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8 settembre 2019

Gabriele Canu, alpinista esploratore, film maker, uomo d’emozione

Cari amici,
continua la rassegna di interviste, audio e scritte, ai personaggi del mondo outdoor che sono in grado di stupire ed emozionare. Oggi vorrei parlare di e con Gabriele Canu, alpinista esperto di grande talento, autore di 60 prime, e film maker d’eccezione. Nonostante la sua carriera artistico cinematografica sia iniziata molto recentemente, è stato capace di creare un progetto unico come Finale ’68 e di proseguire operando in giro per il mondo in lande antiche, selvagge, e ancora davvero vivide.

Nato a Savona, leva ’81 e residente a Vado Ligure, o come lui dice nella “quasi indipendente Repubblica di Porto Vado”!

Ho gustato le sue opere, geniali, dotate di vero witz, scanzonate, alle volte satiriche e in ogni caso sempre culturali, e ho seguito alcune sue salite, cosa non facile perché “il Gabri” è davvero riservato, quasi ermetico. Questa volta però, complici alcuni dialoghi sui suoi video i Nepal e Pakistan, e alcuni confronti, si è fatto intervistare.
Ed ecco il risultato di un bel dialogo tra puri appassionati di …tante cose.

Come hai iniziato ad andare in montagna? Quando hai iniziato a scalare?
La primissima volta (e anche poi pressoché l’unica sulla plastica) è stata in palestra, alle scuole medie. Il caso ha voluto che il mio insegnante fosse Fulvio Scotto, del quale all’epoca non sapevo nulla se non che avesse una ammirevole mira nel tirarmi i birilli quando facevo il cretino durante le lezioni di educazione fisica. Aveva fatto costruire una palestrina nella scuola, con la corda, e in qualche lezione ci aveva fatto provare. Io, manco a dirlo, in mezzo a tutte le linee di prese colorate subito puntai a quella a prese gialle e blu, nell’angolo della palestra: un diedro di 4+! Me ne innamorai. Un giorno Fulvio chiese a me ed un altro ragazzino, Corrado: “volete provare una volta a scalare su roccia? se i genitori vi firmano una manleva, vi porto a Finale!”. E andammo per davvero, ricordo ancora adesso: “il merlo di Nottingham” e “sgorby superpall”. Pensai di aver trovato l’America, tornai dai miei genitori e a mia mamma dissi “per il mio compleanno regalatami qualcosa per andare a scalare!”. Mi aspettavo un imbrago, delle scarpette, non so, qualcosa di fondamentale: mia madre mi regalò un sacchetto della magnesite Gentic. Con proverbiale intuito capii che non era il caso di tornare sull’argomento, e ci misi una pietra sopra. Ormai diciottenne quel Corrado, dal nulla, mi telefonò dopo anni: “domani dei miei amici vanno a fare “il gufo” a Monte Cucco…andiamo anche io e te, in ricordo dei vecchi tempi?!”. Andai. Non fu una grande idea, non mi ricordavo più manco come si mettesse l’imbrago, ovviamente! Ciononostante, mettendoci un numero imprecisabile di ore, giungemmo inspiegabilmente vivi in cima a quegli eterni 100 metri. Mentre cercavo invano di capacitarmene, cominciò a venir buio. I suoi amici milanesi persero un po’ di tempo al grido di “uè, figa, cosa vuoi, che ci perdiamo giù da qui?! Figa, son 100 metri, scialli!”. Ricordo ancora la discesa senza frontali, in mezzo ai rovi, ai ginepri e ai cinghiali, e l’arrivo a notte fondissima al parcheggio …della valle a fianco. Smisi di nuovo, se si può dire che avessi ripreso. Poi, anni dopo (avrò avuto…23 anni?) decisi che volevo provarci davvero. Mi iscrissi a un corso Cai, presi ad andare con due istruttori (persone d’oro, Emiliano e Antonio, due badanti ante litteram) e feci le mie prime vie lunghe. Nel mezzo reincontrai Fulvio, in una delle sue belle serate, e nonostante le titubanze, riuscii a convincerlo a invitarmi a fare un giro con lui …mi portò a fare una via nuova! Incontrai infine un tal Lorenzo, che studiava fisica nella stessa facoltà di mia sorella, che spesso scalava in falesia, ma ogni tanto andava con suo papà a ravattare per monti. Senza conoscerlo granché lo invitai sulla passeggiata a mare, e gli dissi, in modo non molto dissimile da una dichiarazione d’amore: “…volevo proporti di andare a fare lo spigolo nord del Badile”. Ci mancò solo che mi inginocchiassi e gli dessi l’anello. Spalancò gli occhi e mi guardò come fossi uno psicopatico. Però -essendolo anche lui, evidentemente- alla fine lo convinsi e andammo. Da lì, non smisi più.

