GROENLANDIA. Big walls in kayak


MATTEO DELLA BORDELLA. Torre Egger – Video intervista


Pakistan Expedition – Uli Biaho Tower

Meno un mese esatto alla partenza!

L’idea di andare in Pakistan era nata già diversi anni fa, ma poi era stata sempre rimandata per diversi motivi…questo però sarà l’anno buono, Karakorum here we come!

Uli Biaho da Est (ph. Maurizio Giordani)

Chi?

Oltre al sottoscritto gli altri membri del team saranno:

Luca Schiera, 22 anni di Erba. Di Luca ho già detto molto in occasione della nostra salita alla Torre Egger, è forse il compagno perfetto per questo genere di avventure, forte e super motivato…Speriamo di ripetere il successo della Patagonia!

David su Free Rider (Yosemite, ph. Pietro Bagnara)

David Bacci, 28 anni di Varese. David è stato il mio principale compagno di arrampicata nel 2012, lo scorso autunno abbiamo ripetuto insieme un sacco di vie sulle Alpi e condiviso insieme un fantastico viaggio a Yosemite. David è il nostro uomo per le fessure Off-Width, per lui sarà la prima esperienza di spedizione Extra-Europea.

Saro Costa, 23 anni di Milano. Saro è la persona che conosco meno del gruppo e con cui ho avuto solo poche occasioni di arrampicare. Tuttavia con David ha formato già in passato una cordata molto affiatata e dal carattere e le salite effettuate sono sicuro che è l’uomo giusto per una montagna come l’Uli Biaho…Anche lui alla sua prima esperienza di spedizione Extra-Europea

Silvan Schupbach, 30 anni di Thun (CH). Silvan è stato il colpo di scena, l’aggiunta dell’ultimo minuto! Un alpinista esperto, forte e completo, con il quale ho condiviso diverse salite negli ultimi due anni. Poco conosciuto in Italia, ma capace di grandi salite, come l’apertura di 5 vie nuove su big wall mai salite in Renland (Groenlandia). Sarà lui a completare il team d’assalto per l’Uli Biaho

Arianna Colliard, 29 anni di Aosta. Ho conosciuto Arianna in Patagonia, quando era impegnata insieme ad Enrico Rosso in un tentativo di apertura di una via nuova sul Cordon Mariano Moreno. Arianna ha esperienza di trekking anche ad alta quota e ci accompagnerà nella prima fase della spedizione, con l’obiettivo di raccogliere materiale foto e video e dare una mano per l’approccio alla parete.

Cosa?

Il nostro obiettivo sarà aprire una via nuova sulla parete Sud Est della Torre di Uli Biaho (6109 m)

Quando?

Partenza 17 giugno e ritorno 10 agosto 2013

Come?

Pensiamo di affrontare la parete in stile alpino con due portaledge (o forse sarebbe meglio dire stile “capsula”?) Ci divideremo in due cordate alternandoci al comando; la prima cordata avrà il compito di aprire su terreno vergine, la seconda invece si occuperà di trasportare il materiale.
La parete Sud-Est dell’ Uli Biaho fino ad oggi è stata salita solo due volte: la prima risale al 1979 ed è una salita leggendaria, portata a termine in 10 giorni da un forte team Americano composto da Kauk, Roskelley, Forrest, Schmitz. Questa via segue lo spigolo della parete per un’evidente linea di fessure e diedri. La seconda via è del 1988 e porta la firma di uno dei più grandi alpinisti italiani: Maurizio Giordani, che in 4 giorni ha salito per primo lo spigolo Sud insieme a Rosanna Manfrini, Maurizio Venzo e Kurt Walde.
La nostra idea è quella di salire nell’ampia porzione di parete che c’è tra le due linee già esistenti.

Intanto i preparativi e gli allenamenti continuano:

STAY TUNED!!!


Torre Egger – video, interviste ed articoli

E’ due settimane che io e Luca Schiera siamo rientrati in Italia, dopo il nostro lungo viaggio in Patagonia, iniziato insieme a Matteo Bernasconi e che si è concluso con la fantastica prima salita della parete Ovest della Torre Egger.

Visto che su questa nostra avventura è già stato scritto e detto molto e rischierei inevitabilmente di ripetermi scrivendo un altro resoconto per il mio blog, ho deciso in questo post di raccogliere tutti gli articoli e le interviste apparse su giornali e siti web a proposito della nostra salita!

Iniziamo dal riportare il sito dei Ragni di Lecco, sul quale sono apparse tutte le news più aggiornate ed in anteprima.
www.ragnilecco.com

Ancora una volta grazie a tutti i Ragni! Anche se l’alpinismo alla fine è uno sport individuale (o di cordata), è bello sentirsi davvero parte di una squadra.

Per quanto riguarda le interviste continuiamo con La Stampa, dove io e Luca Schiera siamo stati protagonisti di una lunga video intervista, tenutasi a Torino e trasmessa in diretta sulla Web tv della Stampa, condotta dal super informato e competente in materia giornalista Enrico Martinet:

Sempre sul web ecco il link di una interessantissima e completa intervista condotta dalla giornalista Elena Corriero e pubblicata sul sito www.up-climbing.com

And least but not last among the interviews, for the ones who want to know something in English about our new route on the West face of Torre Egger here is the link of the interview performed by Jack Geldard (UKClimbing Editor in chief) for EpicTV:

Ecco poi due servizi apparsi in televisione, su Rai3

E su Italia1

video.mediaset.it

Minuto 16.30

Per quanto riguarda gli articoli invece, ne sono stati pubblicati davvero molti, sia sul web che su giornali e riviste cartacee. Cercherò di seguito di riportare i principali.

Web:

> Planetmountain

-Available also in English

> Climb (in English)

> La Gazzetta dell Sport, che ci ha seguito per tutta la spedizione!

> Ovviamente MountainBlog :-)

> La stampa

Anche numerose riviste cartacee hanno pubblicato articoli ed approfondimenti su di noi:

> torre egger vinta

> torre egger i ragni alla ovest

Oltre a questi ci sono molti altri articoli apparsi su giornali locali di cui purtroppo non sono riuscito a recuperare il pdf

Infine, ancora grazie per la calorosa accoglienza che io e Luca abbiamo ricevuto al nostro arrivo a Linate!


Patagonia 2013

Per tutto il 2012 ero un po’ indeciso se tornare in Patagonia anche quest’inverno o no. In verità fino a prima della partenza per Yosemite, ovvero fino a settembre, ero poco o per nulla motivato e pensavo che quest’inverno avrei fatto altro. Poi non so perché… Sarà stato l’ambiente da big wall del Capitan, il granito di Yosemite, il ritorno al freddo e umido inverno lombardo, il vedere le immagini di una bella via nuova aperta sul Fitz Roy a novembre… ed è così che la voglia pian piano mi è ritornata.

Poco più di un mese fa ho lanciato a Berna la mia proposta di tornare, sapendo che, in un certo senso, lui non aspettava altro, e così abbiamo iniziato ad organizzare. Su una cosa siamo stati subito d’accordo, anzi, in realtà eravamo d’accordo fin dall’anno scorso: questa volta il primo obiettivo sarà terminare il nostro progetto alla Egger, ma ci proveremo solo se ci saranno le condizioni giuste per farlo. In caso contrario proveremo a fare altre salite.

Sul periodo, beh, quest’anno proviamo con la fine della stagione patagonica, ovvero da fine gennaio a fine febbraio. Trovare il bel tempo in Patagonia, come si sa, va un po’ a fortuna, teoricamente stagione avanzata vuol dire meno neve in giro, parete più pulita e quindi meno roba che ti arriva in testa (buon presagio), ma vuol dire anche ghiacciai più aperti e maggiori problemi con gli avvicinamenti (cattivo presagio).

