NAR-PHU VALLEY
Ponti di legno senza protezione nella valle di Nar Phu. Foto: Italo Zandonella Callegher

Ponti di legno senza protezione nella valle di Nar Phu. Foto: Italo Zandonella Callegher

C’è una valle sconosciuta aperta al trekking da pochi anni e frequentata da rari appassionati di cose strane. Si apre con un caratteristico portale roccioso subito oltre Koto, dolce villaggio nepalese nella media valle del fiume Marsyangdi, per allungarsi verso il Tibet con due rami distinti. Siamo oltre l’Annapurna. Qui, in teoria, il monsone non è di casa perché bloccato dalla grande barriera himalayana. In pratica arriva, eccome! Tant’è che a metà ottobre del 2014 una terribile tormenta di neve ha portato il manto a oltre un metro in poche ore e le valanghe hanno provocato la morte di una trentina di persone nella zona di Manang, Mustang, Nar e Phu. Locali e trekkers, senza distinzione. La stampa di Kathmandu parlava anche di circa 300 yak travolti dalla furia devastatrice.

Nella Nar Phu Valley si entra con un permesso speciale della durata di sette giorni dopo aver denunciato il passaggio al posto di polizia di Koto, presso il ponte sul Nar Khola. Il costo dell’autorizzazione governativa è di circa 100 Euro, oltre a 20 Euro per l’entrata nell’Annapurna Conservation Area (meglio fare le pratiche a Kathmandu). Sette giorni, se tutto va bene, bastano per raggiungere Phu, quindi Nar e il Khang La a 5306 metri. Da qui si esce dalla valle e si scende a rompicollo fino a Manang ai piedi dell’Annapurna III. Segue il rientro a Kathmandu per la Marsyangdi oppure per il Thorong La, un alto passo (circa 5500 m) che segna l’ingresso nella Kali Gandaki. Mediamente sedici-venti giorni di cammino.

Il gruppo dell’Annapurna sfila immenso a sud della Nar Phu Valley, mentre a nord si susseguono gli alti dirupi che terminano oltre 7000 metri sul confine con il Tibet. Qui svettano decine di grandi montagne ai più sconosciute, fra le quali primeggiano il formidabile Himlung 7126 metri, il piramidale Pokarkang 6372 metri e il Kang Garu di pochi metri sotto i 7000.

Nella parte bassa della valle, dai 2600 ai 3500 metri circa, corre il Nar Khola, un corso d’acqua impetuoso e profondamente scavato nella roccia tanto da formare dei canyons di sorprendente bellezza. Un altro ramo, che è un torrente impetuoso quand’è in piena, si stacca verso nord ed è il Phu Khola. Al vertice di questi solchi stanno due soli villaggi: Phu a nord e Nar a ovest, entrambi sui 4200 metri di quota, incredibilmente isolati. La gente vive di pastorizia, di misera agricoltura (orzo, miglio, patate) e, soprattutto, della raccolta dello Yartsa Gumba (Ophiocordyceps sinensis), un fungo miracoloso che cresce fino a 5000 metri, molto richiesto dalla medicina orientale, con fama di essere un potente viagra naturale. Il suo valore può raggiungere in Cina il prezzo di 30.000 dollari al chilo. Solo gli abitanti di Nar e di Phu possono raccogliere questo fungo, e solo nei loro territori. Chi fa il furbo incorre in grossi guai. Nel 2009 sette cercatori venuti da fuori sono stati uccisi, smembrati e gettati in un profondo burrone. Il processo è finito nel 2013 con diciannove condanne oltre ad alcuni ergastoli.

La porta di Phu. Foto: Italo Zandonella Callegher

La porta di Phu. Foto: Italo Zandonella Callegher

Quando dopo una curva appare Phu o da una cresta si scorge Nar, è impossibile non accostare queste visioni a film di storia medioevale. Sono villaggi di pietra, con muri a secco, pergole di paglia, terrazze di terra battuta che sostengono l’abitazione sottostante che sorge sopra un’altra e così via. Una torre di Babele di dimore miserrime, messe a piramide per risparmiare il poco terreno coltivabile fra i massi e i torrenti. “Surreale”, ha esclamato uno dei tre compagni di viaggio. Difatti ciò che si vede oltrepassa la dimensione della realtà; è “un’atmosfera fantastica, irreale, kafkiana, onirica, visionaria, assurda, inverosimile”. Proprio così, come il “surreale” della Treccani.

Per giungere al “medioevo” il trekking risale strettissime gole. Ti porta a scorgere animali rari dalle grandi corna, ti conduce su spettacolari sentieri che percorrono zigzagando le piccole valli laterali, traversa ampie radure cosparse di allucinanti insediamenti scheletrici e abbandonati, già dimora dei ribelli khampa, tibetani fuggiti negli anni Sessanta dalla loro terra invasa. I loro villaggi in rovina (il governo nepalese fu costretto a farli sloggiare dalla valle, insediandoli altrove in Nepal, perché la loro presenza aveva sconvolto le già magre risorse) si profilano ai margini delle piane di Jhunam a 3640 metri, di Chyakhu 3800 metri, di Khyang 3900 metri. Viste di notte, le rovine sembrano paurosi grafici di chissà quale Borsa finanziaria fallimentare.

