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4 giugno 2013

Alpinismo e Spedizioni · curiosità · Racconti · afrodisiaci · Himalaya · Leonardo Gasperina · Manaslu · Manaslu Round · Tibet · Trekking · Viagra Himalayano · Yartsa Gunbu

MANASLU ROUND: LA DANZA DELLA PIOGGIA (1^ parte) Il "Viagra himalayano"

Il Manaslu, 8163 metri – scalato la prima volta il 9 maggio 1956 dal giapponese Toshia Imanishi e Gyaltzen Norbu -, si colloca all’ottavo posto fra le montagne più alte della terra e si trova interamente in territorio nepalese. Girargli attorno in un cerchio perfetto rappresenta, per gli amanti dell’escursionismo d’alta quota, una meta di grande fascino e di enorme interesse sportivo, geografico, antropologico.

La guida alpina e amico Leonardo Gasperina del Comélico, era rimasto entusiasta di questo lungo periplo. Mi aveva anche consegnato un paio di bustine con semenze di cavolo cappuccio da seminare a Samdo, a quasi 4000 metri di quota, perché, diceva: “Lì non sanno cosa sia, ma sono convinto che cresce, eccome! È il clima ideale per il cavolo!”. Purtroppo – lui ottimo alpinista così attento e giudizioso, lui abile tecnico dell’elisoccorso, lui volontario altruista sempre disponibile – ha perso la vita sotto una valanga nella zona di Val Visdende, né saprà mai se i suoi semi hanno attecchito o meno.

Divulgando questo “diario di bordo” spero di essere utile a qualcuno che abbia voglia di “circumnavigare” il Manaslu e di godere delle bellezze che questa terra offre a piene mani.

Eravamo in due (“poca brigata, vita beata”) a vivere questa magnifica avventura durata diciassette giorni filati con 5000 metri di salita. Sarebbe stato meglio andarci in marzo (consigliabile), ma gli impegni con il Festival di Trento mi obbligarono a spostare il viaggio nella seconda metà di maggio quando ormai in zona erano arrivati i primi monsoni. È stato un errore? Certo che sì! Ci siamo bagnati fino al midollo, ma è stato tutto bello ugualmente.

Da Kathmandu ci portiamo a Gorkha, grosso villaggio caotico e disordinato come tutti i villaggi dove arriva la “civiltà della strada”. Siamo a 1500 m di quota, ma dovremo scendere fino a quasi 300 per entrare nella valle che porta al Manaslu, la Budhi Gandaki.

Prima di procedere con la scaletta del viaggio (che leggeremo alla prossima puntata) vorrei proporvi un “salto in alto” fino alla già nominata Samdo, sei-sette case di pietra a quasi 4000 metri di quota. Questo piccolo villaggio è il più elevato, l’ultimo della valle del Budhi, immenso solco percorso dall’omonimo fiume tumultuoso che divide, con andamento nord-sud, la ciclopica catena del Manaslu dal vicinissimo confine con il Tibet.

Abbiamo negli occhi lo spettacolo goduto all’alba da Samagaon, il più grosso villaggio della vallata che sorge a poca distanza dal campo base del Manaslu. Dalla tenda piantata appena fuori del borgo ci è apparso un gigante luminoso, bellissimo, forse il più bello mai visto, nel suo abito migliore, quello dell’enrosadira: mister Manaslu. L’Ottomila più elegante, il più civettuolo con quel mantello bianchissimo da sfilata e quel cappello da principe medioevale. Siamo venuti qui per lui e finora non si era mai concesso. Sempre sfacciatamente nascosto dietro le quinte di una pesante cappa grigio nera. Poi, improvvisamente, per poco, eccolo lì esplodere in tutta la sua regalità. Grande, bello, indescrivibile!

A Samdo dunque, triste villaggio malandato e sporco, a due giorni dal passo del Larkya, 5300 m che dovremo scavalcare per scendere nella Marsyangdi, e a un paio di ore dal Tibet, ci rassegniamo a piantare la nostra tenda in mezzo a un campo di patate. Gli abitanti sono educati e miti con gli ospiti, ma fra di loro l’atteggiamento sta cambiando e vedremo perché.

Prima di cena ci dedichiamo alla semina dei cavoli cappucci. La nostra guida, un giovane sherpa che parla un po’ di francese per essere stato capo di una comitiva parigina, giura che cresceranno rigogliosi. Leonardo sarà contento.

Tanto per cambiare, piove tutta la notte; come tutte le notti, come tutti i giorni.

Già dal pomeriggio gironzola fra le poche stamberghe un tipo strano, abbastanza elegante o perlomeno più degli altri, con un cappello di foggia tibetana portato sopra un copricapo giallo. È  giunto fin qui a cavallo, un puledro piccolo e robusto come tutti i cavalli di questi posti. Ogni tanto l’omino sniffa qualcosa che non so, ma vedo le narici e i baffi “infarinati” di polvere bianca. La guida dice che si tratta di un mercante, un tibetano che viene spesso da queste parti per acquistare della merce rara. Non dice quale.

“Che merce vuoi che trovi qui, quel tipo!”, dico al mio amico; “Qui non hanno neppure legna, non c’è acqua, quel poco che giunge quassù è sudato… Cosa mai cercherà quell’uomo, qui a 4000 metri!”.