Quest’anno perciò niente approccio “spedizione” con una lunga permanenza sotto la parete, ma solo probabilmente uno (o magari anche due) colpi secchi. Si va, decisi e leggeri per finire la via e giocarsi le carte a disposizione, il tutto in pochi giorni. O la va o la spacca. O si fa la via o si torna indietro. Conoscendo molto bene l’ambiente e quello che ci aspetta è inutile fossilizzarsi sulla Egger ad ogni costo, tanto sappiamo bene che con un solo giorno di bel tempo a disposizione non si fa nulla e che ci vogliono almeno 24 ore di tempo buono perché la parete scarichi il grosso di neve e ghiaccio che accumula quando è brutto.

L’altra grande novità di quest’anno è che saremo in 3. Verrà con noi Luca Schiera, 22 anni, di Erba. Un ragazzo conosciuto circa un anno fa con il quale ho avuto già modo di scalare anche su vie di più tiri negli ultimi mesi. Luca ha qualità, entusiasmo e non si tira mai indietro, penso che la sua aggiunta possa portare un indubbio vantaggio alla nostra cordata…

Detto ciò, sabato si parte.

Suerte, finger crossed and stay tuned!


Yosemite

Yosemite mi passava già per la testa da un po’ di anni…Non da moltissimo in realtà, più o meno da quando avevo scoperto con Cadarese questa cosa per me nuova chiamata arrampicata in fessura, diciamo quindi da circa 4 anni il viaggio nella mitica Valle veniva sempre rimandato per qualche motivo.

Sto Yosemite me lo hanno sempre venduto come un posto tosto, severo e come la patria della scalata in fessura. Mi ricordo 6-7 anni fa che un mio socio, molto bravo a scalare sulle pareti nostrane mi sconsigliava in ogni modo di andare a Yosemite, diceva che le fessure erano durissime e che lui in un mese non aveva fatto altro che tirare friends…Mi ricordo quando a Cadarese io avevo gradato una fessura 7a ed un altro mio amico mi aveva detto che a Yosemite era al massimo 6a. (Beh aveva ragione lui…)
Yosemite è l’esaltazione della scalata in fessura. Se sulle Alpi sul 90% dei tiri di fessura, anche senza una tecnica sopraffina, puoi compensare in altri modi e inventarti magari una bella “dulfer” per salire, a Yosemite no. Se non sai scalare in fessura non sali. Non ti muovi. E senza sconti, a partire anche dal 5.9 (che sarebbe in pratica il quinto grado!!!) o anche meno. Per questo dico che fare un po’ di esperienza prima di avventurarsi nella valle è sicuramente stato utile. Non avere la tecnica appropriata per scalare una fessura, fare sforzi immani per salire pochi centimentri e vederli vanificati poco dopo può essere piuttosto frustrante – come ho anche avuto modo di verificare di persona.
Alcuni dalle nostre parti associano il mio nome alla falesia di Cadarese e al trad. Beh “thanks god we have Cadarese” almeno, ma comunque vi posso garantire che Cadarese è un’introduzione moooolto morbida a quello che potrete trovare a Yosemite.

Ed è così che dopo tanto rimandare arriva il momento buono: io e David Bacci siamo pronti e a fine settembre si parte per 38 giorni di full immersion di granito e fessure.
Obiettivo dichiarato del viaggio: salire la parete di El Capitan, 1000 metri di granito, tutta in libera!
La logica mi suggerisce di tentare per quella che viene considerata la via più facile, ovvero Free Rider. Oltre a questo voglio fare il più possibile esperienza di scalata in fessura e su big wall, per una volta in un posto nuovo e con tante vie da fare vorrei prediligere la quantità…

Free Rider è fondamentalmente una variante della celebre Salathè, aperta dai fratelli Huber nel 1998, questa via evita la headwall (tiri più duri) della Salathè con un traverso verso sinistra, seguendo poi un sistema di fessure molto logico. Come anticipato è la via più facile per percorrere in libera El Capitan, con una difficoltà massima di 7c. Fossimo sulle Alpi, i numeri associati ai singoli tiri, mi suggerirebbero che avrei delle chance di salire tutta la via a-vista. Ma, so bene di non trovarmi a giocare in casa, infatti l’ipotesi non la prendo praticamente nemmeno in considerazione. D’altronde se nessuno fino ad oggi, nemmeno tra i migliori al mondo ha ancora salito la parete del Capitan completamente a vista un motivo ci sarà…Anzi, per quanto mi riguarda, la vera domanda è se riuscirò a salire la via in libera o meno…

Il Teflon Corner, 7c. Foto By Pietro Bagnara

Free rider è famosa per i tanti tiri che a dispetto del grado relativamente basso richiedono una tecnica di fessura perfetta, tanta resistenza fisica e potenza esposiva per i passaggi più difficili. Insomma, posso dire senza dubbio, che a dispetto del grado tecnico non elevatissimo si tratta di una grande salita. Ed infatti, prima della mia partenza, in Italia, sono in molti a pensare che la via sia troppo dura per me, considerando che è la prima volta che mi reco a Yosemite. Un buon amico addirittura scommette una pizza e 5 birre sul fatto che non sarò in grado di fare Free rider in libera! :-)

Arriviamo nella valle l’ultimo giorno di settembre, il clima è decisamente desertico, le temperature sono quantomai alte e di giorno al sole sulla roccia ci puoi cuocere le uova – uova che stavolta non faranno parte della dieta della vacanza, visto l’inatteso cambio di dieta del mio compare!!! (adesso solo hamburger e patatine)
Ci scaldiamo salendo il Rostrum, passiamo una giornata a Tuolumne Meadows per sfuggire al caldo e ancora un paio di giornate a far monotiri in bassa valle.
Non appena le temperatura accennano ad abbassarsi siamo pronti per scalare sul Capitan, circa una settimana dopo il nostro arrivo in valle.

Io e David Bacci a Camp 4 - Foto by Pietro Bagnara

Purtroppo non posso raccontare qui i dettagli della salita di Free Rider, ma i primi tentativi alla via si rivelano senza successo per vari motivi.
Il primo è senza dubbio la quantità di gente presente sulla via, alla quale non sono assolutamente abituato; ripensando a quanta gente ho trovato su tutte le vie di più tiri che ho fatto sulle Alpi negli ultimi due anni mi vengono in mente solo due cordate…nessuna nel solo 2012 peraltro! Qui invece non è raro dover attendere il proprio turno prima di partire su un tiro o di doversi trovare a superare cordate più lente, o cosa ancora peggiore di doversi trovare davanti cordate che pur essendo decisamente più lente non ti lasciano superare o ancora vedere gente che fissa i tiri della via e scala con la mini traction, passandoti sotto, sopra, in mezzo, mentre tu sei li che stai cercando di scalare magari da primo. Insomma, diciamo che non è mancato qualche momento “di sclero”, come quando dopo essere scesi dalla via perché una cordata non ci lasciava superare, ho gettato le scarpette direttamente nel fiume….!!! Quel giorno mi sono ripromesso di mandare a quel paese la via e scalare su cose meno frequentate.
Il secondo motivo di fallimento è stata fondamentalmente la ancor poca dimestichezza con le off-width. Un tiro come la monster offwidth, anche se dato solo 6b+, non è un tiro dove hai una seconda possibilità (se non sei ben abituato al tipo di scalata). Sono 55 metri di fessura larga come il camalot nr.6, perfettamente verticale. Per chi sale con la giusta tecnica, semplicemente un 6b+ un po’ faticoso e raglioso, ma se sbagli qualcosa ed inizi a tirare come un pazzo il tiro si trasforma in un’odissea!
Un po’ come è capitato a me la prima volta, dove dopo essere arrivato a circa metà tiro o poco più, mi sono appeso per sfinimento e trascinato fino alla fine in qualche modo.

