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3 Luglio 2017

CONFORTOLA: Dhaulagiri e un grande salvataggio

Marco Confortola il 20 aprile 2017 ha siglato il suo decimo 8000, il Dhaulagiri, la “Dama Bianca”, la settima vetta del pianeta, in Nepal.

Chi è Confortola?

Un uomo, una tuta d’alta quota, un paio di scarponi troppo grandi, pieni di passi, cicatrici, conquiste, sogni irrinunciabili.
Marco mi telefona e mi racconta di aver vissuto una nuova avventura; abbronzatura a tratti, voce profonda ed entusiasta. Diresti che è il ragazzo della porta accanto, solo che è appena arrivato dall’ennesimo exploit, dopo aver salvato la vita a parecchie persone.

Quando è partito il progetto?
Provai a salire per la prima volta questa magnifica montagna nel 2012, ma dovetti fermarmi a quota 7600 per il freddo ai piedi, problematiche ricorrenti per via delle mie amputazioni. Nel 2015 tornai, ma mi dovetti fermare per via del terribile terremoto del 25 aprile. Scendemmo dai campi alti per porgere un poco di aiuto ai nepalesi. Ne parlammo insieme anche a Finale for Nepal, quello stesso anno ricordi? Nel 2017 ho voluto riprovare per tornare e chiudere i conti con questa magnifica cima.

Come si è svolta questa spedizione?
Il 7 aprile siamo partiti dall’Italia e siamo giunti a Kathmandu dove abbiamo recuperato in 2 o 3 giorni il materiale necessario. Abbiamo impiegato 1 settimana per percorrere il trekking fino al campo base. Per quanto riguarda l’acclimatamento abbiamo utilizzato il percorso che porta al French Pass a 5300 m. Non si trova sulla via di salita, ma conduce a un trekking in un’altra valle. Mi sono allenato insieme a Peter Amour, che ha finito la sua collezione di tutti i 14, con i suoi compagni e con Mario Casanova. Con Peter salimmo insieme Lothse nel 2013!

Per scalare la Dhaulagiri ci vogliono di norma 4 capi, ma ho preferito accorciare le distanze saltando il campo 1 a 5600 m e andando direttamente a 6600 m di quota. Successivamente ho sostato al campo 3 a 7500 m e trascurato il campo 4. Quindi ho fatto campo base 4600 m , C2, C3, vetta, ovviamente senza ossigno.

Raccontaci più specificatamente, per capire anche il valore di ciò che è accaduto successivamente.
L’ 8 maggio abbiamo effettuato un primo tentativo, ma il tempo era sempre brutto, nevicava copiosamente. Raggiunto C2 non era sensato attaccare. L’alpinista austriaca Gerlinde Kaltenbrunde, la prima donna che senza ossigeno ha conquistato tutti e 14 gli 8000, rischiò qui di morire sotto una valanga. Qui persero la vita scalatori del calibro di Chantal Moudì: ho preferito pazientare.

Il 18 maggio ho riprovato trascorrendo la notte al campo 2. Il 19 ero al campo 3 con l’obiettivo di attaccare direttamente la vetta alle 18, ma il tempo non era ancora favorevole. Alle 3 del mattino, oramai il 20 maggio, appena il vento si è calmato, siamo saliti in vetta e tornati verso la base, fermandoci a campo 3 a causa del vento. Il 21 ero di nuovo al campo base.

Hai una gestione estremamente precisa e calcolata della salita: come hai imparato? Come ti sei allenato?
Ho raggiunto una buona forma grazie agli allenamenti invernali e all’esperienza maturata nel tempo riesco fare sessioni di qualità.

La mia esperienza deriva soprattutto dalle salite con Gnaro Mondinelli. Il Broad Peak, lo Shisha Pagma per 2 volte, sia cima centrale sia la principale, il Cho Oyu in giornata, in 24 ore, a causa di un furto!

A causa di un furto?
Si! Ci rubarono il materiale… dovemmo tornare al campo base e dopo esserci riposati per 5 giorni, salimmo alla vetta e tornammo in giornata, rispettando la finestra di alta pressione. Gnaro mi ha insegnato a limitare al massimo il tempo nella zona della morte.

