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11 giugno 2018

FINO ALLA FINE DELL’EVEREST (il film): intervista a Davide Chiesa di Christian Roccati

Everest, questa parola non può che attirare magneticamente l’interesse di qualsiasi alpinista o di qualsiasi essere umano che la senta. In questo caso con il vocabolo “sentire”, non si intende la parola “udire”, ma proprio l’insieme delle sensazioni che vibrano dentro di noi.

Ma di cosa si parla davvero? Una Montagna? Una Dea? Il Tetto del mondo? La sfida di alcuni uomini? L’ascesi di altri? Un fenomeno commerciale? Un affioramento di roccia ricoperto di ghiaccio per caso molto alto? Una chiave di volta?

Cosa davvero significa Everest oggi? Ha provato a rispondere a questa domanda l’alpinista piacentino Davide Chiesa, con il suo libro I portali del cielo, di cui abbiamo già parlato in precedenti appuntamenti, e poi con l’entusiasmante film Fino alla fine dell’Everest.

 

Quali elementi porta il tuo film? Quale diverso punto di vista?
Ho cercato di mostrare cosa può essere una salita sul tetto del mondo, qualcosa di immenso, che ti cambia la vita, che richiede che tu metta in gioco tutto te stesso, ma tra le righe del film si legge quanto una persona possa essere innamorata della montagna, del rapporto uomo-montagna; nessuna impresa, nessuna esaltazione, nessun eroe. Solo un rapporto profondo tra la montagna, le sue genti, il suo territorio, e con se stessi.
Scalare l’Everest è qualcosa di unico e indescrivibile e mi rendo conto che, purtroppo, in tanti “commentatori”, da anni puntualmente in ogni primavera, parlano continuamente male di chi lo affronta con le spedizioni commerciali, anche con giudizi offensivi e in modo generalizzato; secondo me, è questo l’errore di fondo, la mancanza di rispetto. L’idea di partenza del nostro gruppetto era di creare un team autonomo, meno “commerciale”: all’Everest è impossibile, almeno per chi non è professionista.
Ho sentito commenti molto forti da chi non ha mai salito un 8000 o un 6000 o anche “solo” un 4000. Ho letto frasi come «tutti coloro che scalano Everest sono scandalosi».
Alcuni big parlano di “turismo”. Alle volte mi domando: ma allora tutti gli alpinisti che utilizzano impianti di risalita? O quelli che sono accompagnati da una Guida Alpina? Chi scala da secondo di cordata? Chi ha il compagno di cordata o il marito che trasporta i carichi pesanti? Sono tutti turisti? Che è un eufemismo per dire che non sono alpinisti…
Il discorso potrebbe potrarsi all’infinito su questi argomenti; nelle spedizioni dell’epoca della conquista molte cose erano ignote, ma sia in quelle occasioni, sia in quelle degli anni ’70 e ’80 c’era un dispiego di grandi “servizi”, trasporto carichi, scalette, corde fisse, ossigeno.
Diciamo che queste argomentazioni sembrano più che altro provocate da chi sta sul “divano” trasferendo condotte da “social tv”, ormai molto diffuse, oppure da addetti che non hanno altre argomentazioni da proporre sul tema montagna: ciò fa “audience”.

 

…E dell’argomento ossigeno?
Trito e ritrito: basta dirlo, tutto qui. Implicita e ormai straconosciuta la differenza tra uso o no dell’ossigeno. Chi è alpinista, e come me lo sono in tanti, e si è impegnato per chiedere il passo alla Dea Madre, con sincerità, si stupisce a vedere questa impropria generalizzazione.
Il mio film parla dei sentimenti che contraddistinguono la salita sul tetto del mondo, direi quindi di cose molto più nobili delle generalizzazioni. Tra l’altro è passato da poco il 30 aprile, primo anniversario della morte di Ueli Steck; nella mia opera “Fino alla fine dell’Everest“, è contenuto un personale e sentito ricordo – eravamo vicini di accampamento – con alcune commoventi immagini degli ultimi giorni di vita.
Anche questo è Everest: l’amicizia e la fratellanza in montagna. Ricordo che proprio con lui parlavamo di queste cose, sul fatto che, a noi che eravamo lì per salire ognuno a modo suo, non interessava ciò che facevano gli altri, e comunque non era problema e nè ci si sentiva “titolati” per esprimere giudizi. E queste cose Ueli le diceva pure alle sue conferenze. Si parla molto dell’uso dell’ossigeno, eppure in passato lo hanno utilizzato anche alcuni “big” per collezionare la cima e chi lavora, che sia sherpa o guida o documentarista. L’importante ripeto è essere sinceri, e purtroppo alcuni non lo sono, non lo sono stati, nè lo saranno in futuro.

