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13 marzo 2013

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VIAGGIO IN CILE – 1a PARTE Report di Nadia Barbero

Finalmente l’agognata vacanza…,  l’arrivo a Santiago, prima tappa del nostro viaggio.

Trascorriamo in città due giorni, per entrare nel repentino cambio di lingua e di clima. Il tratto di strada, dall’Aeroporto Internazionale “Arturo Merino Benitez” al centro città è tranquillo; non c’è traffico, sono le 10.30 del mattino di una domenica novembrina e tutto tace.

La prima impressione è quella di una città sonnolenta, dai ritmi rallentati. I quartieri sono tappezzati di murales, in un intreccio eterogeneo di basse case fatiscenti in legno, a cui si alternano palazzi coloniali del 1700 e moderne architetture.

Trascorriamo i due giorni visitando la bella Plaza de Arma, il Barrio Bellas Artes (dove pernottiamo) il Barrio Brasil e il pittoresco Mercado Central con ogni sorta di crostacei e pesce fresco. Cerchiamo inoltre di programmare in maniera più dettagliata le prossime tappe del nostro viaggio. E infine eccoci sull’aereo per Punta Arenas, prossima meta, che ci porterà nel cuore della Patagonia; il viaggio dura circa 3 ore e ci catapulta immediatamente in una “nuova realtà”.

Il nome ufficiale di questa parte del Cile è “Región de Magallanes y de la Antártica Chilena”.

Usciti dall’aeroporto si avverte un’atmosfera totalmente diversa; il paesaggio è lunare, l’aria è rarefatta, il vento ti accarezza non così dolcemente come vorresti.

Le case sono in legno colorato con tetti in lamiera, i numerosi fili della luce fanno capo ad un unico palo formando pericolosi grovigli. Siamo nella parte occidentale dello stretto di Magellano e da qui si parte per alcune escursioni.

Noleggiamo una macchina e ci dirigiamo lungo strade sterrate verso il parco “Seno Otway” a circa un’ora dalla città, dove nidifica una colonia di piccoli pinguini di Magellano. Gli adulti, eleganti, hanno il dorso di colore nero e il petto bianco con una doppia fascia nera e possono raggiungere un’altezza di circa 70 cm per un peso che varia dai 4 ai 5 Kg.; ma il parco è abitato anche da diverse specie di gabbiani, cormorani e presenta un percorso ben segnalato, per evitare che i visitatori possano disturbare gli animali, avvicinandosi troppo alle loro cove.

L’alba e il tramonto sono i momenti migliori per visitare questo parco. Il giorno dopo si riparte per Ushuaia (Argentina) con il bus; 12 ore attraverso gli altopiani andini dove il paesaggio è costituito da piccoli arbusti, estese pianure da pascolo, e da alcune “estancia” isolate, con allevamenti di pecore e mucche a cui fanno compagnia i guanachi, camelidi simili al lama, che girano indisturbati osservandoci con curiosità.

Dopo alcune ore arriviamo sullo stretto di Magellano e qui dobbiamo traghettare; il vento è molto forte,ma il tragitto è breve (circa mezz’ora). Alcuni delfini ci seguono nella nostra breve traversata e arriviamo così nell’”Isla Grande de Tierra del Fuego” di cui la parte più estesa è argentina. Le strade sono sterrate per lunghi tratti e dopo un percorso accidentato, arriviamo nella Regione dei Laghi; il paesaggio cambia totalmente con montagne innevate, grandi laghi, boschi immensi che creano una magica atmosfera.

Ushuaia, originariamente sede di una missione e di una colonia penale, si è trasformata negli ultimi anni in una media città (circa 43.000 abitanti), espandendosi in modo disordinato attorno a quello che originariamente era un piccolo e tranquillo villaggio di pescatori.

Nonostante la confusione, il paesaggio è straordinario con frastagliate vette ricoperte di neve, che partendo dal livello del mare arrivano fino ai 1500 m, con una luce e dei colori incredibili.

Il tempo cambia rapidamente ed è difficile programmare qualcosa; si esce dall’albergo sotto una tempesta di neve, ma dopo un po’ esce il sole con i suoi violenti raggi, seguito da una pioggia battente.

Dobbiamo ricordarci che già nel 1980 il prof Klaus Kucimanic, Professore di Fisica di origine slovena, meglio conosciuto come “Carlitos il falegname” e citato anche da Luis Sepúlveda nel libro “Patagonia Express” scrisse un articolo in cui comunicava a varie Università che secondo i suoi studi condotti in Patagonia “si stava aprendo un pericoloso foro nella cappa di ozono, che protegge l’atmosfera. Diagnosticava il diametro del foro e le variabili di progressione, con un’esattezza che otto anni dopo fu verificata dalla NASA e da alcune istituzioni scientifiche europee. Purtroppo il processo è irreversibile ed il buco, ampliandosi ogni giorno di più è responsabile di queste particolari condizioni atmosferiche da “fine del mondo”.

Il vivace centro di Ushuaia si sviluppa su una stretta scarpata con interminabili sali e scendi; il turismo è ormai di casa. Da qui partono circa l’80% degli escursionisti diretti in Antartide e per le varie escursioni verso il Canale di Beagle, Capo Horn, Parque National Tierra del Fuego. A causa del tempo instabile, decidiamo per un’escursione in barca sul Canale di Beagle; l’escursione dura un’ intera giornata, si parte al mattino e si procede, con una confortevole imbarcazione verso l’Isla de los Pajaros, dove troviamo numerosi cormorani che stanno nidificando.

A seguire eccoci venire incontro l’Isla de los Lobos, dove parecchie famiglie di leoni marini si alternano a otarie e cormorani; proseguiamo attraverso il Paso Mackinlay, in direzione dell’isola Martillo detta la “pinguinera” dove si incontra una numerosa colonia di pinguini di Magellano. Seguendo il tratto di costa a sud dell’isola si ritorna a Ushuaia, fermandosi brevemente all’”Estancia Harberton”.

Fondata nel 1886 dal missionario inglese Thomas Bridges; è  la prima “estancia” della Terra del Fuoco, affacciata direttamente sul canale di Beagle. E’ diventata famosa grazie ad un libro autobiografico di Bridges stesso, in cui si narra della convivenza con gli indios Yahgan originari del luogo. Attualmente è gestita dai suoi discendenti ed è visitabile. Il ritorno sotto una pioggia incessante, ci permette di assaporare, attraverso le vetrate del battello e con una tazza di Tè bollente, questo paesaggio in tutta la sua atmosfera.

Il giorno dopo decidiamo di visitare il Parque National Tierra del Fuego, ma una improvvisa nevicata seguita da una pioggia persistente ci fa desistere dai nostri propositi. Aspettiamo al calduccio della nostra stanza, ma purtroppo niente da fare… siamo in balia del tempo e ci rimettiamo alle sue decisioni.

Visto il perdurare di questo tempo bizzoso, decidiamo di ritornare in Cile e dirigerci verso il Parco Naturale delle Torri del Paine.

Da Ushuaia con il bus ritorniamo a Punta Arenas e da lì proseguiamo verso Puerto Natales, un tempo porto di pescatori della Provincia di Última Esperanza nella Regione delle Magellane e Antartide Cilena.

La cittadina è ormai diventata tappa fondamentale per chi vuole organizzare un trekking al Parco delle Torres del Paine.

Nel 1978 il parco fu dichiarato dall’Unesco riserva mondiale della biosfera. Protagoniste assolute sono le Torri del Paine, tre enormi formazioni di granito, che si ergono maestose tra il verde intenso dei boschi e la brulla steppa patagonica.

La Torre Sur, che con i suoi 2500m risulta la più alta, è conosciuta come “Torre Sur di Agostini”, da Alberto Maria De Agostini, missionario salesiano, famoso esploratore, nonché fondatore dell’Istituto Geografico De Agostini di Novara. Oltre alle famose torri ci sono altre cime nel parco che si possono ammirare: Los Cuernos, le Cumbre e tutta una serie di vette coronate da giganteschi ghiacciai appartenenti al Campo de Hielo Patagónico Sur che rappresentano la maggior riserva d’acqua dolce del Sud America. Laghi e valli si estendono per una superficie di 240.000 ettari, con un microclima che ha consentito la formazione di una flora e di una fauna eterogenee, dove si susseguono sentieri e rifugi per oltre 200 km.

Il parco si trova a circa 3 ore di distanza da Puerto Natales. Decidiamo di partire il giorno dopo, prendendo un autobus pomeridiano e scegliendo di alloggiare, per la prima notte, al Rifugio Paine Grande, sul lago Pehoé. Per arrivare a destinazione, dopo il bus, ci si deve imbarcare su un piccolo battello e arriviamo alla meta oramai al tramonto; in giro c’è molta gente, reduce dal trekking e pronta per ripartire, con entusiasmo, il giorno dopo.

In alcune zone del Parco, il paesaggio è da “the day after”. Nel 2005 un escursionista, con un semplice fornellino da campo in una giornata ventosa, causò un incendio che distrusse 11.000 ettari di macchia in 4 giorni. La conformazione topografica del territorio, i forti venti e una copertura vegetale altamente infiammabile, hanno fatto si che un piccolo gesto irresponsabile causasse un danno che solo la natura e il tempo potranno riparare

Al mattino sveglia all’alba e dopo un’abbondante colazione, partenza per il “Refugio Grey”, da cui è possibile ammirare lo spettacolare Glacial Grey, uno dei ghiacciai più grandi del parco.

Riposti negli zaini cibo e acqua, ci incamminiamo lungo il primo tratto di sentiero, che percorre un tratto completamente bruciato. Sugli alberi e sui cespugli si vedono rare tracce di foglioline verdi che preannunciano una seppur lenta rinascita della natura. Il paesaggio è suggestivo e al tempo stesso un pò inquietante.

Giunti sulla prima altura un paesaggio incantevole si offre ai nostri occhi. E’ la “Laguna los Patos”, dalle acque blu scurissime, increspate incessantemente dal vento dove galleggiano piccoli icebergs alla deriva.

Con un’aria pura e rarefatta, proseguiamo il nostro tragitto in cresta da dove ammiriamo un incessante alternarsi di piccoli laghi e torrenti, sino ad arrivare al ghiacciaio.

Lo spettacolo ci lascia senza fiato: dappertutto cime innevate, il blu del lago e il cielo azzurro sopra di noi che contrasta con il bianco abbagliante del ghiacciaio.

Di fronte a spettacoli naturali così grandiosi, tutto si dissolve e si crea un’intesa profonda con la natura, qualcosa che trasmette vita e a cui tu affidi la vita.

Salendo lungo il crinale il vento è fortissimo e faticosamente si riesce a stare in piedi. Dopo aver mangiato qualcosa al riparo di un costone, riprendiamo la via del ritorno ormai appagati.

Ci aspettano un’altra barca ed un autobus per arrivare al secondo rifugio “Las torres”, vicino alla “Laguna Amarga” dove pernotteremo.

Nel tragitto in autobus il paesaggio cambia totalmente, colline verdi, laghi, greggi che pascolano liberamente. Ciò testimonia che tempo fa il parco era un’enorme “estancia”; attualmente una piccola parte e’ ancora proprietà privata. Riusciamo ad arrivare al rifugio solo verso le 21; la cucina è ormai chiusa; purtroppo dobbiamo di nuovo ricorrere ad un pasto frugale.
Dal rifugio si vedono le splendide Torri,ma ormai è  buio e la vista è limitata. La mattina, dopo una notte ristoratrice, ci rimettiamo in marcia.

Il tempo è cambiato, le Torri non si vedono più. Decidiamo lo stesso di proseguire, sotto un cielo plumbeo, per tentare di arrivare alla base delle Torri stesse. La prima parte di strada è sterrata; passano bus e comode jeep dirette al rifugio alzando un gran polverone.

Percorso il primo tratto ci ritroviamo su sentieri che scorrono lungo torrenti e verdeggianti prati dove i cavalli pascolano allo stato brado.

Attraversiamo i corsi d’acqua su traballanti e stretti ponti di legno.

Le cime sono uno spettacolo, soprattutto adesso che, uscito un po’ di sole, ci si parano all’orizzonte.

 

Continuiamo il nostro cammino nella speranza che il tempo regga, ma purtroppo niente da fare; più ci avviciniamo più il tempo peggiora, ricomincia a piovere e arriviamo alla meta bagnati come pulcini.

L’entusiasmo scema, tra la molta gente e il tempo inclemente ci sembra di essere in un mercato rionale in un giorno di pioggia. Riprendiamo la via del ritorno un po’ delusi.

Questa parte di parco è diventata una meta turistica molto frequentata a discapito dello sua bellezza. Il parco presenta un percorso a W e per poterlo percorrerlo nella sua interezza sono necessari almeno 5 giorni.

Visto il tempo con previsioni di neve per i giorni seguenti, decidiamo di ripartire con un bus della sera che ci riporta a Puerto Natales.

Pernottiamo una notte e il giorno dopo prendiamo un aereo con destinazione Puerto Montt, da cui proseguiremo per l’isola di Chiloé prossima meta del nostro viaggio…

(segue…)

Nadia Barbero

 

 

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