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19 dicembre 2018

ANDREA GENNARI DANERI: magnesite, penna, roccia e sogni

Cari amici,
eccoci di nuovo su queste pagine per parlare con un altro grande personaggio del mondo dell’avventura! Oggi incontriamo “Le Directeur”, Andrea Gennari Daneri, classe ’65, fondatore, editore e direttore di Pareti Climbing Magazine, laureato in Scienze Politiche all’Università del S.Cuore di Milano, già vincitore del premio Grignetta d’oro per la Comunicazione, é anche fondatore del Pareti Sport Center di Parma.

Conosciamo la sua penna, oltre che per gli articoli, sia per le diverse guide, sia per il manuale d’allenamento Train e per il romanzo Mangart che si è aggiudicato il primo premio al concorso “Leggimontagna” 2012. Un atleta con oltre 30 vie nuove e prime solitarie sull’arco alpino, più di 300 vie RP tra l’8a e l’8c e 65 realizzazioni tra 8a e 8a+ on sight.

Da quanto scali e come hai cominciato?
Ormai sono più di trentacinque anni, era l’agosto ’83, anche se devo dire che l’estate precedente avevo passato diverso tempo attaccato ai sassi sotto al rifugio Vaiolet. Non sapevo bene cosa stavo facendo. Genericamente “roccia”, ma mi ero ripromesso di non smettere più. Quindi nell’83 ho ottenuto il permesso da mia madre di fare un corso con una guida alpina in val di Fassa. Carlo Brunel, tasso etilico altissimo sin dal primo mattino. Ci ha tirati su in cinque sulla Torre Finestra e ci ha insegnato la doppia a spalla, anche se esistevano già i “robot”, che lui chiamava i “marchingegni”. La settimana dopo mi sono sentito autorizzato a salire in solitaria sul Dente del Sassolungo e poi sulla Terza torre del Sella, con un martello di gomma da carrozziere. Se non mi sono ammazzato in quelle due occasioni era destino che continuassi.

Chi sono stati i tuoi idoli e chi il tuo mentore?
Berhault per l’arrampicata sportiva, quel modo rivoluzionario di muoversi sugli strapiombi; è stato bello, poi, scalare con lui e con Patrick Edlinger, tanti anni dopo; e poi Renato Casarotto per tutto il resto, per me il più forte alpinista solitario di tutti i tempi; ho fatto tante prime solitarie e aperto diverse vie nuove in solitaria con il metodo di assicurazione che usava Renato. E’ morto troppo presto per riuscire a conoscerlo e persino per scriverne “in diretta”, ma per me è sempre lì, sopra tutti gli altri. Come mentore solo Alberto Rampini, l’unico forte alpinista parmigiano che non ha provato invidia per la mia bravura. Gli altri mi hanno usato come assicuratore fintanto che non è stato evidente che i ruoli si sarebbero presto ribaltati, poi è iniziata una lunghissima fase di denigrazione che dura tuttora. Io ho fatto la strada che volevo, ho campato di scalata; loro no.

Come nacque il progetto Pareti Climbing Magazine? Raccontaci le fasi di evoluzione.
Nel 1995 pesavo 58 chili contro i 71 attuali. Mi allenavo 3/4 ore al giorno, mangiavo uno yogurt alla mattina, due buste di Friliver a mezzogiorno, una bistecca di tacchino, un mestolo di insalata e un gelato alla sera. Questo tutti i giorni, salvo i weekend, quando mi concedevo una busta di girelle di liquerizia Haribo. Il tutto innaffiato da sola Cocacola durante il giorno. Dieta fai da te. In un certo senso, dirai tu, chissenefrega. In un altro senso, però, aiuta a capire come è nata la rivista, 22 anni e 127 numeri fa. Aiuta a capire il panico e il senso di sacrificio che provai a Villa Màrgola, a Melegnano, quando l’ingioiellata moglie del nostro primo sponsor, padrone della ditta Mello’s, mi pose davanti il mio primo e ultimo Bloody Mary, alle quattro del pomeriggio. Senza chiedere se magari avessi gradito qualsiasi altra cosa. “Butta giù Gennari, a piccoli sorsi, così magari non glielo vomiti sul tappeto di visone del Caucaso”. Quasi un bicchiere da birra di succo di pomodoro e vodka calati su un fondo dove c’era solo Friliver. Da lì dovevo capire che l’editoria di montagna era soprattutto sacrificio. Il secondo passo è stato trovare l’editore, Amighetti Piero da Sala Baganza Parmense, che mandava in edicola la Rivista del Trekking. Con lui si andrà avanti qualche anno, poi mi nasconderà euro di prelievi dai conti, prima di sparare alla moglie e suicidarsi. In mezzo ci sono stati i fallimenti delle concorrenze varie, come Alp, Alp wall e Sualto, che parlavano un linguaggio lontano da quello dei climbers. Facciamo 6 numeri all’anno di 100 pagine, una macchina da guerra fatta di sole tre persone, io, Stefano Moreno per la pubblicità e Paola Meneghetti per l’amministrazione. Con l’aggiunta di un angelo custode, Gabriele Bacchini, per la prestampa e stampa.

