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22 settembre 2019

Severino “Seve” Scassa e l’avventura infinita, intervista di Christian Roccati

Cari amici, anche oggi incontriamo un grandissimo personaggio del pianeta naturale. Piove, il cielo è plumbeo, ed é il momento perfetto per allenarsi per le grandi ascensioni, ma prima, è il momento perfetto per una tazza di caffé bollente e un bel dialogo con uno dei più grandi scalatori italiani di tutti i tempi!

Severino Scassa, il “Seve”, un fenomeno della scalata, nato ad Asti il 9 gennaio 1969, e ovviamente residente ad Arco!

Un uomo capace di guadagnarsi 600 vie tra l’8a e l’8c+, a vista fino all’8b, e 8c in giornata! Il primo atleta in Europa a salire un 8c in tre tentativi, Le Plafond a Volx (…correva l’anno 1992!) Più di venti tiri saliti tra 8c e 8c+, più di cento tiri a vista tra l’8a e l’8b!

Finisco la tazza, chiudo gli occhi, un respiro… li riapro, e mi tuffo nell’avventura.

Da quanto scali e come hai iniziato?
Scalo da trentaquattro anni, dal 1985, scalo da quando avevo quindici anni, scalo da una vita. A trasmettermi l’amore per la montagna sono stati i miei genitori, erano iscritti al Club Alpino Italiano e amavano fare escursioni in quota. Grazie a un corso Cai mi sono avvicinato alla roccia.

Che cosa ricordi di quel corso CAI? Gli amici? Le ragazze? Il profumo della roccia? Cosa volevi dalla “montagna” allora?
Ricordo i profumi inconfondibili di Finale Ligure, eravamo a Rocca di Perti, alla Placca dell’Oasi. Ricordo l’incontro folgorante con la roccia. Procedere in verticale lungo la parete fu per me un istinto naturale. Però ricordo anche che mi bocciarono al corso Cai! Venni ritenuto non idoneo per passare al corso di secondo livello! Ho sempre rimpianto di non aver conservato quella lettera. Mi bocciarono, ironia della sorte, per la mia corporatura troppo gracile, motivo per il quale non venni ritenuto idoneo all’alpinismo! Così lasciai da parte la montagna e mi dedicai alla falesia, continuai ad andare a Finale con un gruppo di amici di Alba, prendevo il treno ad Asti per raggiungerli la domenica o quando non dovevo andare a scuola. Ho scalato così tra i quindici e i diciotto anni e poi ho iniziato a fare le gare e a conoscere più gente nell’ambiente verticale. Tra i ventidue e i ventiquattro anni ho passato lunghi periodi senza mai mettere piede a casa, vivevo in furgone e passavo da una gara all’altra da una falesia all’altra!

Tu hai partecipato alla genesi dell’arrampicata: come si svolse il campionato italiano 1991? Cosa accadde?
Il Campionato italiano allora era strutturato in più prove e non consisteva come oggi in una prova unica, era organizzato pressapoco, per intenderci, come è oggi la Coppa Italia. Ricordo l’ultima gara a Torino, in quell’occasione a salire sul gradino più alto del podio fu Alberto Gnerro, ma quell’anno fui io ad aggiudicarmi il campionato, visti i risultati nelle gare precedenti.

L’anno precedente fosti argento: come si svolgeva allora il campionato?
Si aveva vinto Alberto Gnerro ed io arrivai secondo!

Quale fu il tuo primo campionato italiano? Quale fu in assoluto la tua prima gara?
Nel 1989 avevo fatto la mia prima gara. Allora c’era solo una gara all’anno, una prova unica insomma, che si svolgeva a Torino. É dal 1990 che si iniziarono a disputare più prove del campionato italiano. Pensate che alcune erano su roccia, come ad esempio sulla parete delle gare in Valgrisenche, in Val D’Aosta, a Bismantova, nel settore Gare Nuove, in Emilia Romagna, o ancora alla parete dei militi a Bardonecchia.

Hai partecipato alla coppa del Mondo? Sei stato in nazionale? Cosa ricordi?
I ricordi sono tanti. Posso dire di aver gareggiato e a volte battuto i grandi miti dell’arrampicata sportiva a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, da Glowacz a Tribout da Rabotou a Hirayama e posso dire che la mia sfortuna più grande è stata quella di aver gareggiato in Coppa del Mondo con la più imbattibile versione di Francois Legrand. Così ho collezionato secondi gradini del podio alle sue spalle, a Vienna a Zurigo, a Praga,

Che cos’è Noia, cosa rappresentò alla sua creazione e libera?
Noia ha rappresentato il culmine e la svolta della mia carriera. Per me ha significato molto più che una prestazione, è una linea che torno a trovare spesso, ed è sempre un’emozione, come fosse una vecchia amica. Trenta metri per cinquantacinque movimenti e tredici spit, una via completa, movimenti dinamici, un passaggio di boulder, moschettonaggi difficili, appoggi minimi per i piedi, prese rovesce, buchi svasi. Posso solo dire che tra l’apritore e la sua via si instaura spesso un rapporto che va al di là della pura difficoltà. Se per molti una via ripetuta sarà solo una tacca in più sull’imbragatura, come scrisse Andrea Gallo, per chi l’ha aperta restano momenti molto intensi che difficilmente si riusciranno a raccontare.

