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6 febbraio 2009

Memorie · Personaggi · Racconti

SEPP INNERKOFLER, la morte misteriosa

sepp-inn.jpgChi ha ucciso Sepp Innerkofler? Un punto di vista piuttosto semplice, ma probabilmente realistico, è quello che si legge nel libro di Ebner: «Non si è mai riusciti a sapere la vera causa della sua morte» e, probabilmente, il mistero resterà per sempre.

Sulla sua fine si contano trentatre versioni o interpretazioni e tutte si discostano con argomenti più o meno importanti. Ci soffermiamo su quelle poche che possono vantare un certo credito in quanto redatte da testimoni, studiosi, storici.

La testimonianza di Antonio Berti (1882-1956) è fra le più credibili. Il “padre degli alpinisti veneti” era tenente medico accampato sulla Forcella Lavaredo. Più che “aver visto tutto” come fu scritto, egli “stranamente intuì” chi doveva essere quell’uomo in quanto si trovava a un tiro di schioppo dalla cima del Patèrno. Ecco le versioni più rispettabili.

Antonio Berti: «Fu visto l’Uomo lanciare una prima bomba su verso la cima, e una seconda ed una terza. Si vide sorgere sulla cima d’improvviso, dritta, sola, una figura di soldato alpino, campeggiante nel tersissimo cielo; scagliò con le due mani un masso; l’Uomo cadde riverso; fu visto precipitare e arrestarsi in un camino. Chi scrive queste pagine assistette da Forcella Lavaredo con la commozione più profonda al duello leggendario; stranamente intuì, e insistentemente affermò, chi doveva essere l’Uomo che aveva tanto meravigliosamente osato: Sepp Innerkofler, la grande guida di quelle Dolomiti. Un suo soldato di Sanità, Angelo Loschi, raccolse il presentimento assillante, e mosso dal desiderio di far certa l’identità dell’Uomo e di rendere onore all’eroe, una notte si calò dalla cima nel camino; aiutato issò con corde la Salma sotto le fucilate austriache. Fu tumulata in cima; fu scolpita una lapide con parole riverenti. Avvenuta l’invasione austriaca la salma fu trasportata a valle…» Questa versione, la più eroica e coinvolgente, ha trovato molti sostenitori, specie fra gli italiani. A divulgarla fra il pubblico di lingua tedesca fu l’alpinista e scrittore Joseph Sepp Kiene attraverso una recensione e un’ampia citazione sulla rivista “Der Schlern” del febbraio 1929.

Schemfil e Springenschmid: «All’una di notte di domenica 4 luglio 1915 partì per il Patèrno una pattuglia di sei uomini composta da quattro guide di Sesto: Sepp Innerkofler, Johann Forcher, Andreas Piller e Benitius Rogger più i due Standschützen Franz von Rapp e Josef Taibon. Arrivarono sotto la vetta del Patèrno verso le 8. Sulla cima di questa tre Alpini stavano di vedetta, altri sei riposavano nella baracca sottostante. Li comandava il caporale Da Rin. Sepp, Forcher, Rapp e Taibon giunsero in cima percorrendo un camino. Rogger, un po’ più in basso, con una bandierina rossa segnalò all’artiglieria austriaca di cessare il fuoco. Intanto le vedette italiane si erano accorte e tentarono di snidarli con nutrita sparatoria, poi a sassate. Forcher fu ferito alla testa e ad una coscia. Sepp Innerkofler si erge dietro un sasso, lancia 3 o 4 bombe a mano delle quali una o nessuna esplode. Poi Rapp e Taibon, rimasti con lui sulla vetta, lo vedono colpito alla fronte precipitare con un urlo e cadere sulla ghiaia».

Langes e Pichler: «D’improvviso appare, dritta, sul muretto della vedetta della cima, la figura di un 12d-paterno-3-cime.jpgsoldato alpino, campeggiante nel tersissimo cielo, alte le mani armate di un masso, rigata la fronte di rosso da una scheggia della prima bomba. Prende giusto la mira, scaglia con le due mani il masso. Il Sepp alza le braccia al cielo, cade riverso, piomba, s’incastra nel camino Oppel, morto. Sulla vetta, indorata dal primo raggio di sole, sta ritto l’alpino che ha salvato il Paterno. Solo, trionfale, più alto del monte: Piero De Luca del battaglione “Val Piave”».

