Marco Blatto

Urban Climbing

pubblicato da: Marco Blatto - 29 gennaio, 2012 @ 1:37 pm

Il 1980 a Torino è l’anno del progetto “Sport uomo”, una grande mostra allestita presso il Palavela di Italia ‘61, nata da un’idea del giornalista sportivo Gian Paolo Ormezzano e del giovane Assessore allo sport del Comune di Torino Vincenzo Alfieri.
Si tratta di una rassegna che racconta la nascita e la diffusione di tutti gli sport legati ai gesti primordiali dell’uomo. Tra questi, l’arrampicata, un movimento che l’essere umano ha compreso e utilizzato per la propria sopravvivenza fin dalle origini, suggerisce all’Accademico del C.A.I. e architetto Andrea Mellano la costruzione di una struttura fissa che riproduca le forme e gli “ostacoli” naturali della montagna.

Viene così realizzata la prima palestra d’arrampicata indoor cittadina, la più grande d’Italia, che consta di una vasta superficie suddivisa in cinque settori con un’altezza variabile dai sei agli otto metri. Vi trovano spazio: un monoblocco di legno rivestito di uno spesso composto gommoso che permette, con pendenze variabili, di riprodurre l’arrampicata sul ghiaccio, una vasta parete articolata rivestita di lastre di pietra gneissica di Luserna, che ricorda in modo più naturale la roccia; vi sono poi delle fessure geometriche ricavate nel cemento armato, camini, tetti, una parete a quinte mobili di legno con apertura modulare.
Una struttura futurista insomma, il cui successo di pubblico andrà ben oltre la rassegna di “Sport uomo”.
Inizialmente gestita in collaborazione con l’Assessorato allo Sport di Torino, il C.A.A.I. e con l’assistenza tecnica del Comitato piemontese, ligure e valdostano delle Guide Alpine, la palestra vedrà nei vent’anni successivi l’avvicendamento di due generazioni di scalatori subalpini, molti dei quali diverranno i futuri protagonisti delle pareti e delle montagne occidentali. E’ l’affermazione della scalata urbana, spettacolarizzata, in quei primi anni ottanta, anche dalla salita di un edificio torinese: l’aspirante guida alpina Marco Bernardi, astro nascente della futura arrampicata sportiva, scala lo “spigolo” di un seicentesco palazzo della centralissima ed elegante Via Garibaldi sotto gli occhi incuriositi di centinaia di passanti.
Nel 1983, alla presenza dell’allora sindaco della città di Torino Diego Novelli, delle autorità cittadine e dell’alpinista Reinhold Messner, ospite d’eccezione, la palestra del Palavela viene intitolata alla memoria di Guido Rossa, Accademico del CAI, operaio dell’Italsider e sindacalista ucciso dalle BR nel 1979.

Sono gli anni in cui nascono i primi corsi serali di arrampicata indoor tenuti da istruttori ISEF, Accademici del CAI e guide alpine. Sempre nei primi anni ‘80, i free-climber torinesi Roberto Mochino e Massimiliano Giri s’inventano il primo libero sito urbano per la pratica dell’arrampicata, utilizzando il muro divisorio del Giardino dei Caduti di Cefalonia con il retrostante vallo ferroviario. E’ l’archetipo dell’odierno street boulder. L’”arrampicata urbana” diviene un movimento giovanile di massa e, per iniziativa di chi scrive, al Liceo Volta di Torino nasce il Gruppo Montagna Volta, uno dei primi gruppi liceali di scalatori organizzati, con tanto di seminari autogestiti tematici e uscite di gruppo.
Dopo le prime gare di arrampicata internazionali di Sport Roccia 1985 a Bardonecchia, volute dallo stesso Andrea Mellano con il giornalista Emanuele Cassarà e l’Accademico Alberto Risso, nel 1987 la palestra “Guido Rossa” tiene a battesimo la Federazione Arrampicata Sportiva Italiana (FASI) e la Società Arrampicata Sportiva Palavela (SASP – Torino); quest’ultima, sarà la prima società sportiva italiana di arrampicata.

Negli anni ’90 in città nasceranno altre palestre al coperto, ed altre società destinate a divenire anch’esse colonne portanti dell’arrampicata indoor subalpina. La successiva vittoria di Torino quale sede per le XX Olimpiadi Invernali del 2006, prevede che la storica palestra sia smantellata con il resto delle strutture per far posto all’impianto di pattinaggio artistico su ghiaccio. A nulla varranno i tentativi di sottolineare l’importanza che la struttura ha avuto nella storia dell’arrampicata stessa. Il 24 giugno del 2002, in occasione dei festeggiamenti patronali di San Giovanni, il sottoscritto, con Loredana Carisio e gli istruttori SASP Tito Pozzoli e Andrea Jannon, scalerà la Mole Antonelliana, simbolo cittadino, nella speranza di sollecitare l’attenzione delle autorità comunali proprio sulla “questione Palavela”.

