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4 settembre 2017

Ambiente e Territorio · Cultura

Fotografare in montagna: Quell’antipatico gingillo meccanico

“L’antipatico gingillo meccanico che rechiamo sui monti legato alle spalle è diventato per noi un compagno utile e fedele che, ad un nostro cenno, guarda e ritiene con memoria più sicura della nostra; un compagno che malediciamo le cento volte nella salita, che pesa, ci preme il fianco o sbatacchia sulla schiena, squilibra i moti e c’impaccia nei movimenti difficili, ma che, al ritorno, benediciamo; e siamo lieti se è uscito con coi sano e salvo ed intatto dalla battaglia.

La piccola scatola racchiude nel suo segreto alcune rapide visioni che sono tesori; e quando nella camera oscura assistiamo trepidanti al rivelarsi delle minuscole immagini, rivediamo comparire le rupi sfuggenti nell’abisso, le guglie terribili che salimmo ansimanti, i luoghi aerei dove riposammo, ci riappaiono i nostri compagni sorpresi nel moto così istantaneamente che ci è dato di scorgere le contrazioni del loro volto, il loro sforzo nel trarre la corda, gli atteggiamenti curiosi nei passi difficili… Strana magia questa di fermare per sempre ciò che è stato un attimo fuggente della vita!„

 

Guido Rey con queste parole è riuscito, forse meglio di chiunque altro, a descrivere cosa vuol dire portare con sé un apparecchio fotografico in alta quota. Con il passare degli anni sono sempre più convinto che fotografare in ambiente alpino non può limitarsi al solo fatto estetico, ma è una scelta di vita, una filosofia, un modo di essere tutti i giorni.
Prima di discorrere su cosa sia il rapporto fotografo-montagna, desidero sottolineare qualcosa che apparentemente sembra il confronto dello stesso concetto. Esiste una fotografia di montagna e una fotografia in montagna. Il primo concetto descrive in modo efficace ciò che vediamo, ovvero una fotografia di una vetta, di un monte, assimilabile al paesaggio. Ma la montagna non è solo questo, come dicevo poche righe sopra, fotografare nelle Alpi è una filosofia.
Un viaggiatore che attraversa una catena montuosa è un fotografo che registra i mille e più volti di un ambiente e della popolazione che vi vive.
Parlo di viaggiatore, perché è un termine che racchiude meglio l’intento di chi dovrebbe frequentare le montagne per ciò che esprimono. Un personaggio curioso, che ficca il naso dappertutto perché deve capire, annotare, riportare ciò che vede, sente per se o per gli altri che incontrerà durante e dopo il viaggio stesso. Quel viaggiatore fotografo può poi essere un abile scalatore, un’escursionista, un amante delle tradizioni, un musicista, tutti possono visitare e fotografare le diverse sfaccettature di uno stesso luogo estirpandolo dal preconcetto che la montagna è paesaggio, fatica, performance sportiva.


Ecco che l’ingombrante e pesante mezzo di registrazione, la macchina fotografica, diventa il valido compagno di chi vuole raccontare intimamente l’ambiente alpino. Portare con se una macchina fotografica può diventare una scusa per aprire i propri orizzonti mentali.
Spesso trovo in molti alpinisti ed escursionisti il limite dell’azione sportiva, di prova di coraggio o di forza, lontani da cosa sta attorno, vivendo la montagna in modo lontano e distaccato quindi ciechi di fronte alla bellezza, le situazioni e le storie che accadono nelle valli. Questo atteggiamento infine lo troviamo, nelle immagini, di chi fotografa per diletto e non solo, che vive la montagna in modo sbrigativo e si muove in continua ricerca, non di un’esperienza o sensazione, ma di un trofeo da portare a casa, un’immagine da “bruciare” subito su un social network, un’esibizione più tecnica che artistica.


Entrando profondamente nell’ambiente alpino, studiandone il rapporto che le popolazioni hanno con le loro valli, il viaggiatore-fotografo in montagna può diventare autore-attore di un progetto, un racconto che può davvero fare della fotografia di montagna, una fotografia in montagna.

Un consiglio, quindi, che mi sento di condividere con tutti coloro che desiderano affrontare la montagna in modo diverso è quello di registrare, le imprese, le escursioni, i viaggi di prepararsi, di capire, di leggere molto del territorio che affronteranno.
Nelle nostre montagne abbiamo la fortuna di poter accedere ad una bibliografia molto dettagliata, che narra di storie, eventi passati, leggende, grandi alpinisti e vie, tradizioni, risorse della terra e molto altro ancora, sta solo a noi scoprirlo.


Leggere e prepararsi è bene, ma attenzione ai nemici più insidiosi del fotografo-viaggiatore, il pregiudizio e la contaminazione. Il primo è sostanzialmente l’idea che ognuno di noi si fa leggendo le opinioni e i racconti di altri viaggiatori. Se pur utili per viaggiare, occorre sempre tenere un certo distacco e verificarne poi in loco se effettivamente anche noi riceviamo le stesse sensazioni o ci occorrono le medesime storie. Non c’è peggio che ricercare qualcosa con un giudizio preso a priori.
Ma il peggior nemico è la contaminazione. Questa incorre in chi oltre leggere di un luogo, inizia grazie anche agli strumenti web, a cercare immagini dei territori che vorrà frequentare.


“Riempirsi la testa” di immagini, sensazionali o meno, può causare un effetto emulazione, che non farà altro che appiattire le storie che vorremo raccontare, oltre che farci cadere in quella ricerca del trofeo di cui abbiamo parlato prima. Farsi contaminare ci farà finire nel grande calderone dei fotografi che producono fotografie un po come bulloni; in serie, esibizioni tecniche fini a se stesse.
Non rimane infine dirvi che, se si vuole fotografare e far si che quanto da noi ritratto provochi emozioni, discussioni, reazioni su chi sarà il fruitore, occorre avere qualcosa da narrare, curarne i dettagli ed entrare profondamente in ciò che stiamo riprendendo.
Il resto, realizzare la fotografia, è il minore dei problemi, una soluzione tecnica ed un procedimento digitale che oggi giorno chiunque può imparare con un buon insegnante, un manuale, un po di autoapprendimento e tanta voglia di aprirsi a nuove idee.