Ricominciare

DSCN8852Ho guardato il Monte Bianco con gli occhi meravigliati di chi non aspettava altro che crescere. Ho letto di gesta e d’imprese di uomini fuori del comune, di salite e di salvataggi impossibili, di tragedie che hanno segnato per sempre l’animo di quelle rocce cristalline. Sognavo Chamonix più che la California e guardavo con ammirazione quegli eroi del verticale che il granito e la tormenta avevano consacrato ai libri di storia. Da allora molta roccia e molto ghiaccio sono passati sotto le mie mani. Per primo, molte volte, ho accarezzato i lembi così differenti di quel misterioso mondo minerale. Spesso l’ho fatto da solo. Ho raggiunto quei traguardi che i miei occhi di ragazzo fantasticavano oltre le montagne? Forse sì o forse ho soltanto avuto l’illusione di aver volato veloce in un mondo incantato in cui mi sono dimenticato spesso delle piccole cose. Oggi ho anch’io quel distintivo all’inizio tanto inseguito e visto come inarrivabile, e oggi posso sedere (non sempre senza disagio) con quegli uomini di cui ammirai le imprese sulle vette del Monte Bianco e delle Alpi. Oggi però non mi sento per nulla “arrivato”, anzi, mi sembra d’aver ancora tutto da scoprire in pochissimo tempo e con non più tutte le forze di una volta. Spesso guardo giovanissimi amici che si avviano con tutte le carte in regola al mondo della montagna e del verticale, e ne provo invidia. Vorrei allora ripartire da quei riti iniziatici consumati a suon di letture e di goffi tentativi autodidatti sulle rocce. Vorrei ridisegnare con la fantasia quelle scalate che forse non farò mai “da grande” e che rimarranno le più belle perché solo agognate. Ogni riconoscimento ricevuto, ogni “distintivo” guadagnato, allora, segna in qualche modo un arrivo e la fine di un sogno, la cui potenza e bellezza risiedeva proprio nel “divenire”. Vorresti allora spogliarti di ogni traguardo raggiunto, e ricominciare solo a salire leggero.


Ritrovarsi

Ritrovarsi…
Una vecchia foto, per caso. Ricordi di molti anni fa, quando si era giovani e anche un po’ pazzi. Un legame costruito sui sogni e sulle leggerezze dei vent’anni. Corse, giochi, complicità, affetti e confidenze. Ed era bello scoprire momenti ed emozioni nuove. Poi, come dev’essere, tutto finisce, tutto è reciso. Passano gli anni e le strade diventano molte e differenti. Poi, una vecchia foto, per caso. Le parole di una vecchia amica che fu sorella e bambina. Che non ti aspetti. Siamo invecchiati ma i ricordi no.
Ritrovarsi…


Scalate, ricordi e promesse mantenute nel bacino del Freboudze

“Non esistono proprie montagne, si sa, esistono però proprie esperienze. Sulle montagne possono salirci molti altri, ma nessuno potrà mai invadere le esperienze che sono e rimangono nostre”
Walter Bonatti, Montagne di una vita, 1995

