Manrico Dell′Agnola
"alpinismo e fotografia"
FREE SOLO PER MANRICO DELL’AGNOLA – Video-intervista
pubblicato da: Matteo - 20 ottobre, 2011 @ 4:33 pmIn questa intervista di Andrea Bianchi, Manrico Dell’Agnola ci racconta cosa rappresenta per lui il “FREE SOLO”, l’arrampicata in solitaria senza assicurazione.
OTTO VOLTE YOSEMITE
pubblicato da: Simonetta - 5 novembre, 2010 @ 2:04 pm
Dopo la prima esperienza del 1982, nel maggio del 2010 sono tornato nella valle incantata della California: lo Yosemite non finisce mai di stupire!
Oggi vi propongo il diario di viaggio di quest’ultima esperienza:
“Noleggio una piccola automobile e mentre esco dal parcheggio sotterraneo del rent-car dell’aeroporto di San Francisco sento una sensazione quasi di solitudine. È questione di un attimo, poi, appena imbocco la strada che mi porterà direttamente nella valle più bella del mondo, mi pervade un forte senso di libertà.
Quattro ore di viaggio, tra musica country e i paesaggi che amo; rifletto sul fatto che quando si è in tanti si sbaglia sempre strada perché tutti pretendono di sapere. Al parcheggio del Camp Four trovo Santiago e Olindo e subito dopo Nick, un ragazzo olandese conosciuto l’anno precedente a Indian Creek. Scopro che c’è anche Cristoph Heinz ed altri alpinisti che conosco: i presupposti sono buoni per una piacevole permanenza.
L’idea è quella di vivere l’arrampicata giorno per giorno senza essere ossessionati da mete troppo ambite ed impegnative. continua »
LE CLASSICHE NON SI RIPETONO PIU’
Video intervista a Manrico Dell’Agnola
pubblicato da: admin - 18 ottobre, 2010 @ 1:46 pm
Dopo la riflessione stimolata da una recente salita sulla Cassin alla Torre Trieste in Civetta, Manrico Dell’Agnola torna ad un tema che evidentemente non lo lascia dormire sonni tranquilli: non c’è più passione, a quanto pare, per le grandi classiche in montagna, dove magari i gradi non sono molti ma può essere necessario adattarsi a difficoltà sia climatiche che psicologiche dettate dall’ambiente… forse i giovani preferiscono l’ambiente più accattivante delle palestre: ma un 8a in palestra vale lo stesso grado in montagna?
Intervista realizzata da Andrea Bianchi allo Sportler Climbing Center di Silea: Grazie a Simone Favero per la collaborazione in sicura!
SULLA VIA CASSIN ALLA TORRE TRIESTE IN CIVETTA
pubblicato da: admin - 7 settembre, 2010 @ 3:12 pmHo perso il conto di quante volte l’abbia fatta… forse 30 volte, ma non ricordo. La prima era con Andrea Marzemin, era l’estate dell’81. Quel giorno era come mercoledì scorso: caldo un po’ afoso e con grossi nuvoloni che arrivavano dal basso. Naturalmente attaccammo prestissimo; salimmo la Mussaia a piedi ed alle prime luci dell’alba, lasciando il vecchio maggiolino al torrente solo perché la sbarra non consentiva di salire oltre.
La nostra attrezzatura era composta da 3 staffe a testa, rinvii, chiodi e martello, uno solo però, zaino e giacche pesanti. Ci mettemmo circa 8 ore; era un tempo normale, non ci sentivamo certo eroi, ma comunque era stata una bella esperienza.
L’avevamo trovata difficile al punto giusto ed anche la discesa rispondeva esattamente a quanto detto dalla vecchia Dal Bianco-Angelini; comunque, a parte due corde doppie incastrate, ma anche liberate, tutto filò liscio.
Andrea arrampicava da qualche anno, ma prima di farlo con me aveva fatto solo vie facili.
Io invece avevo iniziato da poco, tuttavia si procedeva sempre e rigorosamente a tiri alterni e se c’era un contrasto nasceva sempre dal fatto di voler andare per primi, mai viceversa. Non ci sentivamo, e non eravamo, dei fenomeni ma, sebbene anche in quegli anni si frequentassero le palestre di roccia (erano gli anni di Manolo, Mariacher, Edlinger, Pedrini, Berault, Bonaldo, Campanile e tanti altri) in montagna ci sentivamo assolutamente a nostro agio pur divertendoci un mondo anche a scalare strutture brevi o addirittura dei sassi.
