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29 febbraio 2016

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Il sentiero che non c’è

Oggi ho impostato i primi titoli del nuovo movie sull’Iceland, solo il corsivo iniziale, niente di più. Serata tranquilla tra amici, letteralmente strappato al caminetto per andare a fare un trofeo go kart, con manches e gran premio finale. Sorrisi, cibo, vita tranquilla per una sera tra care persone. A tre km dalla mia casa: a tre km dai boschi e le montagne a mio parere, a 50 km dalla città, secondo i ragazzi.

Su quattro ruote, tra bottiglie e focacce: eppure la mente è sempre là e non può essere altrimenti. Il mio braccio non risponde alle cure e così non posso scalare e il lavoro ci si mette d’impegno a impedirmi le altre discipline, mezzi per altri sogni di spirito e arte. Così son fermo; il mondo non smette di esistere, con le sue permutazioni, e al contempo i misteri inesplorati restano tali; i granelli volano via e il tempo per fruire di tutta la meraviglia che ho intorno, è sempre meno.

Il dolore che serpeggia nel mio braccio mi nega di strisciare via di soppiatto, durante quella notte che chiamiamo prima mattina. Sguscia, ondeggia e morde: denti invisibili e scosse elettriche mi ricordano a ogni movimento che un giorno ancora non potrò esser me stesso, libero, lassù.

A ogni crepuscolo esco, discendo la vallata, e volo con lo sguardo; non sono l’unico a danzare in se stesso. Lei è sempre lì; una delle mille driadi che mi ha sedotto, ma che non ho potuto corteggiare. Ad ogni pioggia risorge, salta, si tuffa nella mia fantasia, ballando tra gli alberi. Quando spunta il sole scompare, silente non dormiente. ridendo piano, ma non abbastanza perché io non la senta rimbombare nella mia mente. Mi abbandona come una padrona che mi possiede in punta di labbra, mi porta al limite e poi mi rifiuta, sapendo di avermi, sapendo che non andrò da alcuna parte.

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Ti va di ballare madama acqua ?…aspettami. Non tradirmi. Arriverò per discendere con te questa via che nessuno ha visto, tranne te, tranne me.

Ogni mattina mi ritrovo poi in un altro luogo, pervaso da follie senza alcun senso, che vengono accettate come normali in un gigantesco gruppo autoreferenziato chiamato società. Scompaiono, come fossero un elemento di corredo. Psicosi di massa rimbalzano di bocca in bocca, come se pazzia fosse una parola comunemente accettata per designare un uomo solo: pazzia quando essa è la parola di uno. Verità: un complesso sistema di soggettività che vengono considerate oggettive dai soggetti, anche quando esse sono illogiche e conseguono dolore e sofferenza in quegli stessi più.

Il dolore nel braccio morde, mi ricorda ciò che non posso ancora fare. Quella mancanza, quella tristeza conseguente, mi mette in contatto con la realtà, con quel mondo tutto intorno in cui il cemento non esiste. Un gigantesco ambiente che non ha bisogno di una cappotto grigio per esser funzionale.

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La meravigliosa realtà è tale, sempre, anche senza che un gruppo autoreferenziato senta il bisogno di cogitare per essere. Così penso a quel puntino luminoso, sfioro il mio braccio, e atterro. Pronto a guarire ancora una volta per diventare come l’acqua, un centimetro di corda alla volta.

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Christian Roccati
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