1) l'autore nel  1968 a Lavachey con lo sfondo del Petit M. Greuvetta (foto arch.Blatto)Ci sono angoli del Monte Bianco che ho amato fin dall’infanzia. Non c’è un motivo particolare se non lo spirito evocativo che certi luoghi di roccia e di ghiaccio riescono a determinare nella complessa psiche dell’individuo. Così, credo d’aver amato il modesto Mont Chetif ancor più del tormentato versante della Brenva del Monte Bianco, le cui rocce dirimpettaie alla finestra di casa mia a Courmayeur stimolavano fantasie “arrampicatorie” ancora dormienti. Avevo per esempio stretto un legame con le bianche rocce gessose della Val Veny, le cui pareti franose m’incuriosivano ancor di più che il poderoso versante di Peutery. Versa la fine degli anni sessanta, a casa nostra venivano spesso Walter Bonatti e Cosimo Zappelli. Bonatti, che aveva lasciato l’alpinismo dopo la via nuova in solitaria lungo la parete nord del Cervino, era solito acquistare nel nostro negozio in Strada Regionale cioccolato amaro fondente e quadretti di zucchero. Intrapresa la nuova avventura di esploratore e d’inviato della rivista “Epoca”, non mancava mai di farci arrivare una cartolina dalle terre lontane che visitava. Zappelli, invece, era ormai una guida famosa oltre che un soccorritore esperto. Ricordo, alcune sere, i racconti di scalate e di salvataggi sul Monte Bianco con quei due protagonisti dell’alpinismo, mentre mio zio apriva una buona bottiglia di cognac. Zappelli, alla fine degli anni settanta, sarà il mio primo maestro d’alpinismo in un corso organizzato dalla Compagnia delle Guide di Courmayeur. Nelle mie scorribande infantili c’era in ogni caso una montagna che più di tutte le altre stimolava la mia fantasia. Spuntava in sordina dal bacino di Frebouge quando, presso Lavachey in Val Ferret, andavo a “giocare” sui primi sassi all’età di quattro anni. Salendo su quei facili blocchi rocciosi guardavo verso l’alto e sognavo così d’aver percorso un pezzetto di quelle montagne che mi parevano irraggiungibili, e tra queste vi era il Petit Mont Greuvetta. Nella maturità ho percorso decine di vie nel gruppo del Monte Bianco, difficili e famose, altre meno note ma non per questo meno fascinose o di poca soddisfazione. 2) La parete sud-sudest del Petit M. Greuvetta (ph. M.Blatto)Anche il bacino del Frebouge dal punto di vista dell’arrampicata non ha smesso di esercitare un fascino su di me, seppur in modo piuttosto tardivo rispetto ad altri settori del Monte Bianco che ho “battuto” maggiormente negli ultimi vent’anni. Dopo una veloce salita all’Aiguille de Leschaux nel 1988, l’occasione di tornare in quel piccolo angolo al cospetto delle Grandes Jorasses mi è stata offerta nel nuovo millennio. Impegnato a completare la mia conoscenza del massiccio in vista dell’ammissione al GHM di Chamonix, ripetevo la via Bonatti –Mazeaud alle Petit Jorasses, rimanendo nuovamente colpito dal gruppo del Greuvetta. L’estate successiva, in mancanza di soci per una puntata al M.Greuvetta, con l’amico Renato Rivelli salivo una via molto particolare sullo zoccolo che sostiene il ghiacciaio del Frebouge, lungo lisce placche testimoni della potenza erosiva dell’antico apparato glaciale, ora ritiratosi in un circo più alto. In quell’occasione la mia attenzione si rivolse nuovamente al dirimpettaio Petit Mont Greuvetta 3221 m e alle sue belle placche meridionali. Questa montagna, nota anche come Punta Bosio, costituisce una specie di contrafforte della cresta sud-sudest del più alto e robusto M.Greuvetta 3679 m (dove nel 1971 cadde il socio venariese Paolo Armando). La cima fu raggiunta per la prima volta nell’agosto del 1913 da Ralph Todhunter e Joseph Knubel dal versante sudest ma la “via normale”, tutt’altro che facile, è opera di Ettore Calcagno e Mario Bordone nel 1925. Sulla parete ovest anche la cordata Bonatti-Oggioni lasciò la sua firma nel 1959, superando una bella parete di 650 metri non particolarmente difficile. La mia prima ascensione su questa montagna, nel 1995, avvenne lungo la via “Emery-Barthassat”, un logico capolavoro datato 1975 che supera una stupenda successione di diedri e placche. Ricordo allora una discesa particolarmente complicata con una serie di doppie dalla cresta sud-sudest, in un labirinto di canaloni e cenge. L’anno successivo, l’amico Daniele Caneparo con Ezio Sordello ed Enzo Ciavattini, apriva “Dromi”, la prima via moderna della parete equipaggiata con spit (seppur distanziati) e con difficoltà fino al 6b. Soprattutto, questa linea 3) le belle placche della via Dromi al Petit M.Greuvetta (ph. R.Bensio)offriva una nuova e comodissima possibilità di discesa rapida anche per le via “Emery-Barthassat” e per la vicina e difficile “British Route”! La possibilità di avere delle doppie interamente attrezzate, inoltre, rendeva di fatto fruibile questo versante anche in giornata. Mi proposi di ritornare a ripeterla ma, da allora, sono passati vent’anni e il mio interesse si è rivolto ad altre zone del massiccio oppure a progetti sulle Alpi Graie Meridionali. Quest’anno, approfittando di una bella estate e di un po’ di giorni a disposizione, ho quindi fatto base a Courmayeur in vista di alcune salite all’Aiguille de Blaitiére e nel Triolet. Una telefonata veloce in un giorno di “pausa” e l’amico Roberto, già compagno nella salita alle Petit Jorasses, si è precipitato da Savona in giornata! E sempre nella giornata siamo finalmente riusciti a ripetere “Dromi” al Petit Mont Greuvetta, con l’impegno ti tornare l’anno prossimo per salire anche la difficile “Creswell-Penning”. Il giorno seguente, al Mont Vert de Greuvetta 2873 m di comodo accesso dal Bivacco Gianni Comino collocato nel 1981, ripetevo con mia moglie la “Via del Carletto”: nove lunghezze su roccia molto bella e con ottimo panorama sul bacino del Triolet. Sceso a Lavachey mi sono fermato ai “miei sassi” della Val Ferret dove in qualche modo ha avuto inizio la mia avventura verticale. Il pensiero è corso nuovamente indietro nel tempo, alle prime arrampicate, alle lunghe passeggiate pomeridiane al cospetto delle Grandes Jorasses, al salotto di casa nostra con mio zio, Bonatti, Zappelli e il dottor Bassi impegnati in conviviali chiacchierate. Chissà quali eventi, perone, luoghi, segnano e tracciano in qualche modo la via di un individuo. La mia, di certo, ha origine nella Courmayeur degli anni sessanta e all’ombra di queste montagne.