Io sulla Monster Offwidth

E così ci siamo presi 5 giorni di pausa, abbiamo salito la classica Astroman, fatto un po’ di pratica con le Offwidth e ci siamo rilassati un po’ in falesia, il giorno prima della salita poi siamo andati a San Francisco a prendere il nostro amico fotografo Pietro Bagnara. Beh Pietro (in arte “Pepe”) ci ha portato fortuna, non so se il suo cattivo alito o il fatto che non ci lavavamo da un po’ di giorni ha tenuto le altre cordate lontane da noi questa volta :-)

First pitch down, 34 to go! - Foto Pietro Bagnara

Tornati su Free rider stavolta tutto va per il verso giusto. Programmiamo di salire la via in 3 giorni, per avere un po’ di margine di tempo per riprovare qualche tiro in libera, ma alle 17.30 del secondo giorno siamo già in cima alla via. Saliamo la via per lo più a comando alternato, salgo però da primo tutti i tiri più duri di 5.12 e la maggior parte dei 5.11. I tiri chiave del free blast e l’hollow flake mi sembrano un po’ meno scontrosi dell’ultima volta, la Monster Offwidth questa volta non mi da particolari problemi, anche se la sale da primo David e ci ritroviamo alle 18 sull’incredibile bivacco di El Cap Spire! Il giorno dopo tutto fila ancora di più per il verso giusto, dopo aver liquidato il Teflon Corner (tiro sulla carta più duro della via), salgo al primo tentativo mettendo le protezioni i due tiri dell’Enduro corner, assolutamente non facili, ed anche il traverso. I tiri finali sono fisici ed impegnativi ma non presentano particolari problemi.
Quasi nessuna cordata sulla via questa volta. O meglio due cordate che gentilmente ci hanno fatto passare e un’altra cordata veloce che tentava Capitan e Half Dome in libera in 24 ore che ovviamente abbiamo fatto passare noi…
Una grande differenza rispetto alle volte precedenti.

L'incredibile bivacco di El Cap spire - Foto Pietro Bagnara

Dopo Free Rider arriva un po’ di brutto tempo, ne approfittiamo per un po’ di riposo e per farci un giro per la California, scalando a Jailhouse con anche Pepe. Dopo aver fatto le foto su Free Rider e riaccompagnato Pepe all’aeroporto di San Francisco siamo pronti per il rush finale: ci restano ancora 7 giorni pieni di scalata ed il tempo e le condizioni sembrano perfette!

Il primo obiettivo è l’Half Dome. Obiettivo che cambia ancora prima di iniziare l’avvicinamento. Guarda caso perchè troviamo una cordata inglese che ci dice che anche loro sono diretti sulla stessa via e ci sono già altre 3 cordate alla base (!) Poco male, abbiamo un piano B (che probabilmente è più figo del piano A), ovvero il Mount Watkins!!
Il Mount Watkins è, per quel che ne so io, la big wall più selvaggia e meno frequentata di Yosemite. L’avvicinamento a piedi non è lungo, solo un paio di ore abbondanti, ma forse il fatto che non sia visibile dalla strada o dai campeggi attira meno scalatori di Capitan e Half Dome. Partiti a mezzogiorno arriviamo verso le 15 alla base della via, dopo aver salito anche lo zoccolo, abbiamo anche il tempo di scalare già il primo tiro, prima di preparci ad un comodo bivacco.
Non si vede nessuno in giro, nessuna strada, l’ambiente qui è davvero così naturale e così diverso rispetto al resto della valle di Yosemite.
Programmiamo di salire la via (20 tiri) in 2 giorni con bivacco in parete, ma ancora una volta alla sera del primo giorno siamo in cima. Le cose da ricordare di questa salita, oltre a una natura stupenda sono:
– la roccia iper scivolosa: ancora più scivolosa del Capitan! Completamente levigata dai ghiacciai e tavolta quasi “vetrata”.
– il traverso dove – se avete presente un famoso trailer su internet – a Honnold scivola un piede e poi riesce comunque ad agganciare lo spit con la daisy chain. Decisamente un passo “danger”, per me anche con la corda e un friend 2 metri più in basso, non voglio immaginare senza niente!
– Gli incredibili tiri finali in fessura da mano – pugno, perfettamente continui e verticali.

Fatto il Watkins ci mancherebbe la vera classica di Yosemite, la big wall più famosa del mondo, ovvero il Nose!
Nonostante qui a Yosemite tutti abbiano sta fissa del “Nose in a day” e ci suggeriscano di salire la via in un giorno, noi viste le giornate corte, decidiamo che vogliamo scalare solo durante il giorno e non di notte e programmiamo la via in 2 giorni con un bivacco in parete.
Dopo aver salito la via posso confermare che il Nose merita senza dubbio tutta la sua fama e la sua popolarità: è una salita eccezionale, che segue un sistema di diverse fessure lungo praticamente tutti i 1000 metri del Capitan. La maggior parte della via è su difficoltà contenute, 5.9, 5.10 o 5.11 ed è molto scalabile in libera. Ci sono tantissime fessure di mano e tiri devi praticamente nuotare, incastrando una mano davanti all’altra per decine e decine di metri. Capisco anche perfettamente il perchè dei record di velocità su questa via. Se anche a me dicessero che devo provare a salire una via in velocità sceglierei il Nose. L’arrampicata è così rettilinea ed intuitiva, inoltre in tutti i punti tecnicamente troppo difficili c’è lo spit o si può comunque salire in artif…
Nonostante la via sia molto scalabile e noi abbiamo provato a scalare in libera il più possibile, i due tiri del Great Roof e del Changing corners sembrano allucinanti! Beh, io non ho nemmeno provato a fare i passi in libera, però se con tutta la gente che è passata di lì, solo Tommy e Lynn Hill hanno salito la via in libera, beh ancora una volta…un motivo ci sarà.
E qui, una volta in cima al Nose, pensiamo già che la nostra vacanza sia finita e ci avviamo con tranquillità giù dal Capitan, con la mente già verso San francisco e poi l’Italia. Siamo già oltre metà discesa quando incontriamo Tommy Caldwell e Jonathan Siegrist che con un amico salgono sullo stesso sentiero. Ci dicono che stanno andando a fare il “porch swing” che lì per lì mi viene venduto come una “specie di pendolo” dalla cima di El Capitan. Io e David non è che morissimo dalla voglia di ritornare fino su là, “Però beh dai, alla fine non abbiamo nulla da fare, cosa vuoi che sia un’oretta e mezza a piedi in salita?!?” Poi “anche sto Porch swing cosa vuoi che sia – penso tra me e me – sarà il solito pendolo“.
Torniamo quindi in cima a El Cap, dove Tommy e Jonathan allestiscono tutto il sistema. Il primo a partire è Jonathan.
Mi sporgo sul bordo del Capitan per vedere in cosa consiste davvero questa cosa e mi sale un gigantesco groppo in gola. “Neanche con una pistola puntata alla tempia io faccio sto Porch swing!” esclamo. Altro che pendolo. Sono 55 metri di caduta libera nel vuoto, legato a due corde!!! Una “sdangerata” vera e propria.
In pratica il sistema funziona in questo modo. Si legano i capi delle due corde a una sosta in cima al Capitan. Il malcapitato che si deve lanciare si lega alle altre estremità delle corde. Ci si sposta di una quindicina di metri di lato lungo il bordo della parete. E ci si cala con un gri gri lungo uno spezzone di corda per circa 5 metri. Finchè lo spezzone finisce e si precipita nel vuoto…Per 55 metri appunto, ovvero quasi tutta la lunghezza delle corde.
A vedere Jonathan poi Ian e poi David mi tremano le gambe al solo pensiero!
Però poi, sono lì solo in quel momento, è un’occasione unica e mi convinco che devo provare.
Mentre mi sto calando dalla corda ripeto 100 volte “chi me lo ha fatto fare” prima di convincermi ad aprire la leva del gri gri quell’ultimo metro e a prendere il volo!!!!
Vi posso assicurare che è tutto molto più emozionante ed adrenalinico di come io ve lo abbia raccontato a parole.