Agosto 2010, tranquilli e beati saliamo il sentiero che porta alle cengia d’attacco “Cassin-Carlesso”. Siamo in tre: la guida alpina Santiago, Cristian, un ragazzo giovane che dalla pianura ha deciso di trasferirsi a Zoldo per fare l’apicoltore e scalare, ed io.
Due corde, 10 rinvii ed i secchielli per scendere; giornata non perfetta, ma previsioni soddisfacenti, e tanto ci sono le cenge per scappar via…. Lungo il sentierino che sale direttamente il canale incrociamo due ragazzi che scendono, attrezzatura perfetta facce giuste ma scendono, è troppo tardi e non si fidano… sono le nove; piuttosto che mettersi nei guai è certamente più apprezzabile e responsabile questa scelta, ma ciò mi è di stimolo per una serie di considerazioni; discorsi tuttavia già fatti e condivisi anche con i vari gestori dei rifugi del Civetta.
In trent’anni sono ovviamente cambiate tante cose, non certo però attrezzature o sistemi se non in modo assolutamente marginale. Il livello tecnico medio si è alzato in maniera esagerata grazie al proliferare delle falesie e delle strutture artificiali; i bambini nelle “garette” della scuola media salgono il 6c e chi inizia ad arrampicare, dopo un mese, tenta addirittura un 7a.
Se non fai almeno l’8a nel mondo dell’arrampicata non esisti, ed allora perché il livello medio in montagna si è abbassato? Perché i tempi medi di percorrenza delle grandi salite si sono allungati anziché ridursi come sarebbe logico, e come fino ad un certo punto si è verificato?
Eppure una via come la Cassin alla Trieste è comoda; accesso breve, soste ottime, chiodatura buona, possibilità di ritirata per le cenge, roccia bella ed a tratti fantastica. Forse la discesa complicata, ma con un po’ di intelligenza è fattibile in un paio d’ore.
Salendo la cengia superiamo le belle piazzole per bivacco protette da muretti a secco. Racconto ai miei amici, con un po’ di nostalgia, che negli anni 80 i venerdì ed i sabati d’agosto non si poteva arrivare troppo tardi il pomeriggio, per non rischiare di trovare tutto pieno; scalatori di ogni nazionalità aspettavano l’alba per attaccare. Era bello perché tutti “sapevano di montagna”, si discuteva di vie, chiodi, passaggi, ma anche di filosofia e religione; credo che anche il livello intellettuale e culturale fosse più alto….
Oggi penso che una via del genere abbia 30 ripetizioni all’anno; d’altronde la scorsa stagione la Solleder è stata salita un paio di volte e la Philipp qualche volta in più nonostante le condizioni meteo non siano state malvagie.
Forse certi itinerari sono troppo facili, ma a giudicare dai tempi di percorrenza medi non direi, o forse gli alpinisti sono tutti concentrati sul Pesce, su Donna Fugata o su salite molto difficili. Ma questi sono un’èlite; e gli altri? E gli alpinisti medi che si accontentano delle classiche di sesto con magari qualche tratto di 6b o 6c dove sono finiti? A volte ne trovo, ma sono spesso ancora quelli dimenticati dagli anni 80.
A volte vorrei essere superato da qualche giovane baldanzoso e scaltro, ma vedo che molto spesso siamo ancora noi “vecchiotti” a chiedere di passare. Dunque, a parte le rare eccellenze (una fra tutte quella di Auer, slegato sul Pesce, vero risultato di allenamento, passione, coraggio ed eccellente equilibrio psico-fisico, di mega vie sul Trango o su altre grandi pareti) noto che si sta perdendo un po’ di interesse per la montagna e non credo nemmeno che basterebbe cementare le soste per rendere nuovamente popolari certe vie.
Un altro dato significativo é che mediamente le vie di falesia (perlomeno di certe falesie) in 30 anni sono state rivalutate verso l’alto, mentre in montagna i gradi sono rimasti invariati e quindi con una gradazione tecnica più alta, anche considerando la protezione che spesso, almeno sulle classiche, equivale, come affidabilità, a una fila di spit.
