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30 ottobre 2015

Alpinismo e Spedizioni · in evidenza · action · Everest · Alpinismo e Spedizioni · Vertical

MORTI SULL'EVEREST: da George Mallory a "Green Boots", la Spoon River di ghiaccio a ottomila metri

Mallory, Sharp, Arsentiev, “Green Boots”: storie di alpinismo, esplorazione e morte nella “Death Zone” della montagna più alta del mondo.

Perché è lì“. Così rispondeva George Mallory a chi gli chiedeva conto sul perché fosse così determinato a voler scalare l’Everest. Per decenni, anche dopo la conquista della vetta operata da Edmund Hillary e Tenzing Norgay nel 1953, centinaia di alpinisti si sono misurati con la “Dea del Cielo“, il nome in lingua tibetana della montagna più alta del mondo con i suoi 8.848 metri di altezza.

Ad oggi, si stima che oltre 5.600 persone abbiano raggiunto la vetta nel corso degli anni. Più di 250 fra alpinisti e sherpa, dal 1922 ai giorni nostri, hanno invece perso la vita sull’Everest fra cadute, assideramento, incidenti e catastrofi naturali come il terremoto avvenuto lo scorso aprile (ne avevamo parlato qui). Secondo una stima presentata da The Economist nel 2013 (qui il link), il tasso di mortalità sull’Everest è del 3,9% contro il 26,5% del K2 e il 32% dell’Annapurna I. Prima del 1990, però, il dato riguardante l’Everest segnava un 37% salvo poi scendere a 4,4% nel periodo 1990-2003. Negli ultimi anni, quindi, il numero di persone morte nel tentativo di scalare l’Everest (o di fare ritorno) è crollato drasticamente.

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Indipendentemente dal calo del tasso di mortalità, quindi, sono oltre 250 le persone che hanno perso la vita sulla montagna più alta del mondo. Ad 8.000 metri di altezza circa, inizia quella che viene definita “Death Zone” (la zona della morte), dove la rarefazione dell’ossigeno inizia a rappresentare un problema serio per gli scalatori provocando l’ipossia. Una volta raggiunta la Death Zone, gli alpinisti hanno circa 2/3 giorni per tentare l’assalto alla vetta prima di dover fare necessariamente ritorno al campo base. Nel film Everest, del quale abbiamo parlato (qui) ampiamente (e qui), viene messa in bocca a Rob Hall la frase: “il corpo umano non è fatto per funzionare alla quota di crociera di un Boeing 747“. Effettivamente, nei resoconti degli alpinisti che hanno conquistato la vetta, su tutti Reinhold Messner che per primo compì un’ascensione solitaria senza ossigeno nel 1980, si hanno diversi dettagli sulle difficoltà alle quali il fisico viene sottoposto a queste altitudini.

Come scrisse Jon Krakauer nel suo resoconto sulla tragica spedizione del 1996 (ne abbiamo parlato qui):

Una volta lasciate alle nostre spalle le comodità del campo base, la spedizione divenne in effetti un’impresa quasi calvinista. Il rapporto fra sofferenza e piacere era superiore in ordine di grandezza a quello di qualsiasi altra montagna che avessi mai scalato; arrivai ben presto a capire che scalare l’Everest era innanzi tutto una questione di resistenza al dolore. E mentre ci assoggettavamo una settimana dopo l’altra a fatiche, tedio e sofferenza, mi colpì l’idea che probabilmente la maggior parte di noi inseguiva soprattutto qualcosa di simile a uno stato di grazia. (Jon Krakauer, Aria Sottile, Corbaccio, 1998).

E’ questa, principalmente, la ragione per la quale più di 200 corpi giacciono “sepolti” ad 8.000 metri o a quote ancora superiori. Le condizioni alle quali è sottoposto il fisico, i fenomeni atmosferici e le oggettive difficoltà di trasporto rendono quasi impossibile recuperare agevolmente questi cadaveri. Alcuni di questi, però, sono divenuti famosi per ragioni differenti. Utilizzati ora come punto di riferimento, ora come “memento“, o semplicemente testimonianze di grandi imprese dal tragico epilogo, questi cadaveri sembrano evocare una “Spoon River” ad 8.000 metri che parla a tutti quegli alpinisti, avventurieri o semplici sognatori per i quali il richiamo dell’Everest è un richiamo che non si affievolisce.

Conosciamo alcuni di questi “cadaveri di ghiaccio” e, soprattutto, le loro storie.