Così si conclude per davvero la nostra vacanza.
La mente viaggia già verso altre vie sul Capitan per un ritorno e su un Porch swing molto più lungo…
(Questa seconda affermazione è assolutamente falsa!!!)


Yosemite

Solo un breve post per salutare tutti prima della mia partenza per gli U.S.A.

Io e David Bacci siamo in partenza per un viaggio di circa 5 settimane a Yosemite California.

Obiettivo: scalare la parete di El Capitan in libera!!!!

Finalmente è ora di andare a provare la vera arrampicata in fessura e mettere le mani su quella che è forse la più famosa big-wall del mondo. La nostra idea è quella di percorrere la via Free Rider. Spero di non patire troppo le terribili offwidth americane e spero che tutte le sbunnate di Cadarese siano servite a qualcosa!

Cercherò di tenervi aggiornati su come sta andando il nostro viaggio sul mio blog o sul sito dei Ragni di Lecco!


Una settimana con Tommy Caldwell

E così succede che, totalmente per caso, quasi a mia insaputa mi ritrovo a scalare per una settimana abbondante con il Master di Yosemite Tommy Caldwell!!

Tommy si trova a Zurigo per motivi familiari e cerca qualcuno per scalare in Svizzera. Wenden e Ratikon sono le sue mete principali, ma gli va bene un po’ tutto, dal calcare al granito, a seconda della meteo, con preferenza di vie di più tiri in ambiente alpino, non è un tipo dai gusti difficili. Ed è così che martedì scorso inizia il nostro mini tour della Svizzera. Visto che le previsioni dicono che arriva una perturbazione da Ovest nel pomeriggio, optiamo per andare a Est, ovvero in Ratikon…Inutile dire che come dalla mia bocca esce il nome Ratikon, Tommy è entusiasta dell’idea!

Gli propongo due grandi classiche del posto: Acacia o Silbergeier. Lascio a lui la scelta. Dopo molta indecisione, forse saggiamente, visto che è la prima volta che si confronta con la ostica arrampicata del Ratikon, opta per la prima.Io non vedo l’ora di tornare su Acacia, mi tornano alla mente vecchi ricordi di quando la salii 7 anni e mezzo or sono, a metà maggio, con il mitico Pato…Mi sembra passata una vita! Una salita d’altri tempi…Acacia è una grande classica del Ratikon e di tutto l’arco alpino, aperta da Martin Scheel a fine anni ’80, rigorosamente dal basso, una salita da non mancare.

Chiedo a Tommy se vuole provare la via a vista da primo e lui mi risponde che scala volentieri a comando alternato. Apprezzo molto la sua proposta e parto io per il primo tiro. Saliamo tutta la via in libera, a comando alternato, salendo entrambi da primi l’ultimo tiro di 7c+. Flash per Tommy, al secondo giro per me. Tommy però deve rifare in discesa, il super duro e famigerato secondo 7b+ dopo la cengia, che a me con grande sopresa entra al primo colpo e anche il secondo tiro di 7c, che terminerà sotto il diluvio! Torniamo alla macchina bagnati fradici, ma assolutamente contenti per la via e la giornata!

Il giorno dopo ci svegliamo sotto il diluvio universale. In autostrada sono quasi costretto a fermare la macchina per mancanza di visibilità dovuta alla pioggia forte! Ma, dopo aver approfittato della pausa per far colazione, ci dirigiamo comunque verso Voralpsee nella speranza di trovare qualcosa di asciutto. Arriviamo in falesia sotto una pioggia torrenziale e con una temperatura di circa 5 gradi (al parcheggio)…Non possiamo credere ai nostri occhi ma nonostante l’acqua che ancora una volta ci ha completamente infradiciati la falesia è al 90% asciutta e ci regala una intensa, anche se un po’ gelida giornata di scalata!

La sera, carichiamo Becca, la moglie di Tommy in stazione a Landquart e ci dirigiamo verso Varese. L’indomani passiamo una tranquilla giornata di ottimo grip, dovuto al vento da nord, nella falesia di Claro, insieme anche a Fabio e David. Torniamo a casa e visto che la coppia americana vuole gustarsi del buon cibo italiano, non ci penso due volte a portarli fuori a mangiare, viste le mie scarse abilità culinarie.

Consultiamo le previsioni meteo, decidiamo il seguente programma per i giorni successivi: venerdì riposo e da sabato a martedì torniamo in Svizzera, con il Wenden come obiettivo principale. Dopo un giro turistico per Varese (con tanto di americanate del tipo che arriviamo al bar e prima beviamo un cappuccino, per mangiare poco dopo un panino col crudo, accompagnato da una buona tavoletta di cioccolato…) e per la felicità di Becca a cui concediamo un’ora di shopping, venerdì sera ci dirigiamo verso le pareti del Wenden.

Accade purtroppo quello che dopo qualche annetto di frequentazione di queste pareti avevo preventivato: tutta la pioggia e i 5 gradi che ci siamo presi mercoledì a Voralpsee, qui in Wenden sono arrivati sotto forma di neve, perciò adesso le pareti sono totalmente fradice a causa della neve che si scioglie. Un film già visto altre volte…
Andiamo perciò in direzione Engelberg, per passare un’altra giornata in falesia, aspettando che la neve si sciolga e le pareti asciughino. Dopo aver preso un po’ di ghisa nella falesia di Schlangenn, la sera ci tocca prendere la decisione su cosa fare l’indomani: difficile dire se le pareti del Wenden saranno asciutte, durante il giorno non ha fatto così caldo e la sera prima la neve presente era ancora parecchia. Ma mentre torniamo dalla falesia al campeggio, è sufficiente alzare lo sguardo, per intravedere una geniale alternativa: la parete Nord del Titlis che si erge proprio sopra la falesia (un bel po’ di metri sopra in realtà) sembra tutta asciutta. E’ da un po’ che voglio andare a visitare questa parete e anche Tommy sembra entusiasta di vedere un posto nuovo così decidiamo di andare al Titlis domani per poi spostarci in Wenden la sera e scalare lì lunedì e martedì.

La domenica mattina salutiamo Becca, che tornerà in treno a Zurigo e ci avviamo sul sentiero. Iniziamo a salire di buon passo e in circa un’ora e 20 minuti siamo all’attacco della via. La temperatura è piuttosto fredda perciò non stiamo a perdere tanto tempo, decidiamo di salire la via “Land ohne herren” 10 tiri fino al 7c. Scalando a comando alternato verso le 13 siamo in cima alla parete, circa 6 ore dopo essere partiti dal campeggio. La via è interessante e molto atletica, l’arrampicata è piuttosto intuitiva ma è come continuare a far trazioni…Arriviamo in cima giusto in tempo per goderci i primi raggi di sole che illuminano il bel terrazzo alla fine della via.