Poi la guida si lascia andare a confidenze e spiega l’arcano, a bassa voce, guardingo, come dicesse qualcosa che si può solo pensare. Parla di una “cosa”, di un miracolo o mistero della natura, mezzo animale e mezzo vegetale che qui chiamano Yartsa Gunbu. Un nome per noi tanto strano, quanto sconosciuto. Non ne ho mai sentito parlare. Eppure sono in Himalaya per la settima volta. Penso alla solita “storiella” nepalese legata alle tradizioni e alle credenze ancestrali. Al mattino mi rendo conto che non è così.

Poco dopo l’alba partono con noi da Samdo anche parecchie donne. Sembra una piccola processione, di quelle che al mio paese natale facevano le lavoratrici del fieno.

“Eccole – dice la guida – vanno in cerca di quel prodotto strano che ti dicevo. È un verme, sì un verme, tipico di queste zone”.

Già, un verme. E me ne mostra uno, trovato, dice lui, sul davanzale di una finestra. Fa un po’ schifo, a dire il vero. Si chiama Yartsa Gunbu ed è conosciuto come il “Viagra himalayano”. Si trova a quota elevata, in Nepal e in Tibet, diciamo sopra i 4000 metri, sulle distese di magre erbe ai piedi delle rocce. Questo “mistero” ha origine da due organismi: un fungo e una larva. Il fungo vive solo dove c’è la larva della falena fantasma e si chiama Cordyceps (Ophiocordyceps sinensis). Le spore velenose fanno morire le larve che vivono sotto terra e che vengono mummificate. In sostanza il fungo si nutre del corpo del vermiciattolo lasciando solo l’esoscheletro intatto poi, in primavera, se ne esce dalla testa del bruco sotto forma di un gambo, quasi un esile arbusto marrone. È un processo che avviene solo sui pascoli di alta montagna del Tibet e dell’Himalaya e tutti i tentativi di coltivare il fungo sono falliti.

Il “prodotto” viene raccolto dai locali come manna dal cielo per il seguente motivo. Da almeno 500 anni la medicina tradizionale cinese considera questo bruco un potente afrodisiaco. Da cui il nome “Viagra himalayano”.

Attualmente 500 grammi di questo “Viagra” di alta qualità vale a Lhasa (capitale del Tibet) non meno di 13 mila dollari, che diventano 26 mila a Shangai, anche il doppio al mercato nero cinese o nei luoghi in.

Il fungo/verme Yartsa Gunbu, dunque, è l’unica fonte di sostentamento per queste popolazioni. E il mercante tibetano che gironzolava per Samdo quel 28 maggio di pochi anni fa cercava proprio “quel” prodotto, mentre la polvere che sniffava non era borotalco.

Racconta la leggenda che gli yak che pascolano su queste lande sono dieci volte più forti degli altri e sessualmente molto più potenti. Una delle prime descrizioni note di questo potere si trova su un testo tibetano del 15° secolo: narra di qualità afrodisiache, di tesoro impeccabile, di vantaggi impensabili…e altro ancora. “Basta far bollire un pizzico in una tazza di tè, o metterlo in una zuppa, o nell’arrosto di anatra…e tutto ciò che vi affligge sparirà come per incanto”. Qualcosa di vero ci deve pur essere… se no come spiegare un mercato così florido?!

I “vermi” sono prescritti dagli erboristi cinesi per alleviare il mal di schiena, l’impotenza, l’itterizia, la fatica; combattono il colesterolo, aumentano la resistenza fisica, migliorano la vista, trattano la tubercolosi, l’asma, la bronchite, l’epatite, l’anemia, l’enfisema. Sono antitumorali, antivirali, antiossidanti, usati nel trattamento anti AIDS, per recupero da intervento chirurgico, nella perdita di capelli.

Ecco perché nel periodo estivo gli abitanti dei villaggi alle pendici dell’Himalaya si recano sulle catene montuose per raccogliere questo “Viagra naturale”. La cui vendita permette di sopravvivere fino alla stagione successiva. Purtroppo negli ultimi anni il rendimento ha subito un calo evidente a causa dell’eccessiva raccolta.

L’interesse per il “Viagra himalayano” è enorme, soprattutto da parte della Cina. Per questo motivo la concorrenza è diventata spietata, anzi violenta. Tempo fa a Naar, un villaggio solitario che sorge a 4110 m nell’Annapurna Conservation Area, sono stati condannati 19 uomini per l’assassinio di un gruppo di sette “raccoglitori” nel corso di una disputa che vedeva al centro degli interessi proprio lo Yartsa Gunbu. Ecco perché dicevo che “fra di loro l’atteggiamento sta cambiando”.

Secondo la rivista Nature il giro d’affari mondiale oscilla oggi tra i 5 e gli 11 miliardi di dollari. Incredibile! Ma l’El Dorado presto finirà perché il verme/fungo è/sono in via di estinzione causa l’esagerato sfruttamento e le situazioni climatiche avverse.

Nota di chiusura: il “Viagra himalayano” era quasi del tutto sconosciuto in Occidente fino al 1993, anno in cui fu citato come uno dei segreti alla base del successo delle atlete cinesi ai Campionati del mondo di atletica leggera a Stoccarda.

Allora mi viene il dubbio che lo Yartsa Gunbu sia veramente miracoloso. Ci siamo accorti troppo tardi? Meglio così!

Italo Zandonella Callegher

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