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19 novembre 2019

Nepal, costruire un sogno.

Nepal, ottobre 2019, un mese fa. Ripenso a quel semplice momento di totale libertà. Chiudo gli occhi e posso sentire quel profumo, non secco, non umido; non mi ricorda le foreste o ghiacciai, le creste o i deserti, non posso ricondurlo ad alcunché, perché è un odore proprio, è l’essenza del Nepal.

Eccomi a 5350 metri; sono qui, ma sono là.

Ci sono due guide nepalesi, i loro clienti e poi ci sono io, un infiltrato, né guida (tour leader), né cliente. Sono qui per fare una perlustrazione della parete per poi confezionare una spedizione.

E’ mattina, anche se forse dovrei dire notte; partiamo in gruppo. Dopo poco, una ventina di minuti, uno degli amici è costretto a tornare; non sta bene da due giorni e la sua grande esperienza di alpinista gli dice cosa deve fare, e senza batter ciglio, esegue i suoi stessi ordini. Fa freddo, il suo stomaco non funziona e il resto del corpo ne é devastato.
Torna. Peccato.

Noi andiamo avanti, ci sono delle fisse per velocizzare l’attacco al canale che ci sovrasta, un colatoio ghiacciato di pietre e sfasciumi, molto friabile, di circa 200 metri di cui 15 con le corde. Son già stato qui due volte, in una di esse le ho usate come mancorrente e nell’altra no, davano più che altro noia.

Arriviamo su un colletto che si interrompe affacciandosi su alcuni crepacci, vicino ai quali si scorgono le prime vere corde fisse della parete. La guida a capo tra le due mi guarda, porge la corda principale e chiede se io possa andare avanti a condurre il gruppo. Si allarga un sorriso sulla mia faccia, non vedevo l’ora, esser qui come “battitore libero” ha i suoi vantaggi. Mi sento come un bimbo la mattina di natale.

La parete non è in condizione e la cresta sommitale non praticabile, ma se alla seconda dobbiamo rinunciare, non significa che non potremo fare le cose con la testa e risalire la prima. Chiederemo il passo alla Montagna e spero che ella ci lasci salire.

L’idea è che mentre io porto in alto la guida e il suo cliente, il collega piazzi delle corde fisse in alto. Così si parte: aggiro il primo muro su una linea logica, di conserva, e salto le corde fisse. Sulla nostra testa c’è il sole da qualche minuto, appena spuntato, ma la tormenta di questi due giorni ha reso tutto piuttosto ostico. Se fossimo dietro casa non attaccherei, specialmente con la pressione che può rivelare qualche scherzo. Siamo qui, proviamo a vedere come va finché la sicurezza lo permette. 35 gradi di pendenza all’inizio che diventano subito 45 costanti con strappi a 50-55. Non so come quel mezzo metro di neve, a tratti un metro,  possa stare immobile, visto che è appoggiato su una sorta di primo layer trasformato, che gli fa da piano di scivolamento, ma di fatto se non lo tagliamo sembra esser stabile. Questa salita di norma si effettua sul ghiaccio blu, come quello dei cubetti del frigorifero… Ora ha un suo fascino e regole differenti.

Scaliamo. L’altra guida ha il mio stesso ritmo, anche se io tiro la cordata e lui è libero, e di conseguenza non mi distanzia. Lui folla una parte della neve, io creo una traccia e gli scalini per chi segue. Siamo quasi a 6000 metri: l’allenamento massacrante che effettuo tutti i giorni e le ascensioni di tutta la stagione tra 4000 e 5600, in giornata, danno una forte mano!

Dopo aver aggirato le prime corde, aver saltato alcun crepacci terminali, aver fatto un lungo tratto dritto per dritto e aver raggiunto le uniche corde fisse utili, che questa volta inseguo, ci riuniamo tutti. Ora mi metto in attesa, mentre viene piazzata una fissa, monitorando il tempo che intanto é cambiato. Vento, nuvole bianche e nere, e aria freddissima non lasciano intendere niente di buono. La montagna si copre completamente. Così é.

Non possiamo permetterci alcun zig Zag, o faremmo partire la parete. La via é bellissima, vero Himalaya. Mi sembra di essere in uno dei racconti che ho sentito tante volte. Superiamo il tratto e andiamo di nuovo liberi, ognuno per sé; ripasso davanti e batto traccia e gli altri in fila rimarcano. Non possiamo cadere o sarebbe impossibile fare un arresto con la piccozza, che su questa neve farinosa non terrebbe. Continuiamo a salire, siamo lenti con questo manto, ma determinati. Arriviamo sotto all’attacco della cresta finale, ancora un tratto e i piedi son lì sopra. La via é finita  e anche il mio compito.