Ma il Toroc stesso, peraltro organizzatore di quell’evento, ne decreterà il definitivo smantellamento nel 2003.
Nel 2007 viene costruito il Centro Arrampicata Torino (CAT) presso la moderna struttura del PalaBraccini, con oltre 1000 metri quadrati di muri e con pareti alte fino a 18 metri. Il CAT è tutt’oggi gestito dalle tre società storiche torinesi: la SASP, il B-Side e il CUS Torino.
Tuttavia, la “Guido Rossa” della Società Sportiva Palavela di Torino, è ancor’oggi un autonomo punto di riferimento per un migliaio di scalatori torinesi. Lontani ormai i tempi della grande struttura di cemento del Palavela, la palestra è attualmente ospitata in una tensostruttura di notevoli dimensioni situata nella vecchia zona operaia di Mirafiori sud, proprio di fronte ai cancelli della FIAT. Un giusto omaggio, quasi simbolico, all’operaio e sindacalista Guido Rossa, la cui effige di bronzo salvata dalla demolizione interna della struttura di Italia ’61, è ancora lì all’ingresso della palestra a ricordare agli appassionati 30 anni di scalata urbana subalpina.

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“Con il cuore, con l’ideale, con la corda”

pubblicato da: Marco Blatto - 28 gennaio, 2012 @ 5:09 pm

Prendendo spunto da una recente tavola rotonda del GISM tenutasi a Torino l’ottobre scorso, è organizzato un concorso letterario  nell’ambito del Vallone di Sea Climbing Meeting 2012.  Il consueto raduno degli scalatori patrocinato dal GISM e dal CAAI – Gruppo Occidentale,  si svolgerà quest’anno il 27, 28 e 29 luglio nella splendida cornice delle montagne della Val Grande di Lanzo, in provincia di Torino. E’ intenzione degli organizzatori affiancare alle tradizionali giornate di arrampicata sulle pareti di Sea, una serie di convegni, iniziative  e tavole rotonde atte a sottolineare la componente etica, ideale ed artistica della scalata. Il concorso letterario in particolar modo si propone di valorizzare due opere, nelle rispettive sezioni “libro” e “articolo”, in cui, pur trattando d’alpinismo e d’arrampicata, sia emersa la particolare sensibilità “spirituale” e artistica dell’autore.  Le opere, nel numero di una copia per ciascuna sezione e corredate di indirizzo e numero di telefono dell’autore, dovranno pervenire alla segreteria organizzativa entro il 30 aprile 2012. La premiazione si terrà domenica 29 luglio durante la cena di chiusura del meeting. I nomi dei vincitori e le modalità di ritiro del premio,  saranno comunicati con una lettera ufficiale agli interessati.

Segreteria del premio: Marco Blatto Via Perotto 4 – 10070 Cantoira (To)

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Gian Piero Motti e l’invenzione delle “Antiche Sere”

pubblicato da: Marco Blatto - 19 dicembre, 2011 @ 4:54 pm

Di Gian Piero Motti si è scritto e si è detto molto, spesso in modo poco onesto e superficiale. Altre volte si è mitizzato eccessivamente il personaggio soprattutto in riferimento al fenomeno-movimento del Nuovo Mattino, che molti osservatori continuano a indicare quale genesi di un “Sessantotto” dell’alpinismo italiano.
Come giustamente ha rilevato Spiro Dalla Porta Xydias: « Il Nuovo Mattino costituisce in ogni senso un’anfibiologia. Il movimento appare legato a Gian Piero Motti, tanto che nominando questo, ti riferisci pure a quello. E ciò costituisce un grosso equivoco…». Tralasciando la logora analisi del fenomeno, infatti, è di un altro importante periodo della vita dell’Accademico torinese che intendo parlare. Si tratta del triennio che va dal 1980 al 1983 e corrispondente alle cosiddette “Antiche Sere”, meno noto forse ai poco accorti detrattori di Motti, così a torto ritenuto meno interessante da alcuni suoi agiografi.
Eppure, il periodo delle “Antiche Sere”, che si colloca al crepuscolo della vita stessa dell’alpinista, rappresenta il momento più alto e chiarificatore del Motti visionario, romantico e ideologo. Se il periodo del “Nuovo Mattino” è geograficamente identificabile con le pareti della Valle dell’Orco, quello delle “Antiche Sere” trae l’origine dalle rocce del selvaggio vallone di Sea, un’incisione profonda che si apre nel cuore della poderosa testata terminale della Val Grande di Lanzo.
Ma facciamo un viaggio a ritroso nel tempo. All’inizio dell’autunno del 1981, il vallone di Sea è pressoché deserto. Pochi escursionisti vi transitano, ancor di meno sono gli alpinisti. Le foglie dei maggiociondoli e dei frassini ingialliscono e il sole spunta sempre con maggiore fatica dalle alte e tormentate creste della Cima di Leitosa.
Un uomo solo sale con passo lento e cadenzato lungo il sentiero che conduce all’alpeggio di Balma Massiet: è Gian Piero Motti. Giunge al pianoro disseminato di massi dalle forme e dalle dimensioni svariate. Si sdraia su uno di questi.