In discesa non possiamo fare a meno di guardare la vicina Piz dal nas, recente via di Matthias Trottman con una serie di tiri impegnativi (8b,8b,7b,8a+) proprio alla fine…Sembra decisamente una via allettante, anche questa molto atletica e strapiomabante…sarà per l’anno prossimo.

Ed infine, proprio negli ultimi due giorni disponibili per Tommy, arrivano le condizioni per scalare in Wenden, il suo obiettivo principale e ci si prepara per un finale con il botto! Lunedì, io sono impegnato a fare le ultime riprese per il nostro film di prossima uscita sul Wenden con Fabio, Riky e il regista Matteo Modugno e un altro operatore.

Tommy scala con il mitico Luca Schiera, che nonostante fosse stato avvisato solo la sera prima, senza esitazioni è più che volentieri della partita. Tommy e Luca, su consiglio di Fabio, vanno a ripetere Portami via. La via aperta da me, Fabio e Dodo al Wenden, nel 2005 e fino a quel giorno ripetuta in libera solo da Ueli Steck e Simon Anthamatten!

Dalle parole di Tommy la via si conferma assolutamente impegnativa, con un terzo tiro di 7c+, con spit distanti, che Tommy sale a vista, dove si erano arenati tentativi di altri climbers. Mentre sul secondo tiro chiave, ovvero il quinto, dove si era fermato nel 2005 il mio tentativo di libera in seguito ad un brutta caduta dovuta alla rottura di un appoggio, Tommy apre una variante, tutta a friends di circa 30 metri, con difficoltà di 7b, ricongiungendosi poi alla stessa sosta!
Una cosa che detta così sembra di ordinaria amministrazione per uno come lui, ma che personalmente trovo sbalorditiva. Anche Ueli Steck, non vedendo il quarto spit del tiro (12 metri più sopra verso destra) aveva tentato di andare in quella direzione, ma poi era tornato indietro e si era appeso allo spit. Invece Tommy ha proseguito alla cieca, con un set di nuts e friends fino allo 0.4 su terreno verticale e ignoto, senza nessuna garanzia di poter andare avanti né di tornare indietro!

Martedì è il nostro ultimo giorno insieme e nonostante nessuno dei due sia molto fresco, decidiamo di andare a fare un’altra via impegnativa: La Svizzera, di Rolando Larcher e Roberto Vigiani. Le previsioni meteo danno temporali da metà pomeriggio, perciò entrambi partiamo con l’idea di fare qualche tiro, senza grandi velleità di finire la via. La roccia dei primi due tiri non è superlativa (roccia gialla…) ma dal terzo in avanti la via si riscatta ampiamente. Tommy sfodera tutta la sua abilità salendo a vista il terzo tiro (8a+), proseguo io su un 7b+ di 60 metri con roccia incredibilmente lavorata con concrezioni di ogni tipo, 8 spit, nessun passaggio duro, but never look back…

Continuiamo e dopo un tiro di trasferimento arriviamo a un altro tiro di sessanta metri, di 7c. Parto io e inizio a ragliare fin da subito, da un momento all’altro mi sento ko e mi trascino in avanti a fatica. Dopo un po’, ragiono un attimo e decido di mettere fine alla mia agonia…cedo il passo a Tommy, che sicuramente sarà in grado di scalare questo tiro meglio di me! Ed infatti così accade…Tommy sale il tiro metà flash e l’altra metà a vista. 60 metri esatti. Da parte mia anche da secondo mi sento devastato e affaticato dall’intensa settimana di scalata appena trascorsa, un tiro che mi è parso estremo!

Un altro tiro di trasferimento e siamo alla base dell’ultimo tiro duro, un 7c+. Per fortuna almeno questo non troppo lungo. Tommy parte e dopo vari tentativi di studio e salite e discese (senza appendersi) si decide ad andare, ma purtroppo cade, anche per un errore di lettura. Peccato! E’ la prima caduta della via che rovina la totale a vista/flash. Studia velocemente il tiro, sfila la corda e riparte, ma tradito dalla stanchezza e dalla ghisa cade nuovamente nello stesso punto. Quindi studia ancora meglio i passaggi e decide di riposare un po’ più a lungo, tanto il preannunciato brutto tempo, sembra proprio che tardi ad arrivare.

Nel frattempo, dopo un bel riposo in sosta, io mi sento molto meglio di prima e piuttosto che stare con le mani in mano decido di fare un giro. Inspiegabilmente, i miei muscoli e le mie dita rinascono e grazie alle perfette indicazioni di Tommy riesco a flashare il tiro! Consolazione dopo la ragliata precedente…Intanto Tommy ben fresco e riposato sale a sua volta il tiro in libera e con l’incombente arrivo della pioggia, saliamo di gran carriera gli ultimi e stupendi due tiri finali, così Tommy effettua la seconda salita in libera della via!

Che dire…Ancora una volta complimenti a Rolando e Roberto! Una via fantastica, con due tiri di 7b+ e 7c eccezzionali, anche aldilà delle aspettative. Fare i complimenti agli apritori suonerà al giorno d’oggi forse banale e scontato, ma ancora una volta provare per credere che questa via è davvero super…poi quando questi complimenti arrivano da uno come Tommy Caldwell possono sempre far piacere…

Accompagno Tommy in stazione, è ora di tornare, io sono devastato, ma anche lui non lo vedo proprio freschissimo…una settimana decisamente intensa, che penso e spero abbia fatto venire voglia  Tommy di tornare a scalare in Svizzera. Scalare con lui, aldilà del nome è stata una bella esperienza, abbiamo condiviso delle belle salite e ci siamo divertiti anche nei momenti al di fuori della scalata. Intanto dopo l’ultima pasta asciutta in stazione a Goschenen ci salutiamo, ma ci rivedremo tra non molto…l’appuntamento è fissato per l’8 ottobre, a Yosemite, California :-)


Di roccia gialla e di roccia grigia…

Danny Battilana lo aveva detto, in tempi non sospetti:
“Roccia gialla. Cattivo presagio! Non mi darà soddisfazioni…”

E così, per la prima volta, alla base delle 3 cime di Lavaredo, io e Jacky, capiamo il vero significato di questa affermazione.
“Ah Danny, parole sagge, se solo ti avessimo ascoltato!”

Venerdì 17 agosto (e anche qui cattivo presagio!) volevamo salire “Phantom der Zinne” alla Cima Grande di Lavaredo, ma abbiamo attaccato la via sbagliata!
Si tratta di una via a spit che parte proprio 5-8 metri a sinistra di Phantom, primi 5 tiri abbastanza impegnativi (7b/c), e poi un paio più facili, con una fessura di 20 metri da fare a friends. Se qualcuno sa che di che via si tratta, e me lo può dire, saremmo curiosi di saperlo anche noi.

E così dopo questo “buco nell’acqua”, ci dirigiamo verso un’altra parete, laddove la roccia non è gialla, una parete che già in passato mi ha regalato molte soddisfazioni: la Marmolada.


