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15 gennaio 2016

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FRANZ NICOLINI A MOUNTAIN BLOG: "Come è difficile parlare del terremoto in Nepal"

terremoto

Il 25 aprile 2015 un terremoto di magnitudo 7,8 sconvolse il Nepal provocando la morte di oltre 11.000 persone. A distanza di quasi un anno, abbiamo intervistato la guida alpina Franco “Franz” Nicolini che fu tra i primi a prestare soccorso.

Membro del Soccorso alpino del Trentino, speleologo della Scuola nazionale tecnici, Oskar Piazza era anche il vicedirettore della Scuola nazionale forre. La squadra con cui si trovava in Nepal stava esaminando alcune forre nell’area di Langtang. Assieme agli altri due alpinisti trentini Marco Pojer e Renzo Benedetti, e all’anestesista e istruttrice della scuola medici del Cnsas Gigliola Mancinelli, è fra le vittime che persero la vita a seguito del terremoto avvenuto in Nepal il 25 aprile 2015 (ne avevamo parlato qui).

A distanza di pochi giorni dal sisma, i due tecnici del soccorso alpino speleologico del Trentino Franz Nicolini e Massimiliano Zortea partirono alla volta del Nepal per prestare i primi soccorsi alle popolazioni colpite con il pilota del Nucleo Elicotteri della Provincia Autonoma di Trento Piergiorgio Rosati, il quale girò le immagini che potete vedere di seguito.

Oltre a prestare soccorso, Nicolini, Zortea e Rosati recuperarono il corpo di Oskar Piazza. Per onorarne la memoria, è stata fondata a Trento l’associazione Oskar for Langtang che si propone di raccogliere fondi in favore del Langtang per realizzare progetti che aiutino la ricostruzione di quest’area alla quale Oskar Piazza era molto legato.

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Oskar Piazza

A margine di un incontro organizzato dal Lions Club Tridentum con l’associazione, il nostro Andrea Bonetti ha intervistato Franco Nicolini. Guida alpina, scalatore, scialpinista e gestore di rifugi, Nicolini ha all’attivo più di 1.800 ascensioni su roccia e ghiaccio, tre salite veloci agli ottomila e la prima assoluta del grande concatenamento delle Dolomiti con ben 106 vette “dei Tremila” in 56 giorni (ne avevamo parlato qui).

Franco Nicolini

Franz, al di là di ciò che ci raccontano i numeri, come si può descrivere ciò che è successo in Nepal?

Una catastrofe. Un paese come il Nepal, purtroppo, non era organizzato di fronte ad un evento di tale portata.

In particolare, è stato colpito un popolo che vive in montagna…

Sì. Loro sono un popolo molto simile a quelli che vivono nelle Alpi. Geograficamente vivono nelle valli di montagna che, a differenza delle nostre, con una “semplice” frana possono essere tagliate fuori. Figuratevi di fronte a un terremoto del genere.

Cosa avete visto appena giunti per prestare i primi soccorsi?

Quello che abbiamo visto non si può nemmeno descrivere. Ancora oggi non trovo le parole per farlo nonostante io sia abituato a prestare soccorso da oltre vent’anni. Quello che ho visto lì, però, quando scendevamo dall’elicottero, era davvero difficile da digerire. Non solo perché ci fossero tantissimi cadaveri, ma anche perché erano i cadaveri di gente povera che già viveva in mezzo a tante difficoltà. Se poi penso agli avvoltoi che mangiavano i loro resti, era una scena straziante. Noi ci arrabbiavamo con loro ma, anche questa, è la natura.

Cosa hai pensato di fronte a quelle scene?

Mi sono reso conto di quanto siamo fragili. Ho perso un po’ la mia autostima capendo, più di altre volte, che noi siamo davvero poca cosa di fronte a tutto questo.