Cos’è il premio Grignetta d’Oro?
Non so se lo fanno ancora; fino a qualche anno fa premiava l’attività biennale dei migliori alpinisti italiani e anche quella dei protagonisti della comunicazione. Io ho vinto una delle prime edizioni, tanti anni fa, pochi anni dopo la nascita della rivista. Non sapevo neanche che premiassero i giornalisti, quindi hanno fatto la premiazione senza di me, che me n’ero già andato. E’ il paradosso di essere informati sugli altri e non su sé stessi. Insomma una figura di merda.

Come nacque il Pareti Sport Center?
Per capire il PSC bisogna tornare indietro di oltre trent’anni, quando sono stato il primo gestore di una sala d’arrampicata indoor in Italia. Dividevo lo spazio all’interno del New Center Gym di Parma con Laurent Dably, campione europeo di Full Contact. Nero ed enorme, non era uno con cui discutere sugli orari. Poi prima del PSC ci sono state sale sempre più grandi, dallo Squash Inn dove svolgemmo la prima gara Boulder indoor italiana, vinta da un giovanissimo Core su un muretto che adesso sarebbe piccolo anche per un bunker casalingo al Rock Dome, che per dieci anni è stata la più grande sala italiana e che tuttora detiene il record mondiale di presenze per un raduno indoor, il Superbloc, 428 partecipanti. Poi, nel 2006, io e Lucio Terenziani siamo stati i primi a osar comprare un terreno ed erigerci sopra, da proprietari, un centro sportivo dedicato alla scalata, appunto il PSC, la prima sala italiana di grandi dimensioni. Scommessa vinta, una bella storia che dura tuttora.

Cos’è Train?
Un lavoro titanico di raccolta di esperienze e sensazioni in allenamento; cui ho cercato, primo in Italia e tra i primi nel mondo, di dare un senso logico, una progressione di utilizzo, un ordine di priorità a seconda degli obiettivi di ogni fruitore. E’ stato ed è tuttora il bestseller della nostra casa editrice. Ci sarebbe pronta anche la versione inglese, ma non trovo mai il tempo per finalizzare questa seconda parte del progetto.

Cos’è Mangart? Di cosa parla?
Mangart è stato il mio più grande trip nel mio stesso cervello, la dimostrazione a me stesso che c’è qualcosa che so fare meglio di qualunque altra, qualcosa per cui ho veramente talento, un dono. Scrivere storie, in questo caso un romanzo d’azione ambientato in montagna. Mangart è un gran libro, cui ho dedicato ritagli di tempo notturni per diversi anni. Impensabile fare una cosa del genere adesso, non ne avrei il tempo, ma sono contento di esserci riuscito quando potevo. Se mi chiedono cos’ho fatto nella vita rispondo “Mangart” e poi tutto il resto.

Hai vinto il Leggi Montagna di Tolmezzo: cosa significa per te?
L’ho vinto con Mangart, ma non credo molto ai premi, alle gare letterarie. La gara la vinci quando c’è un botto di gente che legge il libro e ti fa sapere che ha fatto un gran viaggio in un posto che prima era stato solo nella mia mente.

Come ti alleni e quanto? Si concilia con tutta questa pressione?
No, non si concilia. Da quattro ore al giorno siamo passati a mezz’ora scarsa su un trave in ufficio, nemmeno fissato al muro, ma penzolante da due cordini. A 20 passi avrei uno dei più grandi muri d’italia, corda e boulder, ma riesco a farci sopra qualche giro con Annalisa solo quando la reception è coperta, quindi di rado.

Cosa significa “no chipping”? Qual’è la tua battaglia?
Significa conservazione del terreno di gioco. La roccia è tanta, ma non infinita, in special modo nel nord italia. Se la scavi oggi rovini per sempre il terreno di gioco per gli arrampicatori di domani, che saranno molto più forti e preparati di te. Scavare è come accorciare la piscina e dire che hai fatto la vasca lo stesso. Scavare negli anni ’80 e ’90 poteva essere ancora, in qualche caso, una manifestazione di creatività. Ma era la strada sbagliata e adesso è evidente. Quindi adesso scavare è solo manifestazione di egoismo e frustrazione.

Quali sono state a tuo parere le tue migliori performance su roccia in falesia?
Io arrivavo, a quasi trent’anni, alle gare direttamente dall’apertura di vie in montagna, spesso in solitaria. Un vecchio marziano in mezzo a gente che faceva, quasi tutti, solo monotiri. Ho dovuto imparare il loro gioco alla svelta se volevo arrivare in finale: scalare solo a vista, chilometri di roccia solo a vista. Quindi i miei oltre 60 8a/a+ a vista sono in un certo senso il frutto di una necessità di adattamento a qualcosa che prima non conoscevo. Adesso i top li fanno per riscaldamento, ma stiamo parlando di altri tempi. Il lavorato mi piace solo se veloce, per cui arrivare all’8c come ho fatto per me è solo un numero con poco significato.

