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8 novembre 2019

Albenga e Andrea “Dinda” Bisio: più di 1600 tiri chiodati e un’energia inesauribile!

Cari amici oggi parliamo di pareti e di creazioni con uno dei personaggi super noti nel panorama del popolo verticale. Si tratta, tra le altre cose, probabilmente del più prolifico chiodatore italiano.

Mi riferisco ad Andrea Bisio da tutti conosciuto come Dinda, un soprannome che lo insegue ancora dall’infanzia e che, per gli arrampicatori, è sinonimo di grandi tiri su ogni livello nell’ovest Liguria. L’albenganese (Val Pennavaire) è infatti una delle nuove mecche della scalata, oramai consolidata da anni. Classe ’64, nato e residente a Busalla, nelle montagne appenniniche del parco dell’Antola, nell’entroterra ligure del genovesato, è una mente vulcanica, un caterpillar.

Da tanto tempo avevo voglia di farci una bella chiacchierata e capire meglio non solo l’artista dell’apertura e lo storico scalatore, ma anche l’uomo. Chi ha così tanto da esprimere? Quale fuoco e fantasia bruciano dentro il suo cuore? Scopriamo Dinda, mano su roccia, chiodi e sogni.

Da quanto chiodi vie e come hai iniziato?
Le prime vie le ho chiodate a Finale nel 1990. Ho iniziato per curiosità.

Quante vie hai chiodato e dove?
1.550 solo in Val Pennavaire più un’ottantina tra Finale Ligure e Reopasso (Entroterra Ligure)

Qual è il tuo stile di chiodatura?
Si tratta di uno stile modificato nel tempo: una volta fieramente ingaggioso, i chiodi dovevi guadagnarteli, mentre da quando abbiamo creato l’Associazione RocPennavaire, molto più responsabile e orientato ad un’ottica di sicurezza.

Hai mai aperto/chiodato vie in montagna? Che cosa ne pensi?
No, non mi interessano; apprezzo quelli che riescono a coniugare l’arrampicata sportiva con l’alta montagna, tipo un Michel Piola che apre Voyage selon Gulliver (il quale peraltro ora sta richiodando molte delle sue vie a fittoni resinati, un fatto che si incontra con la mia filosofia di chiodatura), ma non è la mia dimensione.

Come hai iniziato ad andare in montagna e quando?
Ho iniziato ad andare in montagna nel 1981, ho fatto vie classiche sul Monte Bianco, ma dopo un po’ di tempo ho deciso che il mio mondo era la falesia.

Come ti sei avvicinato al pianeta “arrampicata”?
Grazie a un amico che scalava nel finalese, che mi fece notare che potevo essere portato per l’arrampicata sportiva: ho iniziato e ho visto che effettivamente era così; e quando una cosa ti riesce bene, sei molto più motivato a portarla avanti.

In che modo attrezzi le pareti? Cosa è importante?
Sicurezza innanzitutto! Essendo uno dei pochi posti “monotematici” in Italia e non solo, nel senso che vi è esclusivamente un’associazione che si occupa di attrezzare e manutenere la maggior parte delle falesie (quanto meno quelle che abbiamo chiodato noi), abbiamo cercato di mantenere uno standard di sicurezza totale: accuratezza nella pulizia della parete, protezioni non lontane e proporzionate alla difficoltà della falesia, materiale certificato e soste con moschettone di calata, in modo che non occorra “far manovra” e ridurre così la possibilità di incidenti. Una sosta con moschettone di calata ha un costo rilevante, l’Associazione se ne fa carico volentieri, pur di evitare conseguenze spiacevoli.

Quali sono le tue più grandi prestazioni come arrampicatore? Che volume e livello di vie hai fatto?
Ho fatto un centinaio di vie dall’8 a all’ 8b; non sono numeri da fenomeno, se vai su 8a.nu oggi ne trovi tanti, ma se guardi solo a 15 anni fa, ti accorgi che il livello non era così alto… Mi sono preso delle soddisfazioni e continuo a prenderne.

Fisicamente sembri un modello anatomico e questa cura è un grande valore. Spesso ho sentito paragonarti al Doc Gnerro: cosa pensi della forma fisica?
Sicuramente è importantissima, anche se di Gnerro ho molto poco. Ciò che conta è essere costanti nell’allenamento, metodici, cercare di tenersi sempre in forma, anche in periodi più fiacchi o di minore motivazione.