Hai un curriculum molto vasto: 60 prime. Su che gruppi montuosi si sviluppano le tue vie? Qual è il tuo stile di apertura? Cosa significa per te aprire una via? Ripeti anche linee di scalata di altri o vie tradizionali?
Ho ripetuto moltissimo, soprattutto ricercando le vie storiche, quelle che hanno segnato un po’ un’epoca o comunque di quelli che erano i fuoriclasse dei tempi che furono. Il fascino per le linee tracciate da questi pionieri, di questi veri esploratori sulle grandi pareti delle Alpi, mi ha portato a cercare a mia volta di “inventare qualcosa”. D’altra parte prima di fare qualcosa di proprio bisogna imparare dai maestri, capire, cogliere, vedere …solo allora puoi inventare qualcosa e viverlo secondo il tuo stile e la tua etica. Ho aperto ovunque abbia scovato qualche linea nuova che mi affascinava, indipendentemente dalla qualità della roccia! Certo, oggi non è più come trent’anni fa dove tantissimo c’era ancora da esplorare, oggi si può ancora trovare l’avventura, ma salvo rari casi ci si caccia in qualche “rogna”…diciamo che qualche linea che ho salito non la consiglierei nemmeno a un fan sfegatato di qualche nostro ministro dell’interno, però nel mezzo alcune linee meritevoli credo siano uscite. Sicuramente di alcune di queste ho ricordi indelebili, come “L’attimo fuggente” in Pale di San Lucano, “R4 all’avventura” nel gruppo del Viso o la terribile “Voie du gratte-ciel” al Creux del Van. Non so per quale motivo queste tre in particolare, ma forse sono proprio il simbolo di cosa significhi per me l’avventura. In particolare R4 esprime forse al meglio lo stile di apertura: mai avuto sull’imbrago un trapano o un piantaspit, in tutte le vie nuove che ho avuto la fortuna di scovare e salire non c’è un solo spit, anzi spesso non lascio neanche tracce di passaggio. D’altra parte, non apro vie nuove per i ripetitori e tantomeno ne faccio pubblicità se non magari tra qualche sventurato conoscente, ma per vivere delle avventure con i miei amici nel mio piccolo mondo. Eppoi son ligure, ce l’hai presente cosa costano i chiodi? Se poi qualcuno volesse ripeterle, be’, in un mondo dove la sicurezza è data per “obbligatoria”, dove tutto è confezionato, a me utopicamente piacerebbe che ci fosse spazio ancora per chi si vuol cacciare nelle grane per il gusto di imparare a uscirne, senza che necessariamente ci sia qualcuno a “salvarci”.
Poi questo non corrisponde alla ormai fin troppo inflazionata diatriba spit-nospit! Ci sono giornate in cui ho più voglia di scalata pura in cui cercare una bella linea a spit ben chiodata, altre in cui ho solo voglia di fare un giro con persone che vedo di rado, altre ancora in cui ho voglia di quelle avventure “belle piene”, in cui partire prima dell’alba e tornare al tramonto, o anche bivaccare in parete. C’è spazio per tutto. Certo, inventarsi una linea nuova è per me tremendamente affascinante, è la possibilità di “disegnare” la tua linea, la tua idea, di immaginarla nella tua testa e poi provare in qualche modo a “raccontarla” vivendola in prima persona. La sensazione di toccare qualcosa che non sia mai stato sfiorato da nessun altro essere umano, è una sensazione che trovo meravigliosa, soprattutto al giorno d’oggi dove tutto sembra già visto ed esplorato.

