Le Alpi perdono neve a un ritmo sempre più evidente. Durante le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, dati scientifici e analisi economiche mostrano come il cambiamento climatico stia già mettendo in difficoltà sport invernali ed economie di montagna.
Le Alpi imbiancate, immagine simbolo dell’inverno e degli sport sulla neve, non sono più una certezza. Il cambiamento climatico non è una prospettiva futura, ma una realtà già in atto che incide direttamente sulla possibilità di praticare sport invernali e sulla sostenibilità economica di molte località di montagna. Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, attualmente in corso, si svolgono in un contesto climatico che rende sempre più evidente la fragilità del modello tradizionale dello sci alpino.
Due recenti analisi rilanciate da ANSA confermano una tendenza ormai consolidata: la disponibilità di neve naturale diminuisce, i costi di gestione aumentano e la dipendenza dall’innevamento artificiale cresce. Secondo uno studio del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, l’area alpina interessata dalle competizioni olimpiche è destinata, nei prossimi decenni, a registrare una riduzione significativa della copertura nevosa e dei giorni utili alla produzione di neve programmata, anche in scenari climatici intermedi.
Le conseguenze non sono solo ambientali, ma anche economiche. In territori fortemente legati allo sci alpino, come la provincia di Belluno, la riduzione dell’innevamento potrebbe tradursi in perdite economiche stimate fino a 9 milioni di euro tra il 2036 e il 2065, dopo una prima fase di criticità già visibile nei decenni precedenti. Numeri che mettono in discussione la sostenibilità a lungo termine di molte stazioni sciistiche.
Il fenomeno riguarda l’intero arco alpino. Un’altra ricerca internazionale citata da ANSA indica che, entro il 2050, il numero di località in grado di ospitare competizioni invernali di alto livello potrebbe ridursi drasticamente, passando dagli attuali circa 90 siti a poco più di 50, con ulteriori diminuzioni in assenza di politiche climatiche efficaci.
Per mantenere aperte le piste, molti comprensori fanno sempre più affidamento sull’innevamento artificiale, una soluzione che consente di garantire alcune stagioni sciistiche ma che comporta un consumo elevato di acqua ed energia. Una strategia che, oltre ad aumentare i costi di gestione, solleva interrogativi ambientali rilevanti, soprattutto in aree montane già esposte a stress idrico.
Il futuro degli sport invernali va oltre le competizioni olimpiche. Attorno alla neve ruota un indotto che comprende impianti di risalita, scuole sci, alberghi, rifugi e servizi locali. La riduzione della neve naturale significa stagioni più brevi, minori presenze turistiche e un’economia di montagna sempre più vulnerabile, con effetti diretti sulle comunità alpine.
Il contesto attuale rende evidente la necessità di una riflessione più ampia. Continuare a puntare esclusivamente sullo sci tradizionale, spostando gli impianti a quote sempre più elevate e aumentando l’uso di neve artificiale, oppure avviare un percorso di diversificazione del turismo alpino, investendo su destagionalizzazione e sostenibilità ambientale. I dati scientifici indicano che la riduzione della neve non è episodica, ma strutturale.
Ripensare il rapporto tra sport, montagna e clima non è più una scelta teorica. È una necessità concreta per garantire un futuro alle economie alpine e a un patrimonio sportivo e culturale che oggi, mentre le Olimpiadi sono in corso, mostra tutta la sua fragilità.

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