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4 settembre 2017

Alpinismo e Spedizioni · Vertical · Cultura · Europa

Oltre 4000, pensieri e parole seguendo un lavoro in alta quota.

Osservo dal grande finestrino le vette taglienti che sovrastano la Mattertal, qui nessuna cima è più bassa di 3000m
Con il naso all’insù, guardo i ghiacciai pensili del Weisshorn ed il treno velocemente entra nella stazione di Täsch. Questo non è il capolinea, né per il treno, né per me e i miei compagni di avventura. Abbiamo due diverse mete: il treno salirà a Zermatt, la nota capitale montana del Vallese. Noi invece con i nostri zaini pesanti, l’attrezzatura e viveri di conforto partiremo alla volta della Täschhutte a 2701m sotto le pendici del Alphubel 4206m.
Dapprima per boschi, poi per prati, lungo una strada per poi diventare sentiero, iniziamo a salire. Occorre superare 1200m di dislivello per raggiungere il nido d’aquila su cui poggia il rifugio.
Portare uno zaino con un corredo alpinistico completo, insieme ad un corredo fotografico dopo i primi 1000m è come sentirsi tirare da un paracadute spinto dal vento in direzione contraria alla propria. Nonostante questo, dopo tre ore di cammino, solo la volontà di raggiungere quel terrazzo erboso, dove sorge il rifugio, riesce a muovere ancora le gambe, passo dopo passo, in salita.
Mio nonno, diceva che in montagna non si corre, ma non intendeva la questione se procedere di corsa o meno, piuttosto indicava che un buon scalatore, alpinista, escursionista, non deve dannarsi l’anima nel voler arrivare prima, con fretta, verso la meta prevista.
Dietro quelle parole c’è un significato importante che porto con me fin da bambino. Camminare, scriveva Thoreau, non significa mettere passivamente un passo dietro l’altro. Non è neppure una semplice pratica salutistica, sebbene sia da prendere in considerazione il fatto che può far bene al proprio corpo.


Il vero “camminatore” deve sapersi staccare completamente dai suoi banali pensieri quotidiani; quindi, attua dentro di se una sorta azzeramento, che gli permettere di entrare in sintonia con le piante, i minerali, gli animali, il paesaggio intorno a lui, con la natura tutta nel suo essere incontaminata e selvaggia, in grado quindi di collegare l’individuo con la parte vera di se stesso.
Allietando l’anima con tutto ciò che ci circonda, fermandosi per realizzare quanta strada è stata fatta, ammirando le linee di cresta dei quattromila del vallese, raggiungere la prima tappa diventa un viaggio nel viaggio, di più semplice attuazione.
La Täschutte è un grazioso e moderno rifugio, dalle sue finestre e balconate si gode di una vista, non famosa, un occhio più introspettivo verso la valle di Zermatt.


