MENU

18 marzo 2019

Alpinismo e Spedizioni · Vertical

Il K2 rimane inviolato nella stagione più fredda. I 6 tentativi invernali nella storia dell’Ottomila

Invernale al K2, 2019. Fonte: K2 Winter Climb 2019/facebook

Sono già sei le spedizioni invernali fallite, sulla seconda montagna più alta del pianeta

La seconda montagna più alta del pianeta ha respinto  due spedizioni invernali anche quest’anno. Sullo Sperone degli Abruzzi, nessuna è andata oltre i 7.500 metri di quota.

Il K2 (8.611 m) è l’unica grande montagna di oltre 8.000 metri mai salita in inverno. Gli altri 13 Ottomila sono caduti uno dopo l’altro, prima quelli in Nepal e poi quelli in Pakistan, ma il tetto del Karakórum,  rimane  inviolato nella stagione più fredda dell’anno.

Sono già sei le spedizioni che, giunte ai piedi della montagna più alta del Pakistan,  sono poi ritornate a casa senza aver raggiunto la vetta. Marcin Kaczkan, Piotr Morawski e Denis Urubko,  nel 2003, salirono fino a 7.650 metri di quota e, nel 2018, Denis Urubko arrivò a 7.600 metri, in solitaria.

Quest’anno (stagione invernale 2018-19), nessuno ha superato i 7.500 metri, quindi la sfida è rimandata all’inverno 2019-2020: i polacchi hanno già annunciato di voler organizzare un’altra grande spedizione per ritentare la vetta, già  lo scorso inverno. Dopo l’ultimo tentativo guidato da Wielicki, il testimone passa ora a Piotr Tomala, designato capospedizione del prossimo progetto invernale.

Ad oggi, non è ancora chiaro se altre spedizioni saranno impegnate sulla montagna:  Álex Txikon ha riferito di volerci riprovare, senza però precisare quando, mentre  Denis Urubko ha annunciato di volerlo fare nell’inverno 2020-21. Staremo a vedere…

Di seguito, la storia delle sei spedizioni invernali infruttuose al K2.

K2 inverno 2019. Foto: Alex Txikon

1987-88: polacchi, canadesi e inglesi

La prima spedizione a tentare l’invernale sul K2 fu guidata dal polacco Andrzej Zawada nell’inverno del 1987-1988. La squadra era composta da 23 alpinisti tra polacchi (tredici), canadesi (sei) e britannici (quattro). Arrivarono al CB ​​a dicembre, dove scavarono per poter accedere alle  tende sepolte sotto la neve. Rimasero 80 giorni al campo base, dove si registrarono solo dieci giorni di bel tempo. Soffrirono di congelamenti. Alcune loro  tende furono spazzate via dal vento e le  corde sepolte dalla neve … Prima di rinunciare, una parte della squadra arrivò ai 7.300 metri di Campo 3, in due raid: il primo, il 2 marzo, con Poles Leszek Cichy e Krzysztof Wielicki, e il secondo, il 6 marzo, con il britannico Roger Mear e il canadese Jean-François Gagnon.

2002-03: polacchi ed ex sovietici

Dopo quindici anni,  Krzysztof Wielicki organizzò una spedizione composta da 19 elementi per ritornare al K2 nell’inverno del 2002-2003. Della squadra facevano parte  alpinisti di nazionalità polacca (quindici), kazaka (due), georgiana (uno) e uzbeka (uno). Diverse le defezioni a metà spedizione. In quell’occasione, il gruppo di testa, formato dai polacchi Marcin Kaczkan e Piotr Morawski e dal kazako Denis Urubko, riuscì a raggiungere Campo 4, che installarono a 7.650 metri. I venti fortissimi non diedero tregua alla spedizione, che si ritirò dopo un attacco al vertice a fine febbraio, interrotto quando Denis Urubko e Marcin Kaczkan scoprirono che C4 era stato spazzato via. Dopo aver trascorso una brutta notte nella tenda di emergenza che avevano con sè, Kaczkan iniziò ad avere sintomi di edema cerebrale, che portò i due alpinisti a ritirarsi. Sulla via incontrarono Wielicki, che preparò per loro bevande calde e medicine a C3, dove aveva trascorso la notte. I tre scesero insieme e non ci furono altri tentativi.

2011-12: russi ed ex sovietici

Il terzo tentativo, nell’inverno 2011-2012 è stato firmato dal russo Viktor Kozlov, leader della spedizione, e dai 16 membri della suo team. La squadra, molto forte, progredì molto bene durante il primo mese e mezzo. Il 31 gennaio, Iljas Tukhvatullin, Andrew Mariev e Vadim Popovich riuscirono a fissare le corde fino a 7.200 metri. Tuttavia, lo stesso giorno, un altro membro della spedizione, Vitaly Gorelik,  fu colpito da congelamenti alle dita di entrambe le mani, in concomitanza con l’arrivo del maltempo. Le condizioni meteo non permisero la sua evacuazione dalla montagna nei giorni successivi e l’alpinista morì. La spedizione fu annullata.