I giorni dell’alpe

Ogni giorno è una piccola vita, ogni risveglio e ogni levata una piccola nascita, ogni fresco mattino una piccola gioventù, e ogni andare a letto e addormentarsi una piccola morte.
Arthur Schopenhauer

foto3-gias MombranLo sapevo che ci dovevo mettere il naso. Solo non pensavo che in questo pazzo autunno di sole ci sarei andato quasi una volta a settimana. Lasciavo l’imbocco del vallone alle mie spalle e da solo m’inerpicavo nel canale ripidissimo, rinserrato tra alte pareti rocciose. E giunto all’alpe, ormai diroccata, me ne stavo in contemplazione sdraiato sul praticello del Tchastlét (Castelletto), sospeso su un bastione di roccia a picco sul canale “dei Cacciatori” e sulla misteriosa “Gola di Mombran”. Si dice che tra quei meandri di rocce erbose albergassero le “masche”, oltre a una splendida coppia di aquile reali. E che dire delle vipere di Mombran, tutt’altro che intimorite dai rari passaggi umani: si fantasticava che avessero addirittura potere ipnotico. Un tempo Giacoulin mi raccontò che di ritorno dalla caccia, dovette aprirsi la strada tra i rettili a fucilate. Eppure quell’anfratto selvaggio e dimenticato era diventato poco a poco il mio luogo dell’anima. Prima di ripartire, ogni volta, riposizionavo una pietra sulle mura rovinate del Gias (alpeggio), oppure rimettevo una losa sulle volte a botte ormai scoperte dei pourti (stalle). Era rapida la discesa sul fondovalle, e non sarebbe stato affatto il caso di mettere un piede in fallo. Le tracce di passaggio dei pastori sono ormai state cancellate dalle valanghe e dalle frane di questi ultimi quarant’anni. DSCN8253Rientrando a casa mi fermavo da Battistin per dirgli che ero stato al suo Gias Mombran. Ci fu un tempo in cui, lassù, lui saliva tutti i giorni. Parlargli di quei luoghi era un po’ come farlo tornare ai suoi giorni dell’alpe. Infine, vi ho trascinato un amico, amante anch’egli dei luoghi dimenticati e lontani. Non è stato difficile per noi individuare tra quei picchi inaccessibili la nostra linea di roccia perfetta, disegnata tra fessure verticali e placche compatte. Sopraffatti dall’imbrunire con le mani ormai consumate dagli incastri, siamo giunti all’alpe diroccata: “Comincia a scendere, arrivo subito” – ho detto al mio compagno. Mentre s’inabissava nel “Canale dei cacciatori” scomparendo alla mia vista, mi sono trattenuto ancora un po’al “Gias”. Ho guardato dal “Castelletto” le luci di fondovalle che si accendevano e, prima di rimettere in spalla lo zaino, ho riposizionato un altro sasso sul muro diroccato. Così sono stati i miei “giorni dell’alpe”.