Methang 3610 metri è un ampio anfiteatro al centro del quale sorge un semplice locale che offre qualche letto e un pasto caldo. È l’unico della valle. Un altro è a Phu, un altro ancora a Nar dove le valli si chiudono; tutto qui! Motivo per cui è bene essere autosufficienti, avere una tenda, la cucina, il cuoco, i portatori e la guida. Il costo sale di un po’, ma vuoi mettere… Mangi bene, sei guidato e protetto, non porti pesi. E, cosa molto apprezzata dai nepalesi e dalle nostre coscienze, dai la possibilità a una decina di fantastici poveri cristi di guadagnare qualcosa. In quindici giorni intascano rupie come in un anno a spaccar sassi… Insomma: per noi che siamo in vacanza sono pochi euro in più, per loro è una manna dal cielo e te ne saranno grati. Faccio fatica a sopportare quegli “sfigati” (pochi gli italiani, a dire il vero) che girano da soli con trenta chili sulle spalle, mangiano male, dormono da cani, non danno un cent di guadagno a nessuno.

I due ponti (uno antico di legno) sulla gola che divide la valle di Phu da quella di Nar. Foto: Italo Zandonella Callegher

I due ponti (uno antico di legno) sulla gola che divide la valle di Phu da quella di Nar. Foto: Italo Zandonella Callegher

Presso Methang c’è il campo base per il Kang Garu in un luogo poco raccomandabile. Qui nel 2005 in poche ore cadde un metro e mezzo di neve e una valanga travolse un’intera spedizione alpinistica francese riparata nelle tende in attesa che si plachi la tormenta: 7 francesi e 11 nepalesi trovarono la morte trascinati entro le tende nel profondo canalone che si apre ai margini della radura.
Oltre Methang il sentiero si fa più “serio”, tortuoso, scomodo. Attraversa un labirinto di morene glaciali, tutto un su e giù di “montagne russe”, guadi di torrentelli che sgorgano dalle ghiaie, passaggi scomodi su sentierini ghiacciati che le numerose valanghe hanno spazzato via…, fino alla squallida, ma panoramica piana di Khyang. Da qui si vedono in tutta la loro grandezza l’Annapurna II 7937 metri, il Pisang Peak 6091, il Gyaji Kang 7030 e il Tilje 6530.

Da Khyang si entra nella stretta gola del Phu Khola, si traversa un tratto di sentiero vertiginoso scavato nella parete rocciosa e si sale una scalinata di roccia. Qui, con un po’ di fortuna, si scorgerà sulla parte opposta della gola il pascolo delle pecore azzurre.

Poi si entra in un mondo di fiaba. Il sentiero, quasi in piano, passa a lato di alcune torri erose bagnate dal torrente, sfiora una gigantesca candela di arenaria e inizia a salire ripidamente verso una strana “cosa” che si scorge in alto. È l’ingresso il portale di Phupi Gyalgoe, la “porta di Phu”. È senza dubbio la più bella del Nepal. Oltre questa si entra nel territorio di Phu, si supera uno dzong antica fortezza in rovina, si oltrepassa una serie di graziosi chorten, poi un muro mani e alcune grotte in alto sul costone. È qui che appare Phu, la “surreale” (4070-4200 metri), in tutta la sua unicità. Passato il ponte sospeso si entra alla base del villaggio di pietra mentre lungo le viuzze aeree della “babele piramidale” salgono mucche e capre, donne e bambini, uomini e cani. E due trekkers francesi, unici occidentali incontrati in tutta la valle.

Phu dal monastero Tashi Lhakhang. Foto: Italo Zandonella Callegher

Phu dal monastero Tashi Lhakhang. Foto: Italo Zandonella Callegher

Ho conosciuto il Nepal attraverso otto trekking d’alta quota, un po’ ovunque, ma una bellezza/stranezza simile non l’avevo mai vista. Specie dall’alto della collina adiacente dove sonnecchia, a 4200 metri di quota in posizione straordinariamente panoramica, il gompa (tempio buddista tibetano) di Tashi Lhakhang abitato da tre ani (monache buddiste) che si fanno in quattro per descrivere la grande sala delle preghiere, decorata con trombe cerimoniali e foto dell’attuale Karmapa, (significa: “incarnazione di tutte le attività di Buddha”) anche lui fuggito in India. Sullo sfondo si slancia nell’azzurro intenso una piramide di roccia e di ghiaccio, solitaria e perfetta: è il Pokarkang. Bellissimo.

Il tempo è splendido e un giorno di riposo a Phu ha regalato uno dei giorni più belli del mio peregrinare.

La piramide perfetta del Pokarkang. Foto: Italo Zandonella Callegher

La piramide perfetta del Pokarkang. Foto: Italo Zandonella Callegher

La discesa verso Nar Phedi a 3550 metri riserva altre sorprese.

