ne stavo nella mia tenda Colle Sud al calduccio della stufa a gas, immerso in troppi pensieri, Ali e Alex si sono affacciati per darmi il bentornato. Alex Txikon è un alpinista basco. Quest’inverno sarebbe dovuto partire in spedizione sul K2 insieme a Denis Urubko e Adam Bielecki, ma all’ultimo momento il viaggio è saltato a causa dei permessi negati dal governo cinese. Alex non si è dato per vinto e ha deciso di provare l’invernale del Nanga Parbat con due compagni di cordata pakistani: Muhammad Ali ‘Sadpara’ e Muhammad Kan. Una volta arrivati al campo base, i tre si sono uniti alla spedizione iraniana composta da Reza Bahadorani, Iraj Maani e Mahmoud Hashemi, alla loro prima esperienza sul Nanga Parbat. Quando Alex comincia a parlare capisco che sono stati in pensiero per me, durante il mio ultimo tentativo sullo sperone. Una grossa valanga creata dal distacco dei seracchi alla sinistra dello sperone Mummery ha quasi divelto il mio campo 3 mentre io stavo scalando; in realtà io ero partito da pochi minuti ma in montagna le notizie non sempre viaggiano in fretta. Quando hanno capito che ero sopravvissuto, hanno atteso la mia discesa per chiedermi di unirmi al loro gruppo: vogliono tentare la vetta per la via “normale”, la Kinshofer.1604651_804768369585145_3494523985065740104_n … La mia spedizione invernale al Nanga Parbat ha preso una direzione imprevista e dentro di me si mescolano tante emozioni diverse. Da una parte l’invito di Alex e compagni mi ha colto alla sprovvista, dall’altra sono ben consapevole di potercela fare: conosco bene la via, l’ho già percorsa nell’estate del 2008 con il mitico Mario Panzeri. Alex, Ali ed i ragazzi Iraniani sono molto forti e li trovo veramente simpatici. L’indomani cerco di riposare e preparo lo zaino. Neanche quarantotto ore dopo la discesa rocambolesca dallo sperone, mi ritrovo a risalire per il campo 1 e poi per la via Kinshofer.         English Version Good morning, I took a few days to tell you and show you the climb in recent days to the Kinshofer route. It wasn’t easy for me to give up the dream of the spur that Mummery chasing for three years. Roberto doesn’t have it done to recover from inflammation to the knee and back. A few days ago he and Federico left to the base camp. I chose to join the expedition of Alex and Iranians friends. The invitation I came right from Alex and Ali Sadpara enthusiastically Iranians. From there over two days, I found myself climbing the Kinshofer route to Campo 3 to 6700m. A beautiful rose, emotion lasted 5 days. From Camp 2 to secure the ropes to the Camp 3 it took two days, we spent two nights in Camp 2. Below you place an extract of the story that I am writing for a new book. There leave only part that in April, the publication, it may taste the whole chapter, hoping, that it has a happy ending with this expedition. For now all expect good weather. A long wait here at base camp, but in full friendship and companionship. Inshallah someone would say, I say it myself. Today I want to thank Salewa to which I belong AlpinExtrem Team for all the support given to me in this expedition, Marianna D’Aquino and Dario Ricci who are caring for the publisher BUR the new edition of “In vetta al mondo”, a special thanks also Mascitti and DIA who treat my websitewww.danielenardi.org. Chapter: Return from the spur Mummery, Saturday, February 7, 2015, the base camp, 4200 meters above sea level. Disappointed, bitter, struggling with a confusing and frustrating sense of defeat, but above all more aware of my limitations and the limitations of my former climbing companions. So I felt, when I had to give the spur Mummery. To avoid any kind of afterthought I shouldered all the material that composed the camp 3, placed under the spur – or at least what was left of it after the avalanche – and I have come down to the valley, at the base camp. It was February 6, I was on the slopes of Nanga Parbat now thirty-three long days: thirty-three days in temperatures constantly prohibitive, and emotional conditions are not always easy to manage. The pressure that I had to endure until then had opened a crack in my own determination. I think that few have experienced the hard way the pressure that the unknown can have on the human psyche: it is a kind of magnetic attraction, and at the same time is an overwhelming force, so intense that it could open the roof of a submarine. Many, many are the questions that will flock to the head and which are not answered as you step into the unknown, some technical, some not: where I place the tent? I find that difficult over there? port more ice screws or rock? I will be able to realize when you begin to protect myself in self-insurance? how much gas in my body? I can do it? As I have to be fast to overcome the dangerous stretch? weight in the backpack? if anything happens to me I’ll be strong enough to react alone? The unknown is faced more easily in two. Solo you have to find answers to you, to your questions, and you can not share the burden with anyone: not only that backpack! You know you can do it, but you don’t know if is it ok to all that pressure. … As I was in my tent in the warmth of the South Col gas stove, surrounded by too many thoughts, Ali and Alex have appeared to welcome me. Alex Txikon is a Basque mountaineer. This winter should have started in K2 expedition together with Denis Urubko and Adam Bielecki, but at the last minute travel is skipped because of permits denied by the Chinese government. Alex did not give up and decided to try the winter Nanga Parbat with two climbing companions Pakistan: Muhammad Ali ‘Sadpara’ and Muhammad Khan. Once at the base camp, the three have joined the expedition composed of Iranian Reza Bahadorani, Iraj Maani and Mahmoud Hashemi, their first experience on Nanga Parbat. When Alex begins to speak I understand that they were worried about me, during my last attempt on the spur. A large avalanche created by the posting of seracs to the left of the spur Mummery has almost ripped my field 3 while I was climbing; actually I was party to a few minutes in the mountains but the news is not always travels fast. When they realized that I had survived, they waited my descent to ask me to join their group: they want groped the summit for the “normal”, the Kinshofer. … My winter expedition to Nanga Parbat took an unexpected direction and within me mingle so many different emotions. On the one hand the invitation of Alex and his companions caught me off guard, the other I am well aware I can do: I know the way, I’ve traveled in the summer of 2008 with the legendary Mario Panzeri. Alex, Ali and young Iranians are very strong and I find them really funny. The next day I try to rest and prepare the backpack. Not even forty-eight hours after the daring descent from the spur, I find myself back up the field first and then for the Kinshofer route. Daniele Nardi