Cos’è e cosa rappresenta Andonno. Tu sei anche un autore e nello specifico della sua guida ufficiale
Andonno per me è casa. Ad Andonno sono cresciuto come scalatore, mi sono formato come chiodatore. Se c’è un posto in cui mi sento sempre in pace con me stesso anche oggi è Andonno, ogni angolo di quel piccolo paesino, dei suoi stretti borghi come delle sue pareti che sovrastano il centro abitato, racchiude tanti ricordi di un periodo spensierato e unico della mia vita.

Cosa ha significato scriverne il libro? Era la tua prima opera?
Per me è stato facile, naturale, racchiudere nella guida di Versante Sud tutti i luoghi verticali che ho visto nascere, diventare sempre più amati e frequentati. É una zona che non ha mai rappresentato certo una mecca dell’arrampicata sportiva come lo è la zona di Arco in cui oggi vivo, eppure, oltre ad Andonno, nella guida ci sono tanti posti che io reputo delle vere e proprie perle verticali, da Briga a Pian Bernardo.

Ti puoi definire un chiodatore? Un atleta? Un esploratore? Dove hai aperto linee di scalata? Hai fatto altre esplorazioni?
Oggi mi definisco tracciatore perché la mia attività principale è tracciare vie in palestra. Chiodatore lo sarò sempre perché continuo a cercare posti da chiodare, anche se oggi il tempo e le forze non mi permettono di praticare con assiduità! Atleta lo sono stato perché per tutto il periodo delle gare non avevo altro pensiero che preparami al meglio per ogni appuntamento nazionale e internazionale. Lavorare duro non mi spaventava perché la voglia di mettermi in gioco era più forte di tutto.

Gli atleti di oggi nascono sul pannello. Ci sono state mille fasi dell’arrampicata, i super magri, i super grossi… e molteplici passaggi. Quale fu la tua metamorfosi? Come ti allenavi i primi anni? Come ti alleni ora?
Io non ho mai seguito un regime alimentare specifico, quando ero concentrato sulle gare e sull’arrampicata non vivevo nulla come una rinuncia, ero magro allora, ma non seguivo una dieta! Posso dire che il mio allenamento era davvero dettato dal caso! Certo c’è stato un periodo in cui facevo trave e tanto pannello mirato, erano gli anni delle competizioni, ma ci allenavamo tanto anche in falesia ripetendo tiri duri nelle falesie di casa, del resto non c’erano ancora le strutture indoor che ci sono oggi e solo così riuscivamo a fare resistenza e a spingere sull’acceleratore! Per quanto riguarda l’arrampicata che piace a me penso che la leggerezza sia tutto, leggerezza non solo in termini di chili intendiamoci, anche se anche quello conta. Leggerezza, in termini di progressione, è sinonimo di eleganza, di velocità, una scalata dinamica, dove i muscoli contano tanto quanto arpionare gli appoggi per sfruttarli appieno. Quanto conta spingere sui piedi nel modo giusto! Non mi stancherò mai di ripeterlo!

Raccontaci qualcosa che chi scala oggi non può capire? Parlaci delle mode e delle mecche della scalata quando essa nacque.
La mecca nei miei anni d’oro era il sud della Francia, il Verdon, le mie sfide preferite erano i tiri di riferimento, saliti da mostri sacri quali Patrick, Edlinger, Gibe Tribout, ricordo le Specialist 8b+, una delle vie più celebri di quella che fu l’età dell’oro dell’arrampicata sportiva e che ha segnato la storia de Les Gorges du Verdon, ma ricordo anche le giornate a Buoux, su altri pezzi di storia ripetuti ancora oggi, come la Rose et le Vampire celebre 8b. Il primo mito e il primo ricordo è quello di Patrick Edlinger che fa quel lungo volo in Verdon durante la sigla iniziale della trasmissione “Jonathan” condotta da Ambrogio Fogar, se mi avessero detto allora che avremmo scalato insieme io e Patrick avrei davvero stentato a credere che un tale sogno potesse diventare realtà.

Come inizia e prosegue la tua giornata quotidiana?
Negli ultimi cinque anni sto lavorando molto come tracciatore in diverse palestre e vivendo ad Arco la mia giornata inizia spesso alle cinque del mattino. Qualche ora di viaggio mi separa da Brescia, Bolzano, Milano insomma dalle diverse palestre di arrampicata indoor dove traccio per il pubblico. Il mio lavoro mi piace anche se mi porta via tante energie e a volte mettermi l’imbrago anche nelle giornate libere non è sempre un piacere lo ammetto! Passando poi molto ore in palestra ad avvitare prese faccio fatica a trovare lo stimolo per allenarmi in palestra!

