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17 marzo 2019

I “meticci” della roccia

Rocce… “granitisti” o “calcaristi”? Il mondo degli arrampicatori si è sempre un po’ diviso in due. Due rocce per due stili. Geometrica e rude, talvolta ripetitiva, lungo diedri e fessure, la scalata sul granito. Varia, “fantasiosa” e “tecnica” quella sul calcare. Il lavoro ciclopico dei magmi solidificati contro il lento trasformarsi dei sedimenti marini, dei residui organogeni e delle scogliere di antichi oceani. Scarpette morbide per gli strapiombi e i buchi del calcare, scarpette più rigide e di sostegno per le geometrie del granito. Bah! Anche qui verso la fine degli anni ’80 scandalizzavo gli amici mettendo le mitiche ballerine “Ninja” della Boreal all’Aiguille du Midi… Come in molte altre occasioni, anche sulla roccia ho sempre avuto difficoltà ad appartenere a una “scuola” o a una “fede”. E’ un po’ come per il calcio: i miei vicini di casa-negozio a Courmayeur, marito e moglie che avevano una tabaccheria – souvenir, erano l’uno sfegatato tifoso del Torino, l’altro della Juventus. Io, all’epoca bambino, avevo capito che manifestandomi all’occorrenza come tifoso dell’una o dell’altra squadra ci avrei rimediato puntualmente un giocattolo. Il risultato è, ancor oggi, il mio ateismo calcistico. Divagazioni a parte, sono stato anche un “meticcio” della roccia, cresciuto sulla lava basaltica dell’antica crosta dell’Oceano della Tetide. Sulla “prasinite”, che dal punta di vista morfologico è un gran caos di brutte fessure irregolari e taglienti, di erosioni e di placche “talcose”. Qui non si poteva certo acquisire la classe del “granitista” né l’eleganza del “calcarista”. Almeno io non ci sono riuscito, perché a veder Gian Piero (Motti) volteggiare leggero e preciso su quelle rocce verdognole, si sognava un giorno di diventare come lui. Essere un “mezzosangue della roccia” però ha i suoi sviluppi positivi e pur senza diventare un campione, mi sono divertito sulle rocce delle Alpi e non solo riuscendo, ad “acclimatarmi” all’occorrenza ben prima di tanti amici forti, quando si passava da una roccia all’altra. Uno stile “meticcio” ma talvolta efficace. Oggi dopo aver provato “protogini”, “dolomie”, conglomerati, serpentini, diaspri e tutto ciò che la litosfera può offrire, non so nemmeno se posso ancora pensare se mi piaccia di più il “granito” o il “calcare”. Certo è che amo tornare sulle rocce di casa frequentemente, che con il loro gran casino sono un po’ la sintesi di tutto. Lì ritrovo i movimenti iniziatici, le sequenze e l’equilibrio giusti. Forse è per questo che qualcuno dice che i miei gradi lì siano un po’ stretti…