Tutta la valle superiore è cosparsa di resti di valanga. Alcune bandierine segnano ancora il luogo dove qualcuno attende di essere recuperato. Il percorso è faticoso, su ghiaccio e fenditure. Emerge la pena per gli sfortunati che qui, 15-20 giorni fa, hanno trovato una morte assurda.

Per raggiungere l’ardito ponticello, lungo appena dieci metri, che traversa la profonda forra della valle di Phu e immette in quella di Nar, si deve scendere molto ripidamente per un costolone che altro non è se non una serie di torri rocciose in completo sfacelo, unite una all’altra da fatiscenti ponticelli di legni e lastre. Un percorso rocambolesco, funambolico, che da noi sarebbe stato chiuso al passaggio ancor prima dell’inaugurazione. Ma non siamo “da noi” e se vuoi passare dall’altra parte questa è l’unica via. Al di là c’è il sentiero per Nar. Ma sorge anche, nel pieno di un deserto di sassi, dove non c’è nessuno e niente, neppure una catapecchia, neanche un segno di civiltà o altro…, uno dei più maestosi monasteri buddisti che abbia visto, nuovo di zecca, coloratissimo, ben tenuto, dimora di alcune monache coraggiose, lo Yunkar Gompa.

Lo Yunkar Gompa di Nar Phedi. Foto: Italo Zandonella Callegher

Lo Yunkar Gompa di Nar Phedi. Foto: Italo Zandonella Callegher

C’è solo il vento qui a lamentarsi e a sollevare un po’ di polvere sull’attuale completa clausura. Poi ritorneranno i monaci studenti e con loro la vita. Quella sera si farà cena in “convento” e si dormirà nel gompa dentro una cameretta colorata che sa di incenso, usata dai giovani apprendisti monaci, ora “in ferie”. È stata una sera all’insegna di un misticismo mai provato, complice un buio nero come la pece e miliardi di stelle lucenti nel silenzio assoluto.

Un sentiero ripidissimo porta in alto, a Nar, villaggio disteso in una conca ariosa fra montagne altissime. Lo domina il Pisang Peak da sud, il Kang Garu da ovest. Prima del villaggio si passa la solita porta che indica l’ingresso nel territorio. È una porta trasandata, quasi brutta, mal fatta; nulla a che vedere con quella straordinariamente coreografica di Phu. Per l’ennesima volta devo constatare che dove c’è povertà (e lo è a Phu) la fede è più sentita e le tradizioni sono più rispettate; dove c’è un tenore di vita migliore (e lo è a Nar) la gente sente meno il bisogno di confrontarsi con un qualche dio. Il paese sorge a circa 4200 metri e quello è il giorno “della carne”.Alcuni yak vengono macellati nella pubblica piazza, senza pietà alcuna, senza tanti permessi e ispezioni igienico-sanitarie. Un fendente alla gola con il khukuri (coltello nepalese di grandi dimensioni, anche 30-40 cm e più, usato sia come attrezzo da lavoro che come arma; fa parte dell’equipaggiamento dei famosi soldati Gurka) e tutto finisce lì. Con lo stesso attrezzo il bue viene fatto a pezzi, poi giungono alcuni portatori, caricano le gerla con 50 chili di carne fresca e via per la consegna. Il villaggio “importante” più vicino è Chame nella valle del Marsyangdi; un giorno e mezzo di viaggio l’andata, molto di più il ritorno perché laggiù la birra costa meno ed è così buona…

Il gompa di Nar con il Pisang Peak. Foto: Italo Zandonella Callegher

Il gompa di Nar con il Pisang Peak. Foto: Italo Zandonella Callegher

Il passo (Kang La, 5320 m) da farsi per compiere la traversata a Manang non è transitabile carico com’è di neve, quindi pericoloso specie nel versante meridionale. Ci sono stati dei morti. Perciò si ridiscende a Koto per la Nar Phu Valley.

L’impatto con la Marsyangdi Valley è traumatico. Manang è ormai collegata – tranne qualche “rifinitura” – a Besisahar da una strada sterrata terribile, tutta buche e sassi e canali, percorsa da fuori strada che perdono i pezzi, ma vanno. Si è creato un nuovo business; molti trekkers – e anche i locali – le usano, si fanno trasportare attraverso la valle più bella dell’Himalaya, la seconda (dopo la Kali Gandaki) ad essere aperta al turismo montano. I tratti più caratteristici dell’antico percorso sono stati sbancati a suon di ruspa, le pareti rocciose dove si passava su cengia – il che rendeva il trek altamente affascinante -, sono state sventrate e le jeep passano alte sopra i villaggi rimasti soli e ancor più poveri di prima; laggiù non ci passa più nessuno. Anche non volendo transitare su questa “strada” – che non ha nessuna protezione – sei obbligato a farlo, non c’è altro modo per passare. E così mentre ammiri presso Timang, per esempio, la mole impressionante del Manaslu, senti un clacson, poi puzzo di nafta, infine i tuoi “sacramenti”… perché se non ti sposti finisci di sotto.