SPERONE MUMMERY: GLI AVANZAMENTI (ENGLISH VERSION)

DSCF3381 linea + colorBuongiorno! Come prima cosa questa mattina, voglio ringraziare tutte le persone che mi hanno scritto messaggi privati e pubblici di incoraggiamento! Grazie veramente di cuore, lo apprezzo molto. Voglio anche rispondere con queste foto a chi mi ha chiesto di poter visualizzare i progressi sullo sperone. Capisco bene che il video, Dispatch #2 sul mio canale youtube, sia emozionante ma non faccia capire esattamentei passi avanti compiuti in questi giorni. Tali risultati spiegano il perché in questo momento devo avere pazienza ed attendere la giusta finestra di bel tempo per proseguire sullo sperone. Avendo raggiunto la parte tecnicamente più impegnativa ho bisogno del bel tempo per scalare a quelle quote e con questo freddo. Pubblico queste tre foto per facilitare la visualizzazione dei progressi segnandoli con linee e note.

 

IMG_9999 linea e colorLa foto chiamata “X”, è una vecchia foto del 2013, la riutilizzo per segnare gli avanziamenti di quest’anno, purtroppo non rispetta la prospettiva corretta dello sperone, è stata scattata con una lente fotografica grandangolare che non rende bene la verticalità dello sperone. Tuttavia è l’unica a mia disposizione in questo momento. Spero di aver fatto cosa gradita a tutti gli amici che me lo hanno richiesto. Voglio ringraziare  Gastaldi di Sagrintenen, la famiglia Simeone del porto Flavio Gioia di Gaeta e l’amico Eduardo Accetta, per l’amicizia ed il sostegno volontario a questo sogno. Buona Domenica!

 

 

 

IMG_2573 linea e color ENGLISH VERSION Good Morning! First thing this morning, I want to thank all the people who have written me private messages and public encouragement! Thank you very warmly, I appreciate it. I also want to meet with these photos to those who asked me to be able to view the progress on the spur. I understand that the video, Dispatch # 2, https://www.youtube.com/watch?v=O2aA2SHDVgA, on my youtube channel, is exciting but does understand exactly progress. These advances explain why at this time I have to be patient and wait for the right window of good weather to continue on the spur. Having reached the technically more demanding need of good weather to climb to that altitude and with this cold. Public these three photos for easy viewing of progress marking them with lines and notes. The photo called “X”, is an old photo of 2013, the re-use to mark the progress of this year, unfortunately, does not respect the proper perspective of the spur, was taken with a wide angle lens camera that does not perform well the verticality of the spur . However, it is the only available to me at this time. I hope I have done something pleasing to all the friends that I have requested. I want to thank Gastaldi of Sagrintenen, family Simeone of Flavio Gioia port of Gaeta and my friend Eduardo Accetta, for the friendship and support volunteer to this dream. Good Sunday!


LETTERA DI DANIELE: CALOROSO CIAO TOMEK

Daniele Nardi - Nanga Parbat Winter 2013 - Avvicinamento al Campo Base 6 gennaio 2013Oggi 21 gennaio alle 6:00am Elisabeth Revol senza nessun preavviso è partita.
L’abbiamo scoperto al nostro risveglio (ore 8.00am).

Ieri mattina mi aveva comunicato il suo desiderio di restare per un eventuale ulteriore tentativo alla vetta, possibilità che sarebbe stata da me valutata dopo aver verificato la ripresa fisica di Elisabeth e aver chiarito ogni malinteso.

Ho messo a sua completa disposizione il nostro computer ed il collegamento ad internet per comunicare con i suoi familiari; dopo varie mail con il marito sembrava aver risolto le difficoltà sia sul lavoro che a casa e decide di rimanere .

Sempre questa mattina apprendiamo da Altaf (unico poliziotto rimasto) che ieri, nel tardo pomeriggio, dopo le 5pm circa, Elisabeth ha organizzato i bagagli per andare via la mattina successiva, cioè oggi (21 gennaio), portando con se uno dei cuochi che gli farà da portatore e da un poliziotto che l’accompagnerà.

La partenza di Elisabeth, non pianificata e né comunicata, ha causato notevoli difficoltà a Tomek che, impossibilitato a camminare velocemente dopo il brutto incidente ed avendo bisogno di assistenza per scendere fino all’ospedale di Gilgit, si ritrova senza due persone che erano state programmate per lui.

Tomek è costretto a scendere da solo alle 11.30 am, mezzo zoppo e con principi lievi di congelamento alle dita dei piedi. Nella sua simpatia prende alla buona il comportamento della compagna di cordata dicendo “Elisabeth è molto concentrata su se stessa” e sorride.

Nanga Parbat - TramontoQuesta mattina lo abbiamo medicato, gli abbiamo dato l’eparina ( medicinale che fluidifica il sangue e aiuta un recupero dei congelamenti ) per i principi di congelamento e poi lo abbiamo quasi costretto a scendere per andare in una zona a maggior pressione e ossigeno com’ è la bassa quota.

Tenterà di scendere da programma in tre giorni. Domani uno dei poliziotti, Altaf, lo raggiungerà a Gundagalì e lo accompagnerà fino a Bunar Das dove troverà una Jeep che lo porterà a Chilas. Nel frattempo dovrebbe risalire un poliziotto di scorta al Campo Base.

Tutti abbiamo salutato con grande affetto Tomek, abbiamo avuto e trovato il tempo per parlare e di capire tante cose. Elisabeth ha abbandonato il campo base senza salutare nessuno. Tutti qui al Campo Base sono rimasti senza parole per il suo comportamento poco gentile e cortese.


3 pareti Nord in 8 giorni.