Quante volte è passato di qui, da adolescente, durante le sue prime gite escursionistiche, oppure in anni più recenti di ritorno da qualche classica ascensione nel gruppo Sea-Monfret.
Altre volte, su quei blocchi si è cimentato in ardimentosi passaggi di arrampicata con il suo più giovane “discepolo” Marco Scolaris.
Osserva la bella “Guglia Verde” dove il giovane Isidoro Meneghin ha da poco completato in solitaria la “Via della Sorgente Primaverile”. La particolare forma della torre rocciosa gli ricorda il “buon mago della sera” del “Signore degli Anelli” di J.J.Tolkien, così la battezza “Torre di Gandalf il Mago”. La fantasia visionaria e romantica dell’ideologo del “Nuovo Mattino” corre lontano per rimbalzare di parete in parete. Poco più in là inventa la “Reggia dei Lapiti” e il “Droide”, ed ecco che le tre grandi pareti del Massiet diventano rispettivamente lo “Specchio di Iside”, la “ Parete dei Titani” e il “Trono di Osiride”…

Mitologia nordica, classica ed egizia, danno anima e vita improvvisa alle grigie e repulsive pareti del vallone, che fino a quel momento avevano al più, secondo le cuentes (racconti), ospitato sabba di streghe e di diavoli, oppure visto misteriose processioni di anime penitenti.
Ma sarebbe riduttivo pensare che la fantasia di Gian Piero fosse riferibile soltanto a visionarie letture giovanili: egli aveva letto i “Discepoli di Sais” di Novalis e la “Filosofia delle forme simboliche” di Cassirer. La roccia esercita tutto il suo spirito evocativo e la magia che ne deriva è un irrefrenabile potere creativo che si materializza nell’invenzione visiva di decine di linee percorribili in arrampicata. Il crepuscolo di quelle giornate autunnali pare riportare un po’ di pace e serenità in Gian Piero, mitigando quella crisi esistenziale che verso la fine degli anni ’70 lo ha colto in modo significativo, allontanandolo dal grande alpinismo e anche un po’ dall’arrampicata.
Il periodo del “Nuovo Mattino” è lontano e con esso le sue contraddizioni, così come le critiche spesso a buon mercato e gratuite di chi non ha capito.
Queste sere solitarie di Sea hanno sapore d’antico e lo riportano agli anni più genuini della sua passione giovanile. Le “Antiche Sere”…
Non si tratta ancora una volta del geniale riferimento al romanzo di Mailer, quanto di un personale e intenso momento di maturità, di lucidità e di riflessione. “Nuovo Mattino” e “Antiche Sere”.
E’ al “mattino” che un individuo si sveglia avendo di fronte a sé un intero giorno ricco di aspettative e speranze, in cui potrà costruire un “nuovo” piccolo tassello della propria esistenza. Ma è alla “sera”, alla fine del giorno, che ciascuno potrà riflettere sull’”antico”, su ciò che è stato fatto e ciò che è stato detto.
Quell’universo di roccia contorta che prende forma, non è solare come lo sono le rocce della Valle dell’Orco, al contrario, l’atmosfera è qui più intima, più cupa, certo, ma non è affatto triste.
Gian Piero si rende però conto che la storia d’azione su quelle rocce non sarà questa volta la sua, ma toccherà a “poeti – guerrieri” come Gian Carlo Grassi, a cavalieri solitari come Isidoro Meneghin, o a vecchi amici forti e sinceri come Ugo Manera.

In quegl’anni, l’arrampicata sta scivolando inesorabilmente verso un’attività fine a sé stessa. I giovani reclamano la supremazia del risultato a discapito della componente psicologica, che deve dunque essere annullata dalla presenza sistematica dello spit sul passaggio.
Qualcuno, in totale malafede e con il solo scopo di confondere le carte, sostiene che il nascente fenomeno “sportivo” è la diretta conseguenza della rinuncia alla vetta voluta proprio da Motti e dal “Nuovo Mattino”. Nulla di più falso e sbagliato. Se di “rinuncia” bisognava parlare riferendosi al “Nuovo Mattino”, era della rinuncia alla rigidità di un certo ambiente alpinistico, in particolar modo torinese ma non solo, ancora troppo legato a una retorica pesante e limitante che affondava le sue radici nell’aspetto più oscuro e determinista dell’”eroismo”, di ispirazione semmai tardo- idealistica. Sul piano pratico, è la soggezione di certi miti eccessivamente consacrati dall’ambiente torinese (e che circola nelle scuole d’alpinismo ove vige un clima da caserma) a imbrigliare un qualsiasi discorso evolutivo.
Dunque Gian Piero non è affatto un anti-romantico come qualcuno vorrebbe far credere, e come potrebbe esserlo? Basta rileggere i suoi scritti per capire ch’egli è invece un romantico nel senso più puro del termine, che riconosce nella scalata un grande stimolo per la contemplazione, la visione, il sogno: « A volte immagino una grande parete, che forse non ho mai visto e che forse non vedrò mai, e mi vedo salire leggero, elegante e sicuro. Niente corda, niente chiodi, certo di non cadere mai. Mi vedo fermo la sera su di un terrazzino a riordinare le mie cose, e poi seduto a guardare una valle sconosciuta, dove le piccole luci che si accendono a una a una mi ricordano con struggente melanconia che esistono anche gli uomini, mi ricordano quegli occhi incontrati per caso che promettevano un mare di cose belle e che forse sono rimaste tali proprio perché fermate in quello sguardo. Un giorno forse partirò e ritornerò a girovagare per i boschi e i monti della valle dove per la prima volta ho incontrato me stesso. E forse questa sarebbe la vera avventura…»
Anche la rinuncia alla vetta in quanto simbolo dell’alpinismo tradizionale è soltanto provocatoria, necessaria, ma non definitiva. Egli auspica un ritorno all’alpinismo e alla vetta con uno spirito nuovo, in cui al primo posto vi saranno pur sempre sentimento e ideali, ma spogliati del superfluo e da una dialettica che ancora esalta “la bella morte in montagna”.
La retorica aveva, di fatto,   affossato addirittura l’epica iniziale dell’alpinismo tradizionale, così come il suo “eroismo” più genuino.
Negli anni ’80, in riferimento a quanti hanno saputo cogliere solo il vero messaggio del “Nuovo Mattino”, egli scrive: «In sostanza essi non hanno lasciato l’alta montagna, accusata dagli estremisti di essere soltanto luogo di sofferenza, di espiazione masochista e di morte, limitando così la loro attività (e anche la possibilità di vivere l’Avventura) soltanto al sassismo e alle strutture brevi. L’importante era ed è tutt’ora saper conservare un aggancio spirituale con la tradizione, spogliandola però attraverso una corretta analisi di quei contenuti che oggi si ritengono superati – e ancora – E’ errato dire: l’alta montagna è negativa invece il sassismo è positivo, oppure l’alpinismo è da masochisti mentre invece l’arrampicata sui sassi è divertente; oggi si è giunti a questo, e ciò è molto amaro oltre che deludente»
La “filosofia dell’altipiano” mirava a dimostrare come la grande avventura si potesse vivere anche su una parete di fondovalle in modo “gioioso” e “sentimentale”.