Hai famiglia? Come si bilancia l’arrampicata in questo? Ti svegli con compagna e/o con figli? Condividi la giornata?
Convivo con Laura da cinque anni e l’arrampicata è parte integrante del nostro menage familiare visto che anche lei ha lasciato il suo lavoro di giornalista per vivere ad Arco e per scalare…insomma è il resto della vita che si bilancia attorno all’arrampicata per noi!

Qualcuno davvero comprende cosa provi nella scalata? Quale cammino/missione hai perseguito?
L’arrampicata è stata ed è ancora oggi la mia vita. Sono una persona schiva e riservata, non amo parlare tanto di me stesso, coltivo poche amicizie. Chi ha capito cosa ha rappresentato per me la scalata, chi ha condiviso le mie scelte di vita lo ha fatto senza bisogno di spiegazioni. Mi cosce davvero chi ha imparato a conoscermi senza bisogno che io mi raccontassi. Perché con le parole e le emozioni non sono mai stato bravo.

Cos’è per te scalare? Perché Scali?
La scalata si è trasformata per me nel corso degli anni. A volte il mio corpo mi sembra una prigione perché incapace di assecondare il mio istinto. L’approccio è lo stesso di quando arrivavo in falesia e mi scaldavo su un 8a e poi in una manciata di tentativi facevo mia la linea che più appagava il mio occhio che era sempre la più dura della falesia! Vorrei vivere con maggiore serenità le sensazioni appaganti che l’arrampicata ha saputo regalarmi nel corso degli anni però faccio davvero fatica a convivere con il mio istinto. Sono da sempre stato competitivo prima di tutto con me stesso. Forse questo mi ha regalato una marcia in più durante la mia carriera agonistica, oggi però mi condanna a fare i conti ogni giorno con una malinconia latente e silenziosa, divenuta ormai una compagna di viaggio sempre presente.

Qual è la via “Seve Scassa”?
Non può che essere Noia. Noia è nata per caso, l’ho salita così velocemente, era il 14 febbraio del 1993, senza immaginare che avrebbe rappresentato un pezzo di storia dell’arrampicata sportiva italiana. L’anfiteatro di Andonno era la nostra palestra allora, il bisogno di alzare l’asticella dell’allenamento per salire linee inimmaginabili all’epoca è stato più forte di tutto. Sentivo che le mie dita i miei muscoli il mio cervello avevano bisogno di nuovi stimoli. Oggi che vivo e lavoro in strutture bellissime di arrampicata, con muri e prese adatte per allenarsi mi chiedo come sarebbe stato diverso il mio percorso di crescita agonistica se avessi avuto a disposizione tanti strumenti allora inimmaginabili. Mi sono dovuto inventare un modo per allenarmi e l’ho fatto sulla roccia di casa. E poi anche sui pannelli artigianali che mi ero costruito.

Cosa diresti a un ragazzo che vuole iniziare ad arrampicare?
Sono un uomo di poche parole, come ti ho già detto, quindi ai ragazzi che incontro o seguo in palestra non dispenso perle di saggezza o consigli. Insegno la sola cosa che ho imparato, la fatica. Scendere e salire dalle vie o dai circuiti, allenarsi senza risparmiare un grammo di energia. Dare davvero tutto, senza mai sentirsi appagati fino in fondo. Mettersi in gioco prendendo come punto di riferimento i migliori atleti e imparare dalla tenacia e dalla passione che spendono nell’allenamento. Se c’è una cosa che ricordo, è che non mi sentivo mai davvero appagato. Al di là della componente agonistica a chi vuole iniziare a scalare posso solo dire invece che l’arrampicata regala momenti bellissimi perché è un mondo unico per appagare il nostro bisogno di adrenalina, la voglia di mettersi in gioco, alla costante ricerca di un equilibrio tra corpo e mente.

Cosa diresti a un tuo coetaneo, forte o meno, che scala da 30 anni?
Ho poco da dire ai miei coetanei che scalano da trent’anni come me, perché molti di loro stringono di più oggi che trent’anni fa! Posso solo dire loro che sono bravi e tenaci! A volte mi sembra incredibile, eppure il processo di crescita verticale non è per tutti uguale. Per me è stato folgorante. La mia progressione è stata velocissima, dopo pochi anni che scalavo era già sul podio delle gare e delle competizioni nazionali e internazionali, mentre oggi passo più tempo a tracciare vie per gli altri, che non a scalare per me stesso. Ma alla fine ho sempre un gri gri in mano. E continuo a immaginare delle linee sulle pareti che incontro. Insomma è una malattia da cui è davvero difficile guarire l’arrampicata!

 

Amico mio che hai letto l’intervista, questa volta non posso che condividere con te un pensiero, mentre mi scaldo altro caffé, prima di prendere lo shell e uscire ad allenarmi …Seve è veramente un grande! 

Christian Roccati
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