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20 giugno 2019

Climbing · Vertical · Resto del Mondo

ClimbAID: boulder solidale e terapeutico

Beat indica al rifugiato siriano Mohamed come risolvere il prossimo movimento. Foto: Alicia Medina

Il team di ClimbAid, guidato  da Beat Martin Baggenstos e composto da climber provenienti da diversi paesi, raggiunge una nuova destinazione  per una nuova sessione di arrampicata “terapeutica”

Da un anno, il camion della ONG ClimbAID viaggia sulle strade del Libano. E’ carico di boulder con prese colorate, ha con sè climber provenienti da diversi paesi ed è guidato dallo svizzero Beat Martin Baggenstos. Il suo obiettivo? Migliorare la salute mentale dei rifugiati siriani attraverso il boulder.

Fatima ha scalato a Homs (Siria). “Gli anziani ci hanno sgridato”, ricorda la dodicenne siriana con un sorriso malizioso. Oggi vuole diventare un alpinista professionista, un desiderio originale per qualcuno che a 7 anni fugge da una guerra che ha provocato 400.000 morti. Da cinque anni, Fatima vive con altri 35 membri della sua famiglia – il clan Alahmad – nell’insediamento di Al Caravan, nella valle della Bekaa (Libano). Una strada polverosa e un campo di barbabietole circondano le sette tende di plastica e legno.

Il Libano – un paese di quattro milioni di abitanti – ospita un milione e mezzo di profughi siriani. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che  il 15-20% soffra di disturbi mentali. Depressione, ansia o stress post-traumatico sono sintomi comuni tra i più giovani.

Il suono delle bombe. Ecco cosa ricordano  Fatima e i suoi cugini, Yasmina e Hamda, di 13 e 14 anni. Hamda ha perso suo padre. Yasmina non ricorda gran parte della guerra, “ero piccola”, dice.
Fatima, 12 anni, la interrompe: “Ricordo che in Siria ho visto gente morta per strada, sono più piccola di te ma ricordo.” Ma oggi è sabato e le loro menti si allontanano dal dramma della guerra.

Ogni sabato, un camion alto tre metri e mezzo, con prese colorate, interrompe la monotonia

Il camion-boulder The Rock si dirige verso l’insediamento di Al Caravan nella Valle de La Bekaa, Libano. Foto arch. ONG ClimbAID

Lo scalatore svizzero Beat Martin Baggenstos ha parcheggiato davanti alle tende “The Rock”, un camion trasformato in un boulder. La sua idea: migliorare la salute mentale dei rifugiati siriani attraverso l’arrampicata. Questo è l’obiettivo della ONG ClimbAID.

Durante un viaggio attraverso l’Argentina e il Messico, precisamente a San Carlos de Bariloche (Argentina), il lago separava la zona ricca da quella povera. “Mi sono unito alla comunità dei climber, erano tutti nella zona ricca”, dice Beat. Questo divario sociale è diventato più evidente quando è atterrato in Etiopia per arrampicare ad Amora Gedel. Le sue costose attrezzature per l’arrampicata contrastavano con la povertà della gente del posto. È stato allora che ha scoperto un progetto che combinava arrampicata e solidarietà.

Così divenne volontario in Libano. Era il 2015 e attraverso questo progetto ha cercato di portare i rifugiati siriani a scalare le montagne. Nel 2016 ha fondato ClimbAID; il progetto ha iniziato a muoversi grazie a dozzine di volontari in Svizzera che hanno offerto corsi di formazione per rifugiati in cinque città svizzere. Sono loro che hanno donato materiale e contribuito a raccogliere i $ 50.000 che hanno permesso di  mettere in viaggio “The Rock” nell’agosto 2017.

Da allora, insieme a una squadra di 4-6 scalatori internazionali, si occupa della formazione di circa 150 rifugiati siriani.

Il boulder come terapia

Foto arch. Ong ClimbAid, Libano 2019

Il sole comincia a nascondersi dietro le montagne e la brezza rinfresca la valle di Bekaa. Madri e nonne del “clan” Alahmad osservano i giovani  attorno a The Rock.

Ogni giorno ClimbAID raggiunge un villaggio di rifugiati dove si allenano giovani dai 12 ai 40 anni. Il sabato tocca all’insediamento di Al Caravan. Prima hanno una sessione con i più piccoli e poi con gli adolescenti.

Uno dei giovani rifiuta di scendere finché non ha entrambe le mani sull’ultima presa. Non è in una posizione di equilibrio e non si fida tanto dei suoi piedi da staccare la mano sinistra. È rimasto appeso per diversi minuti. Le sue mani stanno sudando. “Budra, budra” (magnesio in arabo), gli grida Beat. Lui cerca ma cade.

Dopo un po’, quando nessuno lo guarda, ci riprova. Ci riesce. “Ustad, ustad” (insegnante, insegnante), urla instancabilmente fino a quando un volontario di ClimbAID si congratula con lui. Sorride soddisfatto “Con l’arrampicata, ti concedi un po’ di successo, rapidamente: se cadi, fallisci; se ti rialzi, hai successo”, riassume Beat.

I più giovani si preparano per la sessione di arrampicata e scelgono le scarpette. Foto arch. ONG ClimbAID

Perseverare per risolvere un problema boulder crea una sensazione di realizzazione. L’idea è di applicare quella perseveranza nella vita di tutti i giorni.