Il Manaslu dalla Marsyangdi Sud Ovest. Foto: Italo Zandonella Callegher

Il Manaslu dalla Marsyangdi Sud Ovest. Foto: Italo Zandonella Callegher

L’ultimo giorno ho un problema ad un ginocchio. Decido di fare la tappa finale (da Tal a Syange) in jeep; Stefano, il nipote, viene con me, gli altri due duri e puri proseguono a piedi. Pago 60 euro per un tragitto di tre ore al cardiopalmo, a passo d’uomo o quasi. Stesso tempo e stesso costo del viaggio sul treno Italo da Padova a Roma in classe economy. Anche la jeep è economy e trasporta un Italo, ma questo è un altro discorso. Va tutto bene se ciò serve veramente a dare ai nepalesi un tenore di vita migliore. Ma ho dei dubbi perché pochi possono permettersi di acquistare un mezzo del genere. Quindi ad arricchirsi saranno i soliti furbetti mentre la gente comune dell’Himalaya continuerà a fare la fame.

Mi rendo conto che quanto avevo scritto tempo fa su Mountainblog circa la valle della Kali Gandaki si sta amaramente avverando. Fra poco la valle del Marsyangdi sarà collegata alla valle della Kali Gandaki e gli amanti del trekking himalayano cammineranno su una comune strada bianca (dissestata). Oppure staranno a casa.

Italo Zandonella Callegher


LE MONTAGNE GIALLE
Chorten e muro mani sulla strada per il Kangchenjunga. Foto I.Z.Callegher

Chorten e muro mani sulla strada per il Kangchenjunga. Foto I.Z.Callegher

Alcuni anni fa mentre salivo la lunghissima valle del Tamur verso il campo base del Kangchenjunga nel Nepal orientale, pensavo che ambientare un racconto in un luogo simile sarebbe stato il massimo. Ma come? Cosa dire, cosa narrare che non risulti poi la solita minestra riscaldata? Il luogo è severo, quasi tragico, da meditazione. I pochi “monumenti” religiosi buddisti sono in rovina, l’ultimo monaco se ne è andato dall’ultimo villaggio qualche anno fa per non morire di fame, la fede è partita con lui, nessuno recita una preghiera, nessuno rimette in sesto i vecchi sassi con iscrizioni staccatisi dal muro mani. Sembra che nulla meriti attenzione!

Medioevo a Ghunsa. Foto: I. Z. Callegher

Medioevo a Ghunsa. Foto: I. Z. Callegher

La valle a tratti è ampia e solare, a tratti è chiusa, triste, ma unica, immensa, straordinariamente interessante. E lo è specie dopo Ghunsa, unico villaggio della valle, in stile tibetano, abitato da gente tranquilla di quella origine.

Sembra la solita frase del vecchio romanticismo, eppure fra queste montagne la mente si trastulla fra la realtà e la fantasia. Realtà di cime altissime e terribilmente difficili come lo Jannu, per esempio, alto 7710 metri, dove la predominanza del giallo sulla parete verticale mette soggezione come davanti al giallo della Civetta o delle Lavaredo; anzi, il doppio o il quadruplo, vista l’esagerata altezza della struttura che riduce le nostre Signore della dolomia a timidi nanerottoli. Fantasia per i disegni creati da stracci di nuvole che si rincorrono fino ad accarezzare la vetta massima del gruppo a quota 8586 metri, il terzo Ottomila della Terra, ovvero “I cinque forzieri della grande neve”.

Il fantastico giallo dello Jannu. Foto: I. Z. Callegher

Il fantastico giallo dello Jannu. Foto: I. Z. Callegher

È questo, infatti, il significato di Kangchenjunga (localmente Kangchendzönga dove: kang = neve, chen = grande, dzö = forziere, nga = cinque). Secondo alcuni studiosi il nome può essere attribuito sia alle cinque vette maggiori che ai cinque ghiacciai che avvolgono il massiccio.

Dunque: per questa valle salgono tempo fa due giovani alpinisti veneti, un ragazzo triste, deluso e sognatore; una fanciulla determinata che sta facendo questo trekking d’alta quota nello stile, sembra, tanto caro a san Bernardo: «o beata solitudine, o solitaria beatitudine» nell’esaltazione della perfetta serenità spirituale che si trova nel silenzio e nell’isolamento. Il desiderio intenso di pace e di quiete nella solitudine.

 

Amjilessa, inizio della storia. Foto: I. Z. Callegher

Amjilessa, inizio della storia. Foto: I. Z. Callegher

Lui è lì per dimenticare un matrimonio fallito, lei probabilmente “sta cercando se stessa”, come si suole dire. Il destino li fa incontrare ad Amjilessa, una casa tibetana solitaria, alta sopra il fiume, a metà costa di un ripido pascolo dove una famigliola si dedica all’allevamento di una ventina di yak che le permette di vivere in modo decoroso, quasi signorile rispetto alle altre famiglie incontrate lungo il cammino. Ne fa testo una ragazza, che è la figlia maggiore, bellissima, alta, magra, di quelle che se la porti a sfilare a Milano diventa subito un caso da salotti tv.