Il mio scopo lavorativo-“esplorativo” é terminato. Qui inizierebbe la parte di piacere: 150 metri di passeggio per cresta per una nuova cima, ma se attacco quel traverso, non porto la pelle a casa. Finora abbiamo scalato in verticale, ma se mi sposto di colpo a destra e ci passiamo in quattro, sempre che si possa arrivare in vetta, certamente non torneremo indietro.

Parete fatta, per la vetta ci penserò poi, quando tornerò qui come tour leader e la cresta sarà in condizioni. Si torna, col sorriso e molta attenzione. La discesa é faticosa quasi quanto la salita, ma é molto veloce e comunque siamo contenti. Con il calore, che ha scaldato la neve questa mattina, finisco anche in un crepaccio nascosto dai metri di soffice “panna”, ma ne esco a stellina sdraiata e piccozzate in meno di due secondi, saltando come fossi atterrato su una molla.

Arrivo al campo e controllo i piedi. Non ho attrezzatura veramente d’alta quota in questa perlustrazione; diciamo che va bene fino ai 5000 metri, ma il fisico ha retto, le dita sono a posto. All’high camp scopro che c’era una preoccupazione diffusa per le condizioni atmosferiche: hanno seguito tutta la nostra salita, fino al momento in cui le nuvole ci hanno inghiottito. Sto veramente bene, da tanto mi mancava un po’ di lotta ad alta quota, almeno due anni.

Ci fermiamo al campo alto: dovremo passare un’altra notte quassù. Qualcuno é veramente stanco e non ce la fa a scendere. Amen, massimo rispetto, mi godrò la nottata.

Alle 20 ci sono già -8 gradi dentro la tenda. Il mio fiato si congela sui teli e appena il vento li scuote mi nevica addosso. Proverò a dormire e bere; sono acclimatato, ma meglio idratarsi anche se sicuramente mi alzerò diverse volte.  Urinare riequilibra la pressione. I battiti per minuto e la mia saturazione vanno benissimo: ho solo sonno, ma non so quanto potrò dormire per via della temperatura in picchiata: già ora siamo a -15, dentro la tenda, figuriamoci fuori.

Ho piazzato la stuoia di traverso così sono in leggera discesa e diminuisco la pressione intracranica. L’unico problema é che se tocco il telo sottile delle pareti sento freddissimo, quindi blocco il mio corpo con uno zaino, proteggo i piedi con un telo termico dentro il sacco e l’esterno dello stesso ricoprendolo con dei maglioni. Con i sacchi stagni impedisco la mia discesa, così quando mi addormenterò non finirò a ridosso della tenda.

Domani tornerò in un lodge non riscaldato di “bassa” quota, sui 3500 metri; non ne vedo da giorni. Scenderò di circa 2000 metri di dislivello e mi separerò dai miei compagni. Potrò descrivere un bel jeep tour, due trekking molto diversi, una via di scalata classica di 700 m che attacca a 5500 m, e l’idea di altre due spedizioni concatenate oltre i 6000 e i 7000 metri.

Peccato per la crestina di 150 m e la vetta, ma se tornerò con un gruppo allenato e tecnicamente preparato, con le condizioni corrette della montagna, vivranno uno splendido sogno e mi toglierò anche quello sfizio.

Scrivo a una persona e alla famiglia; penso, mentre ascolto un po’ di musica con le cuffie. Ho un mp3 con le melodie che uso per allenarmi da qualche anno, sempre le stesse. Sentire quassù queste armonie è un inatteso regalo. Sono talmente in comunione con la natura, costantemente, che mi posso permettere di ascoltare canzoni in cuffia, senza turbare la pace che c’è qui. Sono abbozzolato con il sacco a pelo chiuso e appoggiato sul volto, senza un cm di pelle libero. A casa penserei a un senso di claustrofobia, ma con l’aria così gelida qui avverto la protezione del grembo di una mamma.

Sento le canzoni e vedo i miei percorsi di allenamento, quando sono a casa e immagino di essere qui e costruisco quei sogni, un frammento alla volta, allenandomi di notte sotto il diluvio, dopo 15 ore di lavoro, tutti i giorni, per temprarmi e poter sorridere. E ora che sto per addormentarmi sono in realtà sveglio in quel sogno fatto realtà.

Quanto può esser bella la vita.

Christian Roccati
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