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Quota 2673 m della Costiera Malatret
Alpi Graie Meridionali
Parete sudest “I giorni dell’alpe” -180 m ED-; III/R2+ 6c (6a/A2)
Prima salita: M.Blatto, L.Pinto

Quota 2673 m della Costiera Malatret

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Piccozze e tastiera

Inizio inverno secco e piuttosto caldo, come al solito. Poche cascate in piedi con il solito affollamento, soprattutto in quelle più note e “comode”. Anche i luoghi più tranquilli e notoriamente meno battuti sono presi d’assalto. E qui vorrei aprire una parentesi un po’ polemica. Sarò forse un po’ “retrò”, magari addirittura egoista, ma la pigrizia mentale delle community di “scalatori”, dei “maghi” della tastiera, quelli del tam tam mediatico comincio a sopportarla davvero poco. Mi spiego meglio. Alcune cascate dalle mie parti si formano praticamente tutti gli anni, vuoi per la tipologia di alimentazione, vuoi per l’esposizione e la quota. Mediamente, ripetizioni? Zero! Ora, non ci voleva una scienza a capire che quest’anno l’assenza di neve avrebbe reso gli avvicinamenti più brevi e agevoli e che le cascate in questioni erano salibili, pur se in condizioni decisamente inferiori rispetto agli anni scorsi. Eppure, per più di un mese nessuno ci ha messo piede. Capita poi che il primo avventore di turno posti la sua gita su una nota community ed ecco che il miracolo è fatto. Decine di ripetizioni alla settimana, cascate tritate all’inverosimile e tranquillità ipotetica finita. Ma diamine, e gli anni scorsi? Troppa neve da pestare? Troppa fatica? Troppe le possibilità di provare a “scatola chiusa” e magari di tornare indietro a mani vuote? Eppure, una volta, il gioco era anche questo. Si metteva in conto la fatica, la possibilità di fallire e, soprattutto, si metteva in campo la propria esperienza e la propria sensibilità nel scegliere. E poi leggi i commenti: “cascata in condizioni perfette” (ma la cascata in realtà o il sentiero?) “ambiente unico e selvaggio” (!!). Ma lo si cerca davvero quest’ambiente selvaggio? No perché a tre ore di marcia sopra la vostra testa, grazie a queste condizioni, ci sono decine di colate ancora inviolate. Ma interessa ancora, davvero, l’avventura? Ora la neve è arrivata, poca e non compromettente per l’accesso. E con essa, statene certi, sarà tornata anche la “solitudine” per quelle cascate.


