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30 giugno 2006

Alpinismo e Spedizioni · Climbing · Interviste · Alpinismo e Spedizioni · Climbing · Vertical

QUANDO L’ALPINISMO NASCE SU UN VECCHIO OLMO DELL’ISTRIA Intervista a Bianca Di Beaco

L'Antelao - fonte: Wikipedia FrLo scorso 18 giugno, in occasione del Convegno GISM a Cimolais (PN), Bianca Di Beaco ha ricevuto il Premio d’alpinismo De Simoni indetto dal GISM per il 2006. L’intervista che segue è nata in quell’occasione, e ci permette di scoprire qualcosa di più sulla visione della vita e dell’alpinismo di questa alpinista triestina, tra le più forti in Dolomia negli anni ’50 ma attiva fino agli anni ’80, probabilmente la prima donna a superare il VI grado da capocordata in Dolomiti, ma anche protagonista di spedizioni alpinistiche in GreciaTurchia, Iran, Pakistan, nonchè autrice di molti articoli per "Il Piccolo", quotidiano di Trieste, e per molte riviste di montagna.

D: Bianca, è stato – tra noi – il "tormentone" di questo Convengno: "io non sono un’alpinista", hai continuato a dirmi in questi due giorni ogni volta che ti proponevo di fare questa intervista; allora: Bianca è un’alpinista sì o no? o forse questa "negazione" allude a un tuo modo molto personale di concepire la montagna e l’andare in montagna?
R: Senzaltro è così. Certamente alpinista è "colui che sale le Alpi", e poi in senso lato "colui che sale le montagne"; però in genere si dice alpinista uno che fa attività alpinistica, salite, che fa parte certamente di una sezione CAI, di un gruppo, e così via. Dal canto mio, nell’essere e nel fare le cose, nell’interpretarle e concepirle, io salto un po’ quà e un po’ là, in un disordine che è solo apparente, perchè in realtà ho le idee chiare: alpinista quindi sì, ma nel senso che vado a farmi abbracciare dai monti, vado ad abbracciare gli alberi, vado per i prati… E’ un alpinismo "strano": quando mi domandano "che attività hai fatto?", io in genere non lo so; o meglio lo so per ricordi, sensazioni, emozioni, più che per le salite fatte, tanto è vero che queste non le ho mai segnate, non ho mai segnato ad esempio sul libro di sezione l’attività fatta durante la stagione: non ho mai avuto questo spirito dell’"attività", tanto meno della ricerca dei primati…

D: E questo "alpinismo" – chiamiamolo così e poi pian piano lo definiremo insieme sempre meglio – è cominciato per te all’età di undici anni
R: In realtà come ti dicevo io ho cominciato ad arrampicare sugli alberi, all’età di 4-5 anni, nella campagna istriana da cui erano originari i miei genitori e dove facevamo le vacanze: non mi arrampicavo spinta da una "tendenza" verso l’alto, ma piuttosto per trovare un mondo che fosse al di fuori di quella brutalità della cultura contadina, nei confronti degi animali "indifesi", che fin da bambina mi colpiva molto; mi colpiva la sofferenza degli animali bastonati, o utilizzati per il lavoro dell’uomo, e quindi mi rifugiavo sugli alberi: se volevo nascondermi andavo nella stalla a fare compagnia alle mucche, stavo nel cortile con i polli, oppure scappavo in alto sugli alberi… ecco, il mio "alpinismo" è nato su un vecchio olmo dell’Istria.

D: Finchè ad undici anni…
R: Sì, ero piccola, e avevo sentito di amici che "andavano in montagna": "ma allora" – mi dicevo – "esiste una montagna che non è la Val Rosandra"; allora eravamo poverissimi, la montagna la conoscevo solo dai racconti degli amici e da quelle cartoline color seppia. Un giorno i miei genitori mi chiesero cosa volessi come regalo perchè ero andata bene a scuola, e io dissi "vado in montagna, voglio vedere la montagna vera"; così presi il pullman per Auronzo, con sulle spalle il sacco confezionato dai miei genitori, e in tasca un biglietto in cui si diceva che questa ragazzina aveva il pemesso di girare da sola… Per quel periodo mia madre e mio padre erano persone eccezionali, mia madre in particolare, che pur provenendo da una cultura contadina aveva questa sensibilità nello spingermi non tanto verso conquiste materiali, ma verso una conquista di me stessa. Mi ospitò una signora, e così potei fare le mie prime escursioni in Dolomiti

DA sedici anni, d’inverno, sei salita da sola sull’Antelao, e poi – un po’ alla volta – è cominciata un’attività sempre più seria…
R: Ma io ho sempre avuto una grande "serietà"! Beh, comunque pian pianino ho incontrato degli amici, e loro sì che arrampicavano sul serio, facevano attività, ed erano contenti di arrampicare con me. Non erano per niente maschilisti, i miei compagni di cordata, ma loro volevano i primati, e loro sì che segnavano tutto: "questa è una prima femminile", e "questa è una prima assoluta femminile" e così via!

