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2 febbraio 2010

Alpinismo e Spedizioni · Avventura · Racconti

ATTORNO AL DHAULAGIRI, GIGANTE HIMALAYANO

dhaulagiri-8165-m.jpgMolti amici mi chiedono di parlare delle stupende esperienze himalayane riferite, in specie, ai lunghi giri d’alta quota attorno agli Ottomila. Mentre raggiungere la cima di queste colossali montagne è da pochi, girarci attorno, raggiungendo in alcuni casi i 5500 metri e oltre, è possibile per molti. Basta essere muniti di un sano spirito d’avventura, di un discreto bagaglio tecnico, di buona conoscenza della montagna oltre, naturalmente, a possedere una buona salute e un ottimo allenamento alle fatiche, ai disagi, ai sacrifici.

Accolgo con piacere l’opportunità che mi viene suggerita e inizio dall’ultimo giro in ordine di percorrenza: quello effettuato attorno al Dhaulagiri, 8165 metri, in Nepal.
Non mi soffermo a raccontare le caratteristiche di Khatmandu e dintorni, o il sistema di vita del popolo nepalese o la capacità delle guide sherpa e dei portatori, o altre cose che libri, film e televisione ci hanno già propinato a sufficienza, ma passo subito “all’azione”, per tappe.

Dopo aver realizzato il fantastico giro del gruppo dell’Annapurna, aver risalita la Valle di Gokyo fino al maestoso Cho Oyu, percorsa l’affollata valle del Kumbu fino all’Everest, realizzata la salita al selvaggio ghiacciaio nord del Kanchenjunga e compiuto il giro incantevole del Manaslu, mi mancava dei grandi round d’alta quota nell’Himalaya nepalese solo quello del Dhaulagiri.
annapurna.jpgDalla capitale Kathmandu a Beni, grosso villaggio alla confluenza dei fiumi Khali Gandaki e Myagdi Khola a ovest di Pokhara, corrono 294 chilometri di strada asfaltata, tranne gli ultimi che sono su terra battuta, tutto buche e fango. Qui inizia il grande trek che traversa subito la fertile piana, bagnata dal Myagdi Khola, fra risaie rigogliose e villaggi di un lindore straordinario. A Darbang incontriamo i tristemente famosi maoisti, gruppo “politico” non del tutto pacifico, ribelle al governo centrale e che, stando alle statistiche, controllava l’80% del Nepal. Caduta la monarchia i maoisti sono entrati nel Governo nazionale e si calmano un po’, ma dura poco. Ora sono usciti dal Governo e pare che tutto stia tornando come prima.
Per farci passare sul loro territorio vogliono 17 dollari di “Travelling Tax” ciascuno. Non c’è nulla da discutere, non ci sono filosofie da invocare; loro sono giovanissimi, calmi, educati, ma decisi. Paghiamo il dovuto ad una ragazzina che veste alla Che Guevara e che rilascia una ricevuta sulla quale campeggiano due bandiere rosse e, al centro, le effigi di Mao, Stalin, Lenin, Trotzkij e Marx con la scritta:

Unit all the oppressed classes & people of the world. Long live Marxism-Leninism-Maoism. Tourist fee receipt n. 1465 for the protection of language, culture and art of Magarat Autonomoust Region, for the development of tourist areas and to keep them clean and beautiful and finally to bring about the complete change by completing the Nepalese Revolution, your help will be important. We welcome you and our heartfelt thanks for your help”. Firmato: “United Revolutionary District People’s Council, Myagdi Magarant Autonomous Republic Nepal”.

Se per loro non fosse una cosa estremamente seria, e quindi degna del massimo rispetto, per noi sarebbe tutto da ridere per come si svolgono le inutili trattative. Senza contare che il nostro gruppetto – siamo in quattro – pare sia stato l’ultimo dei pirla a pagare la gabella.
Muri è un grosso villaggio appollaiato sulla costa solatia, alto sopra il fiume. Lo si raggiunge e lo si scavalca, poi si risale una faticosa e ripidissima “parete di erba” per mille metri di dislivello causa un franamento sul sentiero basso.