Solitudini d’autunno

Quando sono soli vogliono stare con gli altri, e quando sono con gli altri vogliono stare soli. Dopo tutto gli esseri umani sono così.
(Getrude Stein)

E’ vero, amo l’autunno. La valle è splendida e torna a essere “a misura d’uomo” dopo la confusione estiva. La fortuna di vivere tra queste montagne meravigliose mi permette, assieme alla possibilità di gestirmi gli impegni editoriali, di scappare verso luoghi ancor più solitari quando ne sento il richiamo. Ho già avuto modo di dirlo: non sono un fautore dell’alpinismo solitario ma vi sono periodi in cui penso che la solitudine in arrampicata o in alpinismo siano dei passaggi obbligati per capire quanto “bastiamo” a noi stessi. Talvolta ho arrampicato in autoassicurazione, altre volte in free-solo. E’ però senza la corda che nel cuore di una parete spesso ignota, ho più volte assaporato l’incertezza della riuscita, consapevole che a un certo punto non vi era che una possibilità: continuare a salire. Eppure in quei momenti mi sono sentito leggero e sicuro in piena sintonia con l’ambiente circostante e con i suoi elementi. Non sono stato io a trovare la via o i movimenti giusti: una misteriosa armonia di bellezza e quiete ha guidato i miei piedi su piccoli appoggi e le mie mani su appigli che si sono puntualmente materializzati. Questa storia di solitudini autunnali non è però iniziata sulla roccia o sul ghiaccio ma lungo erti passaggi dimenticati di valloni solitari, dove la presenza umana non è più consuetudine da moltissimi decenni. Lassù sulle cenge sospese o nei profondi canaloni, nelle ancor tiepide giornate di sole pur al contatto con le prime nevi, ritrovo sempre me stesso e le radici delle mie scelte.

In valloni solitari...

In valloni solitari…

Durante l'apertura in free-solo di una via nuova  alla "Parete del rettangolo oscuro" - Vallone di Sea

Durante l’apertura in free-solo di una via nuova alla “Parete del rettangolo oscuro” – Vallone di Sea

Durante la salita in free solo di una nuova goulotte nel Vallone di Leitosa - Alpi Graie

Durante la salita in free solo di una nuova goulotte nel Vallone di Leitosa – Alpi Graie

L'apertura di una nuova via  sulla Parete del Gabi - Val Grande di Lanzo

L’apertura di una nuova via sulla Parete del Gabi – Val Grande di Lanzo


La ri-creazione è finita!

Ma di che ci preoccupavamo? Che l’alpinismo fosse ridicolizzato e la montagna “spettacolarizzata”? Da ieri sera, milioni di telespettatori pigiando sul loro telecomando hanno decretato finalmente la nascita di un’immagine nuova del nostro sfigato mondo verticale, dimostrando che non siamo una massa di poveri coglioni perditempo e aspiranti suicidi, ma tutto sommato una sottospecie di bambinoni cresciuti che ama giocare su sassi e pareti di corsa sbatacchiando un campanaccio di bronzo come gesto liberatorio e purificatore, il cui suono da ieri sera ci ricorda che la ri-creazione è finita. Tutto questo grazie a un pugno di guide alpine e a un gruppo di “vip” (?) che hanno saputo di botto farci un ripasso di storia pionieristica dell’alpinismo, ricreando per ignari telespettatori quelle medesime atmosfere romantiche che contraddistinsero l’alpinismo della prim’ora, dove il rapporto professionista-cliente aveva raggiunto livelli epici. Certo, oggi non più montanari con la pipa sempre in bocca e clienti sognatori, spesso visionari ma modelle strafighe che in due pezzi succinti si bagnano come delle veneri del verticale nella Dora di Ferret e che disinfettano e deodorano le loro guide che non si lavano i capelli. Il tutto perfettamente diretto dal campo base, in una bella tenda stile “mongolo”, che anche io (vivaddio!), ho avuto la fortuna di vedere da vicino quest’estate scendendo dal Greuvetta. E a dirigere e controllare il manipolo di prodi, una guida notissima, forte ed esperta come Moro, per dimostrare ad altri professionisti titubanti che hanno rifiutato l’ingaggio (sbandierando uno sbiadito e demodé rigore etico), che la montagna è “salva”, anzi da domani la si vedrà con occhi diversi. E che dire di Caterina Balivo, esperta conduttrice di show televisivi? La Carlucci (Ballando con le stelle) è già invidiosa, e sta preparando un nuovo programma per il prossimo anno “Ballando sulle creste”. La Balivo, che sta alla montagna come il mio bisnonno contrabbandiere stava a un tablet, quest’estate ha detto in modo definitivo che le critiche di Cai, associazioni alpinistiche e ambientaliste “sono solo una botta di calore”. Ma di che ci preoccupavamo? Da domani anche noi potremmo salire la nostra montagna e in cima piantare nella viva roccia il manico della nostra piccozza, aspettando il giorno, fra due o trecento anni, che il coglione di turno la sfili a due mani innalzandola verso il cielo, inaugurando nuove pagine leggendarie dell’alpinismo e nuove sfide verticali a suon di campanacci.


