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30 settembre 2013

Racconti · Manaslu · Manaslu Round · nepal · Trekking · viaggi

MANASLU ROUND: LA DANZA DELLA PIOGGIA (2^ parte). Le tappe

Continua (e si chiude) il viaggio attorno al più bell’Ottomila della Terra. Si ritiene cosa utile proporre questa “tabella di marcia” che vuole essere solo indicativa e come prima conoscenza dei luoghi da visitare. Ognuno può allungare o accorciare il percorso a piacimento, in base al tempo disponibile, alle doti psico-fisiche, all’allenamento, alle possibilità economiche, eccetera.

Posso solo garantire che si tratta di una “uscita” veramente fra le migliori e fra le più complete. Fra l’altro senza l’affollamento “indecoroso” che si riscontra in altri trekking. In tutto il giro non ho incontrato nessuno, dicasi nessuno! Una cosa unica e rara, ma reale! Se un trekker preferisce la folla e la coda sui sentieri, questo non è un round per lui. Vada al campo base dell’Everest o al santuario dell’Annapurna…

1) Kathmandu-Gorkha a quota 1500 m, in piccolo bus; ore 4.

2) Gorkha-Khachocwk 1000 m, prima tappa a piedi, ore 6.
La tenda viene poste in un campetto sopra il paese a lato di una statuetta religiosa raffigurante una dea seduta sopra un’oca. Ha quattro mani, due delle quali suonano uno strumento simile a una chitarra. Ci sveglia all’alba un gallo sciagurato. Sarà una tappa tranquilla, a saliscendi fra i boschi, in leggera discesa. Il campo viene posto nei pressi di Khanchocwk con l’immancabile visita di una moltitudine di ragazzini.



3) Khachocwk-Arughat Bazar 500 m, ore 6.

Attraverso numerose risaie, boschi lussureggianti, prati e coltivi, si scende alquanto su terreno scivoloso fino in riva ad un ruscello sulle cui rive ci sono poche case. Nel pomeriggio si raggiunge Arughat (vi arriva una strada da sud) che giace sonnolenta fra risaie e campi di miglio. La quota è la più bassa dell’intero giro del Manaslu. Piove a dirotto.

4) Arughat Bazaar-Liding 800 m, ore 6,30.
Da qui si entra nella valle del Buri Gandaki seguendo un buon sentiero che si inoltra fra risaie, pianori coltivati e rare case di contadini. Si passano alcuni ponti sul Buri (uno è stato donato dall’ex Unione Sovietica e c’è ancora la targa con la falce e martello). Al di là della valle si vedono alcune belle cascate, una è alta una sessantina di metri. A Liding dormiamo all’asciutto nella squallida soffitta di una casupola.

5) Liding-Maccha Khola 900 m, ore 6.
Il tragitto a saliscendi è caratterizzato da un sentiero assai ardito che passa per aeree cenge alte sul fiume. A Machhi Khola, bel paesino pulito, sorprendono le viuzze e la piazzetta lastricate a regola d’arte. È opera delle sole donne del villaggio, abitato da gente educata e sorridente. Possibilità di dormire in una stanzetta molto alla buona, cullati dal sonnacchioso rumore della pioggia.

6) Machha Khola-Jagat 1410 m, ore 8.
Un comodo sentiero porta a Tatopani (= acqua calda) dove da una parete rocciosa sgorga acqua a trenta gradi. Attorno è tutto un po’ squallido, c’è solo una casa malandata e una fontana sporca dove la gente vi entra per lavare i panni. Da qui si inizia a salire per cinque ore, tutte d’un fiato e, tanto per cambiare, piove. Un buon sentiero lastricato, bellissimo soprattutto nell’ultimo tratto, immette a Jagat, 1410 metri. Qui ha inizio il Parco Nazionale del Manaslu.
È possibile trovare una stanza (di incredibile squallore), ma sempre meglio che in tenda, visto che piove a catinelle.

