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11 febbraio 2019

“Il couloir della solitudine”

Chi mi conosce bene sa che da un po’ di tempo rifuggo gli ambienti alpinistici. Raramente – fatta eccezione per il Filmfestival di Trento – partecipo a serate o appuntamenti ove si riunisce il “mondo alpinistico”. Ciò stupisce molti dei miei conoscenti che non perdono occasione di rinfacciarmi: “Ma non ti ho visto alla prima torinese del Film su Gian Piero Motti…”, oppure : “Credevo di vederti alla giornata ricordo di Guido Rossa”, “Non c’eri al meeting x, alla serata y, alla commemorazione z…”. Ebbene, lo dico da tempo: sono diventato insofferente verso l’ambiente alpinistico in generale e in particolar modo verso quello subalpino. Mi annoiano le rievocazioni e le serate ricordo, dove vedi sempre solo i soliti relatori che da anni raccontano sempre le stesse cose. Occasioni in cui puntualmente ti tocca incontrare, l’istruttore “Tal dei Tali”, la guida “Patacca Lucente”, l’accademico “Volo Alto”, il giornalista “Carte Bianca”, e come dimenticare l’alpinsta del momento “Prima Pagina”? “Com’è? Sei stato in giro? Hai fatto qualcosa di duro? E’ un po’ che non ti si vede” – “Beh, veramente vado in giro tutti i giorni, solo che adesso vado spesso da solo e non cerco tanto la “salita” o la via nuova, ma mi godo la montagna. Frequento luoghi meno noti e le montagne di casa”. Qualcuno non riesce a perdonarti del fatto che non sei più tutti i week end sul Monte Bianco come vent’anni fa, oppure che non ti s’incontra più sulle “pareti note”.  Quanto a queste ultime, negli ultimi anni posso dire d’aver assistito a fenomeni di marketing del verticale incredibili. Pareti che sono state “vendute” ad arte su noti portali d’alpinismo, e che in circostanze “normali” sarebbero un granello di pietra insignificante nella litosfera del pianeta verticale. Eppure, basta fare due foto chiamando i volti noti del momento, radunare una corte di alpinisti e scalatori del “giro, e il gioco è fatto: ecco come ti costruisco la notorietà. Invidio a molti amici, la capacità di sapersi destreggiare nel mondo dell’immagine e della “vendita”.  Al tempo stesso mi rendo conto che sono sempre stato un pessimo imprenditore di me stesso nel mondo verticale e che persone molto più capaci di me, in breve tempo, sono in grado di lasciare un segno più incisivo. Questa, però, è la diretta conseguenza del fatto che non ho mai aspirato a fare la “storia” di un luogo, impegnato piuttosto a costruire la mia di “storia”. Se mi guardo attorno, vedo non pochi alpinisti della mia generazione che pur avendo fatto una normalissima attività, seppure di buon livello, sono convinti di ricavarsi un posto nella storia dell’alpinismo. Ebbene, io dico che seppure siamo stati dei “buoni” alpinisti non abbiamo spostato di un millimetro l’asticella della “Storia”, perché quella è semmai prerogativa di quei pochi fuoriclasse che hanno fatto davvero la differenza. Possiamo aver avuto un ruolo anche importante nella conoscenza e nella scoperta di alcune zone delle Alpi o delle “terre alte”ancora non del tutto note in termini alpinistici, ma questo non fa di noi necessariamente dei fuoriclasse né tanto meno dei campioni. Ci sono “Storie” e “storie”. Dobbiamo essere consapevoli di quello che è o è stato il nostro ruolo, senza spacciare per oro ciò che e solo ottone. Dal canto mio, poi, come ho detto, da un po’ di tempo amo scalare da solo, in luoghi isolati e meno noti. Non lo faccio per la salita fine a sé stessa e nemmeno m’interessa la difficoltà o la fama di una via. Così, ti può capitare che un giorno, senza pretese, t’inoltri in un’alta valle selvaggia. Il luogo ti è noto, perché su quella montagna hai aperto tre vie nuove in estate e una goulotte in inverno. Conosci quindi ogni piega della roccia e non t’aspetti certo sorprese. Però in quel particolare giorno e in quella particolare stagione, si verifica una miscela di condizioni unica. L’autunno è stato piuttosto ricco di piogge e il gelo, in un bacino naturalmente molto freddo come quello, ha lavorato con largo anticipo e a dispetto delle più miti condizioni generali. La stagione, inoltre, è stata avara di neve e ciò che per decenni è rimasto nascosto anche all’osservazione degli occhi più attenti, oggi incredibilmente si rivela. Non è dunque un caso che io abbia con me piccozze ramponi: decine di giornate passate in solitaria sulle rocce al sole, dell’altro versante, mi hanno permesso di osservare la creazione di questo piccolo miracolo della natura, ancora intatto. La neve è davvero poca e il ghiaccio è ottimo. Centocinquanta metri di colpi ben assestati e anche questa questa piccola “storia” è scritta. Non sposterà nessuna “asticella”. Ma è una bella storia, ed è solo mia.

Gruppo della Leitosa (Alpi Graie) – Leitosa meridionale 2870 m

Parete nordovest – “Couloir della Solitudine” 150 m III/3+, Prima salita in solitaria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il giornalista “carta bianca”l’allievo promettente