Parete nord: Meije, point Fourastier dell’Ailefroide e point central dell’Ailefroide.
21-28 ottobre 2014 – Parc National Oisans-Ecrins

Daniele Nardi

Daniele Nardi

Foto via Grassi-Stratta
Foto via Pschitt

DAY 1-3: Via Z alla Meije.
Obiettivo: Rifugio Promontoire in giornata e poi, durante la notte, scalare la via a “Z” della parete Nord delle Meije! Wow! Compagna d’eccezione: Elisabeth Revol, guida e “Gardien du jarden d’Oisans”, mi prende per la mano e mi conduce lungo una meravigliosa via, la via “Z” alla Meije, per raggiungere la Brèche de Glacier Carré, da dove siamo scesi dopo la salita. Ottimo – mi dico – in previsione dell’inverno, con “La guardiana di questo bel giardino d’Oisans”. Colori, odori, sensazioni che si riattivano, saliamo veloci e sicuri sulle piccozze, superando le difficoltà non eccessive, ma divertenti, di una parete alta 800 metri e poi via, giù dalla sud, con una decina di calate in corda doppia.
Una bella scalata, bei programmi per il futuro e qualche bella foto.
Freedom per qualche giorno, in attesa del nuovo bel tempo

Daniele su via Z alla Meije

Daniele su via Z alla Meije

Inizia per gioco questa vacanza sugli Ecrins, poco al di là del passo del Monginevro, scendi a Briancon e poi decidi se andare verso la Berarde o verso Pre Madame Carl due punti di partenza per le ascensioni. Qualche giorno fa avevamo concluso la parete Nord delle Mejie partendo da La Berarde. Poi il gelo ed il vento ci hanno respinto durante un avvicinamento per un altra Nord, su le Bans e abbiamo scelto un paio di giorni di riposo. Faccio tappa da Massimo e Laura ad OULX dove trovo sempre calore e riposo, due amici fantastici con tre bellissimi e adorabili figli. Poi mi rimetto in auto e ridiscendo verso Briancon, stavolta prendo direzione Pre Madame Carl, quando volto a destra e comincio a risalire la valle sopra di me svettano il Pelvoux, Aliefroide e…la Barre des Ecrins, la più alta di tutte che dà il nome al parco nazionale degli Ecrins.

DAY 4-5: Giorni di riposo ad OULX, dopo un avvicinamento a le Bans decidiamo di rientrare, troppo vento e troppo freddo è arrivato “Attila” il freddo del Nord europa.

Vista sugli Ecrins dalla brechè dell'Ailefroide

Vista sugli Ecrins dalla brechè dell’Ailefroide

DAY 6- Ailefroide, Point Fourastier ( breccia a 3800m ) – Goulotte Pschitt., aperta da Marcotti – Perrier alias Pschitt l’11 novembre del 1977, 4 su ghiaccio, IV su misto, TD ( scopriremo che in queste condizioni di ghiaccio quel 4 di gradazione è parecchio stretta…lo pagheranno i miei avambracci).

Paul è alto 1m e 90, io ed Elisabeth un po meno, mi fa specie vederlo allungarsi sulle piccozze. Sveglia alle 3am, partenza alle 4am. L’unico dubbio è la crepaccia terminale che già una volta aveva respinto Elisabeth. Noi con un po di contorsioni riusciamo a passare a lato tra il ghiaccio e la parete verticale. Parte Paul tutto gasato e affronta tutta la prima parte della parete. Va spedito, mi dice che è un anno che scala e corre ma che non va in montagna…posso solo immaginare cosa combina quando va più spesso in montagna. La via corre veloce ma man mano che passano le ore ci accorgiamo che questa parete non è proprio piccola. Paul mi passa il comando della cordata quando comincia a sentirsi stanco. Dopo un tiro a 70 gradi su mi ritrovo un muro verticale di ghiaccio non proprio spesso che ci porta su un altro muro breve ma leggermente strapiombante. Parto titubante considerando che dovrebbe essere solo grado 4 su ghiaccio. Dopo alcuni metri le braccia sembrano esplodere. Continuo a tenere i manici delle picche conficcate in un ghiaccio bello solido, ma non proprio spesso quanto ci saremmo aspettati. Condizioni discrete ma certo non superbe. Provo a piantare delle viti da ghiaccio ma toccano la roccia sottostante. Mezza vite è meglio che nulla. Proseguo, salto su con una spaccata su una roccia dietro le mie spalle. Rilasso avambraccio sinistro e polpaccio destro in contrapposizione e poi salto su. Pochi metri piu sopra Elisabeth e Paul mi urlano nel loro francese, dimenticando che non parlo una parola di francese, che ho soli 5 metri di corda ancora. Non pensavo di aver tirato per 50m, il ghiaccio è sottile e sul verticale, appena sono al riparo piazzo due mezze viti su cui sosto e aspetto Paul e Elisabeth. Salgono, sento ansimare, Elisabeth ha qualche problema con le piccozze ma sale su spedita ugualmente. Parto nuovamente per altri 60 m stavolta piu facili mentre da giu sento urlare “make a belay” ( fai sosta ), ma non voglio perdere tempo e tiro piu che posso, la notte incalza. Elisabeth e Paul sono appesi in due sul vuoto su ancoraggi abbastanza precari e vogliono togliersi da quella posizione. Vado su veloce ed arriviamo alla breche du Glacier Noir sul calare della notte. In 8 ore e mezza abbiamo salito la goulotte, un bel tempo per essere in tre in cordata, guardiamo giu e buttiamo le corde doppie. Ora comincio a capire. Sono giorni che Elisabeth continua a ripetermi che sugli Ecrins quando sei in vetta devi conquistarti la valle, dopo circa 7 corde doppie siamo sul ghiacciaio in piena notte. Elisabeth qui è esperta ed in 4 ore di ghiacciaio, pareti da scalare in discesa, un pendio di neve da scendere nella notte riusciamo a raggiungere il rifugio invernale “Sele”. Mi rimangono nello zaino un panino ed un pezzo di salame ed una barretta energetica. Da qualche parte ho letto che una giornata di scalata alpina si possono arrivare a consumare circa 6 o 7.000 calorie, boh sarà vero? Sicuro questo panino con la barretta basteranno…

DAY 7 – 10 ore di sonno non me le toglie nessuno. Alle 11am comincia la discesa e arriviamo a Pre Madame Carl al rifugio Cezanne dove avevamo pernottato la sera prima. Ci stravacchiamo su un prato e via con il pranzo. Poi Bouldering sui massi e poi ancora a letto. Alle 4am c’è di nuovo la sveglia.