E ancora una volta la Marmolada mi regala una grande soddisfazione: la salita tutta in libera di AlexAnna, la nuova via di Rolando Larcher.
Di questa via parlerò in modo più approfondito in un altro articolo, ma questi i momenti salienti della via:
– L’avvicinamento al bivacco dal Bianco, sotto il sole, con 15 litri d’acqua sulle spalle, oltre al materiale per scalare e vivere 3 giorni.
– Il primo 6b+ su roccia gialla…Cattivo presagio! Una bella sveglia che mi fa subito capire che stavolta la serie di friends che ho attaccata all’imbrago me la devo gestire bene.
– La salita in libera del tiro chiave, assolutamente inaspettata, tanto che al primo giro tutto il traverso sotto il tetto nemmeno lo avevo studiato ed al secondo mi ritrovo lì, dopo aver salito la sezione dura a dover lottare con furiosi incastri di mani, pugni e spalle con piedi che scivolano tipo “gatto silvestro”
– Il bivacco per metà notte fuori dal sacco a pelo per il caldo
– L’indimenticabile 7c sul muro a buchi, dove sono partito a freddo con 2 serie di friends attaccate e mi sono stremito già sul traverso in partenza
– Il presunto 7b+, che tra porchi e bestemmie pensavo di non riuscire a fare in libera, mentre invece ancora una volta, con calma e concentrazione, non so bene come ma sono stato su
– La vetta e la grande gioia per una stretta di mano finale con il mio amico Jacky, con la gente che saliva dalla ferrata, vestita come se fosse sul K2 che ci guardava con occhi sospetti
– L’inconfondibile sguardo dell’amico Jacky, perso nel vuoto, che stava meditando chissà quale “sdangerata”

Il giorno successivo alla salita AlexAnna avvertivo davvero grande stanchezza e spossatezza nel mio fisico, ma un grande senso di appagamento interiore. I successi più belli sono quelli inaspettati e per me questa è stata veramente una via “che vale una stagione” (cit. Fabio Palma). Ciononostante non veniamo meno alla mia regola aurea che recita “falesia nei giorni di riposo e vie lunghe nei giorni non di riposo” e ci dirigiamo verso la bella Laste.

Poi ancora un paio di giorni di riposo in falesia, tra grandinate e lampi pomeridiani. Ci concediamo addirittura il lusso di passare una notte in campeggio a Cortina, dove i soldi spesi sono ripagati da una buona doccia e soprattutto dal fare interessanti conoscenze e passiamo una giornata in falesia al Beco d’Ajal con gli amici Piero e Corrado.

Per venerdì 25 agosto però il tempo sembra ottimo. Torna il richiamo delle vie lunghe e noi vogliamo chiudere il conto con Phantom Der Zinne.
Fare questa via è un sogno del mio amico Jacky, che già sin da metà febbraio, al mio rientro della Patagonia mi dice “Prossimo week end Phantom??”. Per fortuna, con qualche stratagemma da vecchio, riesco a tenere a freno il buon Jacky fino ad Agosto. E venerdì 22, una bella e calda giornata estiva finalmente il momento di Phantom viene.
Oggi è il giorno di Jacky! E’ giusto che sia lui a scalare da primo questa via, è il suo progetto. Io decido di salire da secondo più veloce che posso ed essere pronto a dargli il cambio in caso di necessità.
E così il ragazzo, si concentra, e “cattivo come un aspide”, sale tutta la via da primo, mentre io mi godo il piacere dell’arrampicata, per una volta dopo tanto tempo, sempre con una bella corda davanti.
Jacky arriva in cima esausto, ma iper contento per la salita. Ed io sono felice per lui, è un piacere vedere il suo sogno realizzato!
Stavolta la roccia gialla delle 3 cime non ci ha fatto brutti scherzi e la giornata è filata via senza intoppi, alle 19.30 dopo una discesa iper rapida, siamo nuovamente al parcheggio.

Nonostante la piacevole giornata, e a costo di rendermi antipatico a qualcuno, due cose sulla via le voglio dire. Per quello che può contare un ripetizione sempre da secondo (ovvero poco) ho trovato la via sistematicamente sovragradata da 1 grado a 1 grado e mezzo, e anche la difficoltà obbligatoria è di 6c e non 7a+ come dichiarato. La parte alta della via riprende ed incrocia alcuni itinerari classici, aggiungendo spit su tali itinerari. Non un bel gesto a mio avviso.
Personalmente poi il fatto di scalare in una parete con altre 15 cordate di fianco e con i turisti romani sotto che ti urlano “Forza Grande!” e “Ciao Mitico” mi uccide un po’ l’avventura della via.
Ma queste sono le 3 cime penso, prendere o lasciare. Sulla qualità della roccia invece nulla da dire: scalata molto divertente e roccia buona lungo tutto l’itinerario. (My 2 cents)

Sabato poi giornata di trasferimento verso Pontresina, dove la sera sono ospite al I Swiss Mountain Film Festival per tenere una serata con proiezione di foto e video.
Grande accoglienza e organizzazione svizzera che non fa mancare nulla per la buona riuscita della serata. Un grazie particolare poi va a Lucia Prosino per la traduzione in tedesco delle mie parole e filmati!
E così, dopo 10 giorni la vacanza mia e di Jacky volge al termine, con una fredda e ventosa (e chi se lo aspettava dopo il bel clima delle 3 cime) giornata nella falesia di Lagalb, al passo Bernina.

Wenden, foto Pietro Bagnara

Nemmeno il tempo di rientrare a casa e riposare un po’ il fisico dai 10 giorni passati che Fabio mi convoca in Wenden martedì per effettuare delle riprese per il film che stiamo realizzando sul Wenden appunto.
In particolare martedì sarà la giornata con le riprese dall’elicottero!

Confermo a Fabio immediatamente la mia disponibilità, anche se onestamente non sono entusiasta dell’idea: vorrei stare tranquillo a casa e riposare qualche giorno!
Ed invece lunedì pomeriggio già si parte in direzione Gadmen, siamo 3 cordate, per effettuare più riprese diverse: Paul e Franz diretti su Transocean, Fabio e Berni sulla mitica Blaue Lagune ed infine io e David su Ibicus.
Ibicus è una via aperta dai fratelli Remy sul Dom negli anni’90. Si tratta di una via a torto poco conosciuta e ripetuta. Forse a causa di un tiro difficile, aperto in A0, che rovina un po’ la sequenza dei gradi in libera agli occhi di molti ripetitori.
Per contro, questo tiro è la ragione principale che mi fa tornare per la terza volta quest’anno sulla via. In realtà la mia idea è quella di salire in libera questo tiro di A0 concatenandolo con il tiro precendente di 7b+, in quanto non c’è un vero e proprio punto di riposo e quindi una sosta logica che divide le due lunghezze.
Sono abbastanza convinto però di aver bisogno ancora di qualche tentativo per riuscire a salire questo tiro in libera e quindi considero questa giornata come un altro giorno di studio.

