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21 agosto 2013

Senza categoria

Eugenio Ferreri: storia di un alpinista-scrittore, di un rifugio e di un progetto

“Un viaggio di mille miglia deve cominciare con un solo passo”
Lao Tzu

L’alpinista e lo scrittore

Tra i nomi che hanno rivestito un ruolo fondamentale nella storia alpinistica “torinese”, va sicuramente ricordato quello di Eugenio Ferreri.
Nato a Torino il 6 dicembre del 1892, Ferreri coltivò la passione per la montagna e l’alpinismo sin d’adolescente, fondando, nel 1908 e a soli 16 anni, il gruppo alpinistico studentesco S.A.R.I. (Società Alpina Ragazzi Italiani). L’associazione, grazie all’interessamento dell’avvocato Luigi Cibrario, divenne due anni dopo una sezione giovanile autonoma del Club Alpino Italiano. Fu mantenuta la sigla originale ma le iniziali divennero però quelle di un motto in latino: Sint Alpes Robur Juvenum. Il 24 luglio dello stesso anno fu inaugurato il rifugio SARI ai Laghi Verdi nel Vallone del Paschiet (Valle di Ala), che rimase operativo fino al 1935 per poi essere abbandonato.
Ferreri comprese fin da subito l’importanza di organizzare delle escursioni didattiche per insegnare i fondamenti dell’arrampicata e il movimento in alta montagna. Il gruppo si recò quindi spesso, negli anni successivi, alle tradizionali palestre di roccia delle Lunelle in Val di Lanzo e ai Picchi del Pagliaio in Val Sangone.
Un gigantesco masso situato poco a monte dell’abitato di Balme lungo il sentiero che sale a Bogone, divenne comoda “scuola di arrampicamento” e, ancor oggi, è località nota come “Rocca Sari”.
D’avanguardia è da considerarsi anche la creazione di una sezione femminile della SARI: la USSI (Ubisque Strenuis Sunt Itinera). Ma già si avvicinava quel triste periodo che voleva la pratica di ogni attività “fisica” inquadrata nello sport fascista, con la conseguente perdita di autonomia e d’identità di ogni associazione precedente. Anche la SARI fu dunque sciolta nel 1927 per confluire nei GUF (Gruppi Universitari Fascisti). L’attività alpinistica di Ferreri fu di prim’ordine e gli valse l’ammissione al Club Alpino Accademico Italiano. Tra le sue ascensioni più importanti va senza dubbio menzionata la prima assoluta lungo la parete nord dell’Uja di Ciamarella nel 1922, ascensione realizzata con Walter Levi che segnò una tappa fondamentale nell’evoluzione dell’alpinismo occidentale. I due superarono 420 metri di ripido ghiaccio aprendosi la strada alla vetta con una pericolosa traversata tra i seracchi, toccando pendenze allora proibitive. Con il trasferimento forzato del CAI a Roma, il neo-nominato presidente Avv. Angelo Manaresi lo volle al suo fianco per occuparsi della parte tecnico-organizzativa del sodalizio, incarico che espletò con dedizione negli anni difficili della guerra. Divenuto vice-segretario generale, fu redattore capo della Rivista del Club Alpino Italiano, sovraintendendo alle pubblicazioni “Da Rifugio a Rifugio” e alla Collana Guide del Cai. Tra le sue pubblicazioni degne di nota vi sono le pregevoli e accurate monografie “Itinerari Alpini”, dedicate alle Alpi nordoccidentali e, soprattutto, “Alpi Cozie Meridionali” per la Collana Guida ai Monti d’Italia (Cai – TCI). L’attività culturale di colto ricercatore e divulgatore gli valse pertanto la doverosa ammissione al GISM (Gruppo
Italiano Scrittori di Montagna). Al termine del conflitto Ferreri si trasferì a Milano per assumere la carica di Segretario Generale del Club Alpino Italiano. Nel settembre del 1946, convocato in Grignetta per un Consiglio di Presidenza, in una pausa dei lavori s’incamminò con alcuni consiglieri per uno dei più battuti sentieri della zona. Forse per una momentanea distrazione perse l’equilibrio, sfracellandosi in un burrone.