Tecnicismo e spiritualità sarebbero divenuti, come è giusto che sia in alpinismo, valori complementari e non in contrapposizione. Al “sentimento della vetta” pur bello ed esclusivo a suo modo, si sostituiva per poi affiancarsi, come lo definisco da tempo, il più laico “sentimento della meta”.
Ma far comprendere ciò che non si è voluto capire è impresa ardua se non impossibile.
Alla fine, contravvenendo a qualsiasi verità, qualcuno lo accuserà addirittura di essere la causa dell’imminente genesi della “sportivizzazione” dell’arrampicata (e di riflesso quindi anche dell’alpinismo).
Ma a dipanare qualsiasi tentativo di confondere le carte, intervengono ancora le parole di Gian Piero: « Il Nuovo Mattino rappresentava la possibilità di estendere la dimensione dello spirito a quelle strutture rocciose che erano invece ripudiate dagli alpinisti tradizionali. Era la possibilità di vivere la dimensione spirituale in una frase critica e delicata, in cui era necessario allontanarsi per un po’ dalla grande montagna ». E ancora: «Vi è oggi chi afferma che l’alpinismo è uno sport: a parer mio è un non senso. Potrebbe essere uno sport l’arrampicata se venisse privata di ogni fattore emotivo[…] Ma mi chiedo: e le montagne? Saranno abbandonate come luogo di morte e di pericolo?Saranno attrezzate con cavetti d’acciaio lunghi mille metri e ancorati sulla vetta? No, mio Dio! Tutto ciò non ha senso, ma forse potrebbe anche realizzarsi […] ». Ma è nel periodo delle “Antiche Sere”, quando proprio nell’alpinismo impazza ormai un certo relativismo di pensiero, che Gian Piero offre invece una grande lezione spirituale e romantica. Essa trae forza dall’amore fanciullesco per quelle sue montagne, dalla sensibilità artistica e creativa che gli permette d’individuare delle linee di scalata senza doverle necessariamente percorrere, dal tormento interiore ch’emerge in alcune esternazioni in cui si lascia andare con gli amici più fidati.


La forza di quel mondo creato dalla visione e dalla contemplazione sfiora la poesia pura, ed è indubbio che ben due generazioni successive di scalatori torinesi ne abbiano subito il fascino.
Scrive Motti: « Perché Antiche Sere? Perché un albero mette frutti e fiori soltanto se ha radici e soltanto se la linfa vitale scorre dalle radici ai rami: se si taglia l’albero all’altezza delle radici, ahimè!, ben presto esso morirà, diverrà un tronco secco da ardere, senza fiori e senza frutti. Qualcuno, forse in buona fede, ha cercato e sta cercando di segare l’albero per staccarlo dalle sue radici, con l’illusione di dargli finalmente la libertà di movimento. Ma forse si è ancora in tempo a porre riparo, a cicatrizzare la ferita, ormai molto estesa, e a ricollegare i capillari della linfa con le radici sottostanti. Molti cominciano già a vedere che l’albero dà frutti avvizziti, quasi non dà più fiori, va perdendo le foglie e rinsecchendosi nei rami. Ed è per questo che mi sono preso l’arbitrio di usare tanto mito nel battezzare le pareti: lo si voglia o no, è nel mito che possiamo trovare il senso del nostro esistere e la risposta ai grandi perché della vita»

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L’INCERTEZZA DELLA RIUSCITA

pubblicato da: Simonetta - 8 novembre, 2011 @ 4:40 pm

Questa notte ho dormito poco: ho pensato alla scalata di oggi da tanto tempo progettata, all’incognito che ci attende su una parete in buona parte ancora inesplorata.
L’incertezza della riuscita fa quest’effetto.