Su Ibicus, foto A. Locatelli

Il tiro consiste in una prima parte di 7b+ appunto, alla fine della quale inizia una sezione difficile su piccole tacche di una dozzina di movimenti che portano ad un riposo non molto buono. Fino a qui il tiro potrebbe essere 8a o magari 8a+, poi dopo aver fatto riprendere un po’ la sensibilità alle dita arriva un boulder di 5 movimenti su prese minuscole con un movimento un po’ di allungo. I restanti 10 metri del tiro sono sul 6c e non aggiungono nulla al grado che, a mio avviso, dovrebbe essere di 8b.
Durante le prime due giornate di studio solo una volta ero riuscito a concatenare insieme i 5 movimenti del boulder senza appendermi. Le prese qui per me sono talmente piccole che bastano pochi giri per esaurire la pelle sulle dita. E quando la pelle sulle dita finisce, il dolore è tale da non riuscire più a stringere e quindi a tenere quelle benedette tacche.
Martedì 28 agosto, con un primo giro di ricognizione posiziono i rinvii sul tiro e ripasso i movimenti. Inizio già a sentire le dita che mi fanno male. Provo il boulder qualche volta e alla terza mi viene. Ok, adesso però decido di scendere e preservare un po’ la pelle.
Riposo una mezz’ora, infilo le mie Miura VS quasi nuove e riparto. Supero il 7b+, e supero anche la prima parte dura del tiro….Non senza difficoltà: David dice che gli sembrava che stessi cadendo a ogni movimento…Arrivo al riposo già senza sensibilità nelle dita e con anche un male boia ai piedi. Ho giusto una trentina di secondi per riprendere il sangue nelle dita e la concentrazione prima di iniziare a sentire la ghisa. Mi torna un po’ di sensibilità nelle mani e vado. La fortuna vuole che il boulder mi viene e il resto nonostante il dolore ai piedi è ordinaria amministrazione.
La rapidità, un po’ inaspettata per i miei standard, con cui ho salito questo tiro mi fa dubitare per un po’ del grado 8b. Ma poi paragonando questa lunghezza ai tiri chiave di Letzte Ausfahrt Titlis o AlexAnna, mi rendo conto come questa sia nettamente più difficile e ci sia senza dubbio almeno mezzo grado pieno di differenza.
Aspettiamo quasi due ore l’elicottero per le riprese…E per fortuna che sono riuscito a fare il tiro nel tentativo precedente, perché già adesso il dolore alla pelle e un po’ di stanchezza mi fanno appendere sul tiro più di una volta.
Con l’elicottero, verso le 16 arriva anche la pioggia!
Per fortuna inizia a piovere proprio quando siamo vicini ad una grande nicchia, dove possiamo aspettare un attimo senza bagnarci.
Il resto della via è facile, 3 tiri di 7a+ massimo, ma ci tengo a finirla! Non è nel mio stile non finire le vie. Come ho già avuto modo di dire “una via non è finita finchè è finita”. E verso me stesso, sono sempre molto fiscale nei confronti di questa regola, anche quando le difficoltà tecniche calano notevolmente!
Così approfittiamo di una pausa tra due acquazzoni e ci fiondiamo su a tutta per gli ultimi 3 tiri. Giusto il tempo di arrivare a metà dell’ultimo tiro di 6c+ che ri-inizia a piovere. Arrivo in sosta a mi infilo il mio pro-shell in Gore Tex.
Oh yeah, adesso la prima libera di Ibicus è fatta!

foto A. Locatelli

Marmolada e Wenden: roccia grigia! Buon presagio :-)


Baston la Baffe

E’ tempo di grandi pareti, di vere Big-wall, dove quando alzi lo sguardo continui a vedere roccia davanti a te e i tiri non finiscono mai. La Nord dello Scheideggwetterhorn rientra senza dubbio nella definizione di Big-wall: 1000 metri di parete con le maggiori difficoltà concentrare nella parte alta della via. Questa parete Nord dell’Oberland Bernese ha la sfortuna di trovarsi proprio vicino ad una parete blasonata come l’Eiger e per questo motivo – a mio parere – non è così conosciuta dalle nostre parti. Ma lo Scheideggwetterhorn non ha nulla, ma proprio nulla da invidiare rispetto alle grandi pareti dolomitiche come Civetta e Marmolada, anzi direi che nel complesso è più impegnativa di queste ultime per le maggiori difficoltà che si incontrano verso la fine della via, come d’altronde lo testimoniano anche le poche vie presenti e le scarse ripetizioni.

Scheideggwetterhorn - Photo arch. Zambetti

La prima volta che sento parlare di Scheideggwetterhorn è all’incirca 10 anni fa, quando mi imbatto, leggendo il libro “100 scalate estreme” di Walter Pause, in una via di Max Niedermann del 1954. Di questa parete poi non ne sento più parlare per qualche anno finchè conosco Nicolas Zambetti e tramite il suo sito vengo a conoscenza della sua grande creazione su questa parete “Baston la baffe”. La mia compresione del francese è abbastanza scarsa, ma le foto e le parole di Nico trasmettono emozioni ed avventura; resto affascinato dai suoi racconti, dai nomi di tiri come “Mur de ceuse”, “Fissure baston”, Gypaete Barbù”, “Splasch” e dalle foto mozzafiato e mi riprometto di andarci su questa parete.

Ogni tanto, quasi casualmente riapro il sito di Nicolas, per vedere come sta e cosa combina. Nico è una guida alpina della Svizzera francese, sempre attivo e capace di conciliare attività alpinistica personale, con il lavoro di guida e la famiglia, un personaggio che ho incontrato un po’ di volte sulle pareti del Wenden e che ho avuto modo di intervistare all’interno della mia guida “Arrampicare in Svizzera”. Quando riapro il sito di Nico non posso fare a meno di dare una sbirciata alle foto di “Baston la baffe”. Rimango sempre molto colpito dalla “fissure baston”, 60 metri di spaccatura che incidono il cuore dello Scheideggwetterhorn!

E così, agosto 2012, finalmente arriva il periodo di bel tempo tanto desiderato e con lui arrivare anche l’ora di tentare Baston la baffe!

La fissure baston (al centro della foto)

Come ogni vera big-wall degna di tale nome, una buona logistica e un efficace piano di attacco sono fondamentali. Con 34 tiri di corda da percorrere le capacità tecniche e la resistenza fisica sono una parte del gioco, ma grande importanza ricoprono anche le scelte tecniche sul materiale da portare, numero di giorni e stile con cui affrontare la salita.

Forse con un po’ troppo ambizione propongo a Fabio di tentare la via in 2 giorni di arrampicata, invece dei 3 consigliati, con un secondo bivacco durante l’infinita discesa in doppia. Viste le numerose cenge poi optiamo per suddividere il peso in due sacchi Kong di dimensioni medie (40 Lt) piuttosto che portare un unico saccone più grande; questo per facilitare la progressione sui tiri facili o i trasferimenti dove l’idea è quella di scalare entrambi con il sacco in spalla oppure recuperare un sacco solo, insomma con due “kong genius” dovremmo essere più flessibili che con un unico BD grosso…E infatti da questo punto di vista la tattica si rivelerà vincente! Il resto del nostro materiale è poi costituito da 2 serie complete di friends, 2 mezze corde + cordino da recupero, 12 litri di acqua, sacchi a pelo, jetboil e buste travel lunch per i pasti.

I sacchi sono subito pesanti e stracolmi ma l’avvicinamento è breve e i primi tiri sono appoggiati. La nostra logistica è vincente e i primi tiri passano veloci. La prima parte della parete alterna tiri su placche appoggiate a muri e tiri più impegnativi che richiedono già una buona lettura e decisione. A metà pomeriggio siamo al comodo bivacco di L12, ma decidiamo di proseguire: scrutando la parete da sotto infatti, penso, ma non ne sono sicuro che ci sia la possibilità di bivaccare anche a L18. Così, dopo qualche altro tiro di trasferimento siamo alla base del “Muro di Ceuse”. Un muro leggermente strapiombante lungo 70 metri che gli apritori hanno così chiamato per i numerosi buchi di forme e dimensioni che ricordano la celebre falesia francese.

Mur de Ceuse - Ph. Arch. Zambetti

Il muro è suddiviso in due lunghezze: 7a+ e 7b+. Fabio parte per la prima e io la percorro da secondo e capisco già che questi buchi davvero particolari: a differenza dei buchi di Ceuse o dei normali buchi di calcare questi hanno tutti la caratteristica di avere un bordo basso estremamente svaso ed intenibile ed un bordo rovescio alto molto netto e buono, un po’ come i tafoni del granito corso.