Il Rifugio

Fine '800, il Rifiugio della Gura gestito dalla guida Michele Ricchiardi

Nel 1950 la sezione del Club Alpino Italiano di Torino decise di ristrutturare il Rifugio della Gura situato nell’omonimo vallone, in Val Grande di Lanzo, intitolandolo alla memoria di Eugenio Ferreri. Questa sobria e robusta costruzione addossata a un affioramento roccioso, era stata fortemente voluta dall’avvocato Giuseppe Corrà, altro grande pioniere dell’alpinismo nelle Alpi Graie Meridionali. Dopo uno stanziamento di 7000 lire, il rifugio fu eretto nel 1887 con solida muratura di pietra ricavata da cava locale e con interno di legno di larice. Tavole e colonne scomponibili di legno per pareti e cuccette, vennero realizzate a Torino e trasportate con un veicolo a cavalli lungo la strada carrozzabile che dal 1878 raggiungeva il fondovalle presso Forno Alpi Graie. I costi del trasporto, onerosi per l’epoca, vennero sostenuti dal socio del C.A.I. Torino Giovanni Franco.
L’inaugurazione ufficiale avvenne il 7 agosto all’una pomeridiana, dopo che gli’intervenuti (una quarantina, fra cui Luigi Vaccarone) si erano rifocillati in un banchetto di fronte al rifugio, preparato e servito dall’albergatore Vittorio Girardi di Groscavallo. Il Rifugio della Gura, in seguito, perse progressivamente d’interesse soprattutto dopo la costruzione del non lontano Rifugio Paolo Daviso, nel 1928.
Proprio negli anni ’50 con l’avvenuta ristrutturazione, sembrava che le fortune della piccola e storica costruzione dovessero mutare; ma già 26 anni dopo, nel 1976, la collocazione del bivacco Michele Rivero sulla morena antistante al Glacier du Mulinet, per opera del CAAI, ne decretava la definitiva obsolescenza. Il nuovo bivacco, infatti, oltre all’indubbio comfort permetteva di risparmiare un buon tre quarti d’ora di cammino nell’avvicinamento al formidabile Gruppo Gura-Martellot.
Tuttavia una quasi inspiegabile malasorte avrebbe riservato un tragico epilogo al Bivacco Michele Rivero, che andava distrutto per ben tre volte: nell’inverno 1981-1982 e nel 1985-86 per il “soffio” delle valanghe, nel 2007 per il vento infilatosi probabilmente da una finestrella dimenticata aperta.

I resti del Bivacco Rivero distrutto nel 2007


Non sarebbe più stato ricostruito. Nel frattempo l’abbandono e le severe condizioni invernali avevano pesantemente fiaccato il vecchio Rifugio Ferreri. La fusione del nevato accumulatosi in decine di stagioni è percolata continuamente sotto il pavimento della struttura, provocandone il deterioramento. Anche le graziose cuccette di legno d’un tempo sono progressivamente diventate inservibili per l’incuria di materassi, cuscini e coperte.