2014-15: permesso annullato

Nel 2014, le aspettative di successo salirono quando Denis Urubko annunciò che avrebbe tentato l’invernale al K2 con due forti compagni di scalata come Adam Bielecki e Alex Txikon.

L’alpinista (nazionalizzato russo), non voleva tornare in Pakistan e scelse il versante settentrionale. Tuttavia, pochi giorni dopo la partenza, le autorità cinesi negarono i permessi di scalata e la spedizione fu annullata.

2017-18: polacchi

K2, inverno 2017-2018: Denis Urubko. Foto. Adam Bielecki

Dopo la salita invernale del Nanga Parbat che vide protagonisti a febbraio 2016  Álex Txikon, Ali Sadpara e Simone Moro, nel 2017-18 l’attenzione ritornò sul K2. Ai polacchi servirono due anni per organizzare un nuovo tentativo invernale sull’ottomila. Ancora una volta alla guida c’era Krzysztof Wielicki. Della squadra facevano parte grandi alpinisti come Adam Bielecki e Denis Urubko (nazionalizzato polacco), nonché altri otto alpinisti polacchi e cinque portatori d’alta quota pakistani. La spedizione visse momenti molto complicati, con il salvataggio sul Nanga Parbat della francese Elisabeth Revol, numerosi incidenti causati dalla caduta di rocce,  e la rivolta di Denis Urubko, che lanciò un attacco in solitaria senza l’autorizzazione del capospedizione. Urubko raggiunse il punto più alto della spedizione, circa 7.600 metri, prima di rinunciare per l’arrivo di una tempesta. Successivamente, Urubko lasciò il campo base, e pochi giorni dopo Krzysztof Wielicki annunciò la fine della spedizione.

2018-19: doppia spedizione russo-kazako-kirghisa e spagnolo-polacco-nepalese

Fonte: K2 Winter Climb 2019

La stagione invernale 2018-2019 è stata eccezionale in tutti i sensi. Per la prima volta,  due spedizioni avevano come obiettivo comune un invernale sul K2. Inoltre, nessuna di loro raggiunse il campo base prima del 14 Gennaio: quel giorno arrivarono Vassily Pivtsov, Artom Braun insieme ad altri cinque alpinisti provenienti dalla Russia (Abildaev Roman e Konstantin Shepelin, oltre a Braun), dal Kazakistan (Dmitry Muraviov e Tursunali Aubakirov, oltre a  Pivtsov) e da Kirghizistan (Mikhail Danichkin). Due giorni dopo, si stabilirono al CB anche il basco Alex Txikon e i membri del suo team: Felix Criado (Spagna), Pawel Dunaj e Marek Klonowski (Polonia), gli sherpa Nuri, Chhepal, Geljen, Wallung e Pasang. Alle due spedizioni, si unirono anche  i kazaki Ildar Gabbasov, Akhat Smailov e Amaner Temirbayev, su un fronte, e il polacco Waldemar Kowalewski, sull’altro.

Ben presto si percepì che le due spedizioni non avrebbero funzionato, anche se condividevano la medesima via: lo Sperone degli Abruzzi. I due gruppi attrezzarono  linee parallele di corde fisse. Avevano due strategie diametralmente opposte. Da un lato, il team russo-kazako-kirghiso seguiva uno stile di progressione lenta, con  molti campi in quota, anche in condizioni atmosferiche proibitive. Dall’altro, Txikon e la sua squadra attendevano finestre meteo favorevoli per uscite più veloci.

Alla fine, ha avuto la meglio il K2.

Il team ru-kz-kg  ha lanciato l’ultimo tentativo all’inizio di marzo: Vassily Pivtsov, Artem Braun, Tursunali Aubakirov e Mikhail Danichkin sono arrivati fino 7.500 metri circa di quota.
Partito per il suo ultimo tentativo a metà marzo, Alex Txikon ha invece raggiunto i 6900 metri circa di altitudine, con gli sherpa Pasang e Chhepal.

Tra l’altro, oltre a diversi ritiri a causa di malesseri causati dall’alta quota e a qualche lieve ferita procurata dalla caduta di sassi e ghiaccio,   un contingente della squadra spagnola ha lasciato d’urgenza il K2 per spostarsi sul Nanga Parbat, in soccorso di Daniele Nardi e Tom Ballard, scomparsi sulla montagna. La squadra di ricerca, guidata dal basco Txikon è riuscita ad individuare i corpi dei due alpinisti. Purtroppo  non è stato possibile il  loro recupero per la pericolosità della via e l’alto rischio valanghe.

K2, inverno 2019. Team al lavoro sullo Sperone degli Abruzzi. Foto: arch. Alex Txikon

Fonte