7) Jagat-Deng 1920 m, ore 8,30.
Si percorrono leggeri saliscendi lungo il corso del fiume fino a salire a Philim che è un bel paesino con fontana e grande costruzione in pietra fatta a regola d’arte. È un college donato dal Giappone (probabilmente per farsi perdonare l’assalto del 1953 al Manaslu che la gente del luogo non voleva perché profanava la dimora degli dei. Ad avvalorare quelle credenze cadde una immensa valanga che uccise diciotto persone, quasi tutte monache del locale monastero buddista. Secondo i valligiani ciò era dovuto al fatto che la montagna era stata violata e gli dei si erano vendicati). Lungo il percorso, in un luogo dove a stento si sta in piedi, sorge una baracchetta sospesa nel vuoto. Dentro c’è un omino che vende bibite e sigarette. Sull’altra parte della valle si scorgono ampi e ripidi pascoli e rare case.

Alto, sempre sulla sponda opposta, c’è il villaggio di Ngyak dell’etnia gurung, un nido d’aquila in solitudine totale. A Deng la sosta-tappa è buona ed è possibile dormire all’asciutto in una stanzetta sporca e poverissima. Questa tappa è lunga e abbastanza impegnativa con l’attraversamento di cinque ponti. La regione è abitata da etnia tibetana.

8) Deng-Namrung 2660 m, ore 8,30.
Fino a Ghap, 2156 m, il percorso è bello e vario e si snoda su cenge impressionanti, altissime sulla forra selvaggia del fiume. Dopo circa cinque ore di ambiente straordinario si entra nella foresta umida, le salite diventano faticose per il fango e… la pioggia. È il regno delle scimmie. Dopo la discesa attraverso un bosco di bambù si passa un archivolto a 2660 m di quota e si entra a Namrung, villaggio di graziose casette di pietra; una è per gli agenti di frontiera. In questa tappa si passano sette ponti sopra forre impressionanti.

9) Namrung-Lho 3180 m, ore 4,30.
Da qui si entra nella regione del Nupri i cui abitanti hanno discendenze tibetane. Passato un muro mani (pietre con incise delle preghiere) si lasciano le case di Barcham e si attraversa un bosco di pini, rododendri giganteschi, e querce. Un arco di pietra introduce a Li, 2900 metri, dove c’è un gompa (monastero tibetano) e un altro si vede sopra il villaggio. Le case di pietra sono un tipico esempio di architettura locale, specie di condomini con 5-6 “appartamentini”, tetto e cortile in comune. Contrariamente ad altre regioni montane del Nepal, i tetti sono coperti da grosse assi di legno e non da lastre di pietra. Si passa un kaani (arco a cavallo di un sentiero con l’interno dipinto), si compie un largo giro, si traversa lo Hinan Khola su un ponte e si sale a un altro kaani. Ecco infine le case di Sho addossate una all’altra. Raggiunta una grande ruota delle preghiere finemente decorata, si passa un archivolto e si entra a Lho dove si trova un gompa, mentre un chorten tibetano (piccolo edificio buddista in pietra, spesso contenente delle reliquie) e un grande muro mani segnano i confini occidentali del villaggio. È una tappa molto varia e bellissima.

La guida dice che da questo posto il panorama sul Manaslu è formidabile… quando non è coperto. Oltre la piana è in costruzione un grande “seminario” per l’istruzione dei monaci buddisti, una vera e propria “caserma”, con il Manaslu che fa da vedetta. Un posto incantevole per meditare e pregare.

10) Lho- Samagaon 3530 m, ore 3,30.
Aveva ragione la guida. All’alba del giorno seguente appare uno spettacolo davvero unico: il Manaslu appare altissimo, nel colore rosato dell’alba. La sua vetta è 5000 metri più alta di noi. Un colosso che, dal punto di vista estetico, ritengo essere il più bello dell’Himalaya. Due punte ben distinte lo caratterizzano e fra esse c’è un canalone che precipita immane per 3000 metri fino al ghiacciaio della base. E poi l’Himal Chuli (7893 m, 18ᵃ montagna più alta della Terra) e lo Ngadi Chuli, 7871 metri. Si deve traversare una distesa di larici, abeti e latifoglie e poi una piana immensa (con chorten al centro) sopra la quale sorge Samagaon, grosso villaggio tibetano con i cortili confinanti con il sentiero.

