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2 dicembre 2013

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TORRENTISMO. Prima discesa assoluta di Jinbar Fall

Etiopia. Regione di Amhara

Ci troviamo sugli acrocori del nord dell’Etiopia, nella regione di Amhara: dalla cittadina di Debark entriamo nel parco naturale dei Monti Simien (patrimonio dell’Unesco) lungo uno dei trekking più frequentati d’Africa che, articolandosi per 5 tappe sempre oltre i 3000m di quota, conduce sulla vetta del Ras Dashen (4533m).

Un paesaggio mozzafiato quello dei Monti Simien, una sorta di altopiano circondato da scarpate ed orridi che precipitano verso una distesa tormentata da ambe e campanili di origine vulcanica che avevano catturato l’attenzione anche del grande Bonatti.

Notevoli gli endemismi: oltre ai celeberrimi babbuini Gelada, il Wayla Ibex (lo stambecco del Simien) e il Lupo d’Abissinia, troviamo ben 6 speci di uccelli tra cui l’enorme Gipeto delle Vulture. Tra le specie vegetali spicca la Lobelia Gigante.

Uno degli spot più fotografati dai visitatori dei Monti Simien è la superba cascata di Jinbar, una delle cadute d’acqua più alte del mondo, che si getta nel tetro Geech Abyss per oltre 500 metri e la cui portata è variabile secondo le precipitazioni.

Prima discesa assoluta della cascata di Jinbar e della sua gola

Dal 15 al 17 novembre una squadra italo-spagnola composta dal bresciano Matteo Rivadossi, dal vicentino Stefano Panizzon e da 5 di navarresi di Pamplona José Zubikoa, Evaristo Retegui, Ismael Izquierdo, Inigo San Martin e Iker Castel, ha effettuato la prima discesa assoluta di Jinbar Fall percorrendo sia il tratto di canyon superiore che la profondissima gola inferiore.

La tecnica utilizzata è quella torrentistica che consiste nel discendere i corsi d’acqua più stretti lungo il flusso dotati della sola muta in neoprene, tuffandosi nelle vasche più profonde, scivolando sui toboga e utilizzando una corda recuperabile dove chiaramente non è possibile farne a meno.


Cronaca dell’impresa

La gola di Jinbar ha i numeri per essere considerata uno dei canyon più incredibili al mondo mai scesi: ben 1400 metri di dislivello con una cascata infinita di ben 500 nel mezzo e un incassamento titanico. Si tratta di un’impresa sportiva di livello mondiale ma al tempo stesso di una vera e propria esplorazione geografica che ha avuto come scopo la descrizione e la documentazione di un luogo assolutamente imperscrutabile dall’esterno.

“Sono veramente soddisfatto”, esclama Matteo Rivadossi. “L’avevo notata in secca nel marzo 1997 durante un trekking con il compianto Giacomo Rossetti, Luca Tanfoglio e Paolo Pezzolato. Poi, anni dopo, le immagini su internet della cascata in acqua ed il progetto di ritornarvi. L’anno scorso, biglietto alla mano, l’amico Giorgio si rompe una caviglia, quindi tutto rimandato…

Lo scorso ottobre la vera batosta: finalmente partiti in compagnia di altri 5 amici italiani e 1 francese, tutti membri di Odissea Naturavventura, purtroppo abbiamo dovuto arrenderci dopo 12 gironi di snervante attesa. Prima dei difficili permessi poi per la coda della stagione delle piogge ed il meteo avverso.
Dopo un mesto rientro ad aggravare il morale la notizia di una spedizione spagnola che a breve sarebbe partita con lo stesso obiettivo. Tornato a casa ho cercato di organizzare un secondo tentativo ma senza di fatto riuscire a ricostruire una squadra autosufficiente.

A me e Stefano, prima di eroismi e competizioni sciocche, non rimaneva altro che chiedere una collaborazione ai ragazzi spagnoli. Dopo una comprensibile valutazione, essi hanno accettato la proposta e quindi via, con una squadra più performante in caso di autosoccorso e con il bonus tutt’altro che trascurabile offerto da chi come noi era già stato sul posto.

Ora Jinbar è un sogno realizzato. Un sogno ancor più grande perché avveratosi dopo la disfatta di ottobre. Questa volta tutto è filato per il verso giusto e in una sola incredibile settimana siamo riusciti ad incasellare ogni attimo di una grande avventura, umana e tecnica: grande sintonia da subito con i ragazzi spagnoli e la rapidità con cui abbiamo avuto i permessi. Poi, una volta in acqua, fugati tutti i dubbi e le minacce di un meteo ancora capriccioso.”

Potremmo dividere il canyon del torrente Jinbar in 4 parti: quella superiore (dal guado d’entrata posto a quota 3200m fino alla sommità della cascata a q.2980) dove troviamo un lungo corridoio incassato con uno sviluppo di 1500m, costellato da varie cascate; la grande cascata che precipita per ben 500metri fino a quota 2500; l’incredibile incassamento inferiore profondo oltre 1km che nella sua semioscurità nasconde una serie infinita di pozze e cascate di rara bellezza; infine il tratto inferiore, sempre incassato e privo di vie di fuga pur tra pareti minori, lungo 3km (da q.2200 a q.1800) e caratterizzato da caos di blocchi intervallati da almeno 3 approfondimenti oscuri. Finalmente a q.1800 la prima uscita comoda in riva dx dove abbandoniamo il fiume (che si approfondisce ancora!) per il lungo e difficile sentiero di rientro.

“Venerdì 15 la prima giornata in allegria dedicata alla parte alta. Poi sabato 16, partiti all’alba, abbiamo sceso la cascata in 7 ore: mentre eravamo tutti e sette appesi a metà circa di quel vuoto magnetico un forte temporale ha trasformato il circo in un imbuto infernale. In un attimo parecchi metri cubi di acqua al secondo hanno spazzato il lontano corridoio alla base.
La rapidità del deflusso fortunatamente ci ha consentito di arrivarvi 3 ore dopo (Josè il primo a toccar terra!) senza problemi ma ormai nell’oscurità della sera. Alla luce di una piccola lampada frontale, non senza apprensione, ho attrezzato una successiva cascata da 80m tra la nebulizzazione della grande cascata che continuava a crescere. Alla base un lago tenebroso, spazzato dal vento e dal turbinio d’acqua. Abbiamo deciso che oltre in quelle condizioni non si sarebbe potuti andare. In meno di 2 ore abbiamo trasformato l’unica piazzola pietrosa in un buon bivacco: un muretto a secco e un telo, il pavimento di corde e sacchi. Nemmeno il tempo per entrarvi che un secondo temporale, tuonante tra le altissime pareti come un terremoto, aveva trascinato ancora acqua e pietre proprio sopra di noi. Comprensibile una certa apprensione ma in fondo non avevamo nessun posto migliore per consumare una zuppa calda, spogliarci dalle mute gelate e infilarci nei sacchi a pelo.

L’alba del 3° giorno è tragica al momento di rinfilarci le mute poi la giornata si riscatta: con una rapidità armai automatica attrezzammo la parte più incredibile del percorso, trovando il tempo di stupirci e divertirci in quello che probabilmente è l’incassamento più profondo mai sceso. Sono ben 30 calate senza respiro poi fuori al sole, le palme all’orizzonte ma con tanta strada ancora da fare… Infinito infatti il tratto di trasferimento: eravamo carichi di materiale inzuppato, di centinaia di metri di corde, trapani e materiale da bivacco. Per ben 3 volte il canyon si strinse in profondi budelli costringendoci ad attrezzare ancora parecchio.

L’uscita pareva non arrivare mai. Pur muovendoci rapidi ci trovammo ancora una volta nell’oscurità, con il materiale che ormai scarseggiava e senza l’ombra di un’uscita e delle guide che avremmo dovuto incontrare.

 Io davanti con Stefano ero comunque determinato attrezzando senza sosta: ancora l’ennesima calata, sempre più difficile per il getto e la pozza rotante alla base. Poi, in fondo al lungo nero corridoio, finalmente la luce di una torcia! Erano gli scout armati, le nostre guide, commossi più di noi. Urla abbracci anche pianti. Siamo fuori, tutto era davvero alle spalle.
Mentre aspettavamo gli ultimi compagni apprendemmo dalle guide la loro apprensione: ci avevano visto sparire nei flutti della piena il giorno prima. Ora un giorno intero d’attesa trepidanti per il fatto di aver notato anche un leopardo scendere verso il greto. Semmai fossimo sopravvissuti al temporale, bello sapere che potevamo essere prede dell’animale più aggressivo dei Simien!
Il terzo bivacco fu sotto un enorme albero poco sopra il greto, sotto la luna piena, trangugiando le ultime provviste pieni di una gioia irreale. Una notte incantata, di quelle che capitano troppo poco spesso nella vita.
Lunedì 18 avremmo sopportato volentieri anche la grande fatica, un rientro da ben 2500 metri di dislivello con i suoi faticosissimi e pericolosi passaggi esposti di 2° e 3° grado ed alcuni attrezzamenti rudimentali piuttosto precari. Ormai sappiamo cosa c’è in fondo alla gola segreta di Jinbar, sappiamo che diventerà oggetto di tante ambite ripetizioni. Soprattutto sappiamo di avere dei fratelli a Pamplona. Sappiamo di essere vivi.” (Matteo Rivadossi)

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