Mont-Blanc

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Per più di vent’anni il Monte Bianco ha voluto dire per me la realizzazione di tanti progetti alpinistici. Eppure,oggi, attraverso la riviviscenza, non ripercorro i momenti più belli delle mie salite ma rivivo le emozioni di quel bambino che viveva ai suoi piedi e che correva lontano con la fantasia. Ecco perché l’alpinismo non può essere considerato un semplice sport ma soprattutto un fatto ideale e spirituale. Dei gradi, degli “inutili” tempi di salita alla fine non resta nulla. Rimangono invece i momenti più puri e incontaminati di quando si osservava una montagna da un colle, dal fondovalle o dalla finestra di casa. E tutto era magico e irraggiungibile.


Question de points de vue

«Non capisco cosa ci sia di bello ad andare in montagna da soli. La montagna stimola la condivisione di emozioni, solidifica le amicizie…». Mentre mi sorbisco l’inaspettata e monotona paternale di un vecchio tutor delle mie gite adolescenziali, incontrato sul sentiero, penso a come svincolarmi al più presto da questa situazione. «Questione di punti di vista» rispondo all’amico contrariato mentre salutando riprendo a passo veloce il cammino.
Penso: un bel modo per iniziare questi due giorni alla ricerca della solitudine in montagna. Giungo a “Roua Piana” e mi fermo a rifornirmi d’acqua poco prima della passerella sul torrente Gura, dove, a destra, si stacca il sentiero che sale al rifugio Paolo Daviso. Attiro così l’attenzione e la curiosità di un gruppo di gitanti diretti a questo rifugio.
DSCN7234«Sale al Daviso?» mi chiedono.
«No, vado a dormire al Bivacco Ferreri-Rivero»
Interrogandomi sulla mia meta dell’indomani uno di questi insiste: «Ma perché non viene al Daviso? E’ gestito ed è certamente più comodo»
«Questione di punti di vista» rispondo affrettandomi a ripartire. Giungo al bivacco, ovviamente deserto, contento della serata che si prospetta.
Nessun umano, niente luce elettrica, soltanto un piccolo locale i cui interni di legno e le cuccette, sono ancora quelli originali datati 1887. Ripenso ai miei dieci anni di “lotte” per salvare dall’oblio questo bivacco che trasuda storia, giungendo finalmente all’affidamento al Caai e ai primi interventi di recupero. Il lume della candela illumina le pareti, dove sono incise a temperino firme famose e no, centocinquant’anni di alpinismo “occidentale”. M’infilo in uno dei sacchi-letto di pile che abbiamo lasciato in dotazione al bivacco, assieme a nuovi cuscini e materassi. Quest’inverno un ghiro che ha trovato riparo nella costruzione ne ha rosicchiati alcuni. Mentre tento d’assopirmi sono risvegliato da un curioso scricchiolio che giunge da un vecchio pertugio nel legno per la canna fumaria. Sembra un “rosicchiare” nervoso, segno che l’ospite invernale alberga ancora qui. Sono in qualche modo contento di questa insolita compagnia nel silenzio irreale del vallone della Gura. Forse, non lo sarà altrettanto il ghiro, certamente infastidito dall’imprevista presenza umana. Questione di punti di vista. Alle cinque l’aria è frizzante e il cielo è terso. Lascio il bivacco e inizio la lenta DSCN4538risalita della vecchia morena ottocentesca, oggi vegetata da profumate achillee. La mia meta è la via Borelli – Girardi sulla parete nord della Cima di Monfret 3337 metri, con la quale intendo completare la mia conoscenza della montagna. Sarà