Ma questa calda e anomala mattina di inizio luglio, sembrerebbe essere il momento ideale per tentare di realizzare quanto abbiamo in mente. Il vallone della Leitosa che stiamo risalendo da circa un’ora è un luogo notoriamente freddo, soleggiato soltanto nel primo pomeriggio.

La nostra intenzione, è quella di attaccare la parete nordovest del gigantesco sperone quotato 2667 metri che occupa il terzo vallone di Leitosa, e che costituisce il più robusto contrafforte di questo versante della Cima di Leitosa stessa. Si tratta di una parete verticale e abbastanza compatta, del tutto inviolata in questo settore. Solo più a destra si sviluppa un itinerario del solito Gian Carlo Grassi: “Spazio Bianco sulla Mappa”, la cui prima ripetizione abbiamo fatto l’anno scorso.

Sono state 14 lunghezze impegnative, con una dura fessura finale di 6c e con soli 5 chiodi trovati in parete, ma la salita ci è servita per gettare sguardi indiscreti su questo lato della montagna.

Conosco molto bene in verità il complesso roccioso della Leitosa, dove nell’ultimo decennio ho arrampicato molto ed aperto parecchie vie nuove.

Quest’oggi siamo partiti dal fondo del vallone di Sea con l’imbracatura già indossata e tutto il materiale appeso. L’intenzione è quella di scalare con uno zainetto leggero e recuperare con le maniglie jumar il sacco più grande in cui abbiamo riposto acqua, materiale per eventuale bivacco di fortuna e poco vestiario.A me, che sarò il capocordata della salita, sarà concesso di scalare con il solo materiale. Una volta in sosta recupererò il sacco più grande e, l’amico Luca, salirà poi con lo zainetto più piccolo.

Luca è per me un secondo ideale: abile schiodatore, arrampicatore veloce e ottimo artificialista. E’ inoltre in grado di intuire le mie mosse in parete dalla sua posizione di sosta e gestire la corda in modo ottimale. Insomma, è un compagno che dà grande sicurezza e che testimonia quanto un abile secondo di cordata sia fondamentale quanto un primo, soprattutto in particolari ascensioni.

Sono quasi le otto e stiamo risalendo il faticoso canale detritico che sovrasta il celebre Masso di Nosferatu: lo incide la Fessura Motti, risposta ideale dello scalatore torinese alla ben più celebrata fessura superata dal suo amico Kosterlitz, nell’adiacente Valle dell’Orco.

Giunti sotto il rateau de chevre, il caratteristico passaggio che obbliga a strisciare sotto grandi massi, fatichiamo a passare poiché il materiale appeso all’imbracatura si impiglia un po’ ovunque. Imbocchiamo quindi la cengia rampa sotto la misteriosa Parete del Nano, raggiungiamo il plateau del primo vallone di Leitosa e infine superiamo la base della Cresta della Cittadella, l’ardua fortificazione naturale che divide i due antichi valloni sospesi d’origine glaciale.

Raggiungere la base della cresta nord-nordovest della Cima di Leitosa non è per nulla facile: gli ontani e le valanghe hanno cancellato l’antica traccia un tempo percorsa dai pastori.
Finalmente, l’ultimo e faticoso transito sotto la parete grigia e fredda parete ovest – nordovest, ci apre un angusto passaggio verso il terzo vallone della Leitosa, occupato al centro dal nostro sperone che s’innalza imponente fino alla sommità della cresta sudovest.

Sono solo le 9,30, ma siamo così sudati che dobbiamo immediatamente idratarci a scapito delle nostre scarne riserve d’acqua. Un ultimo sguardo col binocolo mi conferma le preoccupazioni che mi avevano assalito un anno prima. L’ultimo terzo di parete è sbarrato da enormi gradini rovesci e, l’unica possibilità di passaggio per non impelagarsi in lunghi e difficili tratti di artificiale, è rappresentata da una placca verticale, forse addirittura strapiombante in alcuni punti.

C’è da sperare che da questa posizione di osservazione e, data la distanza, non si riesca a vedere la presenza di fessure che ci permetterebbero di salire con le sole protezioni tradizionali di cui disponiamo. Viceversa, la situazione diverrebbe critica.

Le prime tre lunghezze non riservano sorprese ma, la roccia, è meno bella di quanto ci fossimo immaginati. La parete diviene sempre meno articolata e ci conduce giocoforza dentro un diedro già evidente dal basso.
Allestisco alla sua base un punto di fermata su due chiodi e recupero il sacco grande. Ma questo si impiglia sotto una lama sporgente e non c’e verso di smuoverlo. Luca è allora costretto a salire per liberarlo ma, quando arriva all’incirca alla sua altezza, si accorge che questo è incastrato assai più a destra rispetto alla linea di salita. Mi raggiunge allora in sosta e poi, calato da me, scende sulla verticale fino al sacco che raggiunge con un paio di pendolate. Il guaio è alla fine risolto con una perdita di tempo limitata e una risalita sulle corde.