In montagna alcuni sesti superiori, sebbene protetti da super chiodi, mettono in difficoltà buoni arrampicatori sportivi che considerano il 6a un sentiero e non posso credere che si tratti solo di una questione psicologica.
Per anni abbiamo comunicato la montagna, l’esperienza, il gioco. Il nuovo mattino ha voluto abbattere miti e tabù; ai vecchi eroismi d’èlite si è voluto sostituire una “parete”, che seppur difficile e pulita doveva essere popolare, giovane, colorata ed alla portata di tutti e non solo di pochi eletti.
Pensavamo che le nuove idee degli anni 80 portassero alla nascita di alpinisti fantastici e fortissimi, più sicurezza dovuta alla preparazione e aumento del livello medio ..e invece niente di tutto questo… dove abbiamo sbagliato?
Considerazioni sulla salita:
Chiodatura ottima ed abbondante, soste buone, ma da gestire con intelligenza, nel senso che anche uno spuntone o una clessidra consentono una sosta a prova di bomba. Abbiamo preferito salire il terzo tiro più a destra perché più asciutto, mentre il secondo dopo la seconda cengia l’abbiamo superato sulla placca grigia anziché aggirare lo spigolo a sinistra per infilarsi nei diedri originali di Cassin.
La discesa, se fatta correttamente, è facile ed abbastanza veloce. Consiglio di scendere arrampicando fin sopra il camino Cozzi, da qui una doppia da 30 metri giusti giusti, quindi per un sentierino fino a dei cordini con moschettoncini. Due doppie da 55 e 60 metri, cengia monolitica a sinistra (faccia a valle. Direzione est, nord-est) fino ad un anello resinato che con 55 metri deposita alla grotta da dove si passa fino ad un altro anello che consente di arrivare alla seconda cengia.
Sentiero pestato sino ad un altro anello; consigliabili due doppie corte (anziché una unica) fino ad un agevole canale… attenzione che dopo un centinaio di metri si attraversa a sinistra ad una forcellina con ometto, la si supera e si cerca l’ennesimo ancoraggio a chiodi. Da qui una serie di doppie, gestibili in modo diverso, portano al ghiaione. In tre siamo scesi in poco più di un’ora e mezza , quindi presumo che sia una delle migliori soluzioni.
VIDEO INTERVISTA A MANRICO DELL’AGNOLA
L’arrampicata per puro divertimento
pubblicato da: Simonetta - 29 luglio, 2010 @ 1:13 pm
Cosa significa affrontare una vecchia via, magari vissuta per la prima volta quando ancora si era giovanissimi, molti anni dopo? Cambia qualcosa nel rapporto tra l’alpinista e la parete? Lo abbiamo chiesto a Manrico Dell’Agnola incontrato presso lo stand Dolomite a Friedrichshafen 2010.
Da 30 anni nel mondo dell’alpinismo:
un’intervista a Manrico dell’Agnola
pubblicato da: admin - 20 luglio, 2010 @ 1:38 pm
Sono Manrico Dell’Agnola.
Alpinista, fotografo, scrittore, viaggiatore instancabile, “esploratore” della montagna con oltre un migliaio di vie all’attivo. Testimonial Dolomite. Qui di seguito una piccola intervista per introdurvi nel mio mondo e per conoscerci meglio.
Qual è lo scopo di questa collaborazione con Mountain Blog:
Sicuramente lo scopo è parlare di montagna, di arrampicata, avere l’opportunità di raccontare storie vecchie e recenti, viaggi, esperienze, piccole e grandi cose…a volte anche provocare per vedere se nasce discussione…è una cosa che mi diverte molto!
Mi piace l’idea di avere uno spazio per parlare di montagna a 360 gradi, non per forza di grandi imprese; ritengo sia importante poter discutere delle proprie esperienze, principi, etiche, modi di affrontare il mondo della montagna al fine di trovare possibili risposte e soluzioni che mettano un po’ tutti d’accordo…
Ecco è questo che mi piacerebbe fare: discorrere del mondo della montagna a tutti i livelli, la mia grande passione, e anche per quanto riguarda l’arrampicata dire qualcosa che esca un attimo dai soliti schemi. continua »




