 

Secondo te qual’è la conseguenza della visione che tu non condividi?
Ricordiamoci sempre che questi atteggiamenti nei confronti della montagna non fanno bene ai nepalesi per primi: la montagna è la loro e per loro un business che dà “ossigeno”, anche se ovviamente non a tutto il popolo nell’insieme.
Gli sherpa e i responsabili stanno lì anche a vigilare e impediscono che non si commettano schifezze ambientali o pazzie, o almeno dovrebbero. Uno è libero di scegliere come salire la montagna: ci sarà inoltre la sua organizzazione logistica a controllarlo. Quest’anno nel 2018 – noi siamo saliti lo scorso anno, nel 2017 – ho visto pubblicare foto di immondizie all’Everest: bisogna però anche verificare se le immondizie sono state rimosse in seguito, magari il gruppo non era ancora sceso dalla montagna. Lo scorso anno, lo giuro, io non visto degrado ambientale e di immondizie. Arrivato al Colle sud, c’erano solo alcuni brandelli di vecchie tende incastonati nel ghiaccio. Se poi le immondizie sono nel fondo di crepacci questo non lo so, io non ho visto accumuli nè gesti inopportuni. Il nostro gruppo ha riportato a valle tutto, anche perchè non è che poi si producano chissà quali rifiuti. Gli escrementi? Beh questo succede su qualsiasi montagna. Io posso dire che nella settimana di vetta ho defecato due volte solo, talmente mangi poco e spendi energie. Bisognerebbe fare come all’Aconcagua, che ognuno si riporta tutto giù… potrebbe essere una bella idea.

 

Se volessimo sintetizzare in una frase?
La comunicazione, quella seria, non deve fare di ogni erba un fascio: chi vede il mio film può capire veramente l’Everest sotto un’altra ottica.
Si può vivere ancora senza code e traffico, in una dura e speciale avventura, in rispetto, in preghiera.

 

Che emozione si prova decidendo di andare sul tetto del mondo e quale dopo esserci scesi?
Personalmente ero concetrato a fare tutto bene, a non sbagliare nulla, ero molto allenato e non sono mai arrivato al limite, anzi. E l’ossigeno mi ha aiutato a lavorare, avevo le riprese video da girare e le foto da scattare, e realizzare le aspettative degli sponsor che hanno sostenuto il mio progetto. E poi pensare alla discesa: alle 7 eravamo in vetta, alle 20 al campo 2 a 6400 m, fuori dalla zona della morte, una discreta performance. La vetta me la sono goduta a casa, con le foto ed i video, condividendola con gli amici, gli affetti ed i sostenitori.

 

Sognavi l’Everest da bambino?
No. Non sono uno di quelli alpinisti che puntano tutto sull’Everest, o sugli 8000. Il mio sogno è la montagna in genere, passare dei bei momenti su di essa, stare bene con il proprio corpo, e vivere l’alpinismo in tutte le sue forme, anche sulle Alpi e sugli Appennini. Infatti sull’Everest avevo un rapporto particolare con essa, profondo: ero curioso di conoscerla e raccontarla direttamente. Dopo avere praticato tutte le discipline di scalata nella mia vita, in tutte le stagioni, da vero innamorato quale sono, l’altissima quota è stato un richiamo naturale dopo i 40 anni di età: … ora ne ho 50! I ricordi più emozionanti però li ho durante l’apertura di vie nuove, e affrontando le dure invernali sulle Alpi.