Daniele al rifugio invernale Sele

Daniele al rifugio invernale Sele

DAY 8 – Alilefroide Orientale ( breccia a 3550 m ) goulotte Giancarlo Grassi e Carlo Stratta, aperta il 4 marzo del 1982, anche questa 4 su ghiaccio e TD ( le quotazioni sono solo quotazioni e su ghiaccio vanno sempre prese con cautela … il ghiaccio è effimero! )

Non credo alle mie orecchie quando si pronuncia una seconda goulotte sulla parete Nord dell’Ailefroide. Io non dico no, le gambe sembra che tengano, sarebbe la terza Nord in una settimana. La sveglia è un ora piu tardi e pensavo di averci guadagnato qualcosa, il fatto è che per recuperare quell’ora abbiamo corso sulla morena di avvicinamento e poi sul ghiacciaio, fatto sta che arriviamo all’attacco della via alla stessa ora del giorno precedente recuperando quell’ora perduta nel sonno. Superiamo la crepaccia terminale come il giorno precedente. Poi traversiamo di piu sul ghiacciaio, verso sinistra fino ad incrociare lo spigolo da dove parte la via. E’ secco, senza ghiaccio. Stiamo per rinunciare e tornare a valle, fa un freddo becco, mi tremano le nocche delle mani. Faccio per aprire bocca, voglio tentare quando Paul alza la mano e dice “vo me”, io lo capisco cosi il francese, cioè va lui. Bon, contento tu vai pure. Superbo tiro di misto dove Paul se la cava alla grande, in realta ci mette un po ma considerando la precarietà del tiro ci sta tutta. Saliamo io ed Elisabeth il più velocemente che possiamo. Paul vuole proseguire e non gli nego questa soddisfazione. Stavolta ho messo tre strati sulle gambe recuperando tutto il vestiario che avevo in auto. Sto un po meglio ma le nocche delle mani continuano a tremare. Arriviamo ai tiri chiave su ghiaccio sottile incastonato in un camino di roccia con uscita a destra su terreno di neve soffice. Voglio andare ma Paul è frenetico oggi, vuole scalare da primo, si sente in forma. Sale, protegge il piu possibile e mentre lui sale continuo a capire l’incanto che generano gli Ecrins, Elisabeth più volte mi dice che qui non è come a Chamonix, non ci sono funivie per scendere e gli avvicinamenti sono sempre ostici, sentieri di discesa sulle morene quasi senza segnatura e soste prefissate sui tiri inesistenti. Ecrins uguale selvaggio. Ora capisco il fascino di questa parte delle alpi che conosco così poco. La ringrazio. Poi battendo i denti impreco contro Paul affinché si sbrighi a fissare quella benedetta sosta. Paul butta giu di tutto, neve, sassi, ghiaccio e poi infine urla “belay” ( ha fatto sosta ). Salgo piu veloce che posso per scaldarmi mentre godo dei movimenti infilato in quel camino di ghiaccio e roccia. Usciamo e pensiamo di aver finito. Paul è stanco, tira dritto e andiamo troppo su. Pensi di aver finito e ti mancano ancora 200m, questa è la regola, dipende da quanto è alta la tua soglia di sopportazione della sofferenza. Non sapevamo che si potesse uscire dalla via anche diretti e quindi attrezziamo una doppia per scendere fino ad un colle e traversiamo su un canale laterale a sinistra. Passo io davanti e su un ghiaccio piu duro del cemento salgo veloce verso la breccia a 3550m. Arriviamo un ora prima della notte. Ci caliamo e con tre corde doppie arriviamo sul ghiacciaio. Stavolta scendiamo al rifugio Sele molto piu velocemente, non è la stessa discesa di ieri. Arriviamo al rifugio e … solito panino, solita una barretta, e chissa se è vero che si consumano 6 o 7000 calorie…

Dopo la via a punta Fourestiers vista al tramonto

Dopo la via a punta Fourestiers vista al tramonto

Emozioni contrastanti per 9 giorni di freddo e 3 pareti Nord sugli Ecrins, ritrovo il sole del fondovalle quando li su in alto vedo il vento spirare forte. Il sole è ancora alto, il cielo limpido, il freddo pungente, il vento forte. Pensavo di essere stanco ed invece sono piu affamato di vie di prima, ma si torna a casa, è ora. Salgo in macchina con un po di magone allo stomaco, guardo in lontananza la Barre des Ecrins che tanto mi ha portato via, la goulotte Boivin, la Gabarrou-Marsigny… . Ho segnato alcune goulotte che voglio fare passando attraverso la storia di questa affascinante disciplina. Senza volerlo mi ritrovo a salire dove anni fa Giancarlo Grassi era salito per primo, cambiano mezzi, tempi, e tanto altro ma non la passione per la montagna, quella no, è identica generazione dopo generazione. La mattina dopo scendiamo con calma al rifugio Cezanne, Paul scappa nella notte verso casa. Io recupero due ragazzi che chiedevano un passaggio per risalire al rifugio. Eravamo insieme sulla stessa parete su vie diverse, li avevamo visti all’alba gia avanti sulla parete. Le loro luci avanzavano veloci mentre noi ci imbragavamo giu sul ghiacciaio. Uno di loro mi guarda strano mentre gli confesso che in tre giorni avevamo fatto due giri di “roulette” sulla Nord. Loro stanno tornando al rifugio Cezanne dopo 24 ore più due bivacchi per una parete Nord. Oggi devono risalire per recuperare la tenda. Vengono dall’Africa, sono in licenza fanno parte dell’esercito Francese. Mi ringraziano, li saluto, sento sulla pelle quella dolce sensazione di cameratismo tra alpinisti. Poche parole ma sensazioni e mete comuni. E’ piacevole scendere verso valle, comprare della frutta, mangiare una bella insalatona e godersi il sole di mezzogiorno. Arrivederci Ecrins.