Eppure, il 25 aprile 2015, la prima notizia poneva l’attenzione sulla valanga che sfiorò il campo base dell’Everest…

Ecco, appunto. Noi siamo occidentali; pieni di soldi, vogliamo crearci l’avventura dove non c’è e dove, magari, non esiste più. La valanga al campo base era una nube di aria che ha provocato danni e vittime ma nulla, di fatto, in confronto a ciò che è successo in aree come il Langtang. Il fatto è che ormai il campo base è divenuto una sorta di raduno di alpinisti, molti dei quali tali solo in parte, che cercano un’avventura per la quale pagano 50.000 dollari.

Tu gli ottomila li conosci…

Io di ottomila ne ho fatti quattro; l’ultima cosa che farei, però, è andare ad infilarmi in un contesto come quello. Chi era al campo base, quel giorno, ha raccontato della valanga e della nube prodotta ma il vero dramma era altrove.

Si dice però che l’afflusso sull’Everest, vero e presunto alpinismo che sia, aiuti non poco l’economia del Nepal.

In effetti questa è l’altra faccia della medaglia. Le spedizioni, che in molti casi sarebbe meglio chiamare “viaggi di montagna”, aiutano sicuramente questo popolo. Sono convinto che un modo per far risorgere l’economia di queste aree martoriate sia di non avere paura e andare a visitarle, a prescindere dalle spedizione, perché il Nepal ne ha bisogno. Ti posso raccontare un aneddoto…

Dimmi tutto.

Io gestisco un rifugio nel Brenta (Tosa Pedrotti, ndr) e questa estate ho ricevuto la visita di un amico nepalese. Noi avevamo diversi problemi familiari durante la stagione estiva e questa persona, che aveva appena perso la madre e un figlio nel terremoto, ci ha mostrato una serenità tale da non finire mai di sorprendermi. Loro sono un popolo che vive in forte simbiosi con la natura, una cosa che noi abbiamo dimenticato. Gli ho promesso che, fintanto che vorrà, avrà qui un tetto e degli amici ad accoglierlo.

Nel 2015, complice anche il terremoto, nessuno ha raggiunto la vetta dell’Everest (ne abbiamo parlato qui). Non accadeva da quarant’anni. Può essere uno stimolo a ripensare la nostra “sete” di avventura in favore di un alpinismo più “etico”?

No. Ci sono delle nazioni emergenti come Korea, India, Cina e altre le quali, pur di portare un loro connazionale in cima all’Everest, sono disposte a tutto. Sono convinto che loro, in poco tempo, torneranno alla carica come prima. Per certi versi è un bene, ma bisogna stare molto attenti che non si crei un’altra situazione simile a quella del Tibet.

Infatti il terremoto ha prodotto danni non solo materiali al Nepal…

Certo. Un disastro del genere crea problemi non da poco anche in ambito politico mettendo in ginocchio una piccola nazione come quella, vicina a giganti che sono pronti ad accaparrarsi i territori di transito degli alpinismi per sfruttarne l’indotto, a partire dai permessi.

Ultima domanda. Oskar (Piazza) come lo ricordi?

Non mi rendo ancora conto che non ci sia più. Lo ricordo come un uomo saggio, silenzioso, profondamente legato al Nepal, al Langtang e alla sua gente.

Con l’associazione Oskar for Langtang state onorando al meglio la sua memoria.

Non esisterebbe lapide migliore di questa: aiutare la gente che lui amava tanto per far sì che queste persone si possano rialzare. Lui avrebbe fatto lo stesso.

Grazie.

A te.

 

Per sostenere l’associazione Oskar for Langtang potete visitare il sito (a questo link) ed effettuare donazioni, anche piccole, direttamente via PayPal (a questo link). Il saldo della raccolta fondi è aggiornato quotidianamente sul sito dell’associazione che ha appena presentato il primo progetto per la costruzione di una residenza antisismica in Syabrubesi (informazioni a questo link).

 

Andrea Bonetti – MountainBlog.it

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