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30 novembre 2018

Non è bello ciò che è bello…

Fine autunno. Combino un’arrampicata con un amico che, da tempo, si dice curioso di venire in questa valle a scalare. Il mio grado massimo, almeno quello che sono in grado di superare in questo periodo è quello su cui lui normalmente si scalda. Sono in difficoltà e non so cosa scegliere: se lui si deve divertire, io non mi schiodo da terra, se mi devo divertire anch’io, probabilmente si annoierà lui. Quando un alpinista della mia età e un arrampicatore puro di 20’anni più giovane combinano di andare a scalare assieme il rischio è quello. Scelgo una via che io reputo impegnativa, dove io dovrò sfoderare il meglio che posso offrire al momento e lui accettare di fare una scalata di puro piacere. Lui peraltro acconsente, non so se per cortesia o perché, magari, conoscendo poco la roccia preferisce qualche lunghezza di adattamento. Partiamo. Il primo tiro è 6b+, per me un bel pugno nello stomaco a freddo, come così lo fu quando aprii l’itinerario. L’amico parte, esita, poi bofonchia qualcosa. Vedo che osserva lo spit successivo con una certa apprensione, giacché non è proprio vicinissimo. Mentre lo assicuro, gli dico che è perché fa freddo e quel primo tiro non era uno scherzo per me nemmeno 20’anni fa. Lo spit è ancora lontano e lui inizia a prendersela con il lichene crostoso che copre in parte la roccia e che non viene certo via a furia di spazzolate. Bisogna accettarlo come parte integrante del tiro, sapendo che quando c’è umidità nell’aria il grado s’alzerà di mezzo punto. Al 6b+ dopo una “lotta con l’alpe” si arrende e s’appende allo spit, per fortuna raggiunto. Ora colpevole è lo spit mal posizionato e mi dice che il moschettonaggio in quel punto compromette la continuità del passaggio. Gli dico che l’ho messo dal basso e con il vecchio e pesante trapano Bosch. Quando tocca al successivo tiro di 6c+ lui è ancora in testa, ancora più arrabbiato quando non capisce al primo giro la sequenza. Adesso la colpa è degli aghi di ginepro che dalla terrazza superiore sono scivolati nel fessurino della placca e pungono le dita. “Se tagliavi il ginepro restava tutto più pulito” mi dice mentre è appeso all’ennesimo spit. Non so che dire, a me questa via è sempre piaciuta tanto e ho sempre considerato il naturale riappropriarsi degli spazi da parte della natura un fatto naturale. Seguono altri due tiri con lamentele varie sulla pulizia, la qualità della roccia, il tutto in ottica negativa ovviamente. Sono mortificato ed anche un po’ incazzato. Quando giunge il tiro chiave di 7a, uno spigolo strapiombante protetto da un solo spit e dove occorre integrare due “micronut”, passo in testa con la scusa che il tratto è talmente “lichenato” (ma di fatto lo è nell’ordinario per quel tipo di gneiss) che è meglio che la bruttura me la risolva io. L’amico, che fino a quel momento mi ha visto salire sciolto, seppur da secondo, sottolineando che conoscevo la via, mi fa passare senza troppe remore. Io sui licheni ci sono nato e ci vivo da quarant’anni, sono cresciuto alpinisticamente nelle fessure erbose, nella roccia che si sfalda e con l’appiglio che ti rimane in mano. Il 7a non s’accorge che gli sto sopra e mi fa passare liscio come l’olio. Dal terrazzino di sosta finale mentre recupero il forte amico, le termiche di una giornata di sole oltremodo calda mi fanno arrivare le encicliche di chi si è appeso per l’ultima volta. Me ne torno a casa col dubbio d’aver scalato tutta la vita sulla roccia brutta e cattiva, ma la montagna è questa. Le pareti lucidate ce le possiamo permettere a due passi dall’auto e, per quanto mi riguarda, finiscono spesso con l’essere non così diverse dalla plastica. Eppure, su vie che la mia generazione ritiene bellissime e “pulite”, spesso leggo commenti del tipo: “Scalato su un tappeto di muschi, appeso a ciuffi erbosi e grovigli di vipere…”, sacrosanta verità. Certo, abbiamo imparato a scalare con le scarpe da ginnastica, la corda legata alla vita, nei primi tempi senza alcuna assicurazione, su rocce che non erano degne di essere erette al rango di “parete”. Eppure quelle “ravanate” iniziatiche mi hanno dischiuso i segreti della pietra, bella o brutta che sia, perché la pietra è pur sempre pietra. Non è un caso che in alta montagna io mi sia sempre destreggiato su quei terreni verticali e delicati che molti ritengono “indegni” o di scarso interesse, forse mascherando così un proprio limite conoscitivo. La montagna e le rocce sono frutto di meccanismi millenari e non hanno chiesto certo la nostra presenza. Se non si acquisisce questo si vada a scalare nelle falesie “denudate” e iper – frequentate. Altrimenti, si accetti che magari è il caso di imparare a guardare oltre con un po’ di umiltà, perché il concetto di bello, brutto, facile o difficile, esiste in senso compiuto solo nella nostra testa.