D: Erano tutti uomini, immagino, perchè in quegli anni (’50) non erano molte le donne alpiniste… 
R: Sì c’erano – mia sorella era molto forte, ad esempio – ma non certo come oggi. Invece ho avuto dei compagni uomini stupendi, fra cui il primo il mio maestro Spiro Dalla Porta Xydias, e poi il mio compagno Walter Mejak: lui ad esempio si studiava le guide e diceva "guarda, questa è proprio una prima assoluta femminile"… Poi ho cominciato ad andare sul sesto grado da capocodata: dicono che io sia stata la prima donna in Italia, ma tutto questo lo lascio dire agli altri, perchè di questo non so nulla!

D: Rispetto ai compagni di cordata uomini, che cosa ti distingueva? c’era un modo di "essere donna" nel fare alpinismo?
R: Sì, innanzitutto devo dire la verità, io ero molto forte, moralmente, di nervi, e anche fisicamente, e questo mi serviva perchè avevo una vita più difficile, più dura, con più ostacoli e lotte da superare rispetto a certi colleghi maschi, e in queste condizioni o ti tempravi o ti "rullavano"! Tutto questo mi serviva da stimolo. Poi c’è da dire che anche se ognuno ha una sua personale sensibilità – ho avuto compagni di cordata uomini molto sensibili – in genere la sensibilità femminile – anche per un fatto antico di sofferenza – è più profonda, ha una grande interiorità: quando soffri ti costruisci da dentro, altrimenti è difficile sopravvivere.

R: La donna forse nell’alpinismo cerca meno l’impresa, rispetto all’uomo?
D: Nel mio caso io non ho mai amato l’impresa, in senso assoluto: io facevo anche atletica, gli 800 metri, in cui ho vinto un campionato universitario italiano, ho fatto sci da fondo vincendo anche lì molte gare a livello nazionale, ma tutto questo lo facevo non per gareggiare – perché sono sempre stata lontana dalla competizione – bensì piuttosto perché, essendo povera, o facevo così e andavo in giro a vedere un po’ l’Italia, oppure niente, in quanto non avevo la possibilità di andarci per conto mio!
Invece in montagna ci sono andata per libera scelta, senza nemmeno queste motivazioni e non certo per fare imprese: poi, ripeto, erano gli altri che segnavano le cosiddette imprese e tenevano il diario della mia attività.
In genere però ho osservato che le donne – e non solo per la montagna ma anche in altri campi – come reazione evidentemente ad uno stato sociale e ad una condizione culturale, cercano l’impresa per avere più visibilità e affermazione, e hanno bisogno di mostrare e di dimostrare forza e capacità. Quindi nell’approccio alla montagna di molte donne ho visto spesso questa sfida un po’ a se stesse e un po’ alla società, per questa conquista di spazi per se. Per l’uomo è diverso: è più competitivo, ha proprio il piacere dell’impresa, e ha inoltre un altro vissuto, un’altra esperienza, è anche fisiologicamente e biologicamente diverso.
La donna, in genere, in tutti i campi della vita ha sempre una lotta da portare avanti, e quindi anche nell’approccio alla montagna c’e stata questa lotta, questa necessità di fare imprese, per poter conquistare il suo posto.

D: I tuoi compagni di cordata uomini ti trattavano “diversamente”, per il fatto di essere donna?
R: No. A parte che io li sceglievo e ci sceglievamo reciprocamente: io non sarei mai andata con una persona – uomo o donna che fosse – che avesse avuto un trattamento differenziato nei miei confronti, con pregiudizi di qualsiasi tipo, di sesso, classe sociale o cultura. I miei compagni di cordata non erano neanche squisitamente gentiluomini o cavalieri, no, non era il caso: eravamo i compagni di un’esperienza da vivere insieme, e questo era molto bello e semplice, senza nessuna “declamazione”; almeno in montagna pace e tregua, proprio un patto di pace: non parliamo di queste cose. Semmai in campo sociale, lì sì che io ho battagliato moltissimo, appoggiata anche dagli uomini, ma quando si andava in montagna , beh, quella era l’occasione per stare in pace con tutti: con se stessi, con il compagno, con la montagna, con la natura; un rapporto di amore nel senso completo della parola.