Nell’esercizio seguente,  vengono legati  mani e piedi in coppia, durante l’arrampicata:“Cerchiamo di insegnare loro il lavoro di squadra e l’atteggiamento cooperativo”, afferma Beat.

Questi sono alcuni degli esercizi che il team di ClimbAID ha appreso nei laboratori dell’Istituto di arrampicata terapeutica di Salisburgo, guidati dallo psicoterapeuta Alexis Konstantin Zajetz (autore del libro Escalation terapeutico). Alcuni ospedali austriaci e tedeschi, infatti, usano il boulder come terapia per i pazienti affetti da depressione.

L’arrampicata riduce i pensieri negativi

Ora è il turno dei più vecchi. Fatima e i suoi cugini indossano  le scarpette: dopo aver iniziato il riscaldamento e aver fatto un po’ di arrampicata, inizia una gara in cui, se risolvono il problema a vista, guadagnano due punti, se lo fanno in diversi tentativi,  uno.

I giovani sono eccitati, i blocchi sono nuovi. “Non vi controlleremo, ci direte voi il punteggio”, annuncia Mohamed, del team ClimbAid, con la lista in mano.

Da quel momento inizia un putiferio in cui i rifugiati urlano le vie ai volontari. “Il rosso!”, “Il blu, sì, la prima volta!”, nel loro inglese precario. Per un’ora sono assorti come se stessero giocassero una finale. Questo è  un altro dei benefici del boulder: la consapevolezza.

Per Beat, l’arrampicata richieda una concentrazione totale e li costringe a rimanere presenti a quel momento, allontanando i pensieri negativi. I volontari sono sorpresi: “Sono più forti di quanto pensassimo”, dicono.

Alcuni sono già di livello 6B. ClimbAID ha in programma di organizzare una competizione tra i migliori climber di ogni insediamento a ottobre. Medyian Alahmad, 16 anni, indossa una maglietta con sopra stampato “Numero 1”. Prende seriamente la scalata. “C’è qualcosa dentro di me che mi spinge a raggiungere il top”, dice.

Da quando le sessioni sono iniziate la scorsa estate, si sente “più forte”. Un’altra cosa positiva è che “ragazzi e ragazze giocano insieme”, afferma Medyian.

L’arrampicata può aprire la mente e rompere le barriere di genere

The Rock, il camion di ClmbAID in Libano, 2019. Foto arch. ONG ClimbAID

Uno dei volontari, lo scalatore russo Alexander Chikin, ritiene che “l’arrampicata può aprire la mente e rompere le barriere di genere”. Cita il caso di Angela Eiter, la prima donna a salire un 9b. La climber preferita di Medyian è la svizzera Nina Caprez. Nina è ambasciatrice di ClimbAID e ha visitato il Libano lo scorso maggio.

L’arrampicata non ha genere, ma la realtà delle ragazze del clan Alahmad è complicata. “Per ora siamo piccole, ma quando cresceremo non potremo più scalare”, dice Hamda, che allo stesso tempo sostiene di voler diventare una “vera arrampicatrice”. “È difficile che possiamo arrampicare, se ci sono bambini sconosciuti in giro”, aggiunge Fatima.

Nel loro insediamento sono tutti della stessa famiglia, quindi sono in uno  “spazio protetto”. “A una certa età le ragazze semplicemente scompaiono dagli spazi pubblici, scalare con altri bambini non è cosa ben vista” dice Beat. Ecco perché hanno iniziato a fare sessioni in una scuola solo per ragazze. Ma c’è bisogno di volontari.

Secondo uno studio condotto da Kowald & Zajetz (2014), l’arrampicata pemette di sentirsi “utili, efficaci e a mantenere il controllo”. Per dimostrare che l’arrampicata non è solo movimento in parete, sono stati proiettati alcuni documentari per far riflettere su questo sport, dai video di Parkinson Louis a “The Finish Line” di Nalle Hukkataival o Valley Uprising. “Si sono stupiti di vedere dei climber dormire in parete”, dice Alexander. Ci sono anche esempi locali, come gli alpinisti beduini del Wadi Rum (Giordania) o scalatori di Tanourine (Libano).

Beat: “Spero che il mondo cambi e possiate arrampicare dove desiderate”

Pochi fortunati hanno arrampicato sulla roccia di Ammiq (Libano). per la prima volta, il sabato precedente. Hamda mostra con orgoglio una ferita sul palmo della mano“L’arrampicata mi rende forte e felice”. Anche Fatima: “Quasi cinque metri”, dice con entusiasmo e pensa per alcuni secondi dove vorrebbe scalare. “Brasile”, dice. Yasmina e Hamda scoppiano a ridere. Yasmina sospira, “La vita qui non è un granchè, voglio andare da qualche altra parte.”

A nessuno dei tre piace il Libano. Ma la situazione in Siria rende, per ora, il ritorno impossibile. La notte scende e i riflettori illuminano i massi colorati sulle quattro ruote.

I giovani stanno aspettando con impazienza il risultato della competizione. Vince Meydi che alza le braccia e grida in inglese “Sono forte!” Beat sostiene che l’arrampicata migliori la percezione di sé.

Questa è l’ultima notte per il gruppo di volontari. La musica suona ed emoziona come le foto  che si succedono delle loro sessioni di arrampicata. Si sorridono l’un l’altro, Alexander saluta: “Spero che il mondo cambi e che possiate scalare dove desiderate”.

The Rock, il camion di ClmbAID in Libano, 2019. Foto arch. ONG ClimbAID

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