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27 ottobre 2011

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LA MADONNINA DEL PASSO DELLA SENTINELLA

L’11 settembre 2011 è una giornata radiosa, piena di sole e piena di gente allegra che, un po’ faticando, sale lungo il Vallón Popèra per giungere al mitico Passo della Sentinella che è il balcone panoramico e storico della valle.

Lassù, sotto la nicchia della Madonnina del Passo, si terrà nella tarda mattinata una semplice cerimonia, verrà celebrata una messa, ci saranno discorsi di circostanza (poi forzatamente brevi causa una nebbia fredda e capricciosa che coprirà improvvisamente il luogo).

Il Gruppo Alpini di Comélico Superiore ha organizzato tutto alla perfezione, ha accompagnato e aiutato, ha previsto l’uso dell’elicottero per chi non poteva partecipare partendo a piedi da Selvapiana; ma la cosa non tragga in inganno; l’elicottero li ha portati solo fino ai piedi della Punta Rivetti, a metà circa del vallone, poi il pezzo peggiore e più faticoso sulla morena e sul ghiaione ognuno se l’è scarpinato con le proprie forze. E c’erano degli ultraottantenni e dei bambini …

Un bel concerto fra le rocce presso il rifugio Berti ha concluso il pellegrinaggio con un enorme Cristo alpino e “genovese” a far da fantastica cornice. Si è trattato, insomma, di un vero e proprio pellegrinaggio, la ripresa (speriamo) di quella serie che la gente del luogo aveva iniziato già nel 1919. Ecco la storia.

Il 22 maggio 1915 iniziava una delle tragedie più disumane della storia recente.
La domenica 23 maggio alle ore 19 il governo italiano presieduto dall’on. Salandra presentò ufficialmente al governo austriaco la dichiarazione di guerra. L’inizio delle ostilità fu fissato per il giorno successivo.
Il generale Cadorna diede il via alla mobilitazione con circa 800.000 uomini mal equipaggiati e peggio ancora addestrati, 400.000 dei quali si trovavano già alla frontiera.

In tutto erano 14 Corpi d’Armata, 35 divisioni di Fanteria, 1 di Bersaglieri, 4 di Cavalleria, 2 gruppi Alpini. Ai primi di luglio, a mobilitazione ultimata, l’Esercito contava 31.037 ufficiali, 1.058.000 uomini di truppa, 11.000 civili militarizzati, 216.000 quadrupedi, 3280 automezzi di vario tipo; inoltre 760.000 fucili, 170.000 moschetti, 618 mitragliatrici, 1797 pezzi di piccolo calibro, 192 pezzi pesanti campali.

Già nello stesso giorno 23 la 68ª Compagnia Alpini Battaglione Cadore prese possesso del tratto di confine che da Cima Vanscùro porta al Col Quaternà passando per la Cima Frugnóni e il Passo Silvèlla.
A Cima Vallóna e al Monte Palombìno, intanto, stavano sistemandosi alcuni reparti della Brigata Ancona e quelli del Battaglione Alpini Fenestrelle.

Il Monte Cavallino fu subito occupato dagli austriaci, mentre il grosso della Brigata Ancona si schierò sulla linea Quaternà-Crestón Popèra. A meridione di Cima Undici gli italiani tennero le posizioni di Forcella Giralba e un fazzoletto di terra nell’alta Val Fiscalìna, allora territorio austriaco.

In quei primi giorni di guerra la linea di confine, che dal Peralba correva fino alla Croda Rossa, rappresentava il settore strategico più importante del fronte alpino. Questa linea dominava la valle della Drava e la sua tenuta avrebbe potuto offrire reali possibilità di spezzare le comunicazioni ferroviarie austriache.

