MENU

23 Gennaio 2009

Memorie · Personaggi · Racconti · storia

4 LUGLIO 1915 Muore Sepp Innerkofler

Sepp Innerkofler Sepp Innerkofler era nato nel maso Unteredam di Sesto in Pusterìa il 28 ottobre 1865 da una famiglia di alpinisti e guide, ultimo di quattro fratelli. Di origini contadine, fu mandato giovanissimo a servire in una fattoria della zona fino all’età di quindici anni quando passò nella bottega del padre Christian, contadino e scalpellino. In seguito lavorò in una segheria di Sesto, dedicando ogni minuto libero alla caccia e all’arrampicata quale allievo del grande cugino alpinista e guida Michel. Morto quest’ultimo, Sepp divenne la guida più ricercata della zona, conseguendo il brevetto nel 1889 a 24 anni.

Nel 1895 e nel 1896 gestì con la moglie Maria Stadler, la prima donna alpinista della zona, il rifugio sul Monte Elmo e nel 1897 il Rifugio Zsigmondy, quello che sta sotto le pareti nord della Croda dei Toni, che poi cederà al fratello Christian Christl. Dal 1898 fino alla morte gestì il Dreizinnenhütte, il leggendario rifugio al cospetto delle Tre Cime di Lavaredo. Con i proventi del suo lavoro di guida e di gestore raffinato e capace, costruì la villa Innerkofler a Sesto e nel 1908 il Dolomitenhof in Val Fiscalìna, il miglior albergo della zona, dotato di tutte le comodità del tempo, luce elettrica compresa, ottenuta da un generatore di sua proprietà. In seguito costruì nei pressi anche la graziosa dependence in legno.

Le “prime” alpinistiche di Sepp furono numerosissime; da ricordare: parete nord della Cima Una e quella della Cima Piccola di Lavaredo (1890) oggi valutata sul IV grado e che fu uno degli ultimi itinerari aperti con i vecchi scarponi chiodati. Dal maggio del 1915 Sepp si impegnò, assieme alla mitica «pattuglia volante», a sorvegliare i confini delle “sue” Dolomiti di Sesto.

La sera del 23 maggio 1915 alle ore 19 l’Italia dichiara guerra all’Austria. Già il giorno seguente gli alpini Paternodel 7° Reggimento Btg Cadore sono sulla Forcella Lavaredo, allora confine di stato fra l’Impero austro-ungarico e il Regno d’Italia, dove iniziano a costruire le prime opere di guerra: trincee, muretti di protezione, posizioni per cannoni, piazzole per tende, basi per baracche.
Il 26 maggio Sepp Innerkofler gioca al tiro a segno dalla vetta del Patèrno e colpisce Osvaldo “Svaldin” Zandonella Callegher, mio padre, anche lui al lavoro sulla Forcella Lavaredo. Mutilato e invalido di guerra, ma salvo.

Le scorribande alpinistico-esplorative di Sepp continuano, circondate ormai dall’alone della leggenda, fino al 4 luglio 1915, una domenica. Poco dopo mezzanotte sei uomini si incamminano vero il Monte Patèrno. Sono Josef Sepp Innerkofler, Johann Schanni Forcher, Andreas Piller, Benitius Benizi Rogger Franz von Rapp e Josef Taibon. Sono armati di fucili e bombe a mano. Più indietro seguono trenta-quaranta uomini al comando di Christl Innerkofler, fratello di Sepp, anche lui guida alpina. Gottfried, figlio di Sepp, sale sul Sasso di Sesto e attende l’alba che gli consentirà di seguire l’evolversi dell’impresa.
Giunti alla base del Patèrno i sei alpinisti calzano le pedule di stoffa, quelle babbucce di mezzalana infeltrita che le donne di Sesto sanno fare con maestria, e iniziano a salire sicuri nonostante l’oscurità. Sepp conosce bene la via sulla cresta nord nord ovest, l’ha aperta lui il 1° settembre del 1896 con il fratello Christl accompagnando il cliente Ernst Biendl; l’ha anche ripetuta parecchie volte e conosce ogni appiglio, ogni passaggio, specie quelli più difficili della parte alta che raggiungono il terzo grado superiore. Dopo circa un’ora di arrampicata sono presso la cresta. Procedono con estrema cautela, nessun rumore. Continuano ad arrampicare e le loro sagome si scorgono distintamente sullo sfondo ormai chiaro del nuovo giorno.