Un torrentello corre in mezzo al villaggio fangoso, le viuzze sono coperte di sassi sdrucciolevoli. Oltre il villaggio c’è uno spiazzo per le tende. Sull’altura a sud di Samagaon sorge il monastero di Pung-gyen Gompa, situato di fronte al Manaslu. È quello distrutto nel 1953 da una grande valanga dopo la prima ricognizione giapponese (e poi ricostruito). L’anno successivo la popolazione, insorta, impedì ai giapponesi di ritentare il Manaslu. Li lasciarono passare solo nel 1956. Fermarsi qui per un giorno di riposo e di acclimatazione dovrebbe essere piacevole.

11) Sanmagaon-Samdo 3860 m, ore 3.
Si scende leggermente fino al Buri Gandaki che si traversa in vista di qualche mulino ad acqua. A sinistra si stacca il sentiero per il campo base del Manaslu. Diversi muri mani si snodano sul sentiero mentre in lontananza si scorge un kani bianco in cima a un colle dove c’è Samdo, villaggio tibetano assai malandato, essenziale, a poche ore dal confine tibetano (Lajtyang La, 5098 m) e a un giorno di cammino dal primo villaggio oltre il confine. Samdo è quello che abbiamo chiamato il villaggio “dei vermi”, cioè dello Yartsa Gunbu, conosciuto come il “Viagra himalayano”, cioè la larva della falena fantasma o Cordyceps (Ophiocordyceps sinensis). Questa si nutre di un fungo velenoso che la fa morire e diventare un afrodisiaco; in oriente è ricercatissima e costosissima (ne abbiamo parlato ampiamente nella puntata precedente).

12) Samdo-Larkya Rest (baracca fatiscente) 4500 m, ore 3.
La valle si fa larga; si segue il fianco sinistro orografico per buon sentiero sulla costa assai brulla. L’ambiente è bello; per un attimo appare alle spalle, proprio sopra Samdo, un 7000 splendente al sole. Sotto appare il ghiacciaio Larkya che scende dal Manaslu e dalla cui bocca nasce il Buri. Una rustica tabella indica un sentiero che traversa a destra, lungo il quale in 2 ore si è in Tibet. Attraverso il quale giungevano anche gli sherpa di Namche Bazar per commerciare con la regione del Nupri. Il panorama da questo balcone naturale è sublime. Dopo alcuni saliscendi si giunge infine su un’ampia e squallida distesa di magro pascolo di yak. Al centro c’è una misera baracca di pietra; il Larkya Rest, a quota 4500 m circa. L’edificio è in pietra, unico in tutta la zona e provvidenziale per i portatori, solido, con il tetto di lastre pesantissime. Non c’è acqua. Dispone di tre stanzette; una serve per la cucina, la centrale è riservata ai trekkers (di stomaco buono causa fumo e altro), l’altra, un po’ più grande, è dormitorio per i portatori. Lo squallore è sovrano. L’interno è sporco, semibuio, freddo, umido, pieno di spifferi.


13) Larkya Rest-Larkya La 5213 m-Bimtang 3720 m, ore 8,30

Si sale la cresta e si prosegue per una tranquilla morena. Valicato un colle, si scende brevemente fino a un laghetto dal quale si risale in cima alla morena a quota 4700 metri. Ora il sentiero si fa accidentato e indistinto. Il tragitto è segnato da paletti di ferro (non facili da vedersi nella nebbia). Comunque si resta sempre sulla morena fin quando, improvvisamente, appare il passo con le bandierine delle preghiere che si muovono al vento. Scesi un po’ fino ad alcuni laghetti glaciali, si risale la ripida costa sassosa e si giunge sul Larkya La (La = passo) a 5213 metri. Si scorgono l’Himlung Himal 7126 m, il Cheo Himal 6820 m, il Gyaji Kung, il Kang Guru 6981 m e l’Annapurna II 7937 m, sul lato opposto della valle.

Bimtang è a 1500 metri più in basso ed è la meta. La discesa è abbastanza massacrante, lunga, inizialmente su una frana accidentata, pericolosa, ripidissima, che termina a quota 4450 m, a fianco di un enorme ghiacciaio. Seguendo la morena laterale sinistra di questo si scende a lungo fino ad una bellissima piana di pascolo con alcune casette; è Bimtang, luogo delizioso, circondato da altissime vette, nel passato importante luogo di commercio.

