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23 settembre 2010

Alpinismo e Spedizioni · Avventura · Memorie · Personaggi · Racconti · storia · Alpinismo e Spedizioni · America · Pamir · racconti · Russia · Spedizioni · storia

MISTERIOSO PAMIRParte I

Quello che segue è un fatto strano. Ne scrivo per la prima volta. Finora era conosciuto solamente da due-tre persone e rappresenta un caso emblematico, successo anche ad altre persone in montagna, ma che non pensavo potesse accadere a me. Non si tratta, per capirci, del fenomeno chiamato “Spettro del Brocken” dovuto a rifrazioni che producono aloni colorati, né di altre misteriose manifestazioni della natura, ma di ben altro !

È successo qualche lustro fa quando, seppur agonizzante, c’era ancora l’Unione Sovietica a dominare sulle immense pianure dell’Asia Centrale e sulle incantevoli montagne che le fanno da sfondo. In quei tempi il potente Comitato per lo Sport dell’URSS organizzava i così detti Campi Alpinistici Internazionali; lo faceva, probabilmente – ma è solo una mia supposizione – perché voleva uscire dal limbo politico e ideologico nel quale anche questa “disciplina” era stata convogliata. Desiderava conoscere e far conoscere; pensava a uno scambio di tecniche e di conoscenze, cosa che avvenne veramente e fece rimbalzare l’alpinismo sovietico ai posti d’onore.
Non tutti sanno che il loro alpinismo ha una grande storia, allora poco conosciuta al di fuori della “cortina di ferro”.  Anche loro hanno avuto il fior fiore di pionieri e viaggiatori a caccia di scoperte. Il primo in zona Pamir fu il geografo Aleksej Fedčenko nel 1871. Scoprì una vetta ben più elevata di altre che chiamò Pic Kaufmann (dopo la rivoluzione del 1917 divenne Pic Lenin). Sette anni più tardi giunse lo scienziato russo Oscianin che scoprì il più lungo ghiacciaio del mondo. Lo chiamò Fedčenko in onore del predecessore (che morirà nella bufera sulla Mér de Glace nel 1874 e fu sepolto a Chamonix). Ma – e questo potrà sorprendere – il primo occidentale ad esplorare il Pamir nel 1893 fu un italiano: Felice De Rocca. Seguito nel 1929 da una spedizione triestina diretta dalla russa-italiana-milanese Edvige Toeplitz Mrozowska accompagnata dal sacerdote don Giuseppe Capra dell’Università di Roma (molto coraggioso perché non erano anni facili per un prete in quelle terre), dal funzionario dell’ambasciata italiana a Mosca Vicich e dall’operatore cinematografico russo Dorn.

Per ricordare il contributo degli italiani alla scoperta di queste terre, da Marco Polo in poi, la Toeplitz chiamò “Valle d’Italia” una landa vergine da lei scoperta in Pamir. Non sono mancati i grandi capi scuola; cioè i Riccardo Cassin d’oltre cortina, per capirci. Basti ricordare per tutti il sommo Vitalij Mikhailovich Abalakov (1906-1986), eccelso “padre dell’alpinismo russo”.

Il primo campo internazionale fu aperto, mica tanto timidamente, nel 1967 proprio nel grandioso gruppo del Pamir “il tetto del mondo”. Furono invitati 163 esponenti dell’alpinismo internazionale e per l’Italia parteciparono l’accademico Nino Oppio e gli alpinisti Emilio Frisia e Giorgio Gualco. In seguito i campi si estesero ai fiabeschi monti Altaj “le montagne d’oro” e infine, quando l’Unione Sovietica era bel che morta e sepolta, anche nello sconosciuto Thien Shan “le montagne celesti”. Ho avuto l’immensa fortuna di partecipare negli anni Ottanta-Novanta, con l’onore di rappresentare l’Italia e con il patrocinio della Sede Centrale del CAI, su tutti questi gruppi montuosi. Si partecipava su invito ufficiale e ne approfittarono diversi paesi, perlomeno quelli che tenevano buoni rapporti con l’alpinismo sovietico. O meglio: con il governo sovietico.

A dire le cose come stanno non era proprio così. Infatti c’erano, credo per ovvi motivi di opportunità, anche alcuni alpinisti americani il cui governo non aveva rapporti proprio idilliaci con quello sovietico e la cosa finì sul ridicolo in quanto gli unici a ottenere dei portatori furono proprio gli americani. In Pamir non esisteva quella categoria; non sia mai che un sovietico si abbassasse a fare il servo di un occidentale, men che meno di un americano. Secondo la logica severa di quell’immenso impero ognuno doveva arrangiarsi da solo, se no che restasse a casa. Finì sul ridicolo perché fra i vari partecipanti si sparse la voce che alcuni portatori kirghizi furono dati agli americani solo perché questi erano ritenuti potenziali spie al soldo della Cia. Gli americani, peraltro un po’ antipatici e sbruffoni, a noi sembravano tre poveri cristi, più abituati a cavalcare nei rodei, che a fare le spie. Ma non si sa mai …

