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23 giugno 2010

Uncategorized · Christian Roccati · fidati dell'erba · penna

Fidati dell’Erba

Alcuni anni fa trascorsi un inverno a scalare con un simpatico ragazzo ligure, molto portato per le salite in montagna, che diventò un buon amico. Fu un bel periodo perché il giovane “Max” era già un veterano alpinista, molto esperto nonostante l’età. Molte pareti nelle Alpi Marittime, Cozie, Graie e Pennine, erano passate sotto la cuspide delle sue picche, sul duro ghiaccio in quota.

Le nostre “avventure” però non erano incominciate su lontani crinali ai confini del mondo, ma nelle montagne dietro casa, nei ritagli di tempo. Massimo mi aveva proposto una serie di vie di roccia e ghiaccio, che avevamo poi ripetuto piacevolmente, una dopo l’altra.

Di norma risalivamo le vallate levantine scegliendo una linea in uno tra i tanti piccoli rilievi circostanti. Dopo la scalata di turno facevamo tappa da Enzo. Si tratta di un locale nella frazione Gramizza, dove vi è il bivio da cui si decide per una tra le varie pareti della val d’Aveto. Quella sorta di ristoro era il punto di riferimento per gli alpinisti della vallata, sia d’inverno, sia d’estate. Giungevamo dalle piccole nord, con molti gradi sotto lo zero ed il gelo nelle ossa, e da Enzo trovavamo un sorriso sereno, un pasto lauto, buon vino a volontà, la stufa accesa ed un manipolo di alpinisti pronti a raccontare ognuno la sua storia, quella del giorno o quella della vita. Alle pareti vi erano le foto degli scalatori venuti dalle vallate o dei numi leggendari che lì han mangiato, come ad esempio un certo Bonatti… Era ed è un rifugio per cuori da freddo nord.

In una tra quelle merende, decidemmo per una salita non particolarmente impegnativa, che avremmo affrontato la settimana successiva sul monte Penna. La piccola montagna mi aveva già stregato nonostante i suoi appena 1735 metri, per via del clima e dell’ambiente che un tempo, prima dell’invasione turistica, si ritrovavano solo 3000 metri più in su…

La domenica seguente ci ritrovammo come da accordi per salire la via Gambalunga, un po’ più difficile della “semplice” parete nord, ma non particolarmente ostica. La neve era copiosa e farinosa nella parte bassa del canale, sul cono di deiezione, e scarsa e comunque non trasformata nella porzione superiore. Era a tutti gli effetti un ambiente delicato, ma possibile.

Ci volle molto per riuscire ad arrivare all’attacco e dovemmo usare le racchette. Sul pendio a 40° ci muovemmo veloci e senza zig-zag, per non rischiare di provocare delle mini slavine. Creammo una cengia pestando della neve ed io iniziai a salire la prima lunghezza di corda assicurato dal compagno, su meno di un cm di ghiaccio verglassato. Ci accorgemmo che le condizioni erano davvero precarie: dovevamo stare molto attenti. L’erba congelata, su cui piantare le becche delle piccozze, affiorava solo in rari tratti in cui il ghiaccio inconsistente mancava, senza lasciar trasparire le solite placche rocciose iper compatte e lisce.

Recuperai Massimo che dovette ripartire affrontando un muretto. Secondo la storica relazione che avevamo, in quel punto doveva esserci un pezzo a 60°, ma trovammo un salto di roccia da superare con i ramponi ai piedi. Continuammo a salire di tiro in tiro sino a raggiungere la metà della via. A quel punto cercammo di capire la situazione dato che la descrizione c’invitava ad affrontare un canale dov’era presente un “grosso albero incastrato” di cui non vi era traccia. Di fronte a noi si stagliavano tre canali definiti: uno con un masso incastrato, uno forse cieco, ed infine un altro con alcune pietre instabili. Massimo puntò al canale con il blocco, creando una sosta sullo stesso e recuperandomi. Io mi arrampicai in punta di picche sul masso, spuntando al di sopra e poi ridiscesi. Il passaggio non era particolarmente problematico ed al di sopra il canale continuava con una pendenza inferiore.

Discutemmo ed in breve raggiungemmo un accordo molto invitante. Scesi disarrampicando fino alla precedente sosta, ed uscii dall’argine del canale buttandomi in piena parete: il colpo d’occhio fu notevole e davvero suggestivo. Iniziai a risalire senza piazzare alcun chiodo in direzione di alcuni faggi, a ridosso di definite roccette, e poi feci sosta. Max mi raggiunse e studiammo dove passare e toccò quindi a lui ripartire per quello che sarebbe stato il tiro più bello della nuova variante che ci trovammo ad aprire. Superò diversi tratti eleganti di misto, ghiaccio e roccia, piazzando qualche chiodo fino a dove la parete perse pendenza. Lo raggiunsi in breve e poi continuammo di conserva sul semplice canale originale fino in cima.

Dopo la canonica stretta di mano ci slegammo e dopo esserci goduti lo spettacolo unico a 360° dalla vetta, scendemmo tagliando in orizzontale la parete nord, raggiungendo il colletto della Forcella, che divide il Penna dal monte Pennino e poi via per i boschi. Come le altre volte andammo da Enzo e ci demmo alla più canonica “pazza gioia”. Battezzammo la nuova via aperta: “Fidati dell’Erba”, riassumendo l’amore per queste montagne in una frase che probabilmente solo chi vi ha scalato potrebbe davvero capire.

La sera ripensai nuovamente al Penna, mentre mi facevo una doccia calda, e rividi nella mia mente la discesa tra le abetaie e le faggete, con recente nostalgia. Capii che le vette sono i colori e gli scalatori il suono di un’unica grande natura. D’inverno le montagne appaiono come una creatura silente nel ghiaccio. Gli alpinisti vagano per i boschi e risalgono le pareti riportando, con lo sbatacchiare dei loro chiodi, il tintinnio dei cristalli che alla natura addormentata nostalgicamente manca.

Christian Roccati
www.christian-roccati.com

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