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11 giugno 2010

Uncategorized · Christian Roccati

L’abito non fa l’Alpinista

Fa un gran freddo e devo ancora finire di spalare un buon mezzo metro di neve su tutta la lunga carrareccia che conduce alla strada principale. Questo è il secondo inverno consecutivo che si dimostra in tutta la sua grandezza, considerando gli ultimi dieci anni. Le mani mi dolgono. Ho scalato molti giorni di fila, per lavorare ad un nuovo libro e sono ricoperto di calli. Un tempo lo consideravo un vanto, oggi più che altro una protezione, peraltro fastidiosa per chi mi stringe la mano.
Devo ancora disgelare i tubi prima di uscire. Nonostante li abbia coibentati ho lasciato per errore qualche “spiraglio” nel filtro dell’acqua ed il risultato è che quando va molto sottozero rischia di spaccarsi. La scorsa settimana è stata tutta intorno ai –15, se ricapita sono “fregato”. Rimarremo senz’acqua e la vasca d’emergenza che ho installato basterebbe giusto per uno o due giorni. Di norma la riempio con una pompa di cinquanta metri che mi fa da bypass grazie ad una fonte naturale nel monte che ho dietro casa. L’idea è merito del precedente proprietario, non mia. Finirà questo inverno prima o poi. Adoro la neve, ma mi fa perdere tempo e risorse. Ho bruciato non so quanti quintali di legna questa stagione, per scaldare la casa quel tanto da non battere i denti.
Questa sera andrò con la mia compagna ad una festa in maschera nel locale di un nostro amico, al di là delle montagne litoranee, sino al mare. Lì c’è caldo; staremo tranquilli in un po’ di “sana” confusione. Generalmente odio il trambusto, ma oggi ho altre idee. Dopo una calda doccia ci prepariamo. Lei si traveste da “Edera Velenosa”, non la pianta, ma il personaggio dei fumetti. Ci somiglia molto. Io preferisco fare il pirata. Prendo la camicia che usavo per i combattimenti di scherma, metto una bandana, stivali da guascone marinaio, bracciali di cuoio, gilet sottile. Infilo anelli alle mani ed un pugnale nel cinturone. Un po’ stereotipato ma va bene; è una festa in maschera mica rappresentazione teatrale. Saliamo in macchina e si parte.
Dopo una buona oretta arriviamo a destinazione. In un certo senso sono accostato all’ambiente visto che il locale si chiama Pirate’s Cove. Ci sediamo ad un tavolo in disparte; saranno cinque anni che non vado ad una festa. L’ambiente è particolare: tavolacci di legno, panche, luci soffuse provenienti da lanterne “antiche”. Su tutto troneggia una luna piena fra le nubi. Da un lato l’ambientazione mi ricorda un po’ un bivacco alpino, ma solo per certi versi. Qui però siamo nel regno del mare. Ordino un buon rum, secco ed invecchiato. Valentina ne prende uno più dolce. La gente balla ed io, assente dal tutto, mi godo il riposo, sorseggiando dal mio bicchiere. Ogni tanto faccio tintinnare gli anelli sul vetro. Luccicano. Respiro calmo.
D’un tratto però qualche cosa attrae la mia attenzione, nella folla in movimento. Una figura che appare, poi scompare, inghiottita dai corpi che hanno spasmi strani a ritmo di musica. Dopo il breve istante di pausa ricomincio a sorseggiare. Penso d’aver avuto una sorta di visione. Poi però la figura riappare. Non me la sto immaginando, semplicemente è lontana e viene coperta dagli altri personaggi in maschera. Quando cambia il ritmo della canzone il gruppo si rarefà un poco ed io mi trovo di fronte a qualche cosa di veramente strano. A circa dieci metri da me c’è un ragazzo, in maschera come tutti gli altri. Questo personaggio particolare ha qualche cosa di unico: siamo allo specchio. Mi vedo riflesso in lui ed è inquietante, perché non è vestito da pirata. Il ragazzo è “addobbato” esattamente come me, e quelli come me. Il suo travestimento sono io, com’ero vestito nella mia vita normale, due ore prima. Lì per lì mi vien da sorridere. Poi però m’incupisco in parte.
Ha degli scarponi di cuoio spesso e lacci di quelli d’una volta, quelli buoni. Ha le calzature che si usavano quando intelligentemente si pensava ancora che fosse meglio mantenere, piuttosto che usare e gettare. I suoi pantaloni sono resistenti, di fustagno direi. Sul torso indossa una camicia di flanella pesante, identica nella trama a scacchi rispetto a quella che mi sono sfilato quand’ho finito di spalare, prima della doccia. Si protegge dal finto freddo con un gilet di pile con il pelo nell’interno. Mi sono tolto lo stesso identico capo poche ore prima. Lo ebbi in regalo a Cap d’Ail dopo una traversata estrema delle Alpi ed il parco del Mercantour, di 100 km ed oltre 5000 metri di dislivello, una bella “corsetta” tutta di un fiato…
È curiosa questa situazione. Sono distante dai pirati medievali tanto quanto questo ragazzo è distante da me. Penso al leggendario Sir Francis Drake, e mi calo nei suoi panni adattando dei vestiti ad un costume, secondo la cinematografia moderna. Il ragazzo che ho di fronte fa la stessa cosa con ciò che io sono. Mentre immagino battaglie negli oceani in tempesta, lui forse pensa a scalate nelle bufere di neve.Forse non sono gli abiti ma è un semplice concetto che mi rende così lontano da quel ragazzo, che usa la mia vita come una fantasia. È la consapevolezza dell’esser finiti che cerchiamo di combattere con l’infinito. L’assoluta scelta di percepire il nostro stato d’uomini mortali, qui ed ora, che cerchiamo di oltrepassare con il trascendente. Questo significa esser alpinisti, non il come ci si addobba.Guardo ancora una volta la mia vita, indossata come una fiaba dal ragazzo che ho di fronte. Poi chiudo gli occhi e volo lontano. Le montagne c’incantano con la loro magia, che non è solo un tuo sentimento, quella suggestione è il loro modo di comunicare. Ti gridano di raggiungerle, usando una lingua diversa dalla nostra, che noi non siamo in grado di parlare, ma che sentiamo distintamente. Questo è ciò che viviamo e ciò per cui rischiamo la vita, quando decidiamo di farlo. Questo è il mio costume, che s’indossa sotto e non sopra la pelle.

Christian Roccati
www.christian-roccati.com

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