Cosa pensi del dove sta andando l’arrampicata oggi?
Forse ho già un po’ risposto…sta andando verso la sicurezza. Virtuale, sempre e comunque; d’altra parte non ci affidiamo sempre ad attrezzature prodotte da altri e a spit messi da altri? Comunque virtuale o no, mentre in arrampicata sportiva la ricerca della sicurezza la vedo come pressoché tassativa, in montagna e in generale in alpinismo la vedo un po’ come un controsenso. E riguardo al dove sta andando l’arrampicata be’, non è che si è forse un po’ persa la fantasia? Può essere che mi sbagli, però vedo che appena una persona va a ripetere una via un po’ dimenticata e la pubblica immancabilmente sul web, il giorno dopo sono tutti a farci la coda. Forse con un po’ più di fantasia, ognuno andrebbe a ripetere vie non “alla moda”, ci sarebbe meno affollamento sulle stesse vie (che non sempre sono necessariamente le più belle), e tutti avrebbero un percorso più “personale”. Sembra invece che oggi tutti si debba poter dire “l’ho fatta anche io!”, in una sorta di “consumismo della montagna” che solo a dirlo mi fa venire i brividi.

Quando e come è iniziata la tua passione per il cinema e per l’arte?
Chi sono i tuoi idoli o i tuoi riferimenti per quanto riguarda la cinematografia e per l’arte?
Fino a ottobre scorso, il mio curriculum cinematografico di film visti si fermava a Don Camillo e rigorosamente tutti i film di Bud Spencer e Terence Hill. Poi qualche sporadica visione di film forse un poco più cinematograficamente rilevanti, ma devo ammettere più per sbaglio che per scelta. In compenso da ottobre a oggi avrò visto un’ottantina di film. Che insieme a quelli visti nei precedenti trentotto anni di vita, faranno centocinquanta nella migliore delle ipotesi. Mette male considerarsi un appassionato di cultura cinematografica, e mette male dire che io abbia idoli o riferimenti in merito. Potrei citare qualche strano e sconosciuto regista sovietico degli anni quaranta per darmi un tono, ma preferisco essere onesto e dire tranquillamente che pur essendomi appassionato negli ultimi tempi di cinema, non ho ancora mai visto nulla di alcuni dei mostri sacri del cinema …anche se devo dire, a mia parziale discolpa, che negli ultimi mesi sto indubbiamente facendo tutto ciò che è nelle mie possibilità per rimediare.

Com’è iniziata la tua avventura al riguardo e come è continuata?
Quali sono i lavori a cui sei più legato?
La mia avventura in questo mondo è nata un po’ per caso, o un po’ per coincidenza forse. Anni fa tenevo un sito dove raccontavo un po’ tutte le mie avventure in montagna (gapclimb.it), corredate sempre dalle pessime foto che io e Lorenzo facevamo in giro con una macchina foto da battaglia da tenere appesa all’imbrago. Ne cambiavamo una o due l’anno, per capirsi. Non sapevo dell’esistenza del tasto REC e il cinema proprio non mi interessava. Mi frequentavo però con una ragazza che proprio in quel periodo stava iniziando a lavorare nell’ambito video. Stanco di rispondere annuendo ai suoi racconti delle riprese senza capire bene di cosa stesse parlando, mi misi un po’ a studiare, un po’ per essere più partecipe, un po’ anche per cultura personale. Il tutto cominciò a incuriosirmi parecchio, e decisi che una piccola mirrorless Sony avrei potuto prendermela, così, per capire dove fosse il tasto rec. Feci un po’ di prove e realizzai un video della mia prima discesa in canyoning insieme a uno dei miei amici più cari. Poi quello dell’addio al celibato più assurdo che si potesse, con lo stesso amico. E poi quello del matrimonio, in uno stile non proprio standard. Ancora dello stesso amico, al limite di ciò che forse è considerabile stalking. Vidi gli sposi piangere, quando glielo feci vedere. Capii che era maledettamente difficile ma straordinariamente bello riuscire a emozionare le persone. Nel frattempo, continuavo a fare il tecnico informatico, come nei precedenti quindici anni. Ci presi un po’ gusto e feci una manciata di video a eventi sportivi, poi impazzii completamente e decisi di lavorare insieme a Michele Fanni a un progetto su come era nata l’arrampicata a Finale, cinquant’anni prima. All’inizio era una delle tante idee malsane buttate lì, poi cominciò a concretizzarsi e cominciai a realizzare in cosa mi ero infilato. Ma non sono uno che quando si butta poi si tira indietro -o forse più semplicemente non si poteva più- così abbandonai la mia attività da tecnico per aver modo di dedicarmi meglio a questo insano progetto, dedicandoci tutto me stesso. E si trasformò nella più grande avventura della mia vita, paragonabile a diverse vie impegnative in montagna, con la sola differenza che l’avventura, qui, non durò quarantotto misere ore ma giusto quei 3-4 mesi in più, nei quali penso di aver raggiunto livelli di stress mai raggiunti prima. Sicuramente, questo è il lavoro a cui più sono legato, per una miriade di motivi. E’ stata una follia, ma allo stesso tempo un progetto in cui ho creduto fortissimamente e in cui ho messo l’anima, posso dire senza dubbio alcuno che è stata una sfida che mi ha fatto crescere enormemente e che in mezzo a mille problemi mi ha insegnato tanto e dato altrettanto.