 

Dove riscontri le differenze?
Le spedizioni sono tutte un discorso a sè, a parte. E poi sono lunghissime! Lo descrivo bene nel mio nuovo libro I portali del cielo, dove cerco di accompagnare in vetta il lettore in mezzo a tutti gli ostacoli, anche quelli della mente. Bisogna innamorarsi delle spedizioni, altrimenti diventano pesanti e impossibili da sostenere, infatti può succedere anche che alcuni alpinisti gettano la spugna e tornano a casa prima. Occorre anche fortuna. E’ una bella prova stare in spedizione, ma se ne sei innamorato diventa un piacere.

 

Tornando al tuo film, cosa vuoi trasmettere dell’Everest?
Posso dire che l’Everest non è proprio come lo dipingono i media, o almeno non è sempre così. Anche per questo ho voluto portare la mia testimonianza: può a volte sembrare di non essere più un’ impresa come un tempo, ma non per questo meno pericolosa, appunto perchè più frequentato; si può morire lassù, quindi ci vuole rispetto.
Il grande pubblico sente solo dire che é una grande camminata e basta pagare per esser portati in cima. Non è proprio così, sono solo cambiati i tempi rispetto a 30-40 anni fa. Adesso chiunque si appoggia alle agenzie commerciali, sia per i servizi al campo base, sia per l’uso delle scalette sull’ice fall e le corde fisse. Se un alpinista non vuole usare questi “servizi” risulta oggettivamente difficile andare su, non soggettivamente. Ricordiamo quello che successe a Simone Moro e Ueli Steck nel 2013? Everest rimane una prova dura e difficile.
Il mio scopo e il mio progetto è stato dare una concreta testimonianza, completamente documentata. Debbo dire anche che sono stato fortunato, la Dea madre ci ha baciato e mi ha permesso di girare questo film…

 

Come hai strutturato il film?
Metà del film (che dura 54 minuti totali) riguarda il giorno di salita alla vetta, ed il giorno precedente al Colle sud, ed è questa la novità rispetto ad altre opere. Ho usato una foto-videocamera e realizzato tutto da solo, senza grandi investimenti, con grande passione, impegno, e sfruttando l’esperienza e l’ispirazione. Il film è stato invitato in serata d’onore al Festival dei Festival di montagna di Lugano il prossimo 7 settembre 2018, questa rassegna é dedicata solo a chi ha già vinto dei film festival di montagna altrove nel mondo!
L’opera é già stata visto da migliaia di persone, in numerose serate e conferenze in giro per l’Italia e continuerò a proiettarlo e raccontare in viva voce.

 

Non è stata l’unica spedizione per te, ovviamente…
L’Everest è stata la mia sesta spedizione extrauropea, la prima nelle Ande nel lontano 1996… cime di 6000 e 7000 metri mi hanno poi dato la sicurezza mentale necessaria, e conoscere i miei limiti fisici e quanto ero in grado di sopportare il freddo e la quota. Al Manaslu nel 2011, il primo 8000, è stato molto emozionante. Più che altro perchè arrivavamo da un mese di cattivo tempo e i tre giorni della finestra buona ci hanno permesso di salire. Il fortissimo Sivio Mondinelli, nostro capo spedizione, disse quel giorno non aveva mai patito il freddo così tanto nella sua carriera, ed era vero! Usai l’ossigeno anche quella volta, dalla notte del campo 3 a 7400 in vetta, partiti alle 2,30 di notte, dopo la vetta alle ore 17 ero al campo base a 3400 metri di dislivello più sotto, e girato anche quella volta un bel film nonostante il freddo polare della notte di vetta.

 

Cosa diresti a un bambino che sogna l’Everest?
Di inseguire i propri sogni, non mollare, le rinunce insegnano più delle sconfitte, e che anche un uomo normale, non professionista ma amante dello sport, che abita in pianura, con una grande passione può raggiungere fantastici obbiettivi.

E a un adulto?
Idem, anzi forse di più!

 

Fino alla fine dell’Everest
SINOSSI DEL FILM  TRAILER

 

Christian Roccati
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