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3 maggio 2018

Cultura

La Montagna e la sua natura, il terreno di avventura per l’uomo.

Quanto scrivo è una mia considerazione, dopo gli ennesimi fatti di cronaca avvenuti in montagna, che hanno come solito scatenato polemiche, lunghi thread di botta e risposta sulle fanpage dei giornali, più o meno sensati.
La tipica affermazione è quella “ma perché vanno su in montagna a rischiare la vita”, “non potevano starsene a casa”, il tono più o meno è sempre questo. Spesso chi scrive non è avvezzo alla montagna, ma sempre più spesso anche chi si ritiene, o è esperto, non si nasconde dietro la voglia di dire la sua sul preciso fatto accaduto.

Non entro mai nel merito di ciò che accade negli incidenti, non ne scrivo, ne tantomeno rispondo. Preferisco informarmi se posso direttamente da fonti precise per capire cosa è accaduto e se si sa, anche il perché. Questo serve a farsi un’esperienza personale di ciò che può accadere frequentando il terreno montano e magari ad evitare le stesse gesta dei malcapitati, sempre che il pericolo fosse oggettivo ed imprevedibile.

 

La domanda è: Ma perché andiamo in Montagna se è pericolosa? La riposta è un’altra domanda: perché non riusciamo a stare fermi in un posto senza muoverci? Qualche “leone da tastiera” direbbe se stai a casa corri meno pericoli. Non è detto, se con lo stare “a casa” si intende, per esempio, muoversi per andare in ufficio. Per esperienza personale ho rischiato più la vita nello spostarmi in auto da una valle all’altra, o più semplicemente attraversando il centro di Milano a piedi. Le occasioni di morire in quest’ultimi casi, nonostante la mia continua frequentazione delle alte quote, almeno a sensazione, sicuramente è stata per me più elevata in quest’ultimo caso.

A questo punto però cosa ci spinge ad uscire dalla “zona comfort”, quella che riteniamo più sicura, quella abituale per andare a cercare qualcosa di nuovo, fuori dalle nostre abitudini?

Si tratta di qualcosa di atavico, più o meno represso in ognuno di noi. Una ricerca di recente pubblicazione di un’equipe di ricercatori delle università di New York e Londra, afferma che la ricerca dell’avventura è insita nell’uomo da sempre.
Gli uomini come gli animali sono portati a cercare cose nuove e sconosciute, insomma a fare sempre nuove esperienze come quella di trovare territori nuovi. Questa tendenza, probabilmente, prima era dovuta all’istinto di sopravvivenza che portava ad un nomadismo verso nuovi spazi inesplorati. Sempre la ricerca indica che nell’uomo, questo spirito di ricerca verso l’ignoto “accende” i neuroni di una parte del nostro cervello nello striato ventrale  che gioca un ruolo importante in alcuni processi cognitivi tra cui la motivazione e la ricompensa.

Sembrerebbe quindi che quel desiderio di fare nuove esperienze, cercare l’avventura e portarsi sempre più in là rispetto ai nostri limiti abituali, sia un istinto ben radicato in noi. In effetti se non ci fosse, probabilmente non avremmo mai rischiato interi equipaggi per andare sulla Luna.

Ovviamente la ricerca di avventura, ci fa uscire dalla “zona comfort”. Nel momento in cui il nostro cervello decide che c’è il bisogno di entrare in contatto con delle novità, sappiamo benissimo che aumenterà il rischio che queste siano un azzardo o decisamente negative.

Questa propensione per l’avventura, per la ricerca di nuovi spazi, compresa talvolta come libertà di azione, di scoperta, ovviamente e più o meno razionale in ognuno di noi. Può essere un istinto totalmente represso come invece esser lasciato andare. Credo che negli alpinisti e nei viaggiatori sia il secondo dei due casi.