«Il 4 luglio», scrive Pichler, «mentre [Sepp Innerkofler] stava eseguendo un temerario assalto scalando una parete rocciosa, un masso scagliato dall’alto lo fece precipitare nel vuoto. Qui fra le sue crode abbiamo perduto questo esempio di fedeltà ed eroismo tirolese».
Versione pusterese e della famiglia: Quasi subito fra i soldati del fronte, ma soprattutto fra i valligiani e gli stessi familiari di Sepp, si diffuse una voce, un sospetto, che si fece via via sempre più consistente: ad ucciderlo per sbaglio, sparando proprio nel momento in cui si era alzato da dietro un riparo per vedere dov’era la vedetta italiana, potrebbero essere stati gli stessi austriaci. È soprattutto il figlio, allora diciassettenne, Josef Sepp jr., il più giovane della famiglia, a formulare questa tesi. Nel 1937, e poi ancora nel 1975, scrisse di aver assistito all’“operazione Patèrno” da un luogo molto vicino alle mitragliatrici collocate sulla Forcella di San Candido (Innichriedel), a nord della Torre di Toblìn (Toblinger Knoten).

«La pattuglia che doveva scalare la vetta partì appena verso le tre. Quando all’alba si cominciarono a distinguere le montagne, partirono i primi colpi dall’Alpe Mattina (Morgenalpe) e dalla Croda dei Ròndoi (Schwalbenkofel). Mentre sparava l’artiglieria, le mitraglie postate sotto di me rimasero completamente inattive; il loro tiro era stato aggiustato contro la cima del Paterno già in precedenza e sparando avrebbero rivelato lo scopo dell’impresa. A tatti riuscivo a seguire la pattuglia mentre saliva e non mi sfuggì la traversata sullo spigolo, per passare sulla parete nord-ovest. Intanto era cessato il fuoco. Verso le 6 mio padre apparve su una forcelletta circa due metri più bassa della vetta e poco distante lateralmente. Tutti gli uomini dovevano dunque esser dietro lo spigolo, su un gradone di roccia. Vidi pure bene mio padre lanciare tre bombe a mano, delle quali una sola esplose. Lassù non c’era anima viva, quindi è da escludere che altri della pattuglia siano stati accanto a lui; sulla vetta gli italiani non avevano ancora eretto muretti di pietre; vi vedevo soltanto l’ometto di sassi. Contro l’orizzonte non si stagliava nessuna figura; tutti gli alpini devono esser rimasti al riparo dietro cresta; ciò esclude pure la versione secondo cui essi avrebbero scagliato su mio padre un masso, perché non si gettano macigni verso l’alto. Del resto mio padre sapeva molto bene dov’erano le posizioni dietro la cresta, per essere stato lassù diverse volte in ricognizione. Vidi che mio padre voleva togliersi il fucile da tracolla, facendo un movimento tipico delle braccia e del corpo per imbracciarlo. In quell’istante la mitragliatrice sotto di me fece partire d’improvviso una raffica verso la cima del Paterno. Contro il firmamento mio padre era visibile a sinistra dell’ometto di sassi; poi cadde. Sotto di me si gridava a gran voce concitatamente: Cessate il fuoco! Ma il comando arrivò troppo tardi. Probabilmente, scorgendo qualcuno muoversi sul Paterno, il servente era stato indotto ad aprire il fuoco, supponendo erroneamente che si trattasse di italiani… Si può quindi ritenere sicuro che mio padre fu ucciso per sbaglio da una pallottola austriaca. È ovvio che nel 1915 queste circostanze non potevano esser rese note; ma sono convinto che gli ufficiali in osservazione sapevano esattamente come si erano svolti i fatti e com’era morto mio padre.» Scrisse nel 1975: «Le mie osservazioni trovarono conferma dopo la guerra, quando la salma fu riesumata e collocata nella nuova tomba di famiglia; allora, tenendo in mano il teschio di mio padre, accertai due piccoli fori di proiettile e precisamente in direzione dalla nuca alla fronte».

Anche in un breve schizzo biografico scritto nel 1925 da padre Adolf Innerkofler, parente di Sepp, si legge che la guida era stata colpita in fronte da una pallottola. 7
Bradacs: «Su di noi sparavano senz’altro anche i nostri, come risulta chiaramente dal mio diario. Vedevamo sull’Alpe dei Piani (Bödenalpe) singoli soldati che ci prendevano di mira. Il loro fuoco si distingueva bene da quello degli italiani; ogni dubbio è escluso. Forcher fu colpito dalle nostre mitragliatrici del Sasso di Toblìn (il loro comandante Sersawy naturalmente lo negherà). Sia ribadito ancora: ci sparavano addosso tanto gli alpini quanto i nostri. Secondo il racconto delle guide che erano con Innerkofler, esse raggiunsero la vetta e scagliarono bombe a mano, che però fecero cilecca. Quando Innerkofler volle sollevarsi sulla sommità, un alpino ferito saltò su e gli sparò diritto in fronte, alla radice del naso. Innerkofler cadde all’indietro precipitando per circa 10 metri; poi lo zaino restò attaccato ad uno spuntone di roccia, fermandolo. Forcher fu ferito poco sotto la cima dalle nostre mitragliatrici…»

