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31 Maggio 2012

Senza categoria

La “democrazia” del rischio

Quando si parla di rischio in alpinismo si va spesso incontro a una serie di facili fraintendimenti.
Il rischiare in montagna è visto dalla totalità dell’opinione pubblica e da una parte stessa degli appassionati di montagna, come una follia egoista inutile, un sintomo d’irragionevole disprezzo per la vita. Ora, se s’accetta che l’imprudenza il più delle volte è riconducibile all’incompetenza e all’impreparazione, non va però confusa con la volontà di “osare”, sacrosanta e legittima, di un alpinista. Se non si osa certo non si rischia, ma se non si “rischia” ci si allontana da quell’elemento d’incognito, d’incertezza della riuscita e di “visione”, che caratterizza l’azione e l’avventura nel mondo verticale. Vi è chi vorrebbe a tutti i costi una montagna sicura, adattandola il più possibile alle capacità medie dell’alpinista, riducendo i pericoli il più possibile con decine di chiodi, di catene, magari con migliaia di bollini di vernice lungo le vie di salita e, ultimamente, addirittura con divieti di accesso e sanzioni. Vi è cioè chi pretende, in nome di un fantomatico bene collettivo (frutto d’una società che ha diffuso caduchi modelli di benessere), d’impedire quella libertà d’espressione e d’azione che da sempre caratterizza l’alpinismo. E si badi bene che non si tratta affatto d’inneggiare alla “bella morte”, memori di un qualche strascico ideologico impastato di retorica tardo – romantica, quanto piuttosto d’affermare il principio dell’autoconsapevolezza. E’ questo un valore che va diffuso attraverso un corretto approccio culturale alla sicurezza, e non soffocato da logiche omologanti e liberticide.
Il rischio è dunque un diritto in alpinismo, come lo è quello di scegliere la propria vita e la propria condotta morale. S’accetti quindi il confronto con le difficoltà che la montagna o la scalata oppone basandosi sulla coscienza delle proprie reali possibilità, senza che s’intervenga ad addomesticare pesantemente il terreno di gioco con illusori stratagemmi tecnologici o, peggio ancora, vietando e imponendo regole al libero andare per monti. Alpinismo è libertà. Si coltivi e si preservi sempre una cultura che faccia riferimento alla componente più ideale e creativa dell’alpinismo, in cui la facilitazione forzata sia considerata un disvalore. In decenni di omologazione, di appiattimento e di banalizzazione della montagna, risiede l’origine stessa dell’equivoco odierno.