Come e quando ti alleni?
3 volte alla settimana, per praticità unicamente al trave, un allenamento “vecchia maniera”, diverso da quelli attuali, molto più vari e diversificati, sia negli strumenti, che negli esercizi, ma che ho condotto con grande costanza in tutti questi anni, tanto che mi ci sono affezionato e non riesco a smettere o a cambiare.

Com’è la tua vita? La tua tipica giornata?
In settimana è fatta di lavoro e allenamento, per arrivare ben motivati al venerdì sera e raggiungere la Valle. E poi c’è la tipica giornata da chiodatore /scalatore che inizia il sabato mattina al sorgere del sole, con la chiodatura e pulizia delle vie, per poi continuare con le libere con gli amici che mi raggiungono in falesia

Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Un sogno semplice, ma potente: continuare ad avere roccia e forza per proseguire a chiodare; la Val Pennavaire riserva ancora tante sorprese e di energia ne ho ancora, a dispetto di alcuni incidenti che ho avuto, che invece di frenarmi, mi hanno motivato ancora di più.

Il tuo prossimo progetto?
Il tiro perfetto che ricerco da sempre. Ogni volta penso di averlo trovato, ma poi ne trovo uno ancora più bello.



Cosa pensi della scalata oggi? E dell’arrampicata alle Olimpiadi?
La scalata oggi …farò magari la figura da vecchio nostalgico, ma sinceramente preferisco quella di ieri, fatta più di falesia e roccia e meno di plastica e resina. Per questo l’arrampicata alle Olimpiadi mi sembra una cosa completamente diversa e lontana dall’arrampicata sportiva classica e non mi incuriosisce più di tanto.

Parlaci di Albenga: cosa rappresenta? Che differenze con Finale?
Per me Albenga – che poi in realtà si tratta della Val Pennavaire – è un sogno!!! Un’inesauribile fonte di soddisfazioni e piaceri. Mi piace tutto di questo posto. Rispetto a Finale la scalata è più fisica, ma non meno difficile: intendiamoci, non è un luogo dove fai lavorare solo i grandi muscoli e sei a posto, anche qui la componente tecnica è fondamentale. Rispetto a Finale qui è tutto più vario: hai i grandi strapiombi, ma anche i muri tecnici. L’unica pecca è che non vi sono molte falesie facili facili, come a Finale, ma rimedieremo, siamo sempre in ricerca di nuovi spot.

Com’è nato il progetto Albenga?
E’ nato casualmente, senza sapere dove saremmo andati a finire, un po’ come “un giardino di casa” che era diventato, col tempo, sempre più grande, e andava curato con maggiore riguardo. L’incontro casuale con Rossella mi ha aperto gli occhi su quello che poteva diventare il mio sogno.

Sei anche l’autore del volume ufficiale ”Roc Pannavaire”: raccontaci!
Sono solo il fornitore delle informazioni e della materia prima (il maggior numero delle falesie della valle) …i miei soci hanno fatto tutto. E’ stato un bel lavoro di squadra, il coronamento di tutto il lavoro di chiodatura fatto, una soddisfazione vederlo espresso su carta. Una guida di arrampicata a km zero, come si dice oggi, fatta dagli stessi che creano le falesie, fatta senza scopo di lucro, perché ogni soldo che entra viene reinvestito in materiali per la chiodatura.

Che cos’è l’associazione Roc Pennavaire?
L’associazione per me è un’esperienza unica, perché è un’avventura …una sfida nata dal nulla, che da 7 anni ad oggi sta dando buoni risultati. Siamo un soggetto riferibile sul territorio, facciamo da collettore di segnalazioni, apprezzamenti, critiche, e possibilmente anche di risorse economiche.



Cosa diresti a un ragazzo che vuole iniziare a scalare?
Fai tutto secondo passione, fatti travolgere dalla passione e non ti peserà niente, e anzi sarai contento e orgoglioso di essere alle 7.00 del mattino già in falesia e “chiuderne il cancello” alla fine della giornata, esausto, ma con una soddisfazione impareggiabile.

Christian Roccati
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CREDITS
Foto di Bruno Marchisio, Emanuele Caronis