D: E compagne donne, ne hai avute?
R: Poche, perchè prima di tutto ce n’erano poche – non come oggi che ce ne sono diverse, di alpiniste: ho arrampicato con mia sorella, poi con Silvia Metzeltin, facendo cordate insieme con i nostri rispettivi compagni, esperienze molto belle anche se eravamo di mentalità molto diverse. Silvia è una persona di grande intelligenza, di grande cultura, con un carattere molto diverso dal mio ma questo non vuol dire, semmai diventa uno scambio reciproco di esperienze diverse e quindi di arricchimento. Per carattere non ho mai avuto asti o rancori verso qualche compagno, anche se magari ce ne sarebbe stato il motivo; semmai amarezze, quelle sì e tante, ma non rabbie.
Invece Silvia era più combattiva, ad esempio mi sostenne con forza quando si trattò di presentare la mia domanda di annessione al Club Alpino Accademico, che allora era cosa esclusiva degli uomini. Anche in quel caso erano più gli altri – Spiro, Silvia, la Sezione “XXX Ottobre” di Trieste – ad insistere, perché io mi sentivo soprattutto una persona libera che andava in montagna per esserne abbracciata e mi consideravo fortunata se la Montagna innanzitutto mi accettava, non un qualsiasi gruppo. Quello che mi amareggia in genere è l’ingiustizia, o il fatto che non ci sia una condizione di parità di confronto, dove le differenze siano semmai solo sul piano meritorio, anche tra uomini e donne. Per questo quello che a me interessava di questo fatto dell’annessione di una donna – la prima donna – all’Accademico era soprattutto un fatto di principio.

D: Di tutte le salite che hai fatto, più o meno impegnative, qual’è quella che ti è rimasta più impressa, o che ti ha lasciato qualcosa di particolare?
R: L’Antelao, la prima cima della mia vita, che a sedici anni avevo scelto sulla carta, affrontata con le scarpette da ginnastica e che una volta arrivata in cima mi ha fatto scoprire una dimensione in cui esiste la realizzazione dei sogni. Ero da sola, nonostante tutto, e andava bene così, ero felice, e pensai: “forse trovo una mia patria, da qualche parte”.

D: E dopo l’Antelao?
R: Dopo l’Antelao delle piccole cime, piccole croci storte e sbilenche dimenticate da tutti, quelle cime che non danno fama e per questo sono disertate un po’ da tutti, se escludi qualche escursionista solitario: sono cime che sono contente loro innanzitutto che tu arrivi là, e ti siedi sotto questa croce sbilenca che non sai se è lei che chiede pietà a te o viceversa! È una cosa strana, mi piace, mi sento in casa, come quando sono riuscita a fare un anno fa l’ultima settimana in montagna prima di farmi male, in Lagorai: tutte queste cime che non vanno bene né per gli escursionisti – perché ci sono dislivelli notevoli – né per gli alpinisti che non trovano le rocce e le salite che danno loro soddisfazione. Così la maggior parte delle persone si ferma a mangiare nelle malghe – bellissime, peraltro! – e tutto il resto intorno rimane in silenzio, perché tu sei in minoranza in quell’ambiente, sei uno, non parli, e senti la voce della natura, il vento, il torrente…

D: E poi ci sono le spedizioni extraeuropee
R: Sì, cominciai pian pianino dalla Jugoslavia di allora, la Slovenia oggi, poi il Montenegro, ma sempre in maniera “casereccia”, per conto nostro, mentre mi proponevano – ma le rifiutavo – grandi cordate europee femminili, quelle maxi spedizioni che facevano una volta dall’impatto ambientale devastante! Io disapprovavo questo modo di andare in montagna e di conoscere il mondo, anche se tutti mi dicevano che avrei potuto fare salite più difficili e andare molto più lontano; io rispondevo che non è l’impresa, che conta, l’impresa è cercare di disturbare il meno possibile: le genti del posto e gli animali. A noi bastava una vecchia tenda raffazzonata, e al ritorno i sassi utilizzati per fare il muretto di recinzione del campo venivano rimessi a posto. Con Spiro abbiamo fatto molte cose in Grecia, dove tenevamo la scuola di alpinismo e di roccia, poi sono stata in Iran, sulle rive del Mar Caspio, in Afghanistan, in Pakistan, in Argentina con le carte fornite da Mario Fantin. Tutti luoghi che erano poco ricercati, perché come dicevo prima non davano fama…  

Intervista di Andrea Bianchi.
© Etymo gmbh-srl.

   

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  • Eugenio Maria Cipriani

    Da un’intervista rilasciatami dall’Accademica del CAI Adriana Valdo, vicentina, e poi pubblicata sul Giornale di Vicenza, a me risulta che le prime due donne ammesse all’Accademico furono, nello stesso anno, il 1978, Silvia Metzeltin e Adriana Valdo. Nell’intervista la Valdo non menzionò la Bianca di Beaco. Lungi dal voler far polemica, mi interesserebbe saper con precisione da qualcuno veramente informato, registri del CAAI alla mano, le date precise delle ammissioni delle tre donne in questione. Grazie

    • Staff

      Buongiorno Eugenio, grazie per il commento, proviamo a verificare se riusciamo a risalire all’informazione esatta rispetto a quanto Bianca Di Beaco ci riferì in questa intervista.
      La redazione di MountainBlog

    • Staff

      Buongiorno Eugenio, nel frattempo abbiamo fatto una verifica e ti confermiamo che nel 1978 Bianca fu sì proposta, ma non accettò in quanto era stata “bocciata” nella precedente proposta (a seguito del fatto che allora le donne, in questo caso lei e Metzeltin, non potevano far parte del Caai). Nel 78 furono poi ammesse Metzeltin e Adriana Valdo di Vicenza, prime donne italiane nel Caai.