Baghar è solo un fagotto di case modeste, ultimo agglomerato della valle, dove giungiamo di notte. In novembre qui è buio alle 17.00. Alcuni ubriaconi fanno “filò” sotto un portico fino a tarda sera, poi litigano, urlano, fanno un gran casino. Deve essere il loro “grande fratello”. Una donna si intromette e a suon di ceffoni manda il marito a letto. Gli altri non fiatano; noi portiamo pazienza, in fondo è casa loro.

La tappa fino a Dobang è piacevole, porta ad una radura traversata da un ruscello nel bel mezzo della foresta. C’è una misera capanna, una specie di “piedi-grill”, con dentro una giovane donna volonterosa che ci cucina una brodaglia all’aglio che sto ancora digerendo. In alto compare per la prima volta il Dhaulagiri, signore incontrastato della valle.
Sallagari è solo un nome sulla carta; è una piccola radura che si apre fra enormi alberi di cedro in riva ad un fiumiciattolo impetuoso. Ai margini del prato dove piantiamo le tende sorge una piccola baracca di tronchi e frasche, bassa, piena di fumo, degna dei romanzi di Salgari. Lì dentro, fra pelli, fuliggine e carabattole, vive un giovane cacciatore.

dhaula-26.jpgL’11 novembre siamo all’Italian Base Camp, il Campo Base Italiano, a circa 3700 metri. Solo la fantasia degli Italiani poteva scovare un posto così delizioso, immerso tra mille fiori e bassi arbusti subito sotto alla enorme parete ovest del Dhaulagiri. Forse un po’ troppo sotto, a dire il vero. Frane e valanghe disturbano il nostro sonno, ma fortunatamente si scaricano in un grande canale a due passi dal campo. Al mattino dovremo scendere proprio per di la e la cosa non è esaltante.

Gli Italiani che si sono “inventati” questo campo erano i trentini della “Spedizione Aquile di San Martino e Guide del Primiero” che nel 1976 scalarono il Dhaulagiri. In realtà qui piantarono solo il “Campo Deposito”, poi a 4100 metri montarono il “Campo Intermedio” e infine, dopo settimane di tempo pessimo, installarono il Campo Base a 4700 metri sotto la parete nord, a ridosso dell’“Eiger del Dhaulagiri”, una enorme parete triangolare dove il sole arriva tardi e se ne va subito.
All’Italian Base Camp c’è una rudimentale costruzione in muratura, una specie di malga lunga e stretta, che diventa subito l’albergo dei portatori. Il tempo è splendido, il riposo e l’acclimatazione seguono ritmi incantevoli mentre tutt’attorno ci scrutano le montagne immense.

Da qui al Dhaulagiri Base Camp e al French Pass e oltre le cose si fanno più serie. E’ finito l’avvicinamento escursionistico, inizia un tratto che sta sul confine fra un treek d’alta quota di ottimo livello e l’alpinismo. Prima difficoltà: dopo una breve salita per il magro pascolo fino alla base della parete ovest del Dhaulagiri, si giunge in testa all’impressionante canale delle frane e delle valanghe. Bisogna assolutamente scenderlo per raggiungere il ghiacciaio sottostante e continuare. Non ci sono alternative. Per farlo in sicurezza lo attrezziamo con oltre 100 metri di corde fisse per i portatori carichi di gerla, ma anche per noi visto che il tratto non è per nulla facile, che è gelato, che sotto ci sono crepacci entro il quale gorgheggia un torrente impetuoso. Infine risaliamo il ghiacciaio, non elementare, pieno di crepacci, di fenditure profonde a V, di quelle che se ci caschi dentro, rimani lì e sarà la tua tomba. Pensare a soccorsi in questa plaga è semplicemente ridicolo.