Daniele all'uscita della via sulle Meije

Daniele all’uscita della via sulle Meije


Pawel e Michal, l’augurio di buona guarigione.

Sapere che sono in salvo mi rende felice. Ho provato ad immaginare il momento in cui la valanga si è staccata ed ha coinvolto Michal Obrycki e Pawel Dunaj nell’incidente sul versante Rupal al Nanga Parbat. Ho provato ad immaginare come sono usciti dalla massa enorme di neve e ghiaccio e di come abbiano poi raggiunto il campo base. L’attesa dell’elicottero e poi finalmente l’ospedale dopo giorni. Ho immaginato anche alcune delle valanghe che ho schivato sull’altro versante, il Diamir, qualche settimana prima ed ho aspettato a scrivere queste righe perché volevo essere sicuro che fossero in salvo in ospedale a Gilgit.
Mi sono sentito li con loro pur stando qui in Italia al caldo e con tutte le comodità a disposizione perché condividiamo lo stesso sogno, il Nanga d’inverno e l’alpinismo, una passione che ci unisce anche a distanza.

Per questo e per tanto altro quando l’incidente è accaduto sono stato in tensione e non ho avuto voglia di pubblicare nulla e la gioia di scoprire che tutto si stava sistemando e che erano arrivati all’ospedale e che ormai avrebbero superato la lotta più difficile quella con la vita mi ha tranquillizzato e reso felice. Un grazie va alla Gazzetta.it e a Gianluca Pasini che ci hanno tenuto aggiornati momento per momento.

Un caro saluto a Michal e a Pawel con un grande augurio di buona guarigione e a Tomek e Jacek sperando di incontrarli nel prossimo futuro per una stretta di mano e quattro chiacchiere in allegria parlando della nostra comune passione per la montagna e per il Nanga.
Buona guarigione a presto Dan.

Daniele Nardi a campo 1, 5000m.


Nanga Parbat Winter 2014 – Decisione definitiva si torna in Italia

News 27 Febbraio 2014: 

Una decisione difficile ed inevitabile a questo punto, si torna a casa.

Non solo le condizioni del tempo e della montagna, ma tanto altro difficile da spiegare via mail che ha influito al campo base, dettagli e un racconto che spero di fare nei prossimi giorni appena rientrato o alla conferenza stampa.

Così ho deciso senza ripensamenti di non aspettare e andare via, ed anche velocemente.

Potrei attendere mille finestre di bel tempo, ma il fatto che la condizione per cui da solo potrei con un ragionevole margine di sicurezza tentare una salita, ebbene quelle condizioni semplicemente non ci sono e non ci saranno.

Non solo questo, anche il tempo ha deciso di cambiare regime rispetto a dicembre e gennaio e di diventare instabile. Dopo essere salito verso la via Kinshofer per test ho capito che queste condizioni del ghiaccio mi impongono uno stile più pesante sullo sperone e quindi più lento il che mi richiederebbe almeno 5 o anche 6 giorni di bel tempo….veramente rari da queste parti.

Sicuramente un esperienza grandiosa che lascia il segno ed insegna tanto. Non nego che il crollo del seracco dell’altro giorno mi abbia toccato in particolare modo.

La conclusione di questa spedizione arriva prematura, lo so, anzi me lo sento dentro. Ma, la salita di Punta Piccola e il tentativo sulla Via Kinshofer e l’osservazione continua dello sperone Mummery mi hanno fatto capire che quest’anno proprio le condizioni per una solitaria sullo “sperone maledetto” non ci sono.

Mi aspettavo o forse speravo in delle condizioni simili a quelle dell’anno scorso dove il ghiaccio vivo e “blu paleolitico” si alternava a neve compatta e trasformata, ma cosi non è, inutile tapparsi gli occhi. Se avevo fatto lo sperone l’anno scorso praticamente slegato da Elisabeth avrei potuto in teoria rifarlo anche quest’anno…ma non in queste condizioni e con lo zaino in spalla!

Sono molto dispiaciuto per tutti coloro che mi stanno seguendo e che mi hanno incoraggiato, e che ci hanno creduto insieme a me, ma sono consapevole che a tutto c’è un limite e che questo tipo di scalata deve incontrare una serie di fattori e farli coincidere, capacità, meteo, condizioni della montagna, stato fisico e mentale ed un pizzico di fortuna, cosa che non è sempre facile far coincidere tutto insieme, anzi….

Potrei aspettare ancora altri giorni, forse una finestra si aprirà, forse la montagna in prossimità della primavera si aggiusterà un po, ma ho preso la decisione di andare via senza ripensamenti e rimanere fedele alle mie mete e allo scopo per cui ero qui: solo, ed in stile alpino sullo sperone Mummery…un sogno difficile, lo so!

Meglio però essere saggi e aspettare un altro tempo e pensare già da subito ai futuri progetti.

Io tanto, amo e odio, quel personaggio dal nome Albert FrederickMummery che seppe essere fedele forse fin troppo a quello che chiamava “Scalata con mezzi leali” ed il suo, e a questo punto penso anche un po’ il mio, sperone maledetto al Nanga Parbat.

Anche dopo la rilettura del suo libro “Le mie scalate nelle Alpi ed nel Caucaso” che ho deciso che questo non è il momento giusto ma sicuramente è l’esperienza giusta per costruire il futuro.

Vorrei toccarlo almeno quello sperone e su un palo conficcare il mio biglietto da visita con su scritto” Mi dispiace ma quest’inverno sullo sperone con mezzi leali da soli proprio non si può”

Faccio il mio caro augurio a Simone, David ed Emilio e al gruppo dei Polacchi di riuscire a coronare questo sogno comune di arrivare in vetta al Nanga Parbat in pieno inverno!