14- Bimtang-Dharapani 1920 m, ore 8,30.
Tappa lunghissima, un po’ faticosa per i 1800 m di dislivello. Si scende fino a un ponte di legno su un torrente glaciale poi si sale su una collina morenica; quindi giù nel bosco di pini e rododendri fino a un posto chiamato Hompuk a 3430 metri. Zigzagando si segue il fiume stando nel fitto bosco fino ai campi recintati di Karche, 2700 metri. A 2560 m si incontra il minuscolo abitato di Gho che ha una “casa da tè”. Da qui il percorso si fa dolce, attraversa campi coltivati e incontra qualche casa isolata ai margini del bosco di querce e rododendri. Entrando a Tiljie, 2300 m, si incontra una scuola, poi si percorrono le viuzze lastricate di questo grosso villaggio gurung e si esce sotto un arco di pietra. A Thonje c’è un hotel (locale un po’ meno stamberga delle altre) e la via principale è bella e lastricata. Dopo l’hotel si svolta a sinistra, si supera una scuola e si percorre il lungo ponte sospeso che traversa il Marsyangdi e porta a Dharapani alta, a 1920 m, dove c’è il buon lodge Kangaroo con doccia (l’unica del lungo giro, con acqua calda che esce da un bidone scaldato a legna al costo di 50 rupie a testa).

15-Dharapani-Syange 1300 m, ore 9.
Altra tappa lunghissima, piuttosto faticosa per i notevoli saliscendi lungo il canyon del fiume Marsyangdi. Su questi larghi e comodi sentieri il trasporto viene fatto non a spalle, ma a dorso di mulo. Si incontrano parecchie carovane, alcune veramente grosse, che possono procurare qualche difficoltà di “precedenza”. La sosta per il pranzo a Chamje è gradevole. Syange è un ottimo posto tappa dove si può dormire in cameretta decorosa.

16-Syange-Bhulbhule 830 m, ore 6.
La tappa è faticosa per il caldo, con molti saliscendi, alcuni dei quali, come quello di Bahudanda, veramente ripido. Bahudanda è un paese delizioso e lindo, ha una fontana nella piazzetta al centro, un grosso albero frondoso e alcuni negozietti. Dopo una ripida discesa si passano alcune cenge da vertigine dove il gioco dello scansa/muli per non essere gettati nel burrone diventa pericolosa danza. Più avanti stanno proteggendo questi passaggi con dei parapetti. A Bhulbhule, bel villaggio nella bassa valle del fiume Marsyangdi, si trova un buon locale con doccia e lavandino esterno, un vero lusso. C’è persino un giardino, una sala da pranzo con veranda, qualche cliente e una moto parcheggiata nel cortile. Qui, purtroppo, arriva la strada.


17- Bhulbhule-Besi Sahar 820 m, ore 3.

È l’ultimo giorno nel cuore del Manaslu. Bhulbhule è ormai collegata a sud con Besi Sahar tramite una strada sterrata che, mano mano che si scende, è sempre migliore. La si percorre tranquillamente, ma con il caldo che si fa sentire. Oltre un torrente, si sale ripidamente a Besi Sahar, notevole cittadina piena di attività e di traffico dato dalla strada asfaltata che giunge da Dumre, sulla statale Kathmandu-Pokhara. Se si passa di qui a fine maggio si può assistere a una festa caratteristica, che dura tre giorni, con danze buddiste e altre manifestazioni molto interessanti. Purtroppo tutto si ferma in questi tre giorni e c’è il rischio di attendere che tutto finisca prima di prendere un mezzo. Chi scrive è stato bloccato il terzo giorno. In un precedente viaggio a Besi Sahar avevo fatto gli ultimi 1000 metri a piedi (da dove finiva la strada) e dormito in un localino che ora è una banca. Tutto sta cambiando in Nepal; velocemente e irrimediabilmente.

18-Besi Sahar-Kathmandu, in auto, ore 4 circa.
Viaggio di ritorno piacevole e panoramico con piccolo bus. A Dumre si entra nella grande strada che proviene da Pokhara e senza problemi si giunge alla capitale Kathmandu.

Italo Zandonella Callegher

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