Insieme abbiamo vissuto avventure significative. Prima di attaccare il K2, nel 2008, montammo un impianto per rilevamenti al colle sud dell’Everest, a circa 8000 metri (il colle sud è 7950 m). Fu la stazione meteo più alta del mondo, per il CNR, al fine di monitorare il clima. Il vento era talmente forte che dopo 3 mesi strappò via tutto… compresi i fix da 12 e i cordini in kevlar da 12!.
Che emozione provai quando attivarono l’impianto e in 30 secondi tutti i dati fecero il giro del mondo. Il punto in cui eravamo era quello in cui si consumò la famosa spedizione con Krakauer…

Aiutami a capire la tua evoluzione: spiegami la cronologia di queste tue spedizioni
Nel 2004 ho iniziato subito con l’Everest da Nord. Nel 2005 lo Shisha Pagma centrale. Nel 2006 ho fatto la cima principale e subito dopo l’Annapurna. Nel 2007 il Cho Oyu e poi il Broad Peak. Nel 2008 ho fissato la stazione al colle sud e poi ho salito il K2, dove ho vissuto la conosciuta terribile esperienza per la quale ho subito amputazioni ai piedi.
Tra 2010 e il 2012 ho vissuto una serie di tentativi per riprendermi e alla fine, ho scalato il Manaslu il primo 8000 dopo l’amputazione. Ho dedicato quest’ascensione al mio amico Sic.
Nel 2013 ho salito il Lothse e tra il 2014 e l’anno seguente ho effettuato due tentativi, rispettivamente al Kanjenjunga e al Dahulagiri. Nel 2016 ho scalato il Makalu e ora il Dahaulagiri a (8167 m), la settima montagna del mondo.

Come ti sei allenato fisicamente?
Vivo nella magnifica alta Valtellina: effettuo corsa in montagna, sci alpinismo, alpinismo in quota, sci di fondo. Fra queste discipline prevalgono lo sci alpinismo e la corsa nonostante la menomazione. Prediligo lo scialpinismo in ogni caso, perché stressa meglio i miei poveri piedi passati dal 43 al 35 di scarpa…

Come ti sei allenato mentalmente?
L’allenamento mentale deriva dagli anni di arti marziali. La mia è una testa non da attabrighe; le discipline orientali ti aiutano a cotrollare le sensazioni e quindi le emozioni. L’allenamento mentale in ambiente te lo fai con lo sci alpinismo. Se vuoi fare i 2000 metri di dislivello devi fare 2000 metri! Con Gnaro ho imparato molto a tenere duro… in altissima quota, ma anche a casa mia.
Tre volte alla settimana, tutte le settimane, faccio oltre 2000 metri di dislivello. E Prima di partire concateno piu cime nel Gruppo Ortles-Cevedale.

Senti la mancanza di casa? Deperisci in quota?
La mancanza? Si… Quella è dura, ma la fortuna è avere gli amori giusti e una tranquillità sentimentale che permette di fare questo. Quanto al deperimento: meno stai in alto e meglio è. Se ti sei allenato e sacrificato durante l’anno …puoi saltare i campi, tenere duro sino alla cima e ritorno, sino alla zona della vita.

Parliamo dell’incredibile soccorso che avete fatto
Sono rimaste bloccate 7 persone sul Dahulagiri tra il 20 e il 21 maggio. 5 di questi erano militari nell’esercito indiano. Le forze armate hanno lanciato l’allarme e richiesto il soccorso.
Il 22 maggio c’è stato un primo tentativo dell’agenzia mediante due bravissimi piloti italiani dell’elisoccorso trentino: Piergiorgio Rosati e Michele Calovi.

Un alpinista era bloccato a circa 7400 metri, due a 6600 e quattro a 5600 metri. Erano impossibilitati a scendere per lo sfinimento. Essere veloci è importante, fondamentale o muori.

I due piloti sono accorsi: stanno un mese e mezzo in Hymalaya aiutando con l’elicottero di ditte nepalesi. Si tratta di un B3 Ecureuil, un mezzo francese, molto performante in alta quota, classico per i lavori al gancio.