Pang Pema sovrstata dal Kangchenjunga (8586 m). Fonte: I. Z. Callegher

Pang Pema sovrstata dal Kangchenjunga (8586 m). Fonte: I. Z. Callegher

L’incontro fra i due veneti non è esaltante. Tuttavia decidono di proseguire insieme e, nel lento trascorrere delle ore e dei giorni lungo la salita che si fa via via più ardua, si conoscono, diventano amici… A Pang Pema sono già qualcosa di più…

Un bel trekking d’alta quota diventa la molla per una convivenza in patria, tra arrampicate dolomitiche esaltanti, amori travolgenti, e infine tradimenti inconfessabili fino alla rottura, appesantita da rancori e vendette.
La ragazza cerca il delitto perfetto, spinta, aiutata in questo progetto dall’amante, provetto arrampicatore, istruttore di alpinismo, soccorritore… L’idea è geniale, pare che nulla possa fermare i due, la disgrazia in montagna è sempre possibile, è sempre esistita, la morte può arrivare da un momento all’altro, e i testimoni non ci sono… I due sanno che ciò potrebbe già essere successo… E la colpa è andata alla solita montagna assassina che non c’entra proprio nulla !!!

Fine della storia sui tre Campanili di Popera. Foto: I. Z. Callegher

Fine della storia sui tre Campanili di Popera. Foto: I. Z. Callegher

Il finale non può essere qui raccontato perché diventa quasi un giallo e questo tipo di scrittura non va divulgata così su due piedi…
L’editore (Alpine Studio) offre il suo suo commento:
«Finito il fantastico viaggio nelle mitiche valli del Nepal – che l’autore descrive per diretta conoscenza – i due giovani ritornano in Italia e formano una forte cordata. Ma il vecchio moroso della ragazza riprende i contatti e la spinge a trovare una soluzione…»
La troveranno!
«Un libro di montagna dal taglio insolito, dove le belle e solitarie guglie dolomitiche fanno da sfondo ad una storia straordinaria di intrigo, complicità, amore e riscatto.»

Il finale è di pura fantasia ed ogni (im)possibile riferimento è puramente casuale. Però… chi ci dice che qualcosa di simile non sia veramente già accaduto tra gli anfratti coperti di nebbia di qualche montagna sperduta in giro per il mondo dove neppure il corvo dal becco giallo e dalla vista acuta è riuscito a vedere?

Italo Zandonella Callegher

Le montagne gialle, cover

Le montagne gialle, cover


ARRAMPICANDO HO CONOSCIUTO… LA GM

Tra il dire e il fare, c’è stata di mezzo un’avventura particolare.

Da un po’ di tempo mi stavo interessando alle vie di Oskar Schuster in Popèra. C’erano due vie di ghiaccio a Cima Undici - abbastanza audaci e strane per l’ambiente dolomitico – e una su roccia alla Gobba Grande. Ero affascinato dalla storia di questo eccellente alpinista sassone di Markneukirchen. Avrebbe dovuto fare il medico, ma essendo benestante poté dedicarsi completamente alle montagne ripetendo oltre 700 vie e tracciando una cinquantina di nuove: dalle Alpi Austriache alle Dolomiti, dall’Engadina al Caucaso.

Fu l’inventore della scarpetta con suola di corda, di marchingegni per la protezione e del libretto di vetta. Nel Caucaso partecipò alle spedizioni tedesche del 1903 (quando salì l’Ushba), del 1910, 1911 e 1914. Durante quest’ultima fu sorpreso dallo scoppio della guerra, arrestato e internato in diversi campi di prigionia. In quello di Astrakhan morì nel 1917 dopo inenarrabili sofferenze.

Quella che volevo ripetere in solitaria in quel luglio di anni fa, era la via aperta nel 1891 da Oskar Schuster e Johann Hausberger con la guida Veit Innerkofler sulla parete est di Cima Undici. Un itinerario più pericoloso che difficile, che percorre un canale di ghiaccio e porta alla sommità della Cima Undici Sud. Scariche di tutto un po’ cadono sul Ghiacciaio Alto di Popèra fin dal primo sole. Per cui decido di attaccare all’alba, non dopo le quattro. Ma la serata al Rifugio Berti si è protratta oltre la buona norma e solo alle cinque giungo a toccare le rocce sopra il gelido labbro del ghiacciaio. È tardi; il sole già indora la vetta, tocca le nevi su in alto, qualche piccolo sasso rimbalza per il canale.

Passata la crepaccia e la parete grigia che Schuster definì «un cattivo lastrone da superare con difficile arrampicata», proseguo obliquamente fino ad entrare nel colatoio di neve dura, passato il quale prendo le rocce sulla sinistra. A lato spicca un elegante campanile di roccia gialla che in seguito battezzerò Torre di Tin e alla quale dedicherò una leggenda. Allora era ancora vergine. La salirò il 19 luglio del 1975 con il caro amico Vittorio Lotto di Mestre.