L’incredibile opportunità non fu sfruttata, l’attacco che Cadorna aveva previsto non ci fu, né si è in grado di capire e spiegare il perché se non trarre qualche considerazione dalla lettura di una relazione conservata all’archivio di Guerra a Vienna:

«Il forte attacco atteso non si verificò. Cadorna aveva bensì dato stretto compito al Comandante la 4ª Armata di impadronirsi di Dobbiaco, ma il [tenente] generale [Luigi] Nava aveva lasciato trascorrere le prime giornate di guerra mantenendosi quasi inattivo … nonostante la 4ª Armata si fosse strettamente concentrata per l’attacco su Dobbiaco. La mancata azione in quella zona ha certamente defraudato il disegno offensivo strategico di Cadorna d’una condizione basica ed ebbe indubbiamente ripercussioni svantaggiose sulle lotte delle forze italiane nel contiguo settore carinziano.»

Il sottotenente Anton von Mörl la sera del 23 maggio 1915 scrisse sul suo diario:

«La distanza dal Passo di Montecroce a San Candido-Innichen è di miseri 12 chilometri – in discesa, su terreno facile -. Se gli italiani sanno fare la guerra, marciano ancora stanotte sullo stradone, senza che noi possiamo impedirlo, e domattina sono sulla linea ferroviaria della Pusteria, altrimenti…» conclude von Mörl «… altrimenti gli italiani non sanno fare la guerra.»

Durante i primi giorni del conflitto il Passo della Sentinella, ardita finestra rocciosa tra la Val Fiscalìna e la Val Comélico, era presidiato solo di giorno – e non sempre – da alcuni soldati italiani del 70° Fanteria che alla sera si ritiravano a pernottare nella parte bassa del Vallón Popèra dove erano stati costruiti a tempo di record alcuni ricoveri essenziali. I fanti, dunque, fermi sulle loro posizioni nel Vallón, di tanto in tanto raggiungevano il Passo. Crediamo lo facessero senza particolare convinzione, più per addestramento che per reale volontà di conquista.

Di ben altra idea erano gli austriaci che la domenica 4 luglio (stesso giorno in cui, alle ore 6,20, Sepp Innerkofler perdeva la vita sulla vetta del Monte Patèrno) occupano sia il varco strategico che la cima della Croda Rossa, rendendo vani i tentativi italiani di raggiungere il Passo. Tant’è che un reparto italiano del 70° Fanteria fu accolto dagli Schützen imperiali con una nutrita scarica di fucileria.

Gli austriaci lasciarono di guardia dodici soldati bavaresi e ridiscesero in Val Fiscalìna. Da quel momento gli austro-ungarici poterono ritenersi padroni incontrastati della zona e la Croda Rossa così presidiata divenne un osservatorio di grande importanza su tutta la valle del Pàdola che venne più volte bombardata. Dunque una spina nel fianco che non poteva e non doveva perdurare.

All’alba del 16 aprile 1916 inizia la conta alla rovescia.
Quel giorno gli italiani hanno deciso di riconquistare del Passo della Sentinella. La minuziosa e difficilissima preparazione alpinistica, cioè la traversata dalla Forcella Giralba per la Busa di Dentro fino alla Cima Undici Nord, si conclude in questa data. Tutte le bocche da fuoco italiane intonano d’improvviso un canto infernale. È un coro possente che l’eco diffonde sinistramente per il vallone. Sono l’artiglieria da campagna del Crestón Popèra, le mitragliatrici e i fucili del Sasso Fuoco, il cannone “che sparava dalle stelle” del Monte Popèra (ma che quel giorno sparava dalle nuvole), le due mitraglie di Forcella della Tenda, il lanciabombe e la fucileria di Cima Undici, le bombe a mano e la fucileria del Pianoro del Dito …

I difensori austriaci rimangono inchiodati nelle trincee di neve e nelle caverne in roccia o nel modesto alloggiamento del Passo, sbigottiti dalla sorpresa, increduli. La caverna di guerra e la baracca austriaca che stanno poco oltre il Passo sono battute dagli uomini di Lunelli inerpicatisi sul Pianoro del Dito. Verso il Passo della Sentinella, intanto, sta salendo dal Vallón Popèra il Sottotenente Piero Martini con due piccole squadre; avanzano per il ripidissimo imbuto che precede il varco quando sono le ore 13 del 16 aprile 1916. Gli austriaci non si fanno vedere. Se uscissero dai loro buchi non ci sarebbe scampo per gli uomini di Martini.