Hippoliti: «Il 4 luglio mentre ero all’Alpe dei Piani, cominciò d’improvviso una sparatoria sul Paterno. Uno dei miei uomini si mise a sparare fucilate contro la montagna, ma io lo feci subito smettere, perché non si vedeva niente e non sapevo cosa stesse succedendo. Solo alla sera si seppe della spedizione fallita e si sparse pure la voce che Innerkofler sarebbe stato colpito dai nostri. Io però ritengo ciò del tutto escluso, perché la guida cadde subito all’inizio. Il fuoco, sia delle nostre mitraglie, sia dei due o tre colpi dalla mia postazione, cominciò parecchio tempo dopo la sparatoria sulla vetta; dunque in un momento in cui Innerkofler era già morto».

Sersawy: «Questo tenente sta seguendo gli avvicendamenti sul Paterno dalla nuova sede del comando tattico del battaglione, circa 600 uomini a nord del Sasso di Sesto. Con lui il capitano Wellean, un soldato, Gottfried Innerkofler e il colonello Epp con altri due ufficiali germanici. La vetta del Paterno si trova sotto il tiro di granate e shrapnel; le mitragliatrici del Sasso di Sesto sparano contro la Forcella del Camoscio. Il tenente Sersawy vedendo che la cima, nonostante il fuoco di artiglieria, è sempre ancora occupata dagli alpini in numero preponderante, corre fra la pioggia di pallottole alla mitraglia del Sasso di Sesto per seguire di là gli eventi. Cessato il fuoco di copertura le guide sono giunte fino ad un metro sotto la cima e lanciano le loro bombe a mano contro la postazione; ma poche giungono a segno, una soltanto esplode. Quattro uomini balzano sulla cima col fucile spianato; dopo un combattimento durato solo pochi secondi, scavalcano di nuovo la cresta scendendo lungo la parete verticale. Uno barcolla e precipita nel vuoto a gambe divaricate, cadendo su una piccola lingua di neve 4 metri sotto la cima; il corpo lungo disteso, dalla cui testa sgorga sangue, scivola giù altri due metri fermandosi sul ciglio dell’abisso. Nell’attimo seguente un alpino corre fino all’orlo della vetta, solleva con ambo le mani un grosso pezzo di roccia e lo scaglia giù per la parete nord… Le guide rimangono esposte al fuoco delle mitraglie italiane che sparano dal piede della Cima Piccola e un proiettile attraversa la coscia di Forcher».

berti-antonio-nel-1915.jpgJaschke: «Avevo già stabilito in via generale che le pattuglie, quando desideravano l’appoggio della mitragliatrice dovevano sventolare una bandiera gialla di segnalazione. Sersawy era un tiratore eccellente e con binocolo a 18 ingrandimenti potevamo scorgere sulle rocce persino i punti colpiti da singoli proiettili. Dopo aver lanciato le malaugurate bombe a mano, Innerkofler balzò sulla vetta; ma si trovò a mal partito e fu ucciso. Allora Sersawy si precipitò alla mitraglia del Sasso di Sesto e fece partire una sventagliata contro la vetta del Paterno, su cui erano accorsi gli alpini per riversare una valanga di sassi sulla pattuglia austriaca, rannicchiata pochi metri sotto la cima. La scarica fece indietreggiare gli italiani; le guide poterono scendere protette e salvarsi. Quando il tenente Sersawy tornò al comando, Wellean stava giusto telefonando a Brunico alla divisione, riferendo che l’azione era fallita perché Sersawy, infrangendo l’espresso ordine, aveva aperto il fuoco contro il Paterno uccidendo Innerkofler. Il tenente ordinò di mettere a verbale le deposizioni delle guide della pattuglia. Tutti all’unanimità riferirono che Sersawy aveva sparato quando Innerkofler era già morto e che il fuoco li aveva salvati. Perciò il tenente chiese una indagine e l’esonero di Wellean che fu sostituito anche se l’istruttoria non ebbe luogo».

Josef Anton Mayr: Veterano della Grande Guerra, nel 1915 era in zona come Standschütze della Legione Accademica dell’Università di Innsbruck. Nel 1975 scrive una sintesi di tutte le versioni conosciute e cita una lettera del soldato austriaco Franz Rigotti che accusa se stesso «per aver ordinato di sparare con la mitragliatrice sul Paterno uccidendo Innerkofler.». Infine, varie testimonianze di reduci confermano, nella sostanza, le dichiarazione di Sepp jr.
Qualcuno la contestò la tesi di Berti, ma in seguito essa fu accettata da quasi tutti gli storici in virtù dell’integrità morale ed intellettuale dello stesso anche se la “storia del valoroso alpino” che uccise la grande guida e fervente patriota con uno spregevole sasso, da molti non è ancora stata digerita.