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12 ottobre 2018

Ritorno al passato

Come ho iniziato ad arrampicare in montagna? Su quali terreni? Certo non era granito quello che ho calcato per primo con i miei scarponi. Non ho affrontato fessure perfette, placche compatte e neppure i calcari delle Dolomiti o delle Alpi francesi che si perdono nel cielo. Ho posato il piede su roccia insicura e friabile, afferrato appigli dubbi e scistosi, percorso canali di sfasciumi ripidissimi. Forse anche per questo non sono diventato uno scalatore da grado “8”. Terreni più delicati che difficili, si direbbe. Ma poi cos’è il difficile? Certo, negli anni migliori ho ripetuto vie famose ed esteticamente belle, quelle che mediamente ciascuno di noi aspira ad avere nel proprio curriculum d’alpinista. Eppure, più di una volta, mi sono trovato in difficoltà ben di più sui terreni delicati di “casa” che su quelli dalla roccia perfetta e del “grado”. Ricordo la ripetizione della via Balmamion-China sulla parete est dell’Uja di Ciamarella, la prima ripetizione giacché non ne figuravano altre dal 1971: 1600 metri di calcescisti verticali e di brecciolino, con soltanto una parte finale di più solida prasinite. Camini friabili ghiacciati, interi tiri sotto ruscelli d’acqua di fusione della calotta glaciale, un lungo traverso su un vuoto di oltre 800 metri aggrappato a scaglie di miche che si sbriciolavano. Oppure la parete nordest della Croce Rossa, nel tentativo di ripetere la via Grassi-Tessera sul seracco sospeso. Le pessime condizioni ci obbligarono a una scalata dove il IV grado superiore era un continuo azzardo per ogni appiglio tirato, perennemente sotto il tiro delle scariche di sassi. E ancora, la via nuova in invernale sulla parete nord della Cima di Monfret dove gli gneiss friabili erano tenuti assieme per l’occasione da rigidissime temperature. Su quei terreni ho imparato a muovermi, fin da ragazzo, lì amo ritornare ora che la stagione delle mie scalate più difficili in alta montagna può dirsi pressoché conclusa. Nel gruppo montuoso dove ho aperto più vie nuove e dove pensavo di non aver più segreti ho ancora trovato la possibilità di stupirmi e talvolta d’inseguire il nuovo. Un ritorno al passato, a quei primi gesti iniziatici un tempo rigidi e all’insegna dell’insicurezza. Oggi ho quarant’anni d’esperienza in più e un bagaglio motorio più raffinato, certamente, ma salire su quelle rocce delicate ha sempre un fascino unico e incredibile. Qui il concetto di “difficile” è relativo e afferrare una lama strapiombante con difficoltà di IV grado con 700 metri di vuoto sotto i piedi non è da meno che affrontare un passaggio difficile ben protetto sulla roccia solida di una via più famosa. I gesti si susseguono però sicuri e veloci e la vetta è presto guadagnata lungo un itinerario nuovo. Raggiungo la croce in cima come fosse la prima volta, eppure quante volte sono stato qui, passando per vie più difficili o in solitaria? Penso a quante vie ho desiderato di poter salire in questi anni su montagne famose. Qualche volta ho soddisfatto i miei desideri con successo, altre volte no, e tanti progetti a questo punto rimarranno solo un sogno irrealizzato. Eppure, la felicità, quella più semplice è genuina è sempre stata qui, a due passi da casa.

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