MENU

15 Maggio 2009

curiosità · Personaggi · Racconti

TONI MINESTRON

Toni MinestronEra piccolo di statura, con la pelle ruvida e ben seccata dal sole, le spalle curve da decine di anni di lavoro, le gambe ad arco. Si chiamava Toni e rappresentava proprio il campionario del contadino di montagna. Viveva solo e felice in un paesino dell’alto Cadore. Diceva di essere felice proprio perché era solo e nessuna madre, nessuna moglie, nessun altro lo comandava!

Una mattina, come sempre da quando aveva iniziato a lavorare ed aveva sei anni, legò i suoi buoi al robusto carro che aveva riassestato d’inverno, caricò tutto ciò che gli serviva per il periodo della fienagione che durava tutto agosto, e partì per i prati di Colesèi. Le mucche, otto in tutte, le aveva mandate in ferie lassù nella bella malga di Rinfreddo alle falde del Quaternà.
Finalmente si sentiva libero. Libero come uno che lavora sedici ore al giorno, che dorme sul fieno fresco e caldo per la fermentazione, che si alza con il mal di schiena quando ancora re­gna il buio, che getta da parte il ruvido telo di canapa servito da lenzuolo e da coperta insieme. Libero di impugnare la falce, attrezzo per il suo pane.

Seduto sul carro, accompagnava il rumore de­gli zoccoli dei buoi fischiettando. Allora le strade erano bianche, strette e tortuose. Toni sapeva che la polvere faceva male ai polmo­ni. Glielo aveva raccontato, una sera d’inverno al bar dei Quattro Venti, l’amico Bepi che aveva lavorato in miniera per gli austriaci e la sapeva lunga; diceva che bisognava fischiettare soffiando, non aspirando; e se lo diceva lui che masticava anche un po’ di tedesco c’era da credere!

Il podere ereditato dal padre rappresentava una notevole estensione di prati verdissimi dove l’erba cresceva copiosa ed aromatica, una vera delizia per il palato bovino. Si stendeva a mezza costa del Monte Colesèi, fra il Gruppo del Popèra ed il Passo di Montecroce Comélico. Al centro del prato sorgeva, su di un ripiano dominante la valle, la sua vecchia baita ristrutturata che sfoggiava un nuovo tetto di scàndole, le tegole li legno. Vi giunse al pomeriggio. Aprì la porta e, prima di scaricare il carro e liberare i buoi stanchi e sudati, si sedette su un vecchio ceppo a fumare la pipa. Era di domenica, naturalmente. Perché Toni fumava solo alla festa.

Fra una boccata e l’altra pensava a cosa avrebbe potuto preparare per cena. La solita polenta? No, non gli andava! Allora un minestrone? Sì, quello sì! Avrebbe cucinato proprio un buon minestrone. Al mattino aveva raccolto nel suo orto, laggiù in paese, un po’ di verdure fresche: un cavolo, cipolle, carote, piselli, fave. La sorgente era a cinque minuti di sentiero, la legna secca e resinosa era ancora lì sotto la baita dall’anno prima, nulla di meglio, quindi, che darsi da fare e preparare un abbondante minestrone. Domani e domani l’altro lo avrebbe riscaldato, ci avrebbe aggiunto un po’ di pane di segala, dei pezzetti di formaggio stagionato e, senza perdere tanto tempo dato che il lavoro certo non gli mancava, il pranzo era servito. Così fece ed a notte inoltrata si ritirò nella sua baita.

Al chiarore del piccolo lume ad olio sistemò ben bene il telo sul poco fieno lasciato apposta Pian de la Biscia l’inverno scorso quando era giunto fin lassù con la neve alta, aveva caricato la slitta all’inverosimile ed era sceso per la scarpata con il carico di foraggio.
Prima di assopirsi fece il segno della croce, ricordò i suoi morti, guardò la luna attraverso le fessure delle travi, si diede la buona notte… Il vento, il bosco tutto intorno, l’erba del prato, i grilli…tacquero. Toni doveva dormire.

Quando il primo raggio di sole uscì dalle punte contorte delle Crode dei Longerìn, Toni aveva già falciato da un’ora. L’erba bagnata dalla rugiada si lasciava tagliare bene e la falce cantava la sua ballata, veloce e continua. Ogni tanto Toni estraeva dal corno appeso alla cintura, sotto la schiena, una speciale cote ed affilava la falce… Prima che il sole fosse alto nel cielo le lunghe file d’erba ammucchiata erano già state sparse a dovere. Ora Toni poteva riposare un po’ e pensare al pranzo mentre il sole avrebbe seccato i fragili steli profumati di altezza.

Non aveva voglia di accendere il fuoco. Faceva troppo caldo. E poi il minestrone, diceva sua madre prima di lasciarlo solo a questo mondo, era più saporito se mangiato freddo, più aromatizzato, più intenso. Siccome le madri hanno sempre ragione attinse abbondantemente dal paiolo, così com’era.
Mentre si sfamava non poté fare a meno di esprimersi i più sentiti complimenti. Un minestrone così buono non l’aveva mai mangiato. Eppure lui cucinava da anni e sempre con gli stessi ingredienti e anche l’acqua era della stessa provenienza. Non riusciva proprio a capire come mai fosse diventato così bravo.

«Forse non dovevo fare il contadino e il boscaiolo. Dovevo fare il cuoco… sì! il cuoco, dovevo fare». E giù minestrone, senza neppure degnare d’uno sguardo la catena del Popèra che tanto lo attraeva e che sempre aveva sognato di salire.
Con l’ultimo mestolo uscì dal paiolo qualcosa di strano, un oggetto lungo e flessibile, simile ad una molla, di colore bianco, orribile ed agghiacciante nell’aspetto: era una colonna vertebrale di biscia.
Toni si sentì male! Pensò di dover morire e si mise a correre come un forsennato giù per i prati, raggiunse la strada di Selvapiana, poi Valgrande, infine giunse trafelato in paese, entrò nella casa del botanico (che allora era l’unico sapiente della zona) e qui terminò la sua personale maratona ignobilmente sdraiato su una panca. Raccontò il fatto, trangugiò chissà quale intruglio e…non morì!

Visse fino a oltre novant’anni, raccontando a tutti la sua storia. Una grande avventura di provetto gastronomo.
C’è chi dice che minestroni così Toni ne abbia fatti ancora… Sono passati due secoli, forse più, da quando la gente del­l’alto Cadore parla di questo fatto. Leggenda? Probabilmente sì!
Fatto sta che il podere del povero Toni, fantasioso esperto in fieno, legna e… minestroni, si chiama ancor oggi Pian della Biscia.

Italo Zandonella Callegher