 

George Mallory

Uno dei più grandi alpinisti britannici di tutti i tempi, George Herbert Leigh Mallory fece parte di tre spedizioni negli anni ’20 che tentarono la conquista dell’Everest. Durante una di queste, l’8 giugno 1924, morì assieme al compagno di scalata Andrew Irvine circa 250 metri sotto la vetta. Nel 1999, una spedizione sostenuta dalla BBC portò al ritrovamento del corpo, in ottimo stato di conservazione, per opera di Conrad Anker. Ancora oggi esistono dubbi sul fatto che Mallory e Irvine non abbiano raggiunto la vetta (a tal proposito il documentario The Wildest Dream); l’ipotesi più accreditata, però, rimane quella secondo la quale i due inglesi perirono prima di riuscirci (Reinhold Messner su questo caso). Di seguito un video sul ritrovamento del corpo di Mallory nel 1999.

 

Green Boots

Morto nel 1996 e facente parte di una spedizione indiana, “Green Boots” è forse il cadavere più celebre fra quelli della Death Zone. L’ipotesi più accreditata è che il cadavere sia quello di Tsewang Paljor, che morì a 28 anni durante questa tragica spedizione (qui un articolo della BBC su Paljor). Sebbene Paljor fosse l’alpinista che indossava solitamente gli scarponi verdi per i quali il cadavere è divenuto famoso come punto di riferimento per gli altri alpinisti che tentano la scalata, un’altra ipotesi afferma che il corpo sia invece di Dorje Morup (qui l’articolo a riguardo). Nel 2014, ad ogni modo, il cadavere è stato rimosso e probabilmente sepolto (qui la notizia).

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David Sharp

David Sharp è stato un alpinista inglese che morì il 15 maggio 2006 all’età di 34 anni durante un tentativo di scalata all’Everest. Il suo caso è ancora oggi dibattuto in quanto Sharp morì a due passi da “Green Boots”, cercando riparo nella stessa area dove morì lo scalatore indiano. Scambiato dai compagni di scalata proprio per “Green Boots”, Sharp non venne soccorso e trovò la morte per assideramento (qui un’indagine sulla morte di Sharp). Sharp venne ritrovato seduto e, fino al 2008, rimase nella grotta dove trovò la morte. Di seguito il video “Dying for Everest” che parla del ritrovamento del corpo di Sharp.

 

Sergei and Francys Arsentiev

Francys Arsentiev è stata la prima donna americana a raggiungere la vetta dell’Everest senza l’ausilio dell’ossigeno. Nata nel 1958, Francys Distefano sposò l’alpinista russo Sergei Arsentiev nel 1992. Lui russo, lei americana, i due alpinisti venivano chiamati i “Romeo e Giulietta della Guerra Fredda“. Nel maggio del 1998, Sergei e Francys raggiunsero la vetta dell’Everest ma, in fase di rientro, la donna rimase accasciata a 8.600 metri in preda al mal di montagna. Diversi alpinisti le passarono accanto ma solo il marito, rientrato per chiamare aiuto, mise in atto un disperato tentativo di salvarla dopo 5 giorni trascorsi nella “Death Zone”. L’atto eroico di Sergei, purtroppo, costò la vita anche all’alpinista russo e i “Romeo e Giulietta della Guerra Fredda” rimasero per sempre sull’Everest (qui un bel post su Sergei e Francys).

Il corpo di Francys Arsentiev coperto dalla bandiera americana

Il corpo di Francys Arsentiev coperto dalla bandiera americana

 

Gli altri

Oltre a Mallory, Sharp, Arsentiev e “Green Boots”, sono tanti i corpi degli alpinisti che hanno trovato la morte nella Death Zone. Questo video offre una carrellata su alcuni di questi testimoni del sogno, tragicamente infranto, di conquistare la vetta della montagna più alta del mondo e di fare ritorno. Una sorta di Spoon River di ghiaccio ad 8.000 metri nella quale si intrecciano destini, storie personali, ambizioni e il mai sopito desiderio di spingersi al limite o addirittura oltre. Un destino tragico compiuto sull’Everest “perché è lì“, parafrasando Mallory, che si sono incontrati e hanno condiviso una tomba di ghiaccio dalla quale, come il loro ricordo, sbocciano i germogli del desiderio di continuare ad esplorare la Montagna; o meglio, come direbbero i tibetani, “la Dea del Cielo“.

 

Andrea Bonetti – MountainBlog.it

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