Saliamo per 1100 metri di dislivello fino al Dhaulagiri Base Camp, saltando lo Japanese Base Camp, troppo defilato e squallido dove i giapponesi giunsero nel 1970 con l’intenzione di salire il vergine Dhaulagiri V (7618 m, che sta di fronte al fratello maggiore, oltre il bacino del Myagdi), ma rinunciarono: ebbero tre morti causa una mostruosa valanga.
Siamo ormai all’altezza del Monte Bianco. Gli ultimi portatori arrivano a notte fonda; giornata dura per loro! Dire che sono fortissimi è dire la solita frase fatta; sono molto di più. C’è neve fresca; le loro ghette servono a poco: delle strisce di plastica avvolte attorno alle caviglie.

pastori.jpgIl French Pass è a 5360 metri, oltre il ghiacciaio, sul lato nord del Dhaulagiri che ora si vede in tutta la sua magnificenza. Formidabile questo 8000. Apparentemente bonario, in realtà è un osso duro. Questa è forse la tappa più ambita. Sulla sinistra di chi sale sfilano i Dhaulagiri VI, V, IV, III e II. Il più “piccolo” è il VI, “solo” 7268 m; gli altri sono sui 7700. A destra si erge il Dhaulagiri I, 8165 metri. Poco più a nord svetta l’arditissimo Tukuche che sfiora i 7000. Siamo in una delle più belle e impressionanti bolge himalayane.
Un vento fortissimo ci spinge letteralmente verso la Hidden Valley, la valle nascosta, com’è in realtà. Se la discendi finisci nei pressi del Mustang. Bisogna invece costeggiarla in alto e poi scendere un po’ fino alla sosta prevista, a quota 5100 m, dove si monta la tenda in quattro causa il forte vento. Sarà una notte fredda, -20°, forse -25°, con -15° in tenda. L’ottima attrezzatura di cui disponiamo permette un sonno caldo e tranquillo.

Le salite non sono finite, ora si dovrà raggiungere il bellissimo ampio varco del Dhampus Pass a 5258 m da dove appare, oltre al vicino superbo Tukuche, tutta la catena dell’Annapurna che si alza oltre la valle immensa, sulla sinistra orografica del solco più profondo della Terra, la Khali Gandaki, un canyon di 8000 metri. È stata la prima valle ad essere aperta al turismo himalaiano in Nepal e ben descritta da Olga Ammann e Giulia Barletta nei loro libri usciti nel 1982 e nel 1984.

Non voglio qui raccontare la terrificante discesa dal Dhampus Pass a Marpha, il più grazioso villaggio della Khali Gandaki; mi verrebbe ancora da piangere. Sono 2600 metri di discesa a capofitto, fatti in un tardo pomeriggio di metà novembre. La mattinata e il primo “dopo pranzo” erano trascorsi nella salita al passo Dhampus e nella successiva lunga traversata a saliscendi, sempre su neve e oltre i 5000 metri di quota, fino alla costola rocciosa in vista del Mustang dove inizia l’infernale discesa per le ripide ghiaie, le pale erbose, il terreno argilloso e friabile. Con la pila, perché qui la notte giunge che neppure ti accorgi. Una cosa impietosa per muscoli e ginocchia. Perdiamo “per strada” cinque portatori che rivedremo il giorno dopo. Perdiamo peso in sudore e fatica … A tratti perdiamo pure la speranza di arrivare in fondo, ma poi pensiamo che se siamo lì non è per ordine del medico di famiglia, ma per nostra esclusiva volontà. Consiglierei, comunque, di fare tappa e passare la notte all’alpeggio di Yak Kharka a 3680 metri (una malga senza comodità, ai margini di un pascolo per yak, ma volendo si sta al coperto), soprattutto se vi si giunge di sera.
Però Marpha è il più pittoresco villaggio della Khali Gandaki e questo ci fa dimenticare ogni fatica.

Della valle sottostante parleremo nel prossimo post…