Sono le 11,30, abbiamo scalato molto veloci e siamo oltre metà parete. Vedo già la sezione chiave della salita, cioè la placca verticale e compatta che caratterizza il vertice del grande triangolo. Ma raggiungerne la base è tutt’altro che facile, poiché mi trovo più a destra e sotto una barriera di tetti, inoltre detta placca è difesa da una curiosa e lunga cornice spiovente.
Dopo un paio di azzardati tentativi in arrampicata libera, mi arrendo all’evidenza e inizio una complicata ed assai esposta traversata in A2, che mi obbligherà a usare nell’ultimo tratto un paio di bong di grandi dimensioni.

Arrivo finalmente alla base della placca, mi alzo ancora con un passo di artificiale e, con una mano, riesco a chiodare e ad allestire al meglio una sosta in una fessura semicieca e verticale. Il recupero del sacco comporta un interminabile e pauroso pendolo dello stesso, questa volta però senza conseguenze.

Mentre assicuro Luca che velocemente risolve il tiro sulle staffe, alzo lo sguardo oltre la piccola convessità della placca che mi impedisce una visuale completa e spero che l’esile fessura continui oltre per permettermi di piazzare le protezioni. Riparto fra un misto di curiosità e apprensione e, dopo un passo già abbastanza complesso, esco dalla “pancia” entrando nel cuore della placca verticale.

Ed è allora che mi assale un certo sconforto: vedo con sgomento che non vi sono fessure! Rimango fermo su un gradino sulle punte dei piedi con le mani addossate alla placca che vorrebbe sputarmi all’indietro nel vuoto. Passano quasi cinque minuti e i polpacci mi esplodono per la scomoda posizione, mentre penso alle mosse successive.

Cinque metri di placca panciuta di 6b da fare in arrampicata in discesa mi separano dall’ultimo friend che ho piazzato poco dopo aver lasciato la sosta, precludendomi praticamente la possibilità di ritirarmi. Decido allora di proseguire, sperando nella provvidenza e puntando ad una sporgenza verticale quattro metri più in alto. «Se riesco ad agguantarla in opposizione non la mollo più» penso in silenzio.

Salgo su minuscole tacche altri due metri arenandomi di nuovo contro una zona liscia. Potrei azzardare il passo ma devo assolutamente proteggermi. Scorgo allora un curioso buco nella roccia nerastra, che è in realtà una piccola dilatazione di una crepa.

Sembra abbastanza profondo e potrebbe ospitare un chiodo. Appigliato con la mano sinistra ad una presa pessima e con i piedi messi abbastanza male tento di infilarvi la punta di un chiodo, che poi, in modo un po’ scomposto e con la medesima mano tento di martellare. Ma al secondo colpo questo schizza via come un proiettile e rimbalza più volte sui 250 metri di parete sottostante. Rinuncio ai chiodi ma mi devo sbrigare poiché potrei scivolare da un momento all’altro con un volo poco auspicabile.

Ma ecco che provvidenzialmente mi ricordo di avere appeso al porta – materiale dell’imbracatura anche un ballnut di Luca, un curioso nut meccanico “bifaccia” che ho usato poche volte e che non mi piace per niente. Lo infilo nel buco e noto subito che si piazza saldamente. Non finirò mai di ringraziare Luca per avermelo offerto e cambierò da questo istante idea sulla sua validità, lo giuro!

Rincuorato dalla protezione, mi riassetto in posizione e tento una difficile pinzata di dita su delle piccole tacche molto distanti e con i piedi solo in appoggio. Mi alzo tra una smorfia e un grido strozzato di fatica mentre punto alla sporgenza verticale ormai quasi a portata di braccio. Trattengo il respiro e apro una bracciata verso destra. Presa! Immediatamente accoppio le mani sulla sporgenza mentre con il piede destro piazzato in una concavità cerco di assorbire al meglio lo sbilanciamento. Ancora un attimo di tensione, e poi anche i piedi si pareggiano donandomi una posizione stabile. Salgo rapidamente poco più di un metro e, un gradino netto che afferro con la mano destra, mi dice che il peggio è passato. Rimonto facilmente gli ultimi metri della placca riuscendo addirittura a piazzare un friend e poi allestisco un’ottima sosta su di una piccola cengia detritica.

Mentre recupero Luca, guardo soddisfatto verso il basso la chiave della salita appena superata: 18 metri con difficoltà di 6b+ e 6c continue, due friend e un ballnut di protezione. I tre tiri che seguono non riservano sorprese, tranne una lama gigantesca che afferro in traversata dopo un diedro e che noto con sgomento essere completamente staccata e appoggiata alla parete. Alle 15, 30 esco al vertice del triangolo e dalle difficoltà dopo 400 metri. Abbiamo lasciato in parete solo due chiodi.

Scorgo l’ometto che avevo rinforzato l’anno precedente e che mi dice che mi sono ricollegato all’uscita di “Spazio bianco sulla mappa”. Ci aspettano ora facili ma insidiose lunghezze sulla cresta che ci condurranno sulla selletta appena sotto la vetta.
Guardo l’altimetro: siamo a quota 2667 metri.