In quegli anni e in quel paese, come si sapeva, l’alpinismo era uno sport di stato, ciò a dire: era mantenuto in vita, foraggiato, gestito e protetto da una federazione statale. Chi vi apparteneva stava tranquillo in una specie di lobby altamente considerata, dentro una struttura statale di prim’ordine che organizzava le prestigiose “Alpiniadi”, cioè le spedizioni (e le gare di arrampicata ante litteram), che sottoponeva i fortunati allievi ad esami durissimi, a tirocini altamente tecnici, a sopportazione di terribili burocrazie … e via dicendo. Nella loro attrezzatura c’erano i chiodi da roccia e da ghiaccio in titanio, cosa che da noi neppure si sognava. Loro invece invidiavano i nostri scarponi, il nostro abbigliamento tecnico, la nostra libertà di scalata. Si, la libertà di scalata; perché gli alpinisti sovietici dovevano denunciare tutto: dove andavano, quando, come, perché, con chi, ecc… Stessa sorte fu riservata a noi durante il campo; con relativa visita medica, domande, sguardi, silenzi; una guerra psiclogica mica da poco; il tutto con apposizione di tre timbri su ogni carta. Loro – che dovevano compilare moduli a non finire, firmare, rispettare gli itinerari denunciati, relazionare, onorare i programmi, ecc. … – non credevano che da noi ognuno potesse salire la montagna che voleva, quando voleva, con chi voleva, eccetera. Era inconcepibile. Era l’alpinismo alla sovietica. Che, sia chiaro, nonostante alcune lacune di facile comprensione, è stato ed è tuttora da considerare fra i più forti del mondo.

Fu invitata anche l’Italia, naturalmente, e io fui incaricato di parteciparvi come capo spedizione. Ne fui onorato. A dire il vero preferivo far parte della squadra come semplice componente e lasciare ad altri il difficile mestiere di mediatore, di padre, di fratello, di capo e via elencando. Ma andò così e partii contento verso questa nuova avventura. L’obiettivo era una montagna del Pamir, alta circa 7150 metri.

Dal campo base salimmo, tanto per acclimatarci, su una “montagnola” subito sopra le tende; ma la “montagnola” era più alta del Monte Bianco e al vertice aveva un bel cappello di ghiaccio puro dove fu bene mettere una corda fissa. Sulla vetta trovammo la testa (in bronzo) di un famoso personaggio dell’Unione Sovietica. Poi salimmo, sempre per acclimatazione, un’altra bella cima, un bel po’ più alta: 6150 metri (con in vetta un’altra testa di bronzo). Questa cima fu raggiunta due volte (la prima per allenamento, la seconda di passaggio per raggiungere la cima più alta). Poi, tutto d’un fiato e senza più scendere, cioè in stile alpino, ci portammo in cima al bel 7150, quello per cui eravamo venuti fin qui da molto lontano e che da un anno sognavamo giorno e notte. Naturalmente in stile pulito, cioè tutto sulle spalle, niente ossigeno, senza portatori, senza guide. Da lassù, a fianco dell’ennesima testa storica di un padre della patria (sempre di bronzo; ma che strana usanza avevano mai), spaziammo sulle grandi valli sottostanti e sui monti della Cina mai vista così … vicina. Un tripudio di luce e di montagne, di steppe lontane, di laghi, di pascoli pieni di yak e di yurte, di grande gioia di vivere.
La salita era andata bene. Ora bisognava ritornare a valle e, come si sa, è quasi sempre la parte più difficile.

Un amico, sempre ben informato e anche esperto, ci disse che il tempo era in cambiamento e che sarebbe stato meglio scendere il più possibile senza fermarsi al campo di quota 6500. Lo prendemmo per matto, non potevano avverarsi precipitazioni con quel bel tempo, quindi che lui e un altro scendessero pure, noi stavamo bene lì a goderci ancora un po’ il silenzio della montagna. Infatti se ne andarono sul serio in barba alla solidarietà e all’amicizia e pure arrabbiati per la nostra sufficienza. Ma, come si sa, l’alta quota ogni tanto gioca brutti scherzi e può capitare che ognuno pensi alla propria pelle, magari per poi ricredersi in caso di soccorso. Nessuno ci fece caso.

Controllammo le tende perché c’era un po’ di vento e ci fermammo a dormire lassù sotto le stelle. Un po’ di apprensione ce l’avevamo, a dire il vero. Più o meno in quel luogo, alla stessa quota, anni prima si era verificata una incredibile tragedia. Tutte le componenti di una spedizione femminile russa erano morte di stenti e di freddo dopo giorni di violenta bufera. Mica una o due, ma ben otto donne valorose, dirette da Elvira Shataeva, trovarono una morte terribile. Elvira era la moglie di Vladimir Shataev, ottimo alpinista, uno dei dirigenti del campo. Era giunto in vetta dieci minuti prima di noi e aveva assistito piuttosto serioso all’arrivo in cima di quei chiassosi italiani, partecipando in modo molto discreto alla loro esplosione di gioia. Lo incontrai anni dopo nel Tien Shan come alpinista e cittadino russo, non più come sovietico. Ma era ancora più serio e distaccato.

Durante la notte nevicò. Incredibile! C’erano le stelle fino a mezzanotte. Al mattino uscimmo dalla tenda e non scorgemmo nulla se non una fitta coltre di nuvole adagiata sulla montagna. Visibilità due metri, poi meno ancora. Partimmo nella bufera consapevoli del rischio, ma con la sicurezza che il primo tratto del costolone era facile e senza crepacci. Il problema si sarebbe presentato a 6350 metri circa. Da quella quota si originava una cresta rocciosa, stretta, aguzza, ghiacciata, una specie di lama, una sorta di spina dorsale del monte, un enorme dinosauro di roccia e ghiaccio che si staccava ad angolo retto sulla destra. Se non la “infili” giusta, quella cresta, rischi di scendere verso la Cina o per una parete ripidissima e senza ritorno. Insomma un bel casino con la nebbia e la bufera che infuriava.

(to be continued)

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