Voglio ringraziare tutti gli amici che mi hanno seguito e incoraggiato su la mail e su internet con messaggi bellissimi, grazie ci rifaremo! e ringraziare gli sponsor che hanno creduto nel progetto a partire da Salewa che mi segue ormai da anni, Tasciotti di Filippo Tasciotti, Banca Popolare del Lazio, ExtremeLimits di Armando Onorati, Associazione Arte e cultura per i diritti umani, Sport85, Dynafit, Julbo, Aeoroporti di Roma, Grivel, Silverskin, Panservice, Ferrino e i negozi OutdoorItalia, RRTrek e One Race di Roma.

Un particolare grazie a Contatto Formazione, Intermatica per il supporto alla comunicazione satellitare, Tecnologica e agli amici del Porto Flavio Gioia e alla casa editrice Infinito Edizioni con cui ho pubblicato “In vetta al mondo” con Dario Ricci: pagine che assumono oggi per me un ulteriore e ancor più profondo significato

A presto Dan


Nanga Parbat Winter 2014 – Momenti di attesa al campo base

26 febbraio 2014 – Momenti di attesa al campo base

Ancora proibitive le condizioni della montagna sul versante Diamir. L’esposizione a Nord del versante dove passa la via dello sperone Mummery rende ancora più critica la procedure per una scalata in solitaria del Nanga Parbat. Daniele Nardi è fermo al campo base, aspettando e valutando la situazione momento per momento.

Daniele ci fa sapere che la sua condizione fisica è eccellente, ancora non è riuscito a tirare fuori tutta la sua energia sui pendii del Nanga Parbat che quest’anno sembrano più complessi rispetto all’anno scorso per via delle condizioni di ghiaccio vivo trovate sulla via di salita.


Nanga Parbat winter 2014 – Giorni di attesa al Nanga Parbat

25 febbario 2014 – Giorni di attesa al Nanga Parbat

Mi trovo al campo base nella speranza di una finestra di bel tempo. E’ vero che forse le tendenze e le previsioni danno una buona finestra di un paio di giorni prossimamente ma è anche vero che in questo momento è tutto molto variabile. Nell’aria si sente un cambiamento deciso che sembra portare la primavera. Lo si sente in tante cose ma è anche vero che da poco ha ricominciato a nevicare. Una neve che qui a nord quando cade si accumula con una velocità incredibile, bastano poche ore per ritrovarsi una traccia sommersa da mezzo metro di neve e poi bisogna attendere un paio di giorni di bello per far scaricare la montagna. Se nevicherà tanto in questi due giorni….uhmmmm sarà dura.

Oggi sono stato a fare un giro con gli sci verso campo 1 e sembra proprio che le temperature si siano alzate un pò. La neve era perfetta per una bella sciata e me la sono gustata tutta, poi nuvole, un pò di vento e via di nuovo al campo base. Da una parte sono contento dall’altra invece l’arrivo della primavera mi incute alcuni timori, valanghe e il vedere nuovamente i seracchi tra lo sperone Mummery e la via Messner venire giù e creare nuovamente valanghe gigantesche. Proprio ieri che volevo salire sul ghiacciaio una valanga ha spazzato via dai 6500m in giù tutto cio che ha incontrato. Se dovesse nevicare per due giorni sarei impossibilitato a muovermi e di fatto perderei la finestra. Ho un solo campo montato, poi si va in battuta ed in velocità. Questa primavera potrebbe ammorbidire un poco il ghiaccio ma è ancora presto, credo. Pensieri a mille, valutazioni e sopratutto una certa apprensione per la seconda nevicata che probabilmente arriverà dopo il 2 di marzo. Sarà vera quest’altra nevicata considerata cosi a lunga gittata? Digressioni, parole, pensieri che incespicano sulla variabilità del tempo e sulle pessime condizioni della via che ho deciso di provare.

Il test sulla via Kinshofer è un dato di fatto, ghiaccio “paleolitico” sotto pochi centimetri di neve. Da Chilas arrivano nuvole nere, le nuvole che hanno in questo mese portato sempre neve. Arrivano da nord e si spostano verso sud. Dovrò capire, capire quanto aumenta il rischio di passare su quel ghiacciaio e sotto quei seracchi proprio mentre la primavera si accinge alle porte. Non è un caso la scelta di un solo tentativo….è perché passare di lì sotto due volte è una bella roulette russa e troppe volte è meglio non rischiare, troppe montagne ho ancora da scalare. Purtroppo la mia esperienza di invernali è limitata e mi sono ritrovato, ho voluto, confrontarmi con il Nanga, certamente un osso duro, lo dice la storia dei tentativi prima di quest’anno, compreso il nostro dell’anno scorso. Sono alla seconda invernale, ci sto provando con tutte le forze, ma devo ammettere che delle condizioni piu simili all’anno scorso mi avrebbero fatto comodo. Però di esperienza ne sto facendo e man mano che vado avanti accumulo informazioni e capacità di valutazione ma un “marzo Karakorumiano” non saprei come valutarlo o perlomeno quanto possano essere ragionevoli le mie valutazioni. Certo a sentir parlare i pastori o chi ha vissuto di piu queste terre e questi monti, la valle Diamirai, marzo porta in genere molte valanghe e distacchi, il che tutto sommato è anche credibile, ragionevole, è cosi un pò dovunque in inverni normali. I venti fanno la loro ma anche la temperatura che di punto in bianco si alza fa la sua parte. Ma questo non è un inverno normale, lo si vede da quello che sta accadendo in giro per il mondo e da come mi dicono anche a Roma. Meteo da libri di storia, temperature matte, cambiamenti molto veloci e poco prevedibili.

Qui a 4200m si fa fatica a lottare con il freddo e con l’incertezza, anche al campo base, sono a nord, ma le giornate si allungano ed è piacevole godersi la luce. Sono in attesa di capire cosa fare, sarà una decisone difficile, ma ho fiducia di fare la scelta giusta, sempre per quel timore di non fare l’errore piu grosso di quello che si riesce a sopportare. Quell’errore o quella casualità più grosse di noi sono in fondo l’incubo peggiore di ogni alpinista che valuta durante momenti di incertezza, mentre sta per decidere se partire o no lungo la sua scalata, l’errore che proprio non deve fare. Questo a volte ci tiene a terra e a volte ci spinge su, è irrazionale ma nasce dall’osservazione della montagna e dal guardare dentro di se, se ci si sente pronti oppure no. Inshallah qualcuno direbbe …. se Dio vuole dico io!