probabilmente anche la prima solitaria, poiché dalle mie approfondite ricerche non è emersa alcuna notizia in merito. Salgo l’ablazione del ghiacciaio del Mulinet senza mettere i ramponi: la prima parte è ancora interessata da neve piuttosto molle per lo scarso rigelo notturno, mentre il plateau superiore, di ghiaccio vivo, è sporco di un fine detrito. Individuo la nervatura d’attacco e salgo per rocce rotte fino alla crestina principale. La via è facile ma la roccia è pessima. Inoltre, guardando verso l’alto, la parete non ha un aspetto invitante. A sinistra, vi è però il colatoio dove passa la mia via nuova, aperta in invernale alcuni anni fa. L’ignoto è dunque piuttosto mitigato. Salgo veloce e senza intoppi mentre la faccia destra della parete è martoriata da scariche continue che talvolta mi fanno sobbalzare. In breve esco all’intaglio della nota cresta est-sudest dalla quale con facile e divertente arrampicata giungo in vetta. Sul versante francese si apre la vista verso l’esteso e docile Glacier du Grand Mean, mentre dal ripido versante italiano sta già salendo una nebbia compatta. Dalla cresta ovest, lato francese, giungono due alpinisti belgi partiti dal Refuge Des Evettes. Ci scambiamo impressioni sulle rispettive salite e, i due, venuti a sapere che intendo ridiscendere per lo “Sperone di Santo Stefano” maturano la decisione di seguirmi per poi pernottare al Daviso.
Contento di quella fortuita amicizia “internazionale” m’incammino verso la cresta di spartiacque glaciale e, raggiunta la quota 3247 metri, scendo quindi le ripide rocce che adducono al filo dello sperone. E’ questa una via che ho sceso decine di volte di rientro dalle mie ascensioni nel gruppo, impegnativa, ma completamente al riparo dalla caduta pietre. Giunti al primo colpo d’occhio verso il vertiginoso versante, però, i due compagni s’inchiodano, domandandosi come sia possibile scendere da un siffatto baratro.
Cerco di convincerli: «N’est pas si difficile!»
«Question de points de vue!» Mi risponde uno.
Sorrido.
Così ci salutiamo e mentre gli amici riprendono la docile via glaciale dal Mean, io m’incammino tra le rocce ripide. Al termine dello sperone riesco anche a evitare la solita crepaccia terminale con un traverso verso la ripida rigola glaciale del Colletto DSCN4501Ricchiardi: saranno gli unici metri in cui estrarrò la piccozza dallo zaino. Sono le undici quando “atterro” sul plateau del Mulinet. In pace con me stesso e con l’ambiente circostante, mi siedo su un masso “erratico” per il mio immancabile momento contemplativo. In quest’angolo di Alpi Graie meridionali il tempo pare essersi fermato e il terreno rimane per fortuna “d’avventura”, nonostante qualche malaccorto auspichi una “messa in sicurezza” di alcuni itinerari che centocinquant’anni fa venivano percorsi con gli scarponi chiodati e con le corde di canapa! Per non parlare delle vie di discesa, in questo gruppo lunghe e da non sottovalutare, che altri vorrebbero eliminare con rapide vie di calata attrezzate usando il trapano. Per certuni ciò che conta è una sorta di “democrazia della vetta” demente e ottusa che mortifica non solo la vera sicurezza che dovrebbe invece nascere dalla conoscenza dei propri limiti ma anche quello “spirito odisseico” che, consapevolmente o inconsapevolmente, è alla base del nostro agire in montagna.
Ma ciò, ovviamente, è “questione di punti di vista”.