Passata una lastra bagnata giungo al camino nevoso e quindi al secondo colatoio ghiacciato sotto una parete verticale. Superata questa e un altro canale giungo infine ad una biforcazione: un ramo va a nord, l’altro a sud, pieni di ghiaccio durissimo. Prendo quello che si dirige a sud, seguo un ripidissimo e stretto budello, giungo sulla cresta alla sinistra della cima principale.

Il tempo, che all’alba era bello, sta velocemente guastandosi. Verso il Quaternà è già tutto nero; giù, sopra i Brentóni, stanno zigzagando i primi fulmini. Il Comélico quasi non si vede più tant’è scura la cappa che lo ricopre. C’è un ventaccio furioso ma – lo dicevano sempre i vecchi – «se c’è vento non piove!» Difatti, dopo un po’ diluvia e io penso che i vecchi di una volta non ci sono più.

Non mi fido a raggiungere la cima che pure è lì a due passi a 3092 metri; la grande Croce di ferro è percorsa da pericolosi ghirigori di fuoco, c’è un’elettricità nell’aria che spaventa. Meglio lasciar perdere; devo scendere, subito! Poco più in basso, alla base di un torrione rossiccio a 2970 metri circa, so che troverò delle assi di legno – quelle della vecchia e storica baracca detta la Mensola di Cima Undici usata dagli alpini Mascabroni nella Grande Guerra-; saranno senz’altro marce, nere da anni di intemperie, ma ancora utili per una raffazzonata tettoia di fortuna. Le avevo già usate in passato durante una bella e avventurosa traversata di quello stesso monte.

Scendo alla Forcella della Caverna e raggiungo le ripide rocce del canale di Forcella 75; mi condurranno in basso, ai ruderi della Mensola. Sono già bagnato fradicio, ma non mi preoccupa l’umido, quanto i fulmini. Il cielo è talmente coperto che, nonostante siano solo le nove, è quasi buio quando giungo finalmente al terrazzo assieme a un torrentello di acqua e sassi. Poco sulla destra ci dovrebbero essere i ruderi. Difatti giro di là e… sbatto il naso su una parete di metallo, su una “scatola” di lamiera. Cerco di connettere, forse ho perso l’uso della ragione. Penso che, intanto, – visto il tempo tramutatosi in bufera violenta – sarà meglio entrare… poi si vedrà!

Quella “scatola” altro non è che il nuovissimo Bivacco ai Mascabroni eretto da poco a cura della Giovane Montagnadi Vicenza.
Un capolavoro – che apprezzo oltremodo, viste le condizioni in cui mi trovo – piazzato lì in quel Santuario della Natura e della Storia che è la Cima Undici. Solo allora mi ricordo che l’amico Gianni Pieropan, in effetti, me ne aveva parlato, ma non sapevo dell’inaugurazione, avvenuta ancora nel 1968.
Ben riparato, al caldo entro due coperte, con una tazza di te bollente fra le mani, ringrazio la GM per la stupenda iniziativa, ricordo con un pensiero ammirato i Mascabroni e lascio che la bufera si esaurisca.

Fu in questo modo piuttosto avventuroso e fuori dalle leggi normali della conoscenza, cioè arrampicando nella tempesta, che ho conosciuto l’associazione Giovane Montagna. Attraverso la sua attività ad ampio raggio ho imparato poi a stimarla, ad ammirarla come uno dei rari sodalizi alpinistici che ha come obiettivo non solo la pratica della montagna e della tecnica per vincerla e domarla, ma soprattutto coltivare le radici di quei valori umani e spirituali senza i quali non può esistere una montagna vera.

Verso le tre pomeridiane tutto è finito, il sole ricompare e ora sta attraversando la Croda dei Toni; è tornato un apprezzato tepore. Una leggera spruzzata di grandine ha imbiancato la Cima Undici e i suoi satelliti, ma non posso restare lì a contemplare. La famiglia aspetta; a quei tempi non c’erano cellulari per dire: «metti su la pasta che è tutto ok!»; bisognava rientrare a tutti i costi per non mettere in agitazione padri madri spose figli parenti parroco soccorso.

Imbocco il Canalone Zsigmondy che è poco più in là e arrivo senza difficoltà sul Ghiacciaio Pensile. Il programma che mi ero prefissato consisteva ora nel scendere il Canalone Schuster, conosciuto anche come Canalone Omicida, per compiere un cerchio perfetto. Quindi raggiungo la sella fra il Pensile e il Canalone. Questo mi appare subito assai pericoloso. Cambio idea. Sono venuto qui per vivere non per morire! Il Canalone, infatti, scarica senza ritegno; mettersi dentro quel budello è un suicidio. Lo conosco bene, poco tempo prima avevo realizzato la prima salita solitaria.

Anche Oskar Schuster e la guida Heinrich Moser erano arrivati fino qui il 2 luglio 1893, per primi, partendo dal Ghiacciaio Basso di Popèra. Giunti sulla sella i due alpinisti tedeschi dovettero intelligentemente rinunciare a terminare la via (cioè sulla vicina Forcella Alta di Popèra) causa frequenti scariche; ritorneranno l’8 luglio e la completeranno, ma in discesa dal Monte Popèra.