Il 23 grazie al mio staff in Italia è stato fatto un ponte radio: il consiglio era partire al più presto per il tempo atmosferico in cambiamento. L’elicottero è giunto al campo base, dove c’erano le taniche per il rifornimento, la mattina stessa.
Io stavo smontando il campo riprendendomi dalla mia ascensione. Mi hanno chiesto se mi sentissi di aiutarli, facendo un tentativo con la long line.
In pratica sull’elicottero c’è il pilota e appeso nel vuoto l’operatore. Ero appena tornato dalla vetta, sapevo di rischiare la vita così in alto, ma me la sono sentita, ho accettato e il tentativo è andato bene. Abbiamo portarto giù tutti e tutti sono arrivati in ospedale. Qualcuno con un principio di edema cerebrale e altri con quello polmonare, altri ancora con congelamenti alle mani o ai piedi. Ma tutti erano vivi, al campo base, pronti per il trasporto sempre elicottero.

Ci sono precedenti?
In passato un altro pilota Italiano Maurizio Folini, salì da solo con la corda, salvando una persona all’Everest, ma questa è stata la prima operazione di questo genere ad altissima quota, con il soccorritore. Si sono fidati e mi hanno chiesto aiuto perché lo faccio di mestiere: da 20 anni lavoro come tecnico di elisoccorso presso la base 118 di Caiolo Sondrio.
Non c’è alcuna comunicazione con il pilota, devi saper cosa fare. Gli straordinari Rosati e Calovi si alternavano: un po’ uno, un po’ l’altro. I piloti italiani fanno la differenza là e in 2 ore e mezza finito tutto.

Come avveniva il soccorso?
L’elicottero volava piatto, senza virate brusche, con attenzione massima al volo senza verricello, solo con il baricentro.
Mi sganciavo, attaccavo al posto mio il paziente vedendo l’elicottero volare via e aspettavo il ritorno. Sono rimasto a 7000 metri, poi sono sceso e via con un altro paziente.

Che differenza c’è tra baricentro e verricello?
Il baricentrico è un aggancio sulla pancia dell’elicottero dove viene posizionata una corda che puo variare dai 10 m fino anche a 50 m, dove viene agganciato un carico o in questo caso ” Marco”… Mentre il verricello è praticamente un argano posto esternamente all’elicottero dove si possono fare operazioni di calata e recupero.

A quella quota le pale non funzionano molto bene, l’aria è rarefatta e tu eri appena tornato dalla cima. Non avevi paura di veder andare via l’elicottero senza ritorno?
A quelle quote i piloti fanno la differenza insieme alla macchina, sicuramente ho accettato perchè conosco bene le capacità tecniche di Piergiorgio e Michele e se non fossero riusciti piu a recuperarmi sarei sceso con le mie gambe anche perchè in montagna bisogna sempre saper risolvere ogni incognita.

Cosa ricordi in particolare?
Una grande emozione, che mi ha fatto sentire bene, davvero bene. Il colonnello piangeva una volta finito tutto. Non sapeva più come ringraziare. A Kathmandù ho preso un taxi e sono andato a fare visita alla scuola costruita in cooperazione con Finale for Nepal, i collaboratori Bosch dove lavoro come formatore nella scuola Tec Bosch con il progetto Allenarsi x il Futuro e Associazione 17. Queste sono cose che ti fanno sentire bene.
Pensa che a Kathmandù c’è un albergo in cui hanno messo le piastrelle con tutti i personaggi famosi, come nella Walk of fame di Hollywood: e hanno messo anche il mio nome!

Come ti chiesi in passato, ti domando ora: che messaggio vuoi dare ai giovani?
Innazitutto considero i giovani il futuro del mondo, ho tantissimi messaggi per i giovani: ci sono a mio dire delle regole come studiare, fare sport, obbedire  le persone che ti vogliono bene, saperle ascoltare (genitori e professori), sognare, avere degli obbiettivi e mai mollare perchè purtroppo nella nostra società in cui viviamo bisogna essere belli determinati e attaccanti proprio come un Alpinista Himalaista….

Cosa diresti a un alpinista che desideri intraprendere la via dell’alta quota?
Di capire bene che direzione sta prendendo e se ne è sicuro allenarsi tanto, non azzardare e ricordarsi che il valore piu grande che tutti noi abbiamo è solo e resterà solo uno la Vita.
Non esiste Montagna che abbia più valore.

Christian Roccati
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