La lunga estate calda

L’estate ammorbidisce le linee che il crudele inverno mostrava.
John Geddes

Il telefono squilla in un caldo pomeriggio di luglio. E’ Luca che mi chiede se ho qualche idea in mente. So bene cosa intenda l’amico per “idea”. Le “idee”, in genere, sono progetti visionari che riguardano pareti ancora incredibilmente inesplorate e “luoghi” piuttosto repulsivi. Sono questi pensieri “malsani” che negli ultimi due decenni ci hanno condotto a numerose prime salite sulle Alpi occidentali d’inverno come d’estate, a rimarcare, semmai ce ne fosse bisogno, che di spazi per l’avventura ce ne sono ancora molti se si hanno occhi per vedere lontano. Certo – qualcuno dirà – l’alpinismo “che fa eco” si pratica di preferenza sulle montagne famose. Credo però che “alpinismo accademico” significhi soprattutto esplorazione, conoscenza e divulgazione. Ha molto più valore, almeno per me, trovare una linea nuova su una parete vergine delle nostre montagne piuttosto che lanciarsi nell’ennesima ripetizione della tal via famosa in altrettanti massicci blasonati. Forti di queste convinzioni partiamo quindi alla volta della poco esplorata parete nord della “modesta” Punta Rossa di Sea, 2908 metri, mentre l’amico Roberto che doveva essere della partita ci dà forfait poiché trattenuto da un impegno a Savona. Dopo un faticoso approccio sullo zoccolo di roccia tutt’altro che solida, alla fine delle giornata usciremo in vetta contenti per la nostra nuova via in stile tradizionale: “I rossi di Sea”: 400 m TD-;III/R2;VII-(V/A1).

Rossa di sea

Ad agosto tocca a un altro progetto da lungo tempo inseguito: la risoluzione del pilastro centrale della parete ovest della Cima meridionale di Leitosa 2870 m. Sarebbe un bel modo per completare il nostro trittico esplorativo di questo versante della montagna, dato che in passato abbiamo già risolto il pilastro di sinistra e la goulotte centrale che si forma tra le due poderose nervature. Partiamo così di nuovo con il solito intento: salire possibilmente senza bivaccare e soltanto con attrezzatura tradizionale.

Leitosa sperone ono della parete 0
Il pilastro da subito filo da torcere, per la scarsa possibilità di protezione, e c’impegna nell’aggiramento di uno spigolo compatto obbligandoci a mettere mano per un paio di metri a chiodi e scalette. Mentre esco dal tratto difficile del pilastro e vedo davanti a me una parete più articolata anche se maestosa. Trovo il tempo di ripensare a tutte le volte che ho fantasticato su questa montagna, quando, da ragazzino, percorrevo il fondo del vallone con mio nonno. Quella cima che mi pareva allora irraggiungibile, l’avrei toccata per la prima volta in solitaria nel 1988 lungo la via Palozzi della parete nord, per poi aprire nel gruppo ben sei vie nuove e portando l’VIII grado in stile tradizionale su quelle montagne. Tutti i progetti e i sogni conoscono una fine. Così, questa lunga estate calda se ne è andata chiudendo un capitolo su queste pareti, che in questi giorni sono già ammantate di neve per assumere nuove forme e, perché no, nuovi ponti solo apparentemente invisibili attraverso i quali tracciare la strada per future avventure.

Cima di Leitosa Meridionale 2870 m - pilastro centrale della parete ONO – 500 m; TD+, R3/III, VII- (V+/A1)