Lascio alle spalle, senza nessuna nostalgia, il Canalone Omicida, scendo per il Ghiacciaio Pensile, raggiungo la Forcella della Punta Rivetti e atterro sul Ghiacciaio Alto di Popèra, proprio là dove ero partito la mattina.
Non è certo la via più facile per rientrare in Comélico dal Bivacco dei Mascabroni di Cima Undici, ma è sicuramente la più corta, alpinisticamente la più completa e probabilmente anche la più logica.
Un “minestrone” di ghiaccio e roccia dai mille sapori.

Italo Zandonella Callegher


ALPINISMO SUL MONTE PERON

È un quadrilatero perfetto quello che si specchia nel Piave. Una figura geometrica tagliata a metà dalla riva del fiume. La parte inferiore si tuffa nell’acqua, quella superiore svetta verso un incredibile cielo azzurro solcato da nuvole peregrine. È il Monte Peron, sentinella di Vedàna – lago e Certosa – e di Sospiròlo. Altezza 1486 metri soltanto. Modesto, ma non tragga in inganno. Le sue radici sono mille metri più in basso e la montagna presenta a sud un aspetto quasi orrido, colore grigio-giallo, quello della roccia importante. Come una montagna “seria”, insomma. La parete è concava e forma un cerchio quasi perfetto di roccia repulsiva e verticale con qualche isola di verde che gli alpinisti chiamano “verdura”. Impossibile ignorarla, specie per chi si accinge a percorrere l’agordino di cui rappresenta l’anticamera.

Il 29 settembre 1989 ebbi l’opportunità di intervistare l’ottimo alpinista bellunese e accademico del Cai, Bruno Zancristoforo, classe 1908, “scopritore” delle potenzialità alpinistiche del Peron. (more…)


IL FESTIVAL DEI MISTERI

Sospirolo è un delizioso paese della Valbelluna immerso nel verde e serenamente disteso lungo il confine del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. Il bosco che si alza dalle ultime case sale fino sulla sponda dell’orrida Val Falcina, un canyon che si smorza solo al cospetto della grande parete orientale del Pizzocco. I fiabeschi Monti del Sole – aspro gruppo di montagne del Parco dolomitico che si slancia dal misterioso lago del Mis – hanno la vocazione alla solitudine e si innalzano a nord. A nord est, dopo l’aguzzo monte Perón, sbuca la Pala Alta.

Secondo il glottologo Giovan Battista Pellegrini, il nome Sospiròlo è legato al sovrastante monte e starebbe a significare “sotto lo Sperone”, che sta di fronte al monte Perón, quella piramide arcigna che si specchia nel recondito laghetto di Vedàna. Lì a due passi si sparge nella brughiera una pietraia brulla e arida, appena coperta da una vegetazione di latifoglie; è la plaga chiamata le Masière di Vedàna, sulla sponda destra del torrente Cordévole, presso lo sbocco del Canale di Àgordo. La formazione di questo complesso di grossi blocchi (dove qualcuno arrampica) è da collegare a grandi frane staccatesi dal Monte Peròn 15-16 000 anni fa. (more…)


MANASLU ROUND: LA DANZA DELLA PIOGGIA (2^ parte). Le tappe

Continua (e si chiude) il viaggio attorno al più bell’Ottomila della Terra. Si ritiene cosa utile proporre questa “tabella di marcia” che vuole essere solo indicativa e come prima conoscenza dei luoghi da visitare. Ognuno può allungare o accorciare il percorso a piacimento, in base al tempo disponibile, alle doti psico-fisiche, all’allenamento, alle possibilità economiche, eccetera.

Posso solo garantire che si tratta di una “uscita” veramente fra le migliori e fra le più complete. Fra l’altro senza l’affollamento “indecoroso” che si riscontra in altri trekking. In tutto il giro non ho incontrato nessuno, dicasi nessuno! Una cosa unica e rara, ma reale! Se un trekker preferisce la folla e la coda sui sentieri, questo non è un round per lui. Vada al campo base dell’Everest o al santuario dell’Annapurna… (more…)


MANASLU ROUND: LA DANZA DELLA PIOGGIA (1^ parte)
Il “Viagra himalayano”

Il Manaslu, 8163 metri – scalato la prima volta il 9 maggio 1956 dal giapponese Toshia Imanishi e Gyaltzen Norbu -, si colloca all’ottavo posto fra le montagne più alte della terra e si trova interamente in territorio nepalese. Girargli attorno in un cerchio perfetto rappresenta, per gli amanti dell’escursionismo d’alta quota, una meta di grande fascino e di enorme interesse sportivo, geografico, antropologico.

La guida alpina e amico Leonardo Gasperina del Comélico, era rimasto entusiasta di questo lungo periplo. Mi aveva anche consegnato un paio di bustine con semenze di cavolo cappuccio da seminare a Samdo, a quasi 4000 metri di quota, perché, diceva: “Lì non sanno cosa sia, ma sono convinto che cresce, eccome! È il clima ideale per il cavolo!”. Purtroppo – lui ottimo alpinista così attento e giudizioso, lui abile tecnico dell’elisoccorso, lui volontario altruista sempre disponibile – ha perso la vita sotto una valanga nella zona di Val Visdende, né saprà mai se i suoi semi hanno attecchito o meno.

Divulgando questo “diario di bordo” spero di essere utile a qualcuno che abbia voglia di “circumnavigare” il Manaslu e di godere delle bellezze che questa terra offre a piene mani.

Eravamo in due (“poca brigata, vita beata”) a vivere questa magnifica avventura durata diciassette giorni filati con 5000 metri di salita. Sarebbe stato meglio andarci in marzo (consigliabile), ma gli impegni con il Festival di Trento mi obbligarono a spostare il viaggio nella seconda metà di maggio quando ormai in zona erano arrivati i primi monsoni. È stato un errore? Certo che sì! Ci siamo bagnati fino al midollo, ma è stato tutto bello ugualmente. (more…)


CENGE

Ho tra le mani un libro diverso che propone una montagna “diversa”.
Una raccolta di itinerari. Nulla di nuovo, dirà qualcuno. E, invece, non è così. Di nuovo sono gli ingredienti che lo compongono. Qui si presenta un mondo che sta oltre il normale circuito alpino, ma che sta pur sempre a due passi da casa.

Dopo aver conosciuto questa collezione di percorsi, che si snodano dentro la vera wilderness dolomitica, mi sento umilmente di dire:
se qualcuno ha un momento di stanca nei riguardi dell’alpinismo classico;
se è saturo di arrampicata per itinerari fra l’estremo e oltre;
se è stufo di vie alla moda;
se è sfinito di attendere l’incedere lento di comitive su una ferrata;
se è schifato di vedere tacchi o pantofole di pezza sui ghiaioni;
se è insoddisfatto di relazioni tecniche sempre più esterofile;
se è annoiato da scritti senza anima di certi guru dell’alpinismo;
se è infastidito da scritti con troppa anima di certi guru della penna;
se è tediato da racconti da brivido sui soliti strapiombi a fil di unghia;
se è sazio di sentir parlare di allenamenti allucinanti;
se è stanco di correre ad ore impossibili su strade impossibili verso pareti impossibili;
se è refrattario alla dieta “zuppadicavolo” che irrobustisce i muscoli, eccetera, eccetera, beh! allora – se lo vuol fare – prenda e apra questo libro. (more…)


“BIAFO 77″. AVVENTURA HIMALAYANA

La spedizione alpinistica “Biafo 77” nel Gruppo dei Latok (Karakorum), è stata senza dubbio fra le più esaltanti esperienze della mia vita di alpinista.
Organizzata da don Arturo Bergamaschi, “il prete alpinista” di Bologna, con il patrocinio della SAT di Pinzolo, è stata effettuata nell’agosto-settembre del 1977 e ha visto la partecipazione di 18 persone fra alpinisti, scienziati, collaboratori.

L’obiettivo iniziale del “don” (com’era simpaticamente chiamato il reverendo alpinista) era la salita dell’Ogre, l’Orco di 7285 metri che aveva già respinto agguerrite spedizioni inglesi e giapponesi. Ma il permesso era già stato concesso per il 1977 agli inglesi Chris Bonington e Doug Scott che riusciranno a salire l’Ogre non senza enormi sacrifici e con una discesa rocambolesca, addirittura eroica.
Scott con le gambe fratturate riuscì a scendere carponi fino al campo base dove fu prelevato da un rombante e vecchio elicottero militare che effettuò così uno dei primi soccorsi himalayani.Bonington scese da solo lungo il ghiacciaio Biafo e la valle del Braldu con un braccio rotto. (more…)


LE DOLOMITI DI BUZZATI

Le Dolomiti hanno senz’altro dato più di una ispirazione a Dino Buzzati (Belluno 1908 – Milano 1972) nel suo lavoro di giornalista, di letterato e di artista. Anche artista, certo, perché alle “montagne gialle” ha dedicato dipinti e disegni di una delicatezza straordinariamente fantasiosa e poetica.

Dell’ambiente alpino, ed in particolar modo delle Dolomiti, si sente la presenza nei suoi libri Barnabo delle montagne (1933) e Il segreto del bosco vecchio (1935), mentre la sua profonda conoscenza della montagna e la solitudine nei grandi spazi è invece tutta riversata nel capolavoro Il deserto dei Tartari (1940).

Buon alpinista, frequenta un po’ tutto il territorio, ma abitualmente sale sulle Pale di San Martino che considera il cuore delle Alpi Orientali. Qui arrampica quasi sempre in cordata con la guida Gabriele Franceschini.

Sono 133 le salite effettuate da Dino Buzzati nelle Dolomiti, itinerari che spaziano dalle vie normali fino a quelle delle difficoltà che stanno nei dintorni del quinto grado. Lo accompagnano guide alpine del calibro di Angelo Della Santa, Giuseppe Quinz, Luigi Apollonio, Toni Schranzhofer, Giacomo “Meto” Scalet, Valerio Quinz e infine Gabriele Franceschini. (more…)