Dal Pian di Cengia gli alpini li vedono, sanno che sono uomini e non spuntoni di roccia. Un attimo dopo è tutto un crepitare di mitragliatrici, di artiglierie al lavoro, di fucilate mortali provenienti dalle Tre Cime di Lavaredo, le più vicine al bersaglio. Sepp e i suoi passano sulla parete ovest, al riparo; poi continuano a salire, metro dopo metro, senza indugi, nascondendosi nelle nicchie o dietro qualche anfratto roccioso. Davanti a Sepp si frantuma una pallottola, le schegge lo feriscono di striscio al viso, cola un po’ di sangue, continua a salire. Non c’è altra soluzione. Forcher viene ferito alla fronte da una pietra, poi da una fucilata alla coscia destra, sanguina anche lui, ma sale. Ormai sono prossimi alla cima. La verticalità lascia il posto alle ultime rocce inclinate. Rogger, con una bandierina rossa, segnala all’artiglieria austriaca di sospendere il fuoco. All’improvviso tutto si placa, tacciono le armi, si addolcisce il sibilo del vento fra le rocce, ritorna il silenzio assoluto.

Sulla cima del Patèrno c’è uno spiazzo di pochi metri quadrati che ospita tre alpini del “Val Piave” comandati dal caporale Da Rin. Intorno vi hanno costruito un muretto, circonferenza 3-4 metri, altezza 70-80 centimetri. Altri sei soldati sostano in una baracca poco sotto.
Dalla vedetta nei pressi della Forcella di S. Candido, Josef Sepp Innerkofler jr., il figlio più giovane di Sepp, segue con il binocolo l’avanzare del padre e degli altri paesani. Lo scorge sotto la cima, pochi metri dal muretto di sassi che protegge la vedetta italiana. Poi vede il padre che si fa il segno della Croce, quindi portare lentamente la mano alla cintola, sfilare una bomba a mano, togliere la sicura, gettarla con forza contro il muretto. Lo vede ripetere la manovra una seconda volta, poi una terza e in questa occasione sembra che la bomba scoppi davvero dentro la protezione di sassi. Dal muretto della vedetta si sporge un alpino, ha il viso insanguinato dalle schegge della bomba lanciata da Sepp, alza le mani armate di un grosso masso, prende la mira, lo scaglia con rabbia. «O mi, o ti», sembra dire. Sepp Innerkofler viene colpito con violenza. Solleva le braccia al cielo, si affloscia, piomba verso il baratro, si ferma bruscamente, si incastra nella celebre fenditura che incide la parete nord est, il Camino Oppel. Muore sul colpo. Sono le ore 6,20 di domenica 4 luglio 1915.

«Dalle postazioni austriache – scrive Oswald Ebnersi vede ancora per molti giorni quel corpo inanimato prigioniero fra le rocce, ma poi, un mattino, più nulla. Durante la notte gli italiani hanno ricuperato il cadavere. Un soldato della Sanità, lo studente di medicina Angelo Loschi [aiutante del Tenente medico Antonio Berti, ndr], è sceso con un alpino lungo la parete per poter tumulare lDe Lucaa salma. Sulla cima del Patèrno Sepp Innerkofler trova la sua estrema dimora. Una grossa pietra copre la tomba da cui sporge una modesta croce di legno. La semplice epigrafe annuncia che egli ha perso la vita su quella montagna per difendere la sua terra: Sepp Innerkofler, Guida Alpina.»

L’alpino “giustiziere” si chiamava Pietro De Luca, 7° Alpini “Val Piave”, 268ª Compagnia, nato il 22 agosto 1893 a Valmareno di Follina in provincia di Treviso, Medaglia di bronzo al valor militare. Il suo Capitano Alberto Neri diceva che «aveva braccia come due cosce di uomo normale e mani come ombrellini da signora.»

Per cPaternourarsi le ferite riportate a causa della bomba lanciata da Sepp si recò da solo all’ospedale da campo “da 100 posti n. 043” di Auronzo, da dove scappò subito perché lo tenevano a dieta e lui non ammetteva che la testa rotta avesse a che fare con la pancia. Si presentò nuovamente sul Patèrno con il capo e il braccio destro fasciati e lì, tra i monti, consumò la sua convalescenza.

Nel 1919 sposò Caterina Possamai ed ebbe due figli. Nel 1922 si trasferì in Francia da dove si imbarcò clandestino per il Sudamerica, forse in Brasile, forse a Montevideo in Uruguay. Da allora di Pietro De Luca, l’alpino del Patèrno che “forse” mise fine alla carriera alpinistica di Sepp Innerkofler, si sono perse le tracce. Ma sarà poi vera la storia dell’alpino de Luca che avrebbe ucciso brutalmente il grande Sepp Innerkofler lanciandogli contro un volgarissimo sasso di dolomia?

Cercheremo di scoprirlo alla prossima puntata.