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8 febbraio 2018

Alpinismo e Spedizioni · Vertical

Nanga Parbat. La rabbia di Elisabeth Revol: “Tomek si sarebbe potuto salvare”

Elisabeth Revol in conferenza stampa a Chamonix. Fonte: lemomde.fr

Elisabeth Revol, in una conferenza stampa a Chamonix, esprime la sua rabbia per la lentezza dei soccorsi pakistani sul Nanga Parbat. L’alpinista francese si è detta convinta: “Tomek si sarebbe potuto salvare”

“Avremmo potuto salvare Tomek”. Ne è convinta l’alpinista francese Elisabeth Revol che oggi, 7 febbraio a Chamonix, nel corso di una conferenza stampa, ha espresso la sua “rabbia” contro la lentezza dei soccorsi pakistani che non si sarebbero mossi velocemente per salvare il suo compagno di cordata, il polacco Tomasz (Tomek) Mackiewicz, morto sul Nanga Parbat.

Dieci giorni dopo il suo salvataggio avvenuto in extremis grazie ad un team di soccorso composto da 4 membri di una spedizione impegnata sul K2, la superstite della “montagna killer” in Pakistan, che sorge a 8126 m, ha ribadito che se “i soccorsi fossero stati più veloci” si poteva consentire ad entrambi gli alpinisti di tornare sani e salvi dalla loro spedizione. In Himalaya, per di più nella stagione invernale, “il tempo è prezioso” – ha ribadito la 37enne – “si trattava di una corsa contro il tempo” da quando è stato lanciato il messaggio di soccorso.

La sera del 25 gennaio alle 23:10, ora pakistana, Elisabeth Revol inviava un SOS al suo amico Ludovic Giambiasi, suo marito, Jean-Christophe, e alla moglie di Tomek, Anna. Un centinaio di messaggi sono stati scambiati – e alcuni si sono persi per strada – prima che il dispositivo GPS della francese si spegnesse.

L’alpinista è stata informata solo degli elementi essenziali, di cosa fare in considerazione delle sue condizioni e del procedere del salvataggio. Secondo Giambisi, coordinatore della spedizione, i soccorritori hanno incontrato “ostacoli e problemi”. Ci sarebbero state “bugie da parte dei pakistani” per quanto riguarda la “disponibilità e capacità degli elicotteri” a salire per cercare Tomek a più di 7000 m di altitudine, quindi per cercare Elisabeth Revol, scesa da sola a 6 300 m.

Per non parlare della richiesta economica che “da 15.000 dollari e aumentata a 40.000” per poi essere pretesa “in contanti sul tavolo”, ha denunciato Giambiasi.

Masha Gordon, che ha organizzato il crowdfunding online dell’operazione di salvataggio, ha raccolto 157.000 euro. Una parte è stata utilizzare per il rimborso di quanto anticipato dalla Francia (32 000 euro), i polacchi hanno partecipato con 43 000. I restanti 130 000 euro andranno a tre bambini di Tomek (7, 8 e 9 anni, la loro età).

La vedova di Tomek Mackiewicz, Anna Antonina Solska, intervenuta telefonicamente alla conferenza stampa, ha espresso nuovamente ad Elisabeth Revol “profonda gratitudine” per aver guidato il marito a rifugiarsi nel crepaccio, con la convinzione che sarebbe stato recuperato da un elicottero.

Oltre alle conseguenze fisiche, l’alpinista francese si rammarica di non aver “insistito” affinche Tomek indossasse gli occhiali durante la salita finale, convinta che la sua cecità in vetta sia stata causata da questo, e da lì si sia scatenato tutto il resto. Ma per il dottor Frederic Champly, medico specialista d’alta quota, il polacco probabilmente è deceduto per edema polmonare e cerebrale, contro la quale Elisabeth Revol non avrebbe potuto fare nulla.

L’alpinista è ancora in cura intensiva presso l’ospedale di Sallanches (Alta Savoia) per cercare di evitare l’amputazione, in particolare del suo piede sinistro, il più colpito dal congelamento.

La settimana scorsa, lei aveva già parlato nel suo letto d’ospedale della sua “discesa. L’alpinista aveva raccontato che aveva dovuto lasciare il suo compagno, in grave stato di congelamento, credendo che i soccorsi potesse andare a recuperarlo: “Non è una decisione che ho scelto, ma mi è stata imposta.” (Fonte: Le Monde.fr e AFP, 7 febbraio 2018)

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