Stiamo bene, quando facciamo nuove esperienze. Queste ci aiutano a progredire, a prendere fiducia di noi stessi e renderci più forti. Aumenta la nostra capacità di resilienza, quindi di adattarci, di superare situazioni difficili, anche al di fuori della montagna. Le forti esperienze che possiamo provare, fuori dalla nostra “zona comfort” ci arricchiscono e ci fanno evolvere, ci abituano a prendere decisioni in maniera veloce e in modo positivo, anche nelle situazioni più difficili della nostra vita.

Quando ci chiediamo il perché di certe decisioni, iniziamo a pensare, cosa avremo fatto noi, ma non seduti dietro la tastiera. Perché per poter dare una soluzione bisogna conoscere la situazione o averla provata sulla propria pelle, bisogna aver superato quell’esperienza.

La natura, il terreno che consideriamo avventuroso, spesso pensato come un parco giochi, è la realtà più cinica e crudele che esista. I meccanismi che regolano la Terra, anche se perturbati dall’uomo (Cambiamento climatico, inquinamento) sono sempre più forti di noi. Non siamo più inseguiti da leoni (almeno alle nostre latitudini) però se ci troviamo in montagna, quindi fuori da quei gusci che abbiamo creato, come le città, le nostre case, torniamo ad essere noi, minuscoli esseri circondati da un ambiente gigantesco. Propriò così inizia l’avventura, quando torniamo noi stessi uscendo dal guscio per entrare nel dominio della natura. La nostra curiosità è appagata, stiamo bene, facciamo nuove esperienze e il nostro cervello si abitua a prendere decisioni reali, dettate dagli elementi e dall’osservazione dei fenomeni naturali.

Ovviamente in un terreno selvaggio, le decisioni non sono così semplici come nella “vita normale” di tutti i giorni, errare è umano e fa parte della nostra natura. Addirittura potrei dire che una specie migliora proprio memorizzando gli errori accaduti agli individui più “avventurosi” della propria specie. Negli animali lo vediamo accadere di continuo e le nuove generazioni vengono “imprintate” in modo che compiano azioni per evitare il ripetere gli errori della generazione precedente. (ahimè nell’uomo mi pare non funzioni proprio così, finirebbero guerre, etc etc, ma tralasciamo).
Le esperienze condivise aiutano a comportarci sempre meglio e sopravvivere nelle situazioni che ci capitano per la prima volta.

Come dicevo, errare è umano, è nella nostra natura, essere curiosi, uscire dal guscio che abbiamo creato, frequentare l’ambiente, quello vero, non addomesticato, vuol dire mettersi alla pari delle leggi fondamentali che regolano la natura. Sbagliare in natura o trovarsi davanti situazioni più grandi di noi fa parte dell’avventura stessa e dobbiamo esserne consapevoli. Dobbiamo metterci in testa che, non siamo eterni, qualsiasi azione intraprenderemo prima o poi comunque lasceremo il posto alle altre generazioni. La natura è selettiva, può portarci via con una valanga, come con un semplice microbo, la morte è sempre inattesa, spesso arriva lenta oppure può arrivare in un lampo, lo è per gli animali lo è anche per noi. Più siamo esposti alla natura selvaggia più è probabile che non sarà un microbo a portarci via ma qualcos’altro. Fuori dalla situazione di comfort, indotto dalla società più saremo in gioco, con le nostre forze, più vivremo intensamente le nostre vite. Più facciamo ciò che ci provoca piacere, più scopriremo cose nuove e più vivremo la nostra vita al meglio, mettendoci in gioco e confrontandoci ad armi pari con gli elementi, con i piedi per terra, ben sapendo che siamo di passaggio.

Sono sicuro che quanto ho scritto provocherà reazioni in molti o alcuni di voi, ma questo è un pretesto per riflettere.
Perché vivere nella paura di fare scoperte? Perché denigrare gli altri per ciò che gli accade? Perché girare attorno spiegazioni su dinamiche e quant’altro? Apriamoci al mondo, godiamoci quella poca natura selvaggia che resta, avventuriamoci, anche dietro il giardino di casa, ma cerchiamo sempre di scoprire cose nuove.