Nanga Parbat Winter 2014 – Un’analisi coscienziosa

Venerdi 21 febbraio – un analisi coscienziosa.

Premessa.

Il campo 1 è propedeutico sia alla via Kinshofer che allo Sperone Mummery. Anche se il tempo non era previsto bellissimo mi sono mosso per cercare di capire se veramente le condizioni della montagna quest’anno sono veramente pessime o se era una sola mia congettura. Dopo essermi fatto una “sgaloppata” verso Punta Piccola a 5900m dei giorni scorsi, e aver studiato per giorni e giorni lo sperone Mummery ho deciso di andare a vedere da vicino le condizioni della Via Kinshofer per capire, come dicevo prima, se era vero che le condizioni sono così difficili.

La partenza e la volpe.

Scelgo come date il 20 ed il 21 ed un eventuale 22 febbraio per la discesa, due giornate non proprio belle per la salita e con previsioni di nevicate ma con vento basso. Arrivo al Campo1 a 4900m abbastanza agevolmente il 20 feb. e qui scopro che qualcuno aveva fatto visita alle mie provviste, mancavano all’appello 11 barrette in un sacchetto di nylon e due pacchetti di biscotti. Una mia disattenzione mi aveva fatto lasciare la cerniera interna della tenda semi aperta ma mai avrei immaginato che una volpe o qualcosa del genere venisse a farmi visita a Campo 1. Una serie di impronte fuori dalla tenda scompaiono in breve sommerse dall’arrivo della neve e un regalino nella tenda, probabilmente una barretta indigesta, mi fanno escludere a priori la visita di Mummery o dello Yeti. Fatto sta che rimango se non a digiuno diciamo con provviste dimezzate. Superato lo smacco attendo tutta la notte che la nevicata diminuisca e sono abbastanza certo che prima o poi smetterà. Sono in continuo collegamento con Filippo Thiery che mi aiuta con le previsioni meteorologiche e devo ammettere che fino ad oggi ci ha azzeccato alla grande.

La salita.

Alle 5am con qualche ora di ritardo esco dalla tenda dopo che aveva smesso di nevicare. Qualche ora di ritardo che forse mi salverà la vita. La neve fresca certo non mi aiuta, procedere verso la via Kinshofer di fatto significa traversare in obliquo superando una serie di crepacci e poi buttarsi dentro un canale ripido che porta fino alle rocce Kinshofer ad una quota circa di 5900/6000m. Sarà per me anche un test per capire quanto sono acclimatato e dare un occhiata alla via e poi se tutto va bene magari una bella dormita in quota al campo 2 classico di circa 6200 m non può che farmi bene prima della discesa. In fondo la via l’ho gia seguita nell’estate del 2008. Superare i crepacci non è difficile quello che impegna tutta la mia perseveranza è la neve profonda e lo zaino come al solito non proprio leggero. Ali si sveglia più volte al campo base la mattina presto per scattare qualche foto, finche con un pò di ritardo sulla tabella alle 5am vede la mia frontale spuntare, è emozionato e vuole seguire insieme al cuoco LiaQat Ali e ad Altaf, il poliziotto Pakistano, l’ascesa del canale. Io mi sento lento, mentre Ali mi dirà che andavo veloce e che lui vedeva una luce sul pendio zig-zagare veloce e netta nel buio. Passo dopo passo salgo ed aspetto la luce del giorno. Non è semplice e lo sapevo, qualche residuo di nevicata scende dall’alto e qualche folata indesiderata di vento mette a dura prova le mie dita delle mani dal freddo. Ad un certo punto della salita però il mio stomaco mi chiede una pausa e lo accontento. Tolgo lo zaino sul pendio ripido, mi faccio spazio nella neve ed ancoro al ghiaccio lo zaino, apro la tasca e ne tiro fuori una barretta energetica.

Il crollo del seracco.

Gia durante la giornata il seracco che si trova leggermente sulla mia sinistra, a sbarrare una deviazione del canale che stò risalendo, aveva rumoreggiato, tra me e me ho pensato che sono ad una distanza di sicurezza tale per cui mi tranquillizzo e mi godo la barretta al cioccolato e muesli. Mentre addento per la seconda volta però un rumore colossale richiama la mia attenzione. Una porzione gigantesca del seracco si stacca, si libra nell’aria e si schianta in quel canale protetto da alcune rocce che ha di sotto. Per un attimo lo vedo scomparire, sono ad una distanza di un centinaio di metri e poi abbastanza in alto. Ma l’immagine di questa massa di tonnellate di ghiaccio mi rimane impressa per alcuni secondi tanto da farmi smettere di masticare. Dopo un paio di secondi, vedo ricomparire l’intera massa mentre come un onda gigantesca supera le rocce che mi avrebbero dovuto dividere dal seracco ed invece di dirigersi nette verso valle una porzione non trascurabile dell’onda ha la mia direzione. Capisco che devo correre ed anche veloce. In una frazione di secondo metto lo zaino in spalla e su un pendio di neve e ghiaccio senza pensare e con la marcia automatica corro in diagonale allontanandomi dalla boato e dall’onda. Una nube gigantesca si alza in cielo e copre tutto. Mi butto sul pendio con le mani a coprirmi la testa e cercando di serrare il piu possibile i ramponi sul pendio ripido. Ho ancora la sensazione della neve nella bocca, il vento che mi spinge e l’urto della neve sulla tuta in piuma. La neve si infila ovunque e a stento riesco a chiudere le palpebre semi-congelate. Ali è al campo base, urla ad Altaf di uscire e di mettersi gli scarponi. Prova a chiamarmi alla radio, poi al telefono, poi prende la piccozza e comincia a correre come un folle all’impazzata verso Campo 1. La corsa dura poco, il panico no, si accorge che per un eventuale soccorso si deve attrezzare, ci vorranno delle ore per arrivare dove sono, ammesso che vi riesca, una pala, delle corde, i ramponi, un aiuto. Io nel frattempo ancorato al pendio cerco di resistere all’onda d’urto, ogni tanto sopra di me sento dei sibili, fischi roteanti di pezzi di ghiaccio che mi passano sopra a testa, il resto, il grosso, giu verso il pendio. Quando riesco a tirarmi su nella nube bianca sono completamente impiastrato di neve e gelo. Guardo dove ero mi e mi sorprendo di quanti metri di corsa ho fatto. Voglio scattare una foto per ricordarmi quanto sono stato fortunato ma la macchina non scatta completamente gelata. Sono ad una quota di circa 5450m, è piena mattina, Ali vede il puntino minuscolo muoversi e si tranquillizza. Mi confesserà che gli tremavano le mani e quando ha visto il puntino continuare a salire si è tranquillizzato perchè segno che stavo bene.

Il dopo e il ghiaccio.

Continuo a salire un po scosso dall’accaduto finche la neve trasformata che tanto mi faceva pensare in una salita veloce e sicura diventa 10cm di neve soffiata su una lastra gigantesca di ghiaccio blu. Osservando la via dal campo base i miei dubbi si fanno realtà. Non avevo tutti i torti quest’anno giudicando le condizioni veramente pessime per salite veloci e leggere, è come andare sulle alpi ed insistere con una montagna che proprio non ci sta a farti salire, che ti ripropone le peggiori condizioni. Procedo per alcuni metri poi mi rendo conto che proprio non è giornata, le piccozze fanno fatica ad infilarsi e i ramponi leggeri proprio non ne vogliono sapere. Senza alcun ripensamento faccia a monte e direzione a valle e comincio a ridiscendere. Non ci vuole molto e ridiscendo la faticosa traccia fatta in salita della parte bassa e mi ritrovo a Campo1. Tempo di scaldare le pedule e gli scafi da sci-alpinismo e scendo velocemente sul campo base su 40 cm di neve polverosa. La sciata nella polvere mi ripaga della fatica fatta, gli sci non sono proprio da freeride e tantomeno la mia tecnica di sciata ma il divertimento è puro anche quando mi pianto in un metro di neve pastosa. Quando arrivo al campo base Ali ed Altaf mi abbracciano e sono felici “You are alive, big avalanche…” “sei ancora vivo, una grande valanga…”, sorrido e senza nessun ripensamento, mangio qualcosa e mi butto nel sacco a pelo e mi addormento.

Riflessioni.

Ci metto un minuto ad addormentarmi ma quando mi sveglio dopo un oretta fuori nevica e rimango a fissare il soffitto della tenda per una mezz’ora cercando di capire cosa era accaduto. Ghiaccio, dovunque e comunque la metti è ghiaccio difficile da maneggiare, duro e continuo e tanta neve in basso tanta neve su cui battere la traccia ed un stile, lo stile alpino che spesso non si sposa in alta montagna con delle condizioni difficili, se non ché in casi particolari. Lo scopo di questa mia spedizione è di vivere una esperienza solitaria su una delle montagne piu belle e difficili del mondo cercando di portare uno stile leggero e veloce in pieno inverno. Ma come si sa lo stile leggero può fallire facilmente se la montagna ed il meteo non ti concedono delle condizioni ragionevoli ed accettabili. Sicuramente questo test sulla via Kinshofer mi ha dato maggiori informazioni per valutare e capire come fare, adesso qualche giorno di riposo e di riflessione saranno importanti. Giu vicino alla tenda trovo blocchi di ghiaccio del crollo, mi continuo a chiedere cosa sarebbe accaduto se fossi stato in anticipo o in ritardo rispetto ai tempi che ho avuto, forse è meglio non chiederselo troppo, questa è la natura, ha i suoi tempi ed io i miei, speriamo che coincidano sempre, in senso positivo è chiaro! A presto Inshallah.


Nanga Parbat Winter 2014 – Traccia verso lo sperone Mummery…

News 18 Febbraio 2014 – Giornate movimentate queste ultime due, sapevo che avrei dovuto tracciare nella neve profonda per avvicinarmi al Nanga Parbat e cosi il primo giorno di sole ho messo gli sci e mi sono avvicinato. Sole non vuol dire bello bellissimo, in alto un gra vento ma qui in basso ci si può muovere. Non pensavo di andare molto in alto ma poi mi sono fatto prendere il piede e via su fino a 4800m dove potevo guardare bene sia lo sperone Mummery che il ghiacciaio sottostante che va traversato e salito prima dello sperone.

Ero molto leggero, da solo, con la preoccupazione dei crepacci e la pista da fare. Ma passo dopo passo sono arrivato dove si posiziona il Campo 1 classico del Nanga Parbat a circa 4800 metri. Partito tardi, ora dopo ora si fa tardi, ma una volta tolte le pelli di foca da sotto gli sci la discesa diventa uno sballo totale.

Anche se la neve spesso era crostosa, in altri tratti si andava giu una meraviglia curva dopo curva, saltati un paio di crepacci in velocita e poco prima del buio sono di nuovo al campo base. Un emozione pazzesca navigare sulla neve con il Nanga che arrossisce con la luce tenue del tramonto.

Il giorno dopo non stò fermo in attesa e torno di nuovo verso il campo 1 per posizionare un campo e portare del materiale. Ho deciso che devo semplificarmi un attimo la vita, la neve alta ed il battere la traccia sempre da solo non mi agevola con i carichi pesanti.

Posiziono un campo con un bella tenda in attesa di poter salire in alto la prossima volta ed avere gia qui un pò di materiale.

Per ora osservo, scatto foto, guardo il ghiacciaio che si muove, le valanghe che scendono, insomma prendo le misure, lo sperone Mummery quest’anno non è in grandi condizioni vedremo nel prossimo futuro cosa mi dirà la testa. Ed ora qualche giorno di riposo al campo base. A presto. Dan