Parto per il 7b+ che si rivela difficile già dall’inizio, la costante è buoni riposi su buchi rovesci inframezzati da passaggi infami su piatti e tacchette. Ad ogni spit penso di cadere, ma con mia sopresa vado avanti. Il tiro si fa più difficile ed i riposi spariscono. Arrivo ad un buco svaso dove penso che la mia corsa sia finita ma trovo un provvidenziale incastro di pugno, che anche se molto svaso mi da modo di riprendermi, e qui il tiro sembra farsi ancora più duro e difficile da leggere. Tento un traverso verso destra e nonostante gli svasi non so bene come sto su. Mi ristabilisco e penso che il tiro sia finito, lo so spit è ormai due metri sotto i piedi e quasi mollo le mani. Mi rilasso un attimo, ma capisco in fretta che non sono affatto fuori dal tiro…Anzi! Mi aspetta un passo di piedi e decisione molto precario…Ci metto una decina di minuti a decidermi e dopo aver pensato “beh se Nicolas è salito di qua, ci saranno poi le prese e starò su pure io…” vado. Le prese sono svase e non mi sento esattamente solido, ma anche qui non saprei bene dire come, mi tiro fuori…hats off!!! Che passo…il chiave di tutta la via secondo me. Una onsight fortunata ed inaspettata che aldilà del grado mi ha dato davvero molta soddisfazione!

Arriviamo alle 19 al bivacco alla fine della diciottesima lunghezza. Il bivacco non è comodissimo…siamo ben distanti dal lusso del nostro “bivacco – bivacco” al Wenden, ma anche distanti dai bivacchi lozzi patagonici. Diciamo che non ci si può lamentare troppo!

Il giorno successivo ci svegliamo alle 6 ed alle 7 siamo pronti a partire. La temperatura è glaciale, il freddo penetra dalle mani e dai piedi fino al corpo, ma si parte! Dopo un semi-riscaldamento su un 6b, veniamo ad un fantastico muro compatto. Ci aspetta “full gaz” un 7b+ di una quindicina di metri dall’aspetto severo. Qui purtroppo il mio tentativo a vista dura poco, senza un’informazione che qui non svelerò, si tratta di un tiro molto difficile da leggere. Proseguiamo e dopo il 5c chiamato “canyoning” giungo in vista della mitica “fissure baston”. Questa fessura è la linea attorno alla quale ruota tutta la via, un tiro che come dice il mio socio “vale una stagione” – non per il grado numerico si intende ma per linea ed estetica – tutta la prima parte della fessura è bagnata ma non mi faccio intimorire: è da quando abbiamo deciso di fare questa via che sogno di salire a vista questo tiro!

Fissure Baston - Photo Arch. Zambetti

Mi carico addosso 2 serie di friends e parto. La prima parte mi da qualche noia per via del bagnato e dopo una ventina di metri arrivo in vista del chiave. Purtroppo qui la fessura è fradicia e dentro di me penso che le mia chances di libera siano davvero basse, ma…tanto vale tentare! La fessura è piuttosto svasata e dato che anche i bordi sono bagnati scelgo di tentare con la tecnica di incastro. Metto la mia mano, già di per sé gelida e provo a gonfiare il dorso nella fessura bagnata. Una sensazione bruttissima, ma la mano non scivola via. E così metti anche i piedi sempre torcendoli nel bagnato, intanto ancora qualche incastro di mano un po’ alla cieca, e non rendendomi bene nemmeno conto del come mi ritroovo due metri più su dove la fessura è adesso tutta asciutta. Ma non è per nulla finita! Davanti a me ci sono ancora 40 metri di fessura perfetta, le mie mani sono insensibili dal freddo e devo fare attenzione a gestire la serie di friend. Pian piano, incastro dopo incastro, come vuole la progressione del buon fessurista, mi faccio strada. Senza fretta, con scalata faticosa ma efficace dopo forse un’ora di lotta arriva alla sosta. Ho le mani devastate e il fisico provato, in fin dei conti ho fatto solo un 7b, ma dannazione, ancora una volta mi ha dato mille volte di più un tiro così che tanti altri di grado superiore!

Fabio sale più veloce che può, con grande tecnica dulfer e un freddo polare…

Ancora un tiro di trasferimento ed arriviamo al “gipeto barbuto” 7c, descritto come il tiro chiave della via. La roccia qui non è eccelsa, non si può dire che questo sia un tiro di pari bellezza dei precedenti. Parto a mani ghiacciate e ancora una volta mi faccio strada verso l’alto. Ancora una volta con grande sorpresa arrivo all’ultimo spit dopo aver già rischiato di cadere in mille punti. Le mani però adesso sono insensibili, provo comunque a giocarmi le mie carte, ma qui mi va male, l’ultimo passo del tiro mi respinge proprio quando pensavo fosse fatta.

Siamo in vista del “pilier brun” e delle lunghezze finali. La stanchezza fisica però comincia a farsi sentire e il freddo non molla, anzi, per la prima volta dopo la Patagonia scalo con 3 capi + la giacca in Primaloft addosso!

Davanti a me “intifada” un 6a+, il cui nome penso derivi dal fatto che mentre lo scali stacchi parecchi sassi e li tiri in testa al compagno. Ancora un 6c scabroso su lame instabili e siamo davanti a “Splasch”, un 7a+ dall’aspetto abbastanza inquietante, il primo spit non si vede, ma stando alla relazione è a 20 metri. Per la seconda volta mi carico le due serie di friends e parto. La prima parte del tiro non è difficile e riesco a proteggerla bene, giro lo spigolo ed aggancio il primo spit. Nel frattempo la stanchezza fisica e il freddo mi fanno cambiare modalità di approccio alla via e passo da “provo a fare tutto a vista” a “penso solo a ragliarmi su più velocemente possibile”. Per raggiungere il secondo spit di “splasch” già mi devo impegnare e da lì in avanti “mollo gli ormeggi” ed inizio a fermarmi sistematicamente sui friend o gli spit per riposare prima di ripartire. Ragazzi, sarà solo un 7a+, ma la catena te la devi guadagnare e io sono praticamente k.o.

Fabio mi raggiunge in sosta. Sono indeciso se partire per il tiro successivo “Al quaida” 7b+.

Fabio su "Splasch"

Mi sono rimaste poche energie e se il tiro è ingaggioso come “Splasch” ma su un grado più duro, valutando in modo oggettivo la situazione, rischierei di farmi del male cadendo. Parto non troppo convinto, sempre con una temperatura ed un aria fredda per me veramente pesante. Non sto nemmeno a pensare alla libera e come dice l’amico Franz “tiro quello che c’è da tirare…” e raggiungo la sosta. In fin dei conti mi è sembrato un tiro molto meno stressante ed impegnativo di “Splasch”. Gli ultimi due tiri di 6c, sembrano una formalità ma vanno saliti e in queste condizioni sono comunque impegnativi. Arriviamo in cima alla via, dopo 34 tiri di arrampicata, dove, come per scherzo il vento gelido smette di soffiare e il sole ci illumina e riscalda.

Finalmente un po’ di pace in una giornata così tormentata.

Scopriamo di aver effettuato la seconda ripetizione dopo i Francesi Sebastien Ratel e Dimity Munoz.

Qualche foto e ci godiamo solo brevemente questo tepore, sono le 19 e dobbiamo fare 12 doppie per arrivare al bivacco. In meno di due ore siamo nuovamente alla sosta del diciottesimo tiro. Questa volta la stanchezza mi fa sembrare il bivacco molto meno comodo della notte precedente.

Scendiamo con calma il giorno successivo.

Non ho scalato tutta la via in libera, quindi diciamo che ho fallito l’obiettivo che mi ero prefissato.  Ma non importa, arrampicatori più forti di me, faranno sicuramente meglio, io sono comunque super soddisfatto. Una grande via, una grande parete e dei tiri da sogno! Per arrivare in cima stavolta i denti li ho dovuti proprio stringere…

Come dicono i francesi A+

Complimenti Nicolas e Julien Zambetti e Denis Burdet! Hats off!