Forse si sono accorti che gli italiani stanno salendo dal Vallón, ma non osano metter fuori il naso perché hanno scorto i “Mascabroni” che stanno scendendo per il lungo nevaio della Cima Undici. E quelli sparano, mica scherzano …
Per primi sul Passo giungono Martini e il soldato Bourset, un patriota venuto dall’estero per arruolarsi. Poi arrivano gli altri al grido di “Savoia”. Martini si china a comporre il comandante austriaco morto da eroe, poi penetrano tutti nella galleria di neve. Non c’è nessuno. Quindi scorgono una porticina, la spalancano, si arrendono sette militari esterrefatti. Gridano: «Boni taliani, non amazateci.» C’è un ferito, uno parla italiano, è di Colle S. Lucia. Vengono trattati con rispetto.

Poco dopo, scivolando e rotolando lungo il ripido nevaio per 343 metri, cioè dai 3060 metri della cresta di Cima Undici Nord ai 2717 metri del Passo, planano i famosi “Mascabroni” del Battaglione Cadore con in testa i soldati Dal Canton e Zandonella, uno del Comélico Superiore. In tutto sono 3 ufficiali e 36 fra sottufficiali e soldati al comando del Capitano Sala con i Tenenti De Poi e Jannetta. Sono vestiti di bianco come i folletti dei ghiacciai. Il termometro segna 30° sotto zero.

Gli alpini scavano una nicchia sul blocco roccioso che sta addossato al Dito e vi depongono una Madonnina che diventerà famosa, poi restano al Passo fino all’ordine di ritirata, cioè il 4 novembre 1917.

Scrive il capitano Celso Coletti, comandante dei Volontari Alpini del Cadore:
«Alle ore 18 faccio iniziare l’abbandono delle posizioni; i Volontari Alpini quando ricevono ordine di rifornirsi di viveri di riserva, cartine, ecc., pensano ad un attacco. Invece … Alle ore 23 scendo con l’ultimo scaglione formato da Volontari Alpini. Così, dopo un anno di patimento, dopo tanto lavoro, quando la Regione completamente sistemata di gallerie sicure e comode, con tutti i posti serviti da teleferiche, quando ci si presentava davanti un inverno tanto diverso da quello tremendo passato, con tanti viveri e legna accumulati con tanta fatica, dobbiamo partire ed abbandonare il nostro Cadore all’austriaco, e perché?»

Il Passo della Sentinella ritornerà italiano esattamente un anno dopo, il 4 novembre 1918.

Ma i primi valligiani accorsi lassù nella tarda primavera del 1919 trovano un’amara sorpresa: la Madonnina non c’è più, è stata trafugata e presto si saprà anche dove. In un paese sottostante, in Pusterìa. L’ha vista uno che fa lo stagnino e quelli sanno e vedono tutto. Allora alcuni audaci, nottetempo, se ne impossessano e la riportano “a casa” in valle, poi su al Passo, che è la sua dimora naturale, con un pellegrinaggio pieno di fede e di speranza.
È l’estate del 1919.

Rimane a testimonianza una bella foto storica con un ragazzino chitarrista, una ventunenne maestra Marianna di Dosodédo (mia zia), un baldo giovanotto e, attorno, gente umile e contenta.

Esistono altre foto che ci fanno vedere i pellegrinaggi dei primi anni Trenta poi, pian piano, la bella idea si perde nei meandri folli della seconda guerra, nella caotica ripresa, nella perdita di certi valori.

Possa la ripresa del 2011 avere lunga vita e meritato successo.
Possano i bravi alpini (sempre loro in prima fila) resistere ai tentacoli dei frenatori di professione.

La Madonnina è sempre la e non ce la prende più nessuno …

Italo Zandonella Callegher

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