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30 gennaio 2013

Alpinismo e Spedizioni · Avventura · Memorie · Alpinismo e Spedizioni · Biafo 77 · ghiacciaio Biafo · Himalaya · Italo Zandonella Callegher · Karakorum · Latok 1 · Latok 2 · mountain blogger · spedizioni alpinistiche

"BIAFO 77". AVVENTURA HIMALAYANA

La spedizione alpinistica “Biafo 77” nel Gruppo dei Latok (Karakorum), è stata senza dubbio fra le più esaltanti esperienze della mia vita di alpinista.
Organizzata da don Arturo Bergamaschi, “il prete alpinista” di Bologna, con il patrocinio della SAT di Pinzolo, è stata effettuata nell’agosto-settembre del 1977 e ha visto la partecipazione di 18 persone fra alpinisti, scienziati, collaboratori.

L’obiettivo iniziale del “don” (com’era simpaticamente chiamato il reverendo alpinista) era la salita dell’Ogre, l’Orco di 7285 metri che aveva già respinto agguerrite spedizioni inglesi e giapponesi. Ma il permesso era già stato concesso per il 1977 agli inglesi Chris Bonington e Doug Scott che riusciranno a salire l’Ogre non senza enormi sacrifici e con una discesa rocambolesca, addirittura eroica.
Scott con le gambe fratturate riuscì a scendere carponi fino al campo base dove fu prelevato da un rombante e vecchio elicottero militare che effettuò così uno dei primi soccorsi himalayani.Bonington scese da solo lungo il ghiacciaio Biafo e la valle del Braldu con un braccio rotto.

Lo incontrammo ad Askole, affamato e mal ridotto, e lo aiutammo per quanto possibile. Nel contempo anche il Latok 2 era stato assegnato ad un’altra spedizione inglese guidata da Don Morrison. Questi, al terzo tentativo ai Latok, morì cadendo in un crepaccio per cui la spedizione rientrò subito.

Bergamaschi si era rivolto, in fase di preparazione anche allo stesso Morrison oltre che ai giapponesi Masato Oki, Sadao Karibe e Takada. Quest’ultimo, forse non sapendo di parlare con un religioso, rispose: “ Il Latok 1 è come una bella donna che respinge sempre gli uomini. Se vuole un consiglio: cambi montagna” (note da don Bergamaschi).

Il primo obiettivo, cioè lo sperone nord del Latok centrale, fu scartato dopo attento studio a causa delle notevoli difficoltà e della pericolosità della via, ma anche per l’arduo e malagevole avvicinamento al settore settentrionale. Sulla cartolina ufficiale della spedizione, stampata prima della scelta finale, si può notare l’imponenza della montagna.

Nonostante vari tentativi internazionali, questo sperone è tuttora vergine e rappresenta uno dei maggiori problemi himalayani.

La decisione del “don” fu di tentare l’impresa dal versante opposto, cioè quello che dà sul Ghiacciaio Biafo o, per la precisione, sul suo satellite, il Baintha Lukpar. Il Biafo è una lingua di ghiaccio di 63 chilometri di lunghezza, una gigantesca autostrada bianca, un ghiacciaio fra i più belli e caratteristici della terra.

Nella relazione della salita, redatta dal Bergamaschi, ci sono alcune discrepanze circa le quote. Ciò è dovuto al fatto che l’altitudine dei Latok era stata rilevata da geografi inglesi alla fine dell’Ottocento ad una distanza di circa ottanta chilometri in linea d’aria e perciò non del tutto attendibili.

Durante la spedizione del 1977 i nostri scienziati (geografo Aldo Luigi Rampini, geologo Pompeo Casati), hanno potuto lavorare “sul campo” direttamente dalle cime che circondano il bacino del Latok/Baintha, rilevando le quote reali. Ciò ha portato ad una scoperta di grande interesse: il Latok 1, quotato dagli inglesi 7150 metri, è alto in realtà 7085,79 metri, mentre il Latok 2, quotato dagli inglesi 7120 metri, è alto in realtà 7151,49 metri.

Naturalmente l’obiettivo della nostra spedizione (nonostante il consiglio di Takada) era la montagna ritenuta la più alta, cioè il Latok 1. Ma la salita di questi non fu possibile causa l’estremo pericolo oggettivo e perciò si decise di tentare la salita al vicino Latok 2 che credevamo più basso. A dire il vero si decise a malincuore perché quella montagna appariva ancora più complicata e poi era “solo” la seconda in altezza. Invece, come si è visto, risulterà essere la più alta dell’intero gruppo. Una vera e insperata fortuna.

Tecnicamente più difficile del fratello minore, forse meno pericoloso in termini di valanghe perché più diretto, il Latok 2 ha sfoderato difficoltà tecniche di rilievo, specie nella parte alta dai 5500 metri in su. Intorno ai 7000 metri le difficoltà su roccia hanno raggiunto gradi elevati, mentre più in basso, sulle pareti di ghiaccio, si sono superati tratti verticali e traversate da brivido.

La vetta del Latok 2, 7151 metri, è stata raggiunta alle ore 22,45 del 28 agosto 1977 da Ezio Alimonta, Toni Masè e Renato Valentini.
La vetta della cima sud del Latok 2, 7080 metri, è stata raggiunta il pomeriggio del 2 settembre 1977 da Attilio Bianchetti, Beppe Villa e Beppe Zandonella.

Il tempo è stato quasi sempre inclemente, con nevicate frequenti, fitte nebbie, freddo, vento.

Non ho mai divulgato le magiche sensazioni provate in questa spedizione per paura di rovinare l’incantesimo. L’ho fatto (parzialmente) solo ora su insistenza di Mario Fait, Presidente della Sezione Val Comelico del Cai, desideroso di lasciare un segno di questa avventura nella biblioteca sezionale e anche con una piccola mostra relativa solo alla Cima Comelico e alle altre cime vergini scalate dal sottoscritto (con Gianni Pasinetti e Angelo Zatti) in quell’occasione.

Se il mio motto: “il futuro con uno sguardo al passato” è giusto, allora ci sarà senz’altro qualche valligiano che un giorno apprenderà che laggiù, nel bel mezzo di una catena immensa di montagne eccelse, a due passi dal “nostro” K2, c’è anche una cima che si chiama “Comélico”. E altre due che ricordano persone che hanno vissuto o “vivono” di Comélico. E un ghiacciaio assai bello che porta il nome del Cadore.

Oggi non gliene frega più niente a nessuno, ma a quei tempi le cose andavano così.
Si usavano battesimi legati ai sentimenti più cari. Poi qualche sapiente disse: “Basta con queste smancerie”. Ma i battesimi sono continuati. Con nomi legati all’evoluzione dei tempi, cioè…

Italo Zandonella Callegher

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