Per quanto tutti siano in evoluzione, oggi, sei un filmmaker di professione?
Sicuramente! E’ passato solo un anno da Finale ‘68 al Trento Film Festival, ma di cose in quest’anno ne sono cambiate davvero tante, nella mia vita. Una certezza che ho, è che avevo davvero bisogno di qualcosa di più creativo rispetto al mio lavoro da tecnico. E’ capitato tutto al momento giusto, un insieme di coincidenze che mi ha portato su questa strada. I lavori che ho avuto modo di fare da quel giorno mi hanno fatto capire quanto ci sia ancora da lavorare, ma i riscontri spesso più che positivi mi spingono sicuramente ad andare avanti.

Resterai nella magica nicchia outdoor o uscirai poi nel cinema tradizionale?
L’anno scorso sono stato in Nepal e in Pakistan per conto di un tour operator. Mi son sentito a casa. In Pakistan, un trekking al campo base del K2, sicuramente una delle esperienze più belle della mia vita, e al tempo stesso un lavoro in cui mi sono sentito veramente bene. In fondo, raccontare una piccola parte di mondo è un’esperienza davvero bella, e stare all’aria aperta è forse una delle cose che più mi mancava nel mio vecchio lavoro. A volte sento che lavorare per cose di questo genere è proprio il mio mondo …è forse un po’ un’unione tra il mio amore per le montagne e le cose nuove, e la bellezza di poterle condividere, di poter condividere il mio punto di vista sulle cose.
In un film racconti una storia, e la racconti trattando un tema che fa parte di te, con il quale combatti tutti i giorni. E’ un modo diverso di raccontare, altrettanto affascinante. Finale ‘68 è stata un’avventura magica, ma ormai da qualche tempo sento di aver voglia di raccontare una storia che stacchi completamente dalla montagna, una storia che racconti un punto di vista “particolare”, perché credo che ogni cosa la si possa vedere da mille punti di vista diversi, e a volte non ci rendiamo conto che basta cambiare un poco prospettiva e tutto diventa improvvisamente più semplice. Nell’autunno scorso mi è venuta in mente una storia un po’ surreale, ma profonda, da raccontare in un cortometraggio. Ho già scritto metà della sceneggiatura e sorrido ogni volta che mi capita di pensarci, quindi credo sia importante che la sviluppi…e lo farò.

Qual è la tua giornata tipica? Ti svegli? Ti alleni? Viaggi? Filmi? Studi? Come vivi?
Detta sinceramente, in questo periodo non posso dire di avere una “giornata tipo”…proprio no. Fino a due anni fa ero un tecnico informatico, e per quanto come ditta individuale fossi comunque abbastanza libero di organizzarmi la vita come volevo, la giornata tipo esisteva …più o meno. Negli ultimi tempi, proprio no. Vivo molto alla giornata, ho scoperto nei giorni scorsi che tra due settimane partirò per la Mongolia e ci starò tre settimane, ho dei lavori da fare, ma devo decidere io quando, ho da qualche tempo ripreso a scalare dopo un lungo periodo di tempo e mi è un po’ tornata la voglia di raggiungere qualche sogno che avevo lasciato nel cassetto, continuo a studiare in ambito cinema per migliorare costantemente, insomma: mette proprio male dire che ho una giornata “standard”, in questo periodo. Vivo quel che viene, cercando di viverlo al meglio e di essere sempre pronto ad imparare cose e a farmi incuriosire dalla vita!

 

Christian Roccati
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