E in montagna?
Mah, ogni volta è una adrenalina della Madonna. La testa di uno di diciotto anni nel corpo di un ultracinquantenne, Mi lascio prendere, vado spesso molto lontano dall’ultima protezione. Più che di belle vie, parlo di singoli tiri belli, difficili e mal protetti, in Adamello, Presanella, Mongolia, Dolomiti, Presolana, Turchia, Namibia. Non c’è una via che superi le altre. E’ la cordata con Annalisa la soddisfazione più grande, apriamo cose difficili con la sintonia di una coppia di compagni di cordata, che invece dovrebbe pensare più come coppia, per riportare a casa quello più matto, cioè io.

Hai scalato in moltissime nazioni del mondo: sei un esploratore? Cosa hai vissuto e dove?
Sono un esploratore di pareti a basso rischio oggettivo e ad alto rischio soggettivo. Niente neve e niente ghiaccio, solo roccia solida. Non mi va di rischiare di morire per essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, come è successo a tanti che ho conosciuto. Sulla roccia buona, invece, mi prendo i miei rischi, indipendentemente dal luogo. Ho scalato davvero in tanti posti, è una bulimia verticale, ma carburata dalla curiosità. Gente diversa, paesi diversi, cucine diverse, c’è dentro un po’ di tutto in questa mia voglia di cambiare ogni volta. E’ legata anche alla voglia di trasmettere queste sensazioni attraverso la rivista. E adesso che il grado non è più importante perché ho imboccato la parabola discendente, mi diverto ancora di più. In Georgia siamo partiti malgrado la guida dicesse che non c’era più del 6c; per poi scoprire che il 6c laggiù vale 7c…

Ricordo di un progetto-scommessa: scalare un 8a alla settimana per un anno. Ce ne puoi parlare?
Vivere e lavorare a Parma significa scalare su roccia solo nei weekend. La mia carriera, per via del discorso allenamento di cui parlavo prima, è stata come un elettrocardiogramma, tanti alti e bassi di forma. Insomma ho voluto darmi un po’ di birra mentale per stare in forma e mi sono inventato una cosa molto difficile per un parmigiano di mezza età con livello massimo 8a/a+: farne RP uno a settimana per un anno. Ma non valeva ripeterne uno degli oltre 300 già fatti in carriera, valeva solo roba nuova e quindi anche distante da casa. Alla fine ne ho fatti 54 di cui alcuni a vista, come se un anno avesse due settimane in più.

Il tuo prossimo progetto?
Adesso, che di anni ne ho 53, penso solo alla montagna, alla roccia di montagna, ad aprire vie nuove, allo stesso alpinismo di esplorazione che facevo trent’anni fa. Mi piace salire su terreno vergine e allontanarmi dall’ultima protezione su difficoltà non banali, mettendo meno fix possibili, preferibilmente su granito, una roccia che leggo molto bene. In inverno invece stiamo chiodando falesie nuove, e lì il gioco è liberare i tiri prima di renderli famosi…

Cosa pensi dell’arrampicata alle Olimpiadi?
Ne penso bene. Gli atleti lo meritano, le dimensioni del movimento lo merita. Alcune cose peggioreranno, altre miglioreranno. Avremo atleti (li abbiamo già) che chiederanno denaro per le interviste e gente “peggiore” che si avvicinerà alla scalata, ma tanta altra gente verrà invece “salvata” da una passione travolgente come solo la scalata è in grado di produrre. Penso male della formula; la combinata con la velocità è un aborto, ma le formule si possono cambiare e spero cambieranno.

E dell’evoluzione dell’arrampicata in Italia?
Penso bene anche di quella, anche se la generazione degli “sdraiati” non sta producendo grosse personalità. Andrà meglio anche quello. Il mondo migliora, anche se lentamente. Lo farà anche l’arrampicata se ci sarà altra gente come Ondra, forte, ma legata alle regole del passato che hanno fatto grande questo sport.

Chi farà il primo 10a e quando, secondo te?
Ondra. Se resterà integro di fisico e di testa. Credo che continuerà a migliorare almeno fino ai 35 anni. Così tanto tempo su un soggetto come lui può significare parecchi centimetri d’asticella.

Cosa diresti a un ragazzo che vuole iniziare a scalare?
Che non può fare scelta migliore. Perché sarà totalizzante, lo libererà dagli sballi senza senso, dalle feste di matrimonio, di battesimo e da un sacco di altre menate di cui la gente si riempie la vita perché in realtà non sa come impiegarla. Rimarrà ragazzo fino ai novant’anni e non potrà trovare un partner cui piacciono altre cose, perché non funzionerebbe mai. Quindi sarà bellissimo.

 

Christian Roccati
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