Tolgo le scarpette e infilo le scarpe da avvicinamento per arrampicare, poiché le difficoltà non superano ormai il 5b.
Occorre tuttavia prestare attenzione alla roccia poco solida, ai tratti esposti ed insidiosi. Ma l’itinerario, in questo già noto, è per noi come un libro aperto, tant’è che già alle 16, 40 siamo in vetta a 2870 metri di quota, con uno splendido sole che ci illumina e ci riscalda.
Abbiamo arrampicato per oltre 500 metri, merce rara nelle nostre valli e, cosa più importante, siamo passati in apertura su difficoltà abbastanza elevate per questo tipo di terreno solo con attrezzatura tradizionale.

E’ questo il modo di arrampicare in montagna che più ci piace, sapendo leggere la montagna e individuandone i punti deboli, in barba a chi a poca distanza da qui si permette maldestramente di attrezzare le soste con gli spit e le catene sulla parete nord dell’Uja di Mondrone e perfino sul classicissimo “Spigolo Murari” all’Uja di Bessanese.

Mentre percorriamo verso nord la cresta, in direzione della Cima settentrionale di Leitosa, getto uno sguardo sui due versanti: quello più dolce e meno difficile della Valle di Ala e quello dominato dal baratro sul Vallone di Sea.

Fortunatamente ho buona memoria fotografica e individuo la Via Altavilla – Vittoni che sale dal secondo Vallone di Leitosa: l’ho già utilizzata un paio di volte in discesa, è rapida e veloce, con facili rocce di II e III° grado.

In circa due ore siamo sugli sfasciumi alla base della parete nord e ci portiamo sul filo dell’antica morena laterale del secondo Vallone di Leitosa, ora parzialmente vegetata. Sono le 19,30, e l’imbrunire incombe sul Vallone di Sea, tuttavia non mi preoccupo: da questo punto potrei scendere in qualsiasi condizione, anche senza la pila frontale.

Lottando con gli ontani scendiamo nel marcato canalone valanghivo che sovrasta la Parete degli Hobbit e lo Specchio di Iside. Da qui sarei tentato di puntare in direzione dello Specchio e calarmi direttamente da una delle tante linee che non avrei difficoltà a reperire. Ma l’alneto è troppo fitto, per cui risaliamo a ritroso lungo l’itinerario percorso la mattina.

E’ ormai notte quando raggiungiamo il Masso di Nosferatu. Siamo stanchi e affamati.
E’ però in quel momento che Luca propone l’estrema follia di una giornata visionaria: non scendere assolutamente a valle se prima non avremo salito la celebre fessura Motti alla luce dei frontalini. Non so per quale motivo accetto, lasciando però dopo una giornata da capocordata l’onore a lui di salirla dal basso piazzando le protezioni. In breve, Luca, che mostra ancora una freschezza non comune, risolve i fatidici 15 metri e recupera il sottoscritto stanco e per nulla pentito della cortesia concessa all’amico sul “semplice” 6a.

Un gioioso pediluvio durante il guado dello Stura di Sea, effettuato nella totale oscurità, segna la fine di questa nuova avventura. Sono le ore 22,15. La riuscita è ormai più che una semplice certezza.

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IL SENTIMENTO DELLA META

pubblicato da: admin - 7 novembre, 2011 @ 9:20 am

Sono cresciuto prima ai piedi del Monte Bianco, poi in Val Grande di Lanzo nel cuore delle Alpi Graie meridionali, dove tutt’ora lavoro e risiedo. Devo a questi luoghi l’afflato iniziatico della mia dedizione alla montagna. Al tempo stesso devo la passione per la scalata e per l’alpinismo a Cosimo Zappelli, Gian Piero Motti, Gian Carlo Grassi e Andrea Mellano che, nelle varie fasi della mia crescita nel mondo del verticale, sono stati per me amici, maestri e punti di riferimento.

Dell’alpinismo amo innanzitutto la componente esplorativa, la valenza culturale, artistica e ideale, senza tuttavia rinunciare al fascino del “gioco”. Grazie alla pratica costante, agli studi e a un pizzico di fortuna, ho fatto della montagna la mia professione.

Sono stato collaboratore della Rivista Alp e di altre testate, ed oggi sono direttore editoriale di una nota casa editrice che si occupa di “terre alte”. Dal 1998 sono Socio Accademico del GISM, e dal 2010 Full Member dell’Alpine Club. Nel 2003 ho vinto il Premio d’Alpinismo G. De Simoni, per le vie nuove che ho realizzato in stile tradizionale sulle Alpi Graie Meridionali.

In alpinismo credo nell’esistenza di un “sentimento della meta”, un ideale che da un po’ di tempo inseguo anche nelle vie di arrampicata a media e bassa quota. Punto focale della scalata è secondo me l’”incertezza della riuscita”, un elemento cui ogni scalatore dovrebbe tendere se crede nel valore dell’avventura.

Dopo anni di influenza plaisir, è dunque forse venuto il momento di una riflessione.

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Da Motti e Grassi al trad ed il futuro… intervista di Christian Roccati

pubblicato da: admin - 7 novembre, 2011 @ 9:19 am

Il 2011 è iniziato oramai da qualche settimana e Mountain Blog non può certo rimanere indietro con i tempi. Oggi vogliamo rilanciare in puntualità ed attenzione proponendovi un personaggio noto nel mondo della montagna, una firma ed una garanzia: Marco Blatto.