Il progetto

Il Rifugio Ferreri prima dell'attuale sistemazione

Raggiunsi per la prima volta il Rifugio Ferreri nell’estate del 1978. All’epoca ero un tredicenne che muoveva i primi passi da escursionista in festose quanto rumorose comitive di gitanti, per lo più costituite da villeggianti amici di mio padre. Si può dire che fu “amore a prima vista” per quel piccolo fortino aggrappato al pendio, per quel luogo ameno sovrastato dalle soglie dell’antico ghiacciaio e per quelle guglie slanciate ed aggettanti. Certo, ignoravo che quelle montagne per me sarebbero in futuro diventate il teatro di molte salite e molte solitarie, e che il Ferreri sarebbe stato, talvolta, l’agognata meta nell’oscurità e sotto una fitta nevicata tornando da qualche scalata invernale. Le speranze di vedere una qualche sorta d’intervento di risanamento del piccolo rifugio svanivano nel corso degli anni, così come scomparivano i vari bivacchi collocati trecento metri più in alto sulla morena del Mulinet. Neppure la memoria del buon Michele Rivero godeva di maggiori fortune! A partire dagli anni ’90 iniziai un’incessante campagna stampa per porre l’attenzione sulla “questione del Rifugio della Gura”, con articoli sui giornali locali, lettere alla Sezione di Torino de CAI e iniziative di sensibilizzazione dell’opinione pubblica dell’area del ciriacese-Valli di Lanzo. Tutto però, senza particolare successo. La Sezione del Club Alpino di Venaria Reale cui all’epoca appartenevo e che dal 1962 gestiva il dirimpettaio Rifugio Paolo Daviso, non era del resto interessata a sobbarcarsi l’ulteriore impegno di una struttura fatiscente. Approfittando della mia posizione di “reggente” del Gruppo Alpinistico dei “Diavoli Rossi”, cercai allora di coinvolgerne i membri in azioni di pulizia sommaria della struttura e del sentiero d’accesso. Ad un certo punto pensammo anche di farcene carico direttamente, pensiero che sfumò quasi subito in quanto non potevamo certo prescindere dalle decisioni della Sezione. E neppure andò a buon fine il tentativo di presa in gestione del Ferreri da parte di un’attiva sottosezione della cintura torinese. Dopo l’ennesima distruzione del Bivacco Rivero nell’autunno del 2007, il Gruppo Gura – Martellot rimaneva di fatto orfano di un comodo punto di appoggio e i pochi alpinisti ormai diretti verso quello che è uno degli angoli più severi e selvaggi delle Alpi Graie Meridionali, avrebbero dovuto accontentarsi del più distante Rifugio Daviso.
Nel 2010, finalmente, gli amici Claudio Picco e Osvaldo Marengo rispettivamente presidenti dell’Accademico – Gruppo occidentale e del Cai Sezione di Torino, si sono affiancati a questa mia lunga battaglia. Si è pensato così di unire in uno sforzo comune tre sensibilità individuali che corrispondono però anche a tre soggetti “istituzionali”. Il Cai Torino è l’associazione proprietaria del Rifugio, mentre l’Accademico ne mostra particolare interesse in quanto storicamente legato a quelle montagne e alle sfortunate vicende del bivacco Rivero. La delegazione del Piemonte e della Valle d’Aosta del GISM, infine, ebbe non solo come socio il Ferreri ma fin dalla sua recente costituzione si è impegnata in prima linea in importanti “battaglie culturali alpine”.
L’affidamento formale della struttura al CAAI nel 2012, ha dato ufficialmente il via a quest’avventura e a rinvigorite speranze. Le difficoltà non mancano, certo, soprattutto perché reperire i fondi necessari per la copertura finanziaria della ristrutturazione è fatto tutt’altro che semplice. Ma si sa, quando s’inizia una nuova “scalata” ci si aspetta d’incontrare delle difficoltà. Anche la Sezione di venaria Reale del Cai, grazie all’interessamento dell’ex presidente in carica Franca Picatto, è scesa in “campo” per offrirci un indispensabile aiuto.

Ferreri - Rivero: primo passo di una rinascita

E siamo giunti a quest’agosto del 2013, con la struttura restituita alla fruibilità con un primo quanto efficace intervento di ripristino e giustamente cointitolata all’Accademico e magistrato Michele Rivero. Con una certa emozione, alcuni giorni fa, ne varcavo la soglia al termine di una giornata spesa a migliorare il sentiero d’accesso, ora percorribile e segnalato. Le nostre ombre, con l’ultimo sole, s’allungavano ormai sul sottostante pendio ricoperto di mirtilli e di rododendri, e le sottili nebbie calate ormai sul ghiacciaio del Martellot creavano suggestivi giochi di luce crepuscolare con le guglie soprastanti. Mi tornavano allora in mente le belle parole che Adolfo Balliano, già presidente e fondatore del GISM, aveva riservato al piccolo rifugio: “Nel selvaggio e deserto Vallone della Gura, quanta solitaria e pungente poesia nella piccola, umida e cadente Capanna della Gura! Poche coperte sfrangiate, qualche manata di paglia, una stufa inservibile, un finestrino che chiude male e non dà luce. Quel rifugio, se potessi, lo vorrei tutto mio per sempre. Per trovarlo occorre quasi picchiarvi dentro con la testa; il tempo gli ha fabbricato un aspetto dimesso e perfettamente consono alle rupi che paiono schiacciarlo. E quanto sognare ad occhi spalancati in quel palazzo del silenzio!”