Giornata tragica per il mondo della montagna: dopo la morte di Shelley Johannesen, anche un giovane sherpa nepalese soffre un incidente mortale nella giornata di oggi, martedí 12 maggio. Phura Gyaljen è precipitato in un crepaccio nei pressi del Campo III dell’Everest. L’incidente riaccende il confronto sulle condizioni di lavoro lungo la via sud, tra congestione delle spedizioni e cambiamenti climatici.
La morte del 21enne Phura Gyaljen Sherpa sull’Everest riporta al centro dell’attenzione uno dei temi più delicati dell’alpinismo himalayano contemporaneo: la sicurezza degli sherpa impegnati nelle spedizioni commerciali sulla montagna più alta del pianeta.
L’incidente è avvenuto il 12 maggio 2026 nei pressi del Campo III dell’Everest, a circa 7.200 metri di quota, lungo la via sud nepalese. Secondo quanto riferito dalle autorità nepalesi e riportato dalle principali agenzie internazionali, il giovane sarebbe scivolato sulla neve precipitando in un