Nato a Torino ne 1965, residente a Cantoira nella Val Grande di Lanzo, Marco è un forte alpinista ed eccellente scrittore e professionista in ambito letterario e montano, non a caso Accademico del GISM e membro dell’Alpine Club. Nella sua vita ha collezionato esperienze di ogni sorta e tutto ciò gli ha permesso di diventare ad oggi il punto di riferimento oggettivo che rappresenta per molti.

Sei uno scrittore di montagna Accademico del GISM: che significa?

Il GISM [Gruppo Italiano Scrittori di Montagna n.d.a.], a ottant’anni dalla sua fondazione, può ancora rappresentare una voce autorevole in materia di cultura alpina e, soprattutto nell’alpinismo. Il fatto che il GISM, nato come una sorta di contro – altare del CAAI, abbia però a differenza di questo mantenuto una condizione di autonomia assoluta dal Club Alpino Italiano, consente a mio parere un’autorità unica nel panorama associazionistico, condivisa solo da poche altre associazioni legate al mondo della montagna. È importante che tale autonomia rimanga, pur dialogando e collaborando, com’è ovvio con altre realtà.

Quali sono i tuoi impegni a riguardo?

Dal 2007 sono delegato del GISM per il Piemonte e la Valle d’Aosta, e da allora cerco di rendere visibile l’immagine e le finalità del nostro sodalizio in ogni appuntamento di rilievo per l’alpinismo e per la cultura alpina. Se ti riferisci in senso stretto alle “questioni” interne, cercherò d’adoperarmi affinché gli ideali storici del gruppo si adeguino sempre di più alle problematiche concrete dell’alpinismo odierno, che sono ben diverse rispetto a quelle di anche solo vent’anni fa. È importante che il GISM sappia abbandonare alcuni reducismi e “nostalgismi” che mi paiono oggi un po’ demodè e talvolta addirittura inadeguati rispetto ai veri problemi dell’etica alpinistica odierna.

Dell’alpinismo, occorre saperne cogliere appieno le pieghe attuali, in cui inserire un discorso se vuoi sì “ideale”, ma per forza di cose decisamente più “laico” rispetto a quello spesso proposto in passato. Oggi insomma, mi sembra ovvio, occorre consolidare anche un “sentimento della meta” oltre che “un sentimento della vetta”. Se non si capisce questo, perderemo l’opportunità di far breccia in modo “ideale” nelle nuove generazioni, alle quali occorre invece far comprendere che molto vi è al di là dello “sport” o del mito del “grado”. Il gruppo viceversa rischierebbe di “arrotolarsi” su sé stesso. Tuttavia vedo forze nuove all’interno del GISM, giovani con cui si dovrà per forza di cose assolutamente dialogare.

Sei anche membro dell’Alpine Club: che cosa significa?

Significa essere membro del primo club alpino della storia, un club che ha mantenuto il suo carattere elitario originale nei suoi 150 anni di vita, (non va confuso con il BMC che oggi è l’equivalente del nostro club alpino), ma, soprattutto e cosa rara, ha mantenuto intatto lo spirito dei suoi padri fondatori e cioè esplorazione e divulgazione. Il club regola ancora oggi l’ammissione in modo assai severo e, se non si possiedono i requisiti alpinistici necessari, vi è un periodo da passare in qualità “d’aspirante”. Devo dirti però che, a differenza di quanto la sua storia potrebbe indurre a pensare, si tratta di un club ricco persone gioviali, disponibili, nonostante vi gravitino personaggi di primissimo piano in campo alpinistico. È un club inoltre “internazionale”, perché accoglie nelle sue fila alpinisti di tutto il mondo. L’Alpine Club promuove meeting d’alpinismo di altissimo livello in tutto il pianeta, spedizioni extraeuropee, partecipa in prima persona al prestigioso premio d’alpinismo “Piolet d’Or”.

Come hai fatto a diventarne membro?

Ero impegnato in una campagna negli Ecrins nell’estate del 2007 e, mentre tornavo dall’apertura di una via nuova alla Momie, ho incontrato un gruppo di AC members. Parlando del più e del meno e avendo saputo della mia attività, mi hanno proposto di presentare la candidatura. Dopo un anno d’indagini preliminari è arrivata la nomina.

Hai anche vinto il premio d’alpinismo De Simoni? Cosa puoi dirci a riguardo?

Sì, ero già stato segnalato a Cervinia nel 1999, poi è arrivata la vittoria nel 2003 a pari merito con Mario Manica. Il premio De Simoni rappresenta idealmente un riconoscimento per ciò che dovrebbe essere secondo me l’alpinismo: esplorazione, conoscenza e divulgazione. È un premio rivolto agli “alpinisti” che ancora credono che sulle Alpi vi sia ancora qualcosa da dire, in campo tecnico e conoscitivo. Per me è stata una bella soddisfazione e spero che il premio continui a premiare l’attività di ricerca in montagna, non quella della mera ripetizioni d’itinerari. Spero che i prossimi vincitori in futuro continuino ad essere “alpinisti” e non semplici “arrampicatori”. Certo che stare in un Albo d’oro assieme a certi mostri sacri fa un po’ effetto…spero d’essermelo meritato. continua »

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