MENU

11 Gennaio 2013

Senza categoria

1969: la “mia Courmayeur”

Se mi si chiedesse oggi quale sia il mio “paesaggio dell’anima”, non esiterei a rispondere il vallone di Sea nelle Alpi Graie Meridionali. Chi mi conosce bene, infatti, sa che fin dall’inizio della primavera mi si potrà incontrare quasi ogni giorno nel pianoro del Massiet, nel tardo pomeriggio.
Dovendo però scovare il genius loci che ha connotato l’ossatura della mia relazione iniziatica con l’ambiente alpino, lo cercherei attraverso la riviviscenza di quella che fu la “mia Courmayeur” di fine anni sessanta.
Talvolta, quando mi ritrovo a passeggiare nel “budello” tra Piazza Henry e Piazza Petigax, chiudo gli occhi per un istante. Può capitare allora che riesca a carpire degli odori che mi riportano indietro nel tempo di oltre quarant’anni, a quando me ne stavo seduto sui gradini del “nostro” negozio di gastronomia – alimentari in Strada Regionale. In quegli anni la gastronomia era praticamente l’unica del genere in paese, così fornita e dotata di un piccolo supermercato che faceva al caso delle decine di sciatori che si accalcavano alla partenza delle funivie dello Chécruit. Il negozio era erroneamente conosciuto come “il Ferrarese”, forse perché qualcuno in origine aveva storpiato il cognome dei coniugi Ferraresi, i miei zii e proprietari. Certo, la “mia” Courmayeur di quegli anni era assai diversa, civettuola ed elegante, fascinosa e visionaria come una fotografia in bianco e nero. E’ così che la rivedo attraverso la riviviscenza e nelle visioni nitide del bambino che ero: una fotografia in bianco e nero.
Ricordo una bella estate nel 1969, le lunghe passeggiate pomeridiane durante gli orari di chiusura del negozio, da casa fino alla chiesetta di Notre Dame de la Guérison passando da Entrelevie. Mi fermavo a guardare lo spettacolo del Ghiacciaio della Brenva aspettando che qualche blocco si staccasse dalla minacciosa Pierre à Moulin. In quella stessa estate Reinhold Messner e Erich Lackner salivano in giornata il Pilone centrale del Freney.

prime esperienze sulle rocce della Val Ferret

Agli inizi di luglio avevo inoltre iniziato a cimentarmi con le prime avventurose salite sui sassi della Val Ferret, sotto lo sguardo un po’ preoccupato di mio nonno. Ma vestito di tutto punto com’ero, combinando sciccosi maglioni di Guichardaz con panta-roccia Visconti di Mondrone e scarponcini acquistati da Ulisse, mi sembrava di vivere quelle avventure di Bonatti di cui tanto mi parlava mio zio Gildo. A casa nostra o in negozio non era rara una visita di Walter Bonatti o di Cosimo Zappelli. Il primo, ricordo, veniva spesso ad acquistare zollette di zucchero e molto cioccolato fondente. Mia zia conservava una vera e propria collezione di cartoline che Walter ci spediva a ogni suo viaggio, quando, a partire dal 1966, aveva iniziato a dedicarsi alle esplorazioni dopo il suo celebre abbandono dell’alpinismo estremo.

Una cartolina di Walter Bonatti dalle Isole Svalbard

Cosimo Zappelli, invece, che una decina d’anni dopo sarà il mio primo maestro d’alpinismo, era massaggiatore ed infermiere. Ricordo anche molto bene il dottor Bassi e le sue visite a domicilio all’ora tarda. Un uomo robusto, instancabile, che di primo acchito mi metteva un po’ di soggezione. E come scordare quella sera di luglio in cui, dopo cena, andammo dai nostri vicini di pianerottolo: i coniugi Giacomo e Vittoria Bracco. Erano proprietari di una tabaccheria – souvenir – giocattoli situata sotto i portici, pochi metri più in là del nostro negozio. Quella serata, che si trascinò poi fino a notte fonda tra un caffè e un pasticcino, seduto davanti a un televisore Rex assistetti all’allunaggio di Armstrong e Aldrin. Il giorno dopo, se non erro un lunedì, in paese non si parlava d’altro. Sono molti i ricordi che si riaffacciano ogni volta che passeggio per le vie di Courmayeur. Rivedo le lunghe soste addossato a quella staccionata di legno, rapito dalla bellezza dei giardini di Villa Casari, oppure le messe della notte di Natale celebrate da Don Cirillo dopo aver percorso le vie del paese sotto abbondanti nevicate. E, ancora, i pomeriggi domenicali nel piccolo cinema che un tempo era situato nei locali adiacenti alla chiesa parrocchiale, oppure le ore trascorse al sole giocando sul vasto terrazzo che s’affacciava sul vecchio Hotel Majestic.

Al Colle Chécruit

Di quella “mia Courmayeur” oggi è forse rimasto poco: sono scomparse le persone ed è cambiato profondamente il volto dei luoghi. Eppure, ancor oggi che a Courmayeur sono ormai soltanto di passaggio, al più diretto verso il gruppo del Monte Bianco, sento il bisogno di fermarmi un po’ in paese. Attraverso allora velocemente via Roma, Piazza Petigax e Strada regionale lontano dalla confusione dei turisti. Mi affaccio quindi per alcuni minuti sul giardino di Villa Casari, poi proseguo brevemente fino a “casa”. Allora, se non vi è molta gente in giro, mi siedo sui gradini sotto il porticato e chiudo gli occhi. Ancora una volta.

1969: Strada Regionale, con il negozio sotto il porticato