Dalla valle che porta fino ai 3205m del Längfluejoch, si può ammirare una delle viste più emozionanti sul Weisshorn 4506m e Zinalrothorn 4221m. Due montagne affascinanti, le loro pareti da qui appaiono inviolabili. Una sequenza di scivoli e goulotte, ripidissimi, specie sul Weisshorn, interrotti da ghiacciai pensili che è quasi impossibile capacitarsi di come riescano a vincere la forza di gravità. Da qui si può osservare sia la cresta Nord che quella Sud, di profilo, con un binocolo si potrebbe osservare se qualcuno si trova lungo la salita, ma non è così.
Sono le sei della sera, al rifugio si attende il tramonto, che cala proprio dietro le creste, realizzando così, uno stampo in nero, del profilo delle più interessanti vie di salita verso questa grandiosa montagna.
La nostra meta il Rimpfishorn 4199m, è sotto le nuvole, ogni tanto si fa vedere, mentre le luci del tramonto scendono e scaldano tutte le pareti e i ghiacciai che giacciono sotto la sua cima. Prendo il teleobiettivo, cerco linee, creste, forme di ghiaccio, scovo la via di salita che affronteremo domani, anzi tra poche ore.
A volte nella mia mente nasce un contrasto, da una parte c’è il fotografo di montagna e dall’altra l’alpinista. Il fotografo si sofferma sui dettagli, prende tempo, analizza le luci e le forme e cerca di prevedere a quale ora e da quale posizione sarà possibile realizzare un’immagine già previsualizzata, senza pensare a quanto tempo possa occorrere per realizzare tutto ciò. L’alpinista pensa alla via, ragiona sull’ora di partenza per giungere in vetta senza problemi, studia con i binocoli dove si potrà passare, cerca i percorsi più vari e interessanti, non è detto che questi siano gli stessi del fotografo.
Una lotta tra pensieri che cercano un compromesso l’uno con l’altro, da un lato le esigenze fotografiche, dall’altro quelle alpinistiche. Il fotografo sa benissimo che senza l’alpinista non potrà raggiungere i punti dove fotografare, l’alpinista invece vorrà arrivare a meta portando anche a casa le immagini che ricorderanno la salita.
Vedo la fotografia e l’alpinismo come la forma di due arti che vanno a sommarsi, sacrificio, fatica, filosofia ed estetica.
Entrambe si amalgamano, facendo di un’ascensione qualcosa di unico e molto personale.
I ragionamenti fatti finora fanno si che una normale ascensione sia studiata nel dettaglio, carta, effemeridi e bussola alla mano. Occorre capire quali siano i punti interessanti per le fotografie e se è possibile raggiungerli ottimizzando il percorso verso la meta. La cosa più difficile è calcolare i tempi, perché se nelle relazioni indicano una tempistica, sicuramente, fotografando e deviando dall’itinerario, le durate si allungheranno a dismisura, creando anche non poche difficoltà logistiche. L’alpinista sa che tardare sulla via può creare problemi, difficoltà oltre alzare i rischi oggettivi, ma la passione per la fotografia spesso ignora tutto ciò.
In attesa del tramonto, con i soci, si studiano le carte, si valuta il percorso, l’esposizione, gli orari.
Ancora riposati, sotto un piacevole sole estivo, si decide l’ora di partenza tenendo conto che si partirà alle due di notte con lo scopo di raggiungere la vetta del Rimpfishorn non più tardi delle dieci del mattino.
L’impegno mentale, nelle fasi del tramonto è tale, che quasi ci si scorda di cenare e di andare a letto. Qui il fotografo ha il sopravvento sull’alpinista, non importa se bisognerà alzarsi presto, è imperativo “portare a casa” le immagini di quelle elegantissime creste in controluce sul Weisshorn pensate ore prima. Così realizzo che la notte è ormai calata e dopo una frettolosa cena, mi addormento subito pensando solo all’ora di partenza.


Sono le due di notte, suona la sveglia, apro gli occhi nel buio totale, lo zaino è li sotto già pronto con tutto il materiale, la reflex è il primo oggetto disponibile aprendo il cappuccio. Ramponi, corda, casco, frontale, cammino fuori dal rifugio, suonando come le vacche al pascolo. Il tintinnio è dovuto ai chiodi, i moschettoni e gli altri attrezzi da alpinista che battendo l’uno sull’altro creano una sinfonia degna di un’officina meccanica. Questo suono mi accompagna tutta la notte, mentre salgo le lunghe morene dell’Alphubelgletscher. La carta indica un lago, beatamente saltato, lungo la salita, i soliti dubbi di essere fuori itinerario attanagliano il gruppo.
Il fotografo intanto spera solo di raggiungere e superare una dorsale morenica tra i ghiacciai prima dell’alba. L’idea è quella di fotografare il versante Nord del Rimpfishorn sopra il Mellichgletscher con le luci della luna, per fare ciò occorre portarsi fuori via su una dorsale tra due ghiacciai a 3500m di quota, una zona di sfasciumi non banale da attraversare.
Sono le quattro e trenta del mattino, usciamo sulla dorsale, il paesaggio si apre a quasi 360°, finalmente si può osservare grazie alla luna piena, la nostra via nella sua interezza. Il Rimpfishorn sembra lontanissimo, ed in effetti ci sono due chilometri di ghiacciaio tra noi e la vetta. Sarebbe stato difficile portare con me un treppiede in questa ascensione, quindi costruisco un appoggio improvvisato con delle pietre sulla morena, appoggio la reflex. Trenta secondi interminabili di esposizione ed ecco apparire sullo schermo ciò che il mio occhio ancora non riesce a vedere per il buio.


Avere delle stazioni da dove fotografare permette di organizzare dei punti sosta e riposo in luoghi incantevoli per la vista, tanto difficili e a volte pericolosi da raggiungere. L’idea di alzarsi il più possibile velocemente sul ghiacciaio per fotografare l’alba sul Weisshorn ci ha portati in mezzo ai seracchi del Mellichgletscher che in questo 2015 sono aperti più che mai. Non mi perdo d’animo so quello che voglio ottenere, e con prudenza superiamo uno, due, dieci ponti, saltiamo non so quanti crepacci, fino ad arrivare in posizione. L’alba sale sui 4500m del Weisshorn, anche il Matterhorn viene baciato da quel caldo Sole. Anche i miei compagni ammirano tanta bellezza, siamo a 3800m, immersi in un ambiente glaciale di prim’ordine ad ammirare lo spettacolo della natura. Apprezzano la fatica di aver percorso quel labirinto per arrivare fin qui.
Alle sette del mattino dopo cinque ore superiamo l’ultimo ripido pendio giungendo ai 4001m del Rimpfishsattel l’ultimo colle che ci divide dalla vetta. Qui inizio a capire che siamo in un posto unico, una vetta circondata da tutte montagne sopra i 4000m, coperta dai ghiacciai da ogni parte, a Sud il Monte Rosa e tutta la sua catena, a Nord la catena del Mishabel e poi il Cervino.
La luce del sole è ormai alta, occorre superare la parte più impegnativa del percorso, subito un canale tra i 40° e i 50°, tecnico e divertente, poi una cresta di II° e III°.
Un fotografo potrebbe essere molto disattento, preso ad osservare il paesaggio, però in queste condizioni non bisogna mai perdere d’occhio cosa sta facendo il tuo secondo mentre lo recuperi. Neanche il tempo di pensare ciò che che su di un passaggio “verglassato”, per poco non lo perdo. Il rampone gli cede e cade strisciando sul ghiaccio per una lunghezza di tre, quattro metri che prontamente freno con tutte le mie forze. Devo ringraziare la corda, e il mio pesante zaino pieno di ottiche così pesante e pieno da tenermi incastrato alla parete, permettendomi così di stare fermo e bloccare la caduta.
Passata la paura e finalmente baciati da un caldo sole, osserviamo la cresta, pulita, ancora 50m di passaggi facili anche se un po strapiombanti.
Sono le dieci del mattino a venti metri dalla vetta, sono sotto l’anticima e vedo ciò che mi aspettavo, una visione piuttosto inedita da Nord del Monterosa. Prendo il teleobiettivo, portato fin quassù nonostante il peso di due chili e inizio a cercare “pattern” sui ghiacciai, riesco pure a fotografare l’anticima del Rimpfishorn stagliata sui ghiacciai del MonteRosa.
Si sta rannuvolando, occorre scendere, la nostra via di rientro prevede un percorso ad anello, lungo, verso il Längfluegletscher, che necessiterà più di 5 ore di cammino.


Scendiamo dalla vetta, attraversiamo il colle, dopo una frastagliata e instabile cresta, alzo gli occhi da terra e mi appare forse l’immagine più emozionante degli ultimi tempi. Le nuvole in controluce disegnano, come fanno sul mare, una serie di lame davanti al Cervino. Una colonna di nuvole si alza dalla parete Sud, la cresta Hörli è perfettamente illuminata di taglio. Nonostante il terreno instabile e la posizione non comoda, devo fermarmi, prendere la macchina fotografica e scattare quell’unica fotografia per la quale è valso tutto il giro attorno queste montagne.
Quota 3500m, sono passate 15 ore da quando siamo partiti, mancano ancora molte ore all’arrivo, sento il mio spirito pieno, anche quello dei miei compagni. Rientreremo la notte, soddisfatti, consci di aver esplorato e vissuto, la notte, l’alba e due tramonti, fra queste grandiose vette, senza sprecare tempo e assaporando tutto ciò che la natura ci ha regalato.