Una cordata ritrovata!

Prima ripetizione di Paretone Express al Gran Sasso d’Italia.

ED, 1300M + 300m di uscita (concatenata, il giorno prima, con “L’isola non trovata” di Roberto Iannilli  e Andrea Imbrosciano 350m, fino al VI-).

Apritori Cristiano Iurisci ed Emanule D’Amico nel 2014.

di Daniele Nardi

 

Esistono poche pareti che incutono rispetto e timore insieme nell’appennino centrale, una di queste è il Paretone del Gran Sasso. Il Paretone è alto 1300m dalla sua base fino alla Vetta Orientale del Gran Sasso. Il Gran Sasso è fatto di tante vette, c’è il circolo quello più imponente che è composto dalla vetta più alta, il Corno Grande o vetta occidentale, il Torrione Cambi, la vetta Centrale e poi l’Orientale dalla cui anticima inizia o termina l’enorme Paretone che cade a picco fino all’uscita del tunnel che porta a Teramo. In questo tunnel è anche situato il laboratorio di fisica nucleare abruzzese. Ecco, quando esci dal trafoso e guardi in su la vedi con tutta la sua imponenza.

Per semplificare il discorso, non me ne vogliano i puristi, il Paretone è tagliato diagonalmente da sinistra verso destra dal canale Jannetta, un canale ripido, pieno di rocce instabili che però permette l’accesso a varie zone di questa enorme odissea di rocce.  In un certo punto il canale Sivitilli incrocia lo Jannetta. La via Paretone Express taglia il canale Sivitilli quasi all’incrocio con lo Jannetta ma poi prosegue dritto per affrontare una superba parete terminale di circa 300m di dislivello ( 9 tiri di corda dal 12mo al 20mo, vedi scheda tecnica della via) che permette il ricollegamento al canale Jannetta alla base del Terzo Pilastro. La continuazione logica della via sarebbe non l’uscita tramite il canale ma bensi continuare lungo una della vie del Terzo pilastro che farebbe si di avere una via di dislivello complessivo, non di sviluppo, di 1300m!!!

In preparazione della spedizione che parte tra due settimane ero sommerso da carte, messaggi, email e watsup di collegamento tra Italia, Londra, Liguria, Francia e Sudafrica data la provenienza del gruppo spedizione e devo ammettere che con il caldo che faceva ero un poco schiacciato dalle pratiche. Poi una battuta di mia moglie mi ha aperto la strada “Ma scusa, potresti andare sabato o domenica ad allenarti per la spedizione?”, “si…potrei…”, e lei “e allora che aspetti? Fai i bagagli e va a scalare!”.

Non potevo credere alle mie orecchie. L’unica persona di cui mi potevo fidare ciecamente era Roberto! “Robi che fai?” “Sto scendendo da una via al Gran Sasso!”, “sei libero domenica? Vorrei fare Paretone Express”. Non avrei scommesso una lira sulla risposta:” si, va bene, aspetta che torno a casa e ti confermo definitivamente.”

E’ venerdì ed è cosi che comincia l’avventura. Decido che sabato c’è tempo per fare una scalata di riscaldamento e vado a scalare con un amico la Parete Est del Corno Grande, la via fu aperta da Roberto Iannilli: l’Isola non trovata. Fatta la via in poche ore scendo dalla vetta, prendo l’auto e mi sposto sul versante Teramano. Arrivo verso le 21.30 all’appuntamento con Roberto. Mangiamo qualcosa e mi rendo conto che forse ho sottostimato la via. Leggo attentamente la relazione di Cristiano Iurisci che ha aperto la via insieme all’altro amico Emanuele D’Amico. Con Cristiano questo inverno ho fatto due bellissime vie nuove sulle Murelle e sul Monte Camicia e mi accorgo della complessità della via. Le temperature sono alte e abbiamo paura che il caldo ci renderà la vita dura e così sarà. Entrambi saremo vicini all’insolazione ed a colpi di calore scalando nella parte bassa della parete.

Con Roberto mi sento a mio agio, la cosa più bella che accade in parete con lui è la serenità con la quale affrontiamo le difficoltà: l’esperienza sui Bhagirathi e quella sul Nanga mi sembra abbiano forgiato ancora di più quel senso di tranquillità e perseveranza in ambienti cosi duri. Mentre io recupero il materiale o preparo una corda lui per non perdere tempo legge la relazione. Se io sto prendendo un goccio d’acqua lui sta già preparando il materiale. Tutto avviene in una sequenza mai predeterminata ma completamente sincrona e senza intoppi. Sono ormai passati alcuni anni da quando abbiamo fatto l’ultima scalata assieme e pure è come se ci fossimo allenati assieme per tutta l’estate.

Partiamo alle 5e30 ed alle 7e30 attacchiamo la parete. Partiamo da Cima alta invece che da Casale San Nicola come descrive la guida e cosi raggiungiamo la parete in discesa invece di risalire e avremo la macchina più a portata quando scenderemo dalla vetta.

Impossibile in poche parole descrivere tutta la salita ma ho in mente alcuni.

L’attacco.

Parte Roberto e mi stupisce la serenità con cui sale quella roccia rossa e che si sgretola tra le mani. Sale deciso e capisco subito che sarà dura: fa veramente caldo e non tira un alito di vento. Siamo ad Est e la parete prendo il sole subito in mattinata. Mi sembra di entrare in un girone Dantesco dell’inferno. Dopo un po tocca a me tirare e la sensazione che mi rimane addosso è la precarietà della roccia. Solo a tratti è solida e lo è spesso nei rimonti dei tetti e degli strapiombi brevi e violenti. L’acqua che cade dalla parete al finir dell’inverno ha levigato negli anni la roccia che dal rosso inziale si alterna a bianco marmoreo. I run-out sono lungi ed estenuanti, le protezioni aleatorie, qui è assolutamente vietato volare o prendere la presa sbagliata perché si stacca tutto. Dopo alcuni tiri impegnativi e continuativi sulle difficoltà e con un calore atroce cominciamo ad avere i primi sbandamenti di testa. Siamo seriamente indecisi se continuare oppure scendere. Abbiamo tre litri d’acqua con noi e razioniamo.

 

Il  crollo e la variante.

Decidiamo di continuare e di tenere duro. Siamo verso l’ottavo tiro quando cominciamo a perdere le soste. Non le troviamo più. La relazione dice chiaramente che ogni tiro è attrezzato con una sosta ma qui non ne vediamo più. Siamo assillati dall’idea di aver perso la linea. Poi mi sorge un dubbio: il crollo. Quando esco da un risalto mi accorgo che su in alto c’è un enorme macchia bianca, rocce instabili e rocce fratturate. Probabilmente negli ultimi terremoti che ci sono stati un pezzo della via è crollata!  Devio prima a destra, poi risalgo una placca di rocce instabili sulla sinistra poi ritorno a destra e poi riesco a scavalcare il crollo. E’ probabilmente in quel momento che una roccia mossa dalla corda si spacca sulla stessa più in basso lasciandola “pizzicata” al punto da doverla pensionare anticipatamente, ma ce ne accorgeremo solo molto più in alto.

 

La parte centrale.

Questa è la parte più brutta. Concludi 11 tiri di corda e ti ritrovi su questi pendii erbosi con placche rocciose con molto materiale di deposito dei crolli soprastanti. Ci facciamo forza qundo sentiamo il rumore di un ruscelletto che vuol dire acqua. Comincio ad avere i sintomi del colpo di calore con sbandamenti e poca lucidità. Roberto mi sembra che sia nelle mie stesse condizioni. Sto sperando che la parete vada in ombra con il passare del tempo. Una parete ad Est va in ombra nel primo pomeriggio ma chiaramente se arriva troppo presto il pomeriggio vuol dire anche che non avremo il tempo di uscire con la luce e che la notte ci prenderebbe sulla via. Questa è una cosa che non ci auspichiamo. Siamo sul punto di mollare. Non è semplice uscire da qui ma potremmo deviare sulla sinistra e andare a beccare il canale Jannetta e poi provare a risalirlo. Decidiamo che questa non è la condizione migliore per prendere una decisione del genere. Ci dirigiamo verso il canale sivitilli verso destra e troviamo il ruscello. Beviamo un litro e mezzo di acqua a testa, prendiamo del calcio e magnesio e delle vitamine, mangiamo della frutta secca offerta da Roberto e delle barrette energetiche. Senza che ce ne accorgiamo avevamo deciso di riposare. Passa un ora fermi a pettegolare e parlare della vita quanto è dura certe volte…la parete scompare. Scompaiono

le centinaia di metri di traversi tra ciottoli, prati erbosi quasi verticali e sfasciumi instabili. Scompaiono anche i successivi 9 tiri che dovremmo affrontare. Entriamo nella nostra bolla, poi di punto in bianco decidiamo: si continua. Meglio scalare che affrontare gli sfasciumi. Leggiamo la relazione e ci rendiamo conto di avere altri 9 tiri da scalare, 4 tiri facili e 5 impegnativi. Con un rapido calcolo ci rendiamo conto che abbiamo 4 ore per uscire prima della notte, dobbiamo correre abbiamo non più di mezz’ora a tiro ma stavolta siamo all’ombra.  Il sole fa capolino dietro la parete lasciandoci freschi alla sua ombra.

 

Scalata superba.

La parete sopra la nostra testa lascia un poco impauriti: lastre dentro fessure, strisce di colore nero si alternano al grigio del calcare. Attacca Roberto e capiamo che qui la roccia è molto più compatta e solida della parte bassa. L’arrampicata si fa entusiasmante. Poi tocca a me prendere il comando della cordata e mi diverto proprio. Movimenti in fessura, su strapiombi brevi ma di bellezza esagerata. Più in alto mi trovo in difficoltà su un passaggio che proprio non capisco. Troviamo due chiodi lasciati dagli apritori, i passaggi sono delicati ma riesco ancora ad andare in libera senza tirare nulla fino al punto in cui comincio a sbuffare. Non riesco a passare e la protezione è molto in basso, diversi metri sotto i miei piedi. Se dovessi cadere mi schianterei sulla cengia più in basso. Urlo a me stesso di concentrami e a Roberto di recuperare corda se dovessi volare altrimenti mi schianto sulla cengia di sotto. Mentre pronuncio quelle parole mi rendo conto che non devo cadere. Riesco a piazzare un friend piccolo in un buco della roccia e mi decido a traversare a destra su placca ed esco fuori. In breve completiamo i 9 tiri molto più velocemente di quello che pensavo. Ci avanza tempo anche per cominciare a salire il primo tratto del canale Jannetta dove siamo sbucati per salire verso la cresta. Dopo un po’ ci coglie la notte.  Accendiamo le frontali e ci districhiamo lungo il canale Jannetta che di notte e stanchi non è proprio banale.

 

L’uscita e la discesa.

Arriviamo in cresta verso le 22,30. Guardo verso il basso e noto alcune luci che vengono dal rifugio Franchetti. Una luce rossa lampeggia come a chiedermi se tutto a posto oppure no. Provo a lampeggiare con la fievole luce della mia lampada poi abbraccio Roberto. Mentre ci rilassiamo un attimo gli dico “Rob devo ammettere che l’avevo un po’ sottovaluta questa via”, “Anche io” mi risponde di rimando Roberto, “Cavolo è proprio un ‘vione’, complimenti agli apritori hanno fatto un capolavoro”, “A chi la consiglieresti come via?”,  “A nessuno, la parte bassa richiede una grandissima esperienza di arrampicata su roccia instabile ed anche se sono ‘solo’ 20 tiri, ha uno sviluppo pazzesco. La parte centrale di sfasciumi non viene messa bene in risalto nel computo globale ma ti preme fisicamente. Poi c’è l’uscita che non è banale fino al VI”, “Però è una via stupenda, un viaggio grandioso. Certo che la prima invernale sarà veramente un gran bell’exploit”….ci guardiamo e ridiamo poi ci incamminiamo verso il rifugio.

 

Conclusioni.

Arrivato al rifugio dormono tutti. So dove prendere le coperte, le butto a terra tra i tavoli e comincio a dormire. La mattina arriva veloce e quando mi sveglio Roberto sta rifacendo le corde. Gli dico ”Roby lo sai che mi sa che ho concatenato due pareti Est del Gran Sasso? Non mi ero reso conto ma l’altro ieri ero sulla est del corno Grande ed ho fatto 350m di via, ieri siamo stati sulla Est della vetta Orientale e abbiamo fatto 1300m, se li sommo in due giorni avrò fatto 1600m di via…andiamo sulla Est del corno piccolo? Cosi ne faccio 3…”. La est del corno Piccolo è li di fronte al Rifugio Franchetti a 5 minuti di avvicinamento. Roberto ride e poi risponde “Ho lasciato la giacca dove ci siamo fermati ieri notte a riposare devo risalire su…”. Mi salvo in calcio d’angolo anche io, lo accompagno a debita distanza, recuperiamo la giacca e poi con calma scendiamo dove abbiamo parcheggiato l’auto.

 

Una via superba, pericolosa, di grande intuito, un bel viaggio con un compagno d’eccezione e complimenti agli apritori. Questa via a mio avviso è un capolavoro, di stile molto classico nella parte bassa su terreno totalmente di avventura e poi più moderna nelle difficoltà nella parte alta disegna una linea di bellezza artistica sulla parete delle pareti: il Paretone al Gran Sasso d’Italia.

1 panoramica parete e vie storiche foto courtesy Iurisci IMG_1402 IMG_1407 IMG_1416 2 In rosso inea salita Paretone Express (in triangolo il bivacco) in giallo lo Jannetta foto courtesy Iurisc IMG_1396 IMG_1393 IMG_1383 IMG_1374 IMG_1371 IMG_1369 IMG_1364 IMG_1357 IMG_1353 IMG_1351 IMG_1346 IMG_1350


La magia dell’alpinismo: nuova via per la cordata Iurisci, Nardi e Mussapi sul Monte Camicia

Testo di Daniele Nardi

Il Monte Camicia con la sua parete Nord ed il fondo della Salsa hanno un sapore amaro. Mi ricordano Roberto Iannilli e Luca D’Andrea che ci hanno lasciato affrontando questa parete. Imbocco il sentiero con il pensiero rivolto a loro, chiuso nel mio silenzio. Le gambe sono pesanti dopo 5 giorni di allenamenti, questa salita non era proprio in programma. Ma ora sono qui mi dico, lo dico anche agli altri a dire il vero.

Con me ci sono Cristiano Iurisci e Luca Mussapi. Ci siamo ribattezzati il “Trio cavalletta” scherzando sul fatto che nati cosi dal caso siamo già per la seconda volta insieme nel tentativo di aprire una via nuova su una parete importante in appennino: prima alle Murelle in Majella ed ora qui al Monte Camicia. Arrivati alla deviazione dove c’è sepolto dalla neve il monumento a Piergiorgio De Paolis viriamo a destra e ci lasciamo il fondo della salsa a sinistra e con lei, pian piano, lascio che i miei pensieri si dilatino. La parete da lontano fa un grosso impatto, da sotto è ancora peggio ma so che a differenza di come abbiamo fatto in Majella, dove sapevamo che avremmo trovato alte difficoltà tecniche, questa volta andiamo alla ricerca dei punti deboli della parete: è per questo che forse la parete mi sembra meno ripida. Ho intenzione di godermi la salita e chiedo a Cristiano di andare avanti, è lui l’esperto della zona, mi carico il suo zaino e lui prende il materiale e parte mentre Luca ed io seguiamo.

La salita procede regolare fino al momento in cui scavalcando una cresta ed immettendoci in un canale ci troviamo di fronte alla scelta se affrontare una parete oppure aggirarla sulla sinistra. Dico che sarebbe bello scalarla e Cristiano parte. Sin da subito armeggia con dei chiodi per proteggersi, cerca di essere delicato nei movimenti e di non rompere il ghiaccio effimero posato sulla parete. A due terzi del tiro però rinuncia a continuare, non se la sente e devia a sinistra su una cengia dove pianta due chiodi per una sosta. Cristiano è conosciuto come il “carpentiere d’appennino” per la quantità di vie aperte e per l’abilità di piantare chiodi, quando lui pianta un chiodo puoi essere certo che quel chiodo terrà e di questo tra poco ne sarò contento.

Luca resta in basso, non c’è spazio per tre li su, io salgo. Mi muovo elegantemente anche se ho due zaini sulle spalle, poi traverso a sinistra e arrivo in sosta. Quando passo su quel traverso a sinistra capisco che mi darà dei problemi, è fuori dalla verticale della via e se dovessi cadere rischierei di sbattere contro la parete aperta del diedro a sinistra. Non mi piace per niente ma è così. Cristiano mi passa i suoi capi della corda ed io gli passo il mio. Il sogno di una via da secondo è terminato, comincio a scalare. Ritorno su quel traverso spostandomi verso destra di qualche metro. Guardo la sosta per valutare se sono più alto, ma non è così e sono ancora basso. Fin qui anche se dovessi scivolare non sarei un grosso peso sulla sosta. Più salgo e più il rischio di volare direttamente in sosta con un fattore di caduta 2: è alto e questo potrebbe comprometterne la tenuta. Il problema è che proprio non si riesce a mettere un’altra protezione. Con dei movimenti delicati cerco di posizionare il mono-punta dentro una fessurina appena accennata, mi giro dall’altro lato e guardo la sosta. A quel punto vedo che sono più alto e che è obbligatorio mettere una protezione. È tutto così aleatorio, le fessure sono chiuse e non c’è spazio per una buona protezione, devo per forza continuare ad alzarmi oppure rinunciare al tiro. Mi alzo, il calcare è liscio, lo pulisco dalla neve ed è più liscio di prima. Prendo coraggio e chiudo sul braccio sinistro per far arrivare la piccozza. Aggancio più in alto su una zolla d’erba che esce dalla neve. Tiene ma sento che basta appena per l’equilibrio. I ramponi grattano in aderenza, ma riesco a trovare una posizione di equilibrio per fissare un chiodo.

Aprire una via nuova, facile o difficile che sia ha sempre a che fare con l’ignoto, non è solo una questione di difficoltà tecniche, ma ha a che fare con quella lotta interiore tra la pressione psicologica che l’ignoto esercita e la tua abilità di sostenerla e mantenerti lucido. Quando perdi quella lucidità perdi anche la capacità di valutare come muoverti. Deglutisco e prendo coraggio e salgo ancora con dei movimenti in laterale caricando il peso sull’unica punta anteriore del rampone. A quel punto però qualcosa cede e la sensazione di vuoto si impadronisce di me. Sento la corda premere sui fianchi attraverso l’imbrago e poi mentre comincio a rallentare un ‘clank’ violento mi raggiunge. Invece di rallentare accelero nuovamente. Il chiodo schizza via, inizio a pendolare verso sinistra e poi l’urto violento contro la parete del diedro. La prima cosa che guardo è se il chiodo della sosta su cui sono atterrato ha tenuto. Che idiozia, se non avesse tenuto ora io e Cristiano saremmo alla base della parete e forse avremmo continuato verso valle con Luca, tutti e tre aggrovigliati nelle corde. Cristiano è bianco in viso e mi dice di aver sbattuto contro la parete. Sento la responsabilità di quel volo sulle spalle. Mi duole la natica sinistra, ma per il resto non mi sono fatto male.

Mi rimetto in piedi e senza pensarci troppo sopra rassicuro i miei compagni e mi rimetto a scalare. Traverso nuovamente a destra e mi ritrovo di nuovo all’altezza di dove il chiodo è volato via. Stavolta pianto un chiodo più ‘robusto’. Mi alzo, mi giro, faccio aderire di nuovo le punte dei ramponi sulla placca di calcare e mi alzo fino a posare un piede su una piccola sporgenza. Sono costretto però dalle piccozze ad una posizione innaturale. Faccio uno sforzo, mi giro trazionando sulle due piccozze poi chiudo e allungo oltre lo strapiombo la picca destra. La neve è soffice ed un pugno allo stomaco mi ferma la respirazione. Riesco a trattenere il volo ed a girarmi quel tanto per mettere un friend al contrario sotto il tettino. Poi alzo l’altra picca e mi dico “ora sei fuori edddaaaiii…”.  Ho le gambe che spingono verso la parete mentre le braccia che escono fuori dal piombo della via ma riesco a mantenermi in equilibrio. Mi basta pulire dalla neve e scavare fino a trovare il ghiaccio per superare quest’ultimo pezzo. Chiudo con entrambe le braccia, poi faccio per allentare una picca per tirarla fuori ed allungarmi. La punta del rampone appena poggiata in una fessura cieca scivola. La piccozza destra si trova a dover sopportare maggior peso e lascia un solco nella neve come fa la scia di un aereo di linea in cielo. Sono diversi metri sopra la sosta e spostato tutto a destra.

Il copione è lo stesso di prima, ma stavolta il volo è più lungo ed ho tempo di pensare. Cristiano sta scattando delle foto, io per abbellire lo scatto ho deciso di volare…fiuuuuu…’steng’…il friend salta via. Ho tempo di pensare al chiodo ed al rumore sordo che ha fatto quando l’ho martellato per piantarlo. Lo strattone della corda arriva violento, ma stavolta il chiodo tiene. Cristiano sbatte con il ginocchio contro la parete spinto dal mio volo. Luca in basso trattiene la tensione e probabilmente si chiede in che posto sia finito. In fondo non sapeva nulla della via, sapeva che valeva la pena mettersi in viaggio e con il solito ottimismo ci segue. Stavolta però mi tremano le mani. L’urto sulla parete mi fa perdere sensibilità al pollice mentre le mani sono quasi completamente ghiacciate. Decidiamo di scendere. Arrivati alla base del salto, Cristiano insiste per aggirare la difficoltà. Passiamo sopra il tiro e proseguiamo verso l’alto. Dopo alcune ore ed alcuni tiri di raccordo ed altri tiri per superare la parte finale con neve soffice e per niente trasformata arriviamo in cresta e poi in vetta. Il sole finalmente ci accoglie. In vetta ci abbracciamo e ripenso al fatto che senza quel tiro forzato la via è ancora più bella e logica e con difficoltà continue. Quel tiro sarebbe stato come un cazzotto in un occhio lungo una linea elegante.

A volte a causa delle difficoltà non elevate che si incontrano si può pensare che una linea non valga la pena scalarla, ed invece non è assolutamente così. L’impegno globale, la bellezza dei luoghi, il fatto stesso di essere in un luogo selvaggio lontano dalle comodità quotidiane ti aiutano e riflettere ed a scoprire cose nuove dentro di te e fuori. La coscienza delle cose e della vita si allarga, questa è una delle magie dell’esplorazione e dell’alpinismo.

Meraviglia: il rientro attraverso la piana di Campo Imperatore mentre i colori della sera illuminano di rosso tutto ciò che ci circonda… emozioni difficili da raccontare.

Grazie a Cristiano per avermi coinvolto ancora una volta in apertura di questa linea che inseguiva da tempo e per aver condiviso momenti, paure e gioie. Complimenti a Luca che pur non avendo una lunga esperienza di questo tipo di salite ha dimostrato che quando uno è tranquillo dentro alla fine alle cose ci sta di fronte e con calma le affronta fino alla fine. Grazie a Fabrizio che con santa pazienza ci è venuto a riprendere a fonte Vetica e ci ha riportato alla macchina.

Buona esplorazione.

Monte Camicia q. 2357  (Sperone Pisciarellone)

Iurisci, D. Nardi, L. Mussapi 17 03 2017

Dislivello 1150, sviluppo 1500

Difficoltà: 45/55°, tratti a 65/70° e misto fino all’M2/3 (D+ grado francese)

Relazione di Cristiano Iurisci

Risalire il sentiero per il fondo della salsa fino al monumento a Pergiorgio De Paolis (ex, poiché semidistrutto da una valanga dell’inverno 2015), posto a quota 1060 ca. Qui piegare a destra a prendere il parallelo canale valanghivo proveniente dal settore destro della grande parete Nord del Camicia (settore Pisciarellone). Risalire l’evidente canalone per circa 150m fin quo poco ripido; giunti ad uno slargo esso  piega a sinistra e diventa più stretto e ripido. Salirlo per 250m (40°, 55° max) fino ad una specie di bivio, prendere il canale a destra (che si insinua tra il bosco di destra), dritti è più ampio e logico ma non sarà poi facile rimontare a destra. In circa 100m (50°) si giunge in una specie di selletta (1500m circa) con davanti un’enorme vallone che precipita anch’esso (canalone parallelo) verso il monumento P. De Paolis. Non scendere verso di questo, ma attaccare direttamente la parete sovrastante a seguire un percorso leggermente diagonale a destra. Con un tiro (55/70°, passi di misto) si esce su breve pendio nevoso, quindi si piega ancora a destra a evitare una breve fascia rocciosa quindi dritti (60°, breve tratto a 75°) fino ad uscire su pendio nevoso più facile oltre il quale si apre un profondo colatoio (si intuisce). Piegare a sinistra per via logica per ancora 50m (max 65°) uscendo poi su largo pendio nevoso facile (45°) sul bordo sinistro del profondo colatoio. In alto si può finalmente osservare la parete del Pisciarellone. Proseguire per il pendio nevoso facile fino ad osservare la testata del colatoio, una breve discesa permette di giungervi dentro. Vi sono ora varie possibilità di salita, la più facile è la prima a sinistra, poco dopo esser scesi per circa 15m di dislivello, prendere l’evidente rampa diagonale a destra che, con un tiro di corda (max 70°) permette di accedere ai pendii tra il colatoio e la base della parete. Per via logica si piega un po’ in obliqui a destra, in direzione dell’apice del pendio di neve che più in alto si spinge alla base delle rocce del Pisciarellone (150m 45/55°, passi a 70°). Giunti poco sotto le rocce (q. 2030 ca) si attacca la parete su neve e misto (max 75° e M2/2+) prima dritto poi in diagonale a destra passando sotto piccola fascia strapiombante, Poi oltre si sale dritti e poi a sinistra (50m) a sostare su ch. roccia. Usciti su pendio nevoso lo so segue verso detra (55°) per 50m. Quindi ancora a destra per pochi metri fino a rendere una rampa su misto e ghiaccio che permette di salire verso sinistra (50m). Su nevaio a 55° si giunge sotto una fascia roccioso, piegare a destra fin quasi allo spigolo della montagna. Ora si torna a sinistra per via logica e brevi tratti a 65° fino a sbucare su pendio più facile (40m) e che permette di affacciarsi verso un canalone. Si sale in diagonale a destra (55m 50° max) fino alla base di un camintetto. Non salirlo (noi l’abbiamo fatto ma su neve pessima e misto non banale) ma aggirarlo a sinistra fino a trovare un accesso facile (80m 60° max) che termina praticamente in vetta.

Fonte: http://montagna.tv/cms/105728/la-magia-dellalpinismo-nuova-via-per-la-cordata-iurisci-nardi-e-mussapi-sul-monte-camicia/


Nardi, Iurisci e Mussappi: nuova difficile via sulle Murelle, nel massiccio della Majella

Cristiano Iurisci, Daniele Nardi, Luca Mussapi hanno aperto una nuova via sulle Murelle, nel massiccio della Majella. Una salita resa difficile non solo dalla difficoltà della salita, ma anche dalle condizioni del ghiaccio e della neve, intaccate dal vento caldo dei giorni precedenti che ha squagliato la maggior parte delle colate ghiacciate normalmente sulla parete nord, con la conseguente problematicità relativa alla protezione della scalata.

Una salita che ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, come si possa fare dell’ottimo alpinismo anche in Appennino.

Le Murelle è tra le principali vette del massiccio della Majella in Abruzzo. La sua parete Nord è considerata tra le più imponenti dell’Appennino centrale insieme al Paretone del Corno Grande, alla Nord del Monte Camicia, entrambe al Gran Sasso. L’altezza della Nord delle Murelle, intesa dalla base alla vetta, si aggira sui 1000m, ma solo i primi 600m sono verticali e di aspetto quasi inespugnabile, il resto, cioè la parte alta, sono solo pinnacoli e ripide pietraie detritiche.

Al momento attuale vi sono solo tre vie aperte e tracciate: la G. Di Federico (solitaria dello stesso, 1979), Oltre il sogno (C. Iurisci e Co., 2006)  ed il Gran diedro (D. Nardi e Co. 2017). Nonostante la sua severa bellezza solo pochi alpinisti ne hanno tentato la salita almeno fino a 15 anni fa, quando G. Ferretti e C. Iurisci (2001-2002), tentano la 1° ripetizione dell’unica via presente fino ad allora. Lo stesso Ferretti in solitaria effettua e un paio di tentativi di quella che poi diverrà la via del Gran Diedro. Finalmente la parete esce fuori dall’oblio durato quasi 25 anni riacquistando la sua giusta valenza alpinistica. Da allora più alpinisti (ma sempre pochi) si sono confrontati con essa, sia d’estate che d’inverno, ma causa l’avvicinamento lungo e complesso, il grosso pericolo di valanghe in inverno e il fatto che la parete rimane nascosta alla vista da lontano, la parete non ha ancora il ‘giusto’ successo e la fama che meriterebbe.

L’apertura di una nuova via alle Murelle è resa difficile non solo per l’isolamento che ne rende complicato sia l’accesso che la fuga, ma anche per gli aspetti legati alla tecnicità e alla proteggibilità della scalata. Infatti il particolare calcare di cui è composto la parete, unisce quasi sempre elevate difficoltà tecniche a scarsa possibilità di protezioni sia mobili (friend e dadi) che fisse (chiodi).

Il Gran diedro, è stato aperto in due giorni da Cristiano Iurisci, Daniele Nardi, Luca Mussapi, con bivacco in parete e in circa 12 ore di scalata effettiva oltre a 5h di avvicinamento, superando difficoltà su misto fino all’M5+ e su ghiaccio fino al grado 3. La sua linea è logica e percorre un lungo ed evidente canalone-colatoio che solca il lato destro orografico della parete.
Assieme alla via Oltre il sogno è una delle poche vie ‘logiche’ della parete, ovvero che sfruttano i punti dei debolezza della parete, altre linee a altre possibilità sono affrontabili solo da cordate ben preparate.
Relazione di scalata:
Gran Diedro – Parete NW Murelle
Daniele Nardi, Cristiano Iurisci, Luca Mussavi; 26-27 febbraio 2017 700m, ED+; 50/70°, passi 80°, M4+/3+ (AI) L’itinerario è magnifico ma impegnativo, se non estremamente impegnativo e si svolge in ambiente sempre severo e grandioso, con un lungo accesso e complesso rientro. Inoltre parte dell’avvicinamento e della via è soggetta a imponenti valanghe. La sua percorribilità è accessibilità è dunque legata imprescindibilmente alla qualità del manto nevoso (più o meno trasformato e/o portante fondamentale per l’avvicinamento) ma anche e soprattutto alla sua stabilità che in genere si verifica solo dopo lunghi periodi di bel tempo e/o (meglio) dopo venti di caduta (garbino) che innescano valanghe spontanee. L’itinerario risale l’evidente ed enorme Diedro-Canalone immediatamente a sinistra e  a valle della base della parete Nord delle Murelle.  La quota di attacco è 1620m. PS: La sua scalata è possibile solo in annate abbastanza nevose quando neve diretta e slavine riempiano e accorcino i numerosi salti verticale e/o strapiombanti che si susseguono lungo l’itinerario nella sua veste estiva. Consigliabile nella seconda metà dell’inverno, metà febbraio-metà marzo. Accesso: Dalla località Balzalo, 669 m, Pennapiedimonte (CH) si prende la lunga sterrata che conduce all’area pic-nic di Linaro, 920 m, 1h circa. Poco oltre si abbandona la sterrata e si attraversa il fiume (segnale con freccia rossa, sentiero 4A) per risalire su versante opposto per circa 150 m di dislivello dove, ad un tornante con bivio, si devia a sx (indicazione sentiero 4A1). Si prosegue ora quasi in piano e in traverso fino a ‘girare l’angolo’ e voltare a sud. Ora leggermente a saliscendi (si supera grotta con stazzo), con scorci man mano più ampi sulla profonda Valle Selvaromana e Valle Inferno come dell’himalayano versante NE delle Murelle, dopo circa 1h il traverso (q. 1140) termina e si scende rapidamente e ripidamente nella Valle di Selvaromana (tratto con corda fissa al termine se non sommerso dalla neve). Si arrva al fiume a quota 980m circa. Si risale con modeste difficoltà il canyon (ruscello, sassi levigati, tronchi, vecchi cumuli di valanga o su neve, dipenda dalle condizioni) su tracce di sentiero non sempre visibili ora a sx ora sulla dx del fondo del vallone fino a che massi più grossi e salti di cascata obbligano a piegare a dx per risalire decisamente il versante destro (salendo) della valle. Poco oltre si individua (non molto visibile) il punto in cui la valle biforca;  a sinistra valle Inferno, a destra (semplicemente si segue la valle) si prosegue nella Valle di Selvaromana, fin qui 3h, quota 1100m. Sempre su fondo valle si giunge ad un boschetto con fontana (1120m, possibilità bivacco). Ancora su fondovalle superando resti di valanghe si giunge al bivio tra la Vallevona (a sx) che porta sotto la parete nord delle Murelle e Selvaromana. 4h totali. Si risale Vallevona per circa 450m di dislivello su neve spesso svalangata (30/35°) fino all’evidente attacco a sinistra, poche decine di metri prima della base della parete vera e propria; 5h totali circa. Relazione: Risalire l’enorme cono di valanghe (50m 45°) alla base fino al primo crepaccio che, con meno neve, si presenta come un muro di roccia verticale e lisciato dall’acqua e difficilmente scalabile. Proseguire nel canale portandosi in prossimità del secondo risalto di misto (50m, 50/55°, sosta 2ch. tolti). L1 risalire per 20m il canale che diviene man mano più ripido (20m da 55° a 70°) quindi ancora su neve pressa (75°) e misto facile fino alla base del camino aggettante. Su misto e piccole bave di ghiaccio (se presenti) superare i circa 8m di camino (M4+, 2ch tolti, 1 micro friend). Si esce su misto e neve pressa (5m, M3 e 80°) fino ad un pendio nevoso a 55° a sostare su roccia ove possibile (2ch tolti). 50m in tutto. L2 Salire in canale nevoso che si impenna (80°) fino alla base del camino/cunicolo che si supera su misto (5m M5-, 1ch. tolto), quindi si esce su breve canale nevoso 60°; poi ancora su misto (5m M4-, 1ch. tolto)fino ad uscire su canale nevoso 50° sostando su roccia (2ch. tolti ove possibile, 45m in tutto). L3: salire il breve salto su neve (10m 65°) fino ad un ripiano (45°), ancora per canale facile si supera un secondo muretto a 70° oltre il quale il canale si allarga. In alto si osserva il successivo salto di misto e ghiaccio. Proseguire in direzione di esso (50°) fino quasi a fine corda sostando a sx su 2ch. roccia tolti. (qui effettuato bivacco su ‘culle’ di neve scavate  nella stessa neve del canale) L4: salire il canale che conduce al salto di roccia (15m 60, 70, 80°), quindi superare lo strapiombo su roccia (5m M5-, 1ch. tolto) caratterizzato da una liscia placca sulla destra. Su misto (M3) e ghiaccio/neve 75° ancora per 10m fino ad uscire su canale più aperto e facile (60°) sostando sulla destra su ch. (tolti), 50m in tutto. L5 In breve ci si dirige verso l’ennesimo salto di misto rimontando una erta rampa nevosa (75°) fino un strapiombo/grotta che si supera (friend) a destra uscendo su misto erba gelata e roccette (75°), ancora per queste brevi saltini si prosegue su canale facile (50°) fino a sostare su roccia dopo 55m di corda (sosta 2ch. tolti). L6 proseguire su neve max a 55° per 60m a sostare appena a destra di una profonda fenditura ascendente da sinistra a destra (2ch. sulla placca di destra tolti) L7 si entra nell’enorme camino/imbuto caratterizzato da una placca lisca sulla destra. Su neve a ghiaccio si sale per 15m (da 70°  a 80°, 2ch roccia tolti) quindi ancora per pochi metri (ma intensi), si sale sfruttando il più possibile bave di ghiaccio sulla placca di roccia levigata (5m M5/M5+) fino a giungere al tratto più stretto del camino (1micro friend, 1 friend medio, 2ch. roccia lasciati). Si abbandona ora il camino dirigendosi a destra puntando a piccole ma più consistenti placche di ghiaccio, 4m 90° M4. Ora dritto su ghiaccio via via migliore (20m in tutto), 85° poi 75 e infine nuovamente 80° ad  uscire su canale nevoso sostando su roccione (55m in tutto). L8 non salire il canale sovrastante ma prendere a traversare in obliquo a sinistra (15m 45°), quindi salire il canale che si apre (max 60°) andando a sostare su roccia (60m in tutto, 2ch. tolti) a sx. L9 ancora per canale 55m 50/55° L10 ancora per canale (55°) fino a giungere alla base di una strozzatura evidente dove il canale termina sostando su roccia a dx. L11 attaccare qualche metro a sinistra di una profonda fenditura, quindi supera la paretina fino ad un ripiano più facile (10m M4-, 1dado, 1 friend, 1ch tolto). Ancora su misto su superano alcuni risalti di cui l’ultimo, verticale (5m M4, 1ch, 1 dado), permette di affacciarsi sul canale nevoso proveniente a destra. Si scende nel canale, lo si risale (60°) fino a passare sotto piccolo arco di roccia (M3) sostando appena a monte (2ch. tolti) L12 seguire il breve canale (60°), superare un risalto (misto) ancora su neve fino ad una strozzatura dalla quale si esce a sinistra su ghiaccio e misto (M3+) giungendo su cuspide rocciosa che rappresenta il termine del Gran Diedro, ora si segue la crestina che sale a destra in direzioni di pini mughi sostando su di essi (30m). quota 2100m circa. Discesa: Salire il pendio sopra i mughi che poi diventa larga cresta (30°) puntando in direzione di tre grossi roccioni affiancati  a quota 2250m, 30min. Ora abbandonare  il crestone e salire in diagonale a sinistra puntando allo spigolo sinistro della cresta sommitale uscendo a quota 2400m circa (1h30’ da fine via). Ci si affaccia su val Forcone e la parete N del monte Acquaviva. Si scende la cresta E delle Murelle fino alla località Carozza (2160m, 2h da fine via). Ora si scende in direzione N per circa 70m di dislivello a puntare a delle grotte situate a q. 2060m). Si oltrepassano queste , quindi, sempre in traverso , si prosegue per altri 20min fino a sbucare su larghissimo pendio che scema nel pianoro ospitante il rif. Martellese (2035m, rifugio forestale sempre aperto munito di 5 posto letto e camino), 2h45’ totali. Si scende ad est verso il profondo Fosso la Valle. Con percorso obbligato si giunge in circa 2h a quota 775 dove giunge una ripida strada in cemento con piccola area pic-nic in località confini (comune di Palombaro). Su macchina si ritorna a Pennapiedimonte (25min). Fonte: http://montagna.tv/cms/105160/nardi-iurisci-e-mussappi-nuova-difficile-via-sulle-murelle-nel-massiccio-della-majella/

Determinazione e pazienza in attesa del bel tempo: 5 giorni sulla via Kinshofer. (ENGLISH VERSION)

983857_804769212918394_971255462560903921_nBuongiorno, per raccontarvi e mostrarvi la salita dei giorni scorsi alla via Kinshofer mi sono preso qualche giorno. Non è stato facile per me abbandonare il sogno dello sperone Mummery che inseguo da tre anni. Roberto non ce l’ha fatta a riprendersi dall’infiammazione al ginocchio e alla schiena. Da pochi giorni lui e Federico hanno lasciato il campo base. Ho scelto di unirmi alla spedizione di Alex e degli amici Iraniani. L’invito mi è arrivato proprio da Alex e da Ali Sadpara con entusiasmo degli Iraniani. Da li nell’arco di due giorni mi sono ritrovato a salire la via Kinshofer fino al Campo3 a 6700m. Una bellissima salita, emozione durata 5 giorni. Dal campo 2 per fissare le corde verso il campo 3 ci sono voluti due giorni, abbiamo passato due notti a campo 2. Qui di seguito vi posto un estratto del racconto che sto scrivendo per un nuovo libro. Ve ne lascio solo una parte affinché ad aprile, alla pubblicazione, ne possiate assaporare l’intero capitolo, sperando, che abbia un lieto fine con questa spedizione. Per ora aspettiamo tutti il bel tempo. Un’attesa lunga qui al campo base, ma in piena amicizia e compagnia. Inshallah qualcuno direbbe, lo dico anche io. Oggi voglio ringraziare Salewa per cui faccio parte dell’AlpinExtrem Team per tutto il supporto datomi in questa spedizione, Marianna D’Aquino e Dario Ricci che stanno curando per la casa editrice BUR la nuova edizione di “In vetta al mondo”, un grazie particolare anche a Mascitti e DIA che curano il mio sito web www.danielenardi.org. 11021263_804768292918486_8309281139472226122_nCAP. Rientro dallo sperone Mummery, sabato 7 febbraio 2015, campo base, 4200 metri s.l.m. Deluso, amareggiato, in lotta con un confuso e frustrante senso di sconfitta ma soprattutto più consapevole dei miei limiti e dei limiti dei miei ex compagni di cordata. Così mi sentivo, quando ho dovuto rinunciare allo sperone Mummery. Per evitare qualsiasi tipo di ripensamento mi sono caricato sulle spalle tutto il materiale che componeva il campo 3, piazzato sotto lo sperone – o almeno quello che ne era rimasto dopo la valanga – e me ne sono sceso a valle, al campo base. Era il 6 di febbraio, mi trovavo sulle pendici del Nanga Parbat ormai da trentatré lunghi giorni: trentatré giorni trascorsi a temperature costantemente proibitive, e in condizioni emotive non sempre facili da gestire. La pressione che avevo dovuto sopportare fin lì aveva aperto una fenditura anche nella mia determinazione. Penso che in pochi abbiano sperimentato sulla propria pelle la pressione che l’ignoto riesce a esercitare sulla psiche umana: è una sorta di attrazione magnetica, e al tempo stesso è una forza opprimente, così intensa che potrebbe scoperchiare il tetto di un sommergibile. Tante, innumerevoli sono le domande che ti si affollano in testa e a cui non trovi risposta mentre sali verso l’ignoto, alcune tecniche, altre meno: dove posiziono la tenda? che difficoltà troverò lì sopra? porto più viti da ghiaccio o da roccia? sarò in grado di accorgermi quando cominciare a proteggermi in autoassicurazione? quanta benzina ho in corpo? ce la posso fare? quanto devo essere veloce per superare quel tratto pericoloso? quanto pesa lo zaino? se mi succede qualcosa sarò abbastanza forte da reagire da solo? L’ignoto si affronta più facilmente in due. In solitaria devi trovare risposte da te, alle tue domande, e non puoi condividere il peso con nessuno: non solo quello dello zaino! Sai di poterlo fare, ma non sai se reggerai a tutta quella pressione. … 10993422_804768266251822_7093263398836256633_nMentre me ne stavo nella mia tenda Colle Sud al calduccio della stufa a gas, immerso in troppi pensieri, Ali e Alex si sono affacciati per darmi il bentornato. Alex Txikon è un alpinista basco. Quest’inverno sarebbe dovuto partire in spedizione sul K2 insieme a Denis Urubko e Adam Bielecki, ma all’ultimo momento il viaggio è saltato a causa dei permessi negati dal governo cinese. Alex non si è dato per vinto e ha deciso di provare l’invernale del Nanga Parbat con due compagni di cordata pakistani: Muhammad Ali ‘Sadpara’ e Muhammad Kan. Una volta arrivati al campo base, i tre si sono uniti alla spedizione iraniana composta da Reza Bahadorani, Iraj Maani e Mahmoud Hashemi, alla loro prima esperienza sul Nanga Parbat. Quando Alex comincia a parlare capisco che sono stati in pensiero per me, durante il mio ultimo tentativo sullo sperone. Una grossa valanga creata dal distacco dei seracchi alla sinistra dello sperone Mummery ha quasi divelto il mio campo 3 mentre io stavo scalando; in realtà io ero partito da pochi minuti ma in montagna le notizie non sempre viaggiano in fretta. Quando hanno capito che ero sopravvissuto, hanno atteso la mia discesa per chiedermi di unirmi al loro gruppo: vogliono tentare la vetta per la via “normale”, la Kinshofer.1604651_804768369585145_3494523985065740104_n … La mia spedizione invernale al Nanga Parbat ha preso una direzione imprevista e dentro di me si mescolano tante emozioni diverse. Da una parte l’invito di Alex e compagni mi ha colto alla sprovvista, dall’altra sono ben consapevole di potercela fare: conosco bene la via, l’ho già percorsa nell’estate del 2008 con il mitico Mario Panzeri. Alex, Ali ed i ragazzi Iraniani sono molto forti e li trovo veramente simpatici. L’indomani cerco di riposare e preparo lo zaino. Neanche quarantotto ore dopo la discesa rocambolesca dallo sperone, mi ritrovo a risalire per il campo 1 e poi per la via Kinshofer.         English Version Good morning, I took a few days to tell you and show you the climb in recent days to the Kinshofer route. It wasn’t easy for me to give up the dream of the spur that Mummery chasing for three years. Roberto doesn’t have it done to recover from inflammation to the knee and back. A few days ago he and Federico left to the base camp. I chose to join the expedition of Alex and Iranians friends. The invitation I came right from Alex and Ali Sadpara enthusiastically Iranians. From there over two days, I found myself climbing the Kinshofer route to Campo 3 to 6700m. A beautiful rose, emotion lasted 5 days. From Camp 2 to secure the ropes to the Camp 3 it took two days, we spent two nights in Camp 2. Below you place an extract of the story that I am writing for a new book. There leave only part that in April, the publication, it may taste the whole chapter, hoping, that it has a happy ending with this expedition. For now all expect good weather. A long wait here at base camp, but in full friendship and companionship. Inshallah someone would say, I say it myself. Today I want to thank Salewa to which I belong AlpinExtrem Team for all the support given to me in this expedition, Marianna D’Aquino and Dario Ricci who are caring for the publisher BUR the new edition of “In vetta al mondo”, a special thanks also Mascitti and DIA who treat my websitewww.danielenardi.org. Chapter: Return from the spur Mummery, Saturday, February 7, 2015, the base camp, 4200 meters above sea level. Disappointed, bitter, struggling with a confusing and frustrating sense of defeat, but above all more aware of my limitations and the limitations of my former climbing companions. So I felt, when I had to give the spur Mummery. To avoid any kind of afterthought I shouldered all the material that composed the camp 3, placed under the spur – or at least what was left of it after the avalanche – and I have come down to the valley, at the base camp. It was February 6, I was on the slopes of Nanga Parbat now thirty-three long days: thirty-three days in temperatures constantly prohibitive, and emotional conditions are not always easy to manage. The pressure that I had to endure until then had opened a crack in my own determination. I think that few have experienced the hard way the pressure that the unknown can have on the human psyche: it is a kind of magnetic attraction, and at the same time is an overwhelming force, so intense that it could open the roof of a submarine. Many, many are the questions that will flock to the head and which are not answered as you step into the unknown, some technical, some not: where I place the tent? I find that difficult over there? port more ice screws or rock? I will be able to realize when you begin to protect myself in self-insurance? how much gas in my body? I can do it? As I have to be fast to overcome the dangerous stretch? weight in the backpack? if anything happens to me I’ll be strong enough to react alone? The unknown is faced more easily in two. Solo you have to find answers to you, to your questions, and you can not share the burden with anyone: not only that backpack! You know you can do it, but you don’t know if is it ok to all that pressure. … As I was in my tent in the warmth of the South Col gas stove, surrounded by too many thoughts, Ali and Alex have appeared to welcome me. Alex Txikon is a Basque mountaineer. This winter should have started in K2 expedition together with Denis Urubko and Adam Bielecki, but at the last minute travel is skipped because of permits denied by the Chinese government. Alex did not give up and decided to try the winter Nanga Parbat with two climbing companions Pakistan: Muhammad Ali ‘Sadpara’ and Muhammad Khan. Once at the base camp, the three have joined the expedition composed of Iranian Reza Bahadorani, Iraj Maani and Mahmoud Hashemi, their first experience on Nanga Parbat. When Alex begins to speak I understand that they were worried about me, during my last attempt on the spur. A large avalanche created by the posting of seracs to the left of the spur Mummery has almost ripped my field 3 while I was climbing; actually I was party to a few minutes in the mountains but the news is not always travels fast. When they realized that I had survived, they waited my descent to ask me to join their group: they want groped the summit for the “normal”, the Kinshofer. … My winter expedition to Nanga Parbat took an unexpected direction and within me mingle so many different emotions. On the one hand the invitation of Alex and his companions caught me off guard, the other I am well aware I can do: I know the way, I’ve traveled in the summer of 2008 with the legendary Mario Panzeri. Alex, Ali and young Iranians are very strong and I find them really funny. The next day I try to rest and prepare the backpack. Not even forty-eight hours after the daring descent from the spur, I find myself back up the field first and then for the Kinshofer route. Daniele Nardi


SPERONE MUMMERY: GLI AVANZAMENTI (ENGLISH VERSION)

DSCF3381 linea + colorBuongiorno! Come prima cosa questa mattina, voglio ringraziare tutte le persone che mi hanno scritto messaggi privati e pubblici di incoraggiamento! Grazie veramente di cuore, lo apprezzo molto. Voglio anche rispondere con queste foto a chi mi ha chiesto di poter visualizzare i progressi sullo sperone. Capisco bene che il video, Dispatch #2 sul mio canale youtube, sia emozionante ma non faccia capire esattamentei passi avanti compiuti in questi giorni. Tali risultati spiegano il perché in questo momento devo avere pazienza ed attendere la giusta finestra di bel tempo per proseguire sullo sperone. Avendo raggiunto la parte tecnicamente più impegnativa ho bisogno del bel tempo per scalare a quelle quote e con questo freddo. Pubblico queste tre foto per facilitare la visualizzazione dei progressi segnandoli con linee e note.

 

IMG_9999 linea e colorLa foto chiamata “X”, è una vecchia foto del 2013, la riutilizzo per segnare gli avanziamenti di quest’anno, purtroppo non rispetta la prospettiva corretta dello sperone, è stata scattata con una lente fotografica grandangolare che non rende bene la verticalità dello sperone. Tuttavia è l’unica a mia disposizione in questo momento. Spero di aver fatto cosa gradita a tutti gli amici che me lo hanno richiesto. Voglio ringraziare  Gastaldi di Sagrintenen, la famiglia Simeone del porto Flavio Gioia di Gaeta e l’amico Eduardo Accetta, per l’amicizia ed il sostegno volontario a questo sogno. Buona Domenica!

 

 

 

IMG_2573 linea e color ENGLISH VERSION Good Morning! First thing this morning, I want to thank all the people who have written me private messages and public encouragement! Thank you very warmly, I appreciate it. I also want to meet with these photos to those who asked me to be able to view the progress on the spur. I understand that the video, Dispatch # 2, https://www.youtube.com/watch?v=O2aA2SHDVgA, on my youtube channel, is exciting but does understand exactly progress. These advances explain why at this time I have to be patient and wait for the right window of good weather to continue on the spur. Having reached the technically more demanding need of good weather to climb to that altitude and with this cold. Public these three photos for easy viewing of progress marking them with lines and notes. The photo called “X”, is an old photo of 2013, the re-use to mark the progress of this year, unfortunately, does not respect the proper perspective of the spur, was taken with a wide angle lens camera that does not perform well the verticality of the spur . However, it is the only available to me at this time. I hope I have done something pleasing to all the friends that I have requested. I want to thank Gastaldi of Sagrintenen, family Simeone of Flavio Gioia port of Gaeta and my friend Eduardo Accetta, for the friendship and support volunteer to this dream. Good Sunday!


LETTERA DI DANIELE: CALOROSO CIAO TOMEK

Daniele Nardi - Nanga Parbat Winter 2013 - Avvicinamento al Campo Base 6 gennaio 2013Oggi 21 gennaio alle 6:00am Elisabeth Revol senza nessun preavviso è partita.
L’abbiamo scoperto al nostro risveglio (ore 8.00am).

Ieri mattina mi aveva comunicato il suo desiderio di restare per un eventuale ulteriore tentativo alla vetta, possibilità che sarebbe stata da me valutata dopo aver verificato la ripresa fisica di Elisabeth e aver chiarito ogni malinteso.

Ho messo a sua completa disposizione il nostro computer ed il collegamento ad internet per comunicare con i suoi familiari; dopo varie mail con il marito sembrava aver risolto le difficoltà sia sul lavoro che a casa e decide di rimanere .

Sempre questa mattina apprendiamo da Altaf (unico poliziotto rimasto) che ieri, nel tardo pomeriggio, dopo le 5pm circa, Elisabeth ha organizzato i bagagli per andare via la mattina successiva, cioè oggi (21 gennaio), portando con se uno dei cuochi che gli farà da portatore e da un poliziotto che l’accompagnerà.

La partenza di Elisabeth, non pianificata e né comunicata, ha causato notevoli difficoltà a Tomek che, impossibilitato a camminare velocemente dopo il brutto incidente ed avendo bisogno di assistenza per scendere fino all’ospedale di Gilgit, si ritrova senza due persone che erano state programmate per lui.

Tomek è costretto a scendere da solo alle 11.30 am, mezzo zoppo e con principi lievi di congelamento alle dita dei piedi. Nella sua simpatia prende alla buona il comportamento della compagna di cordata dicendo “Elisabeth è molto concentrata su se stessa” e sorride.

Nanga Parbat - TramontoQuesta mattina lo abbiamo medicato, gli abbiamo dato l’eparina ( medicinale che fluidifica il sangue e aiuta un recupero dei congelamenti ) per i principi di congelamento e poi lo abbiamo quasi costretto a scendere per andare in una zona a maggior pressione e ossigeno com’ è la bassa quota.

Tenterà di scendere da programma in tre giorni. Domani uno dei poliziotti, Altaf, lo raggiungerà a Gundagalì e lo accompagnerà fino a Bunar Das dove troverà una Jeep che lo porterà a Chilas. Nel frattempo dovrebbe risalire un poliziotto di scorta al Campo Base.

Tutti abbiamo salutato con grande affetto Tomek, abbiamo avuto e trovato il tempo per parlare e di capire tante cose. Elisabeth ha abbandonato il campo base senza salutare nessuno. Tutti qui al Campo Base sono rimasti senza parole per il suo comportamento poco gentile e cortese.


3 pareti Nord in 8 giorni.

Parete nord: Meije, point Fourastier dell’Ailefroide e point central dell’Ailefroide.
21-28 ottobre 2014 – Parc National Oisans-Ecrins

Daniele Nardi

Daniele Nardi

Foto via Grassi-Stratta
Foto via Pschitt

DAY 1-3: Via Z alla Meije.
Obiettivo: Rifugio Promontoire in giornata e poi, durante la notte, scalare la via a “Z” della parete Nord delle Meije! Wow! Compagna d’eccezione: Elisabeth Revol, guida e “Gardien du jarden d’Oisans”, mi prende per la mano e mi conduce lungo una meravigliosa via, la via “Z” alla Meije, per raggiungere la Brèche de Glacier Carré, da dove siamo scesi dopo la salita. Ottimo – mi dico – in previsione dell’inverno, con “La guardiana di questo bel giardino d’Oisans”. Colori, odori, sensazioni che si riattivano, saliamo veloci e sicuri sulle piccozze, superando le difficoltà non eccessive, ma divertenti, di una parete alta 800 metri e poi via, giù dalla sud, con una decina di calate in corda doppia.
Una bella scalata, bei programmi per il futuro e qualche bella foto.
Freedom per qualche giorno, in attesa del nuovo bel tempo

Daniele su via Z alla Meije

Daniele su via Z alla Meije

Inizia per gioco questa vacanza sugli Ecrins, poco al di là del passo del Monginevro, scendi a Briancon e poi decidi se andare verso la Berarde o verso Pre Madame Carl due punti di partenza per le ascensioni. Qualche giorno fa avevamo concluso la parete Nord delle Mejie partendo da La Berarde. Poi il gelo ed il vento ci hanno respinto durante un avvicinamento per un altra Nord, su le Bans e abbiamo scelto un paio di giorni di riposo. Faccio tappa da Massimo e Laura ad OULX dove trovo sempre calore e riposo, due amici fantastici con tre bellissimi e adorabili figli. Poi mi rimetto in auto e ridiscendo verso Briancon, stavolta prendo direzione Pre Madame Carl, quando volto a destra e comincio a risalire la valle sopra di me svettano il Pelvoux, Aliefroide e…la Barre des Ecrins, la più alta di tutte che dà il nome al parco nazionale degli Ecrins.

DAY 4-5: Giorni di riposo ad OULX, dopo un avvicinamento a le Bans decidiamo di rientrare, troppo vento e troppo freddo è arrivato “Attila” il freddo del Nord europa.

Vista sugli Ecrins dalla brechè dell'Ailefroide

Vista sugli Ecrins dalla brechè dell’Ailefroide

DAY 6- Ailefroide, Point Fourastier ( breccia a 3800m ) – Goulotte Pschitt., aperta da Marcotti – Perrier alias Pschitt l’11 novembre del 1977, 4 su ghiaccio, IV su misto, TD ( scopriremo che in queste condizioni di ghiaccio quel 4 di gradazione è parecchio stretta…lo pagheranno i miei avambracci).

Paul è alto 1m e 90, io ed Elisabeth un po meno, mi fa specie vederlo allungarsi sulle piccozze. Sveglia alle 3am, partenza alle 4am. L’unico dubbio è la crepaccia terminale che già una volta aveva respinto Elisabeth. Noi con un po di contorsioni riusciamo a passare a lato tra il ghiaccio e la parete verticale. Parte Paul tutto gasato e affronta tutta la prima parte della parete. Va spedito, mi dice che è un anno che scala e corre ma che non va in montagna…posso solo immaginare cosa combina quando va più spesso in montagna. La via corre veloce ma man mano che passano le ore ci accorgiamo che questa parete non è proprio piccola. Paul mi passa il comando della cordata quando comincia a sentirsi stanco. Dopo un tiro a 70 gradi su mi ritrovo un muro verticale di ghiaccio non proprio spesso che ci porta su un altro muro breve ma leggermente strapiombante. Parto titubante considerando che dovrebbe essere solo grado 4 su ghiaccio. Dopo alcuni metri le braccia sembrano esplodere. Continuo a tenere i manici delle picche conficcate in un ghiaccio bello solido, ma non proprio spesso quanto ci saremmo aspettati. Condizioni discrete ma certo non superbe. Provo a piantare delle viti da ghiaccio ma toccano la roccia sottostante. Mezza vite è meglio che nulla. Proseguo, salto su con una spaccata su una roccia dietro le mie spalle. Rilasso avambraccio sinistro e polpaccio destro in contrapposizione e poi salto su. Pochi metri piu sopra Elisabeth e Paul mi urlano nel loro francese, dimenticando che non parlo una parola di francese, che ho soli 5 metri di corda ancora. Non pensavo di aver tirato per 50m, il ghiaccio è sottile e sul verticale, appena sono al riparo piazzo due mezze viti su cui sosto e aspetto Paul e Elisabeth. Salgono, sento ansimare, Elisabeth ha qualche problema con le piccozze ma sale su spedita ugualmente. Parto nuovamente per altri 60 m stavolta piu facili mentre da giu sento urlare “make a belay” ( fai sosta ), ma non voglio perdere tempo e tiro piu che posso, la notte incalza. Elisabeth e Paul sono appesi in due sul vuoto su ancoraggi abbastanza precari e vogliono togliersi da quella posizione. Vado su veloce ed arriviamo alla breche du Glacier Noir sul calare della notte. In 8 ore e mezza abbiamo salito la goulotte, un bel tempo per essere in tre in cordata, guardiamo giu e buttiamo le corde doppie. Ora comincio a capire. Sono giorni che Elisabeth continua a ripetermi che sugli Ecrins quando sei in vetta devi conquistarti la valle, dopo circa 7 corde doppie siamo sul ghiacciaio in piena notte. Elisabeth qui è esperta ed in 4 ore di ghiacciaio, pareti da scalare in discesa, un pendio di neve da scendere nella notte riusciamo a raggiungere il rifugio invernale “Sele”. Mi rimangono nello zaino un panino ed un pezzo di salame ed una barretta energetica. Da qualche parte ho letto che una giornata di scalata alpina si possono arrivare a consumare circa 6 o 7.000 calorie, boh sarà vero? Sicuro questo panino con la barretta basteranno…

DAY 7 – 10 ore di sonno non me le toglie nessuno. Alle 11am comincia la discesa e arriviamo a Pre Madame Carl al rifugio Cezanne dove avevamo pernottato la sera prima. Ci stravacchiamo su un prato e via con il pranzo. Poi Bouldering sui massi e poi ancora a letto. Alle 4am c’è di nuovo la sveglia.

Daniele al rifugio invernale Sele

Daniele al rifugio invernale Sele

DAY 8 – Alilefroide Orientale ( breccia a 3550 m ) goulotte Giancarlo Grassi e Carlo Stratta, aperta il 4 marzo del 1982, anche questa 4 su ghiaccio e TD ( le quotazioni sono solo quotazioni e su ghiaccio vanno sempre prese con cautela … il ghiaccio è effimero! )

Non credo alle mie orecchie quando si pronuncia una seconda goulotte sulla parete Nord dell’Ailefroide. Io non dico no, le gambe sembra che tengano, sarebbe la terza Nord in una settimana. La sveglia è un ora piu tardi e pensavo di averci guadagnato qualcosa, il fatto è che per recuperare quell’ora abbiamo corso sulla morena di avvicinamento e poi sul ghiacciaio, fatto sta che arriviamo all’attacco della via alla stessa ora del giorno precedente recuperando quell’ora perduta nel sonno. Superiamo la crepaccia terminale come il giorno precedente. Poi traversiamo di piu sul ghiacciaio, verso sinistra fino ad incrociare lo spigolo da dove parte la via. E’ secco, senza ghiaccio. Stiamo per rinunciare e tornare a valle, fa un freddo becco, mi tremano le nocche delle mani. Faccio per aprire bocca, voglio tentare quando Paul alza la mano e dice “vo me”, io lo capisco cosi il francese, cioè va lui. Bon, contento tu vai pure. Superbo tiro di misto dove Paul se la cava alla grande, in realta ci mette un po ma considerando la precarietà del tiro ci sta tutta. Saliamo io ed Elisabeth il più velocemente che possiamo. Paul vuole proseguire e non gli nego questa soddisfazione. Stavolta ho messo tre strati sulle gambe recuperando tutto il vestiario che avevo in auto. Sto un po meglio ma le nocche delle mani continuano a tremare. Arriviamo ai tiri chiave su ghiaccio sottile incastonato in un camino di roccia con uscita a destra su terreno di neve soffice. Voglio andare ma Paul è frenetico oggi, vuole scalare da primo, si sente in forma. Sale, protegge il piu possibile e mentre lui sale continuo a capire l’incanto che generano gli Ecrins, Elisabeth più volte mi dice che qui non è come a Chamonix, non ci sono funivie per scendere e gli avvicinamenti sono sempre ostici, sentieri di discesa sulle morene quasi senza segnatura e soste prefissate sui tiri inesistenti. Ecrins uguale selvaggio. Ora capisco il fascino di questa parte delle alpi che conosco così poco. La ringrazio. Poi battendo i denti impreco contro Paul affinché si sbrighi a fissare quella benedetta sosta. Paul butta giu di tutto, neve, sassi, ghiaccio e poi infine urla “belay” ( ha fatto sosta ). Salgo piu veloce che posso per scaldarmi mentre godo dei movimenti infilato in quel camino di ghiaccio e roccia. Usciamo e pensiamo di aver finito. Paul è stanco, tira dritto e andiamo troppo su. Pensi di aver finito e ti mancano ancora 200m, questa è la regola, dipende da quanto è alta la tua soglia di sopportazione della sofferenza. Non sapevamo che si potesse uscire dalla via anche diretti e quindi attrezziamo una doppia per scendere fino ad un colle e traversiamo su un canale laterale a sinistra. Passo io davanti e su un ghiaccio piu duro del cemento salgo veloce verso la breccia a 3550m. Arriviamo un ora prima della notte. Ci caliamo e con tre corde doppie arriviamo sul ghiacciaio. Stavolta scendiamo al rifugio Sele molto piu velocemente, non è la stessa discesa di ieri. Arriviamo al rifugio e … solito panino, solita una barretta, e chissa se è vero che si consumano 6 o 7000 calorie…

Dopo la via a punta Fourestiers vista al tramonto

Dopo la via a punta Fourestiers vista al tramonto

Emozioni contrastanti per 9 giorni di freddo e 3 pareti Nord sugli Ecrins, ritrovo il sole del fondovalle quando li su in alto vedo il vento spirare forte. Il sole è ancora alto, il cielo limpido, il freddo pungente, il vento forte. Pensavo di essere stanco ed invece sono piu affamato di vie di prima, ma si torna a casa, è ora. Salgo in macchina con un po di magone allo stomaco, guardo in lontananza la Barre des Ecrins che tanto mi ha portato via, la goulotte Boivin, la Gabarrou-Marsigny… . Ho segnato alcune goulotte che voglio fare passando attraverso la storia di questa affascinante disciplina. Senza volerlo mi ritrovo a salire dove anni fa Giancarlo Grassi era salito per primo, cambiano mezzi, tempi, e tanto altro ma non la passione per la montagna, quella no, è identica generazione dopo generazione. La mattina dopo scendiamo con calma al rifugio Cezanne, Paul scappa nella notte verso casa. Io recupero due ragazzi che chiedevano un passaggio per risalire al rifugio. Eravamo insieme sulla stessa parete su vie diverse, li avevamo visti all’alba gia avanti sulla parete. Le loro luci avanzavano veloci mentre noi ci imbragavamo giu sul ghiacciaio. Uno di loro mi guarda strano mentre gli confesso che in tre giorni avevamo fatto due giri di “roulette” sulla Nord. Loro stanno tornando al rifugio Cezanne dopo 24 ore più due bivacchi per una parete Nord. Oggi devono risalire per recuperare la tenda. Vengono dall’Africa, sono in licenza fanno parte dell’esercito Francese. Mi ringraziano, li saluto, sento sulla pelle quella dolce sensazione di cameratismo tra alpinisti. Poche parole ma sensazioni e mete comuni. E’ piacevole scendere verso valle, comprare della frutta, mangiare una bella insalatona e godersi il sole di mezzogiorno. Arrivederci Ecrins.

Daniele all'uscita della via sulle Meije

Daniele all’uscita della via sulle Meije


(Italiano) Pawel e Michal, l’augurio di buona guarigione.

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(Italiano) Nanga Parbat Winter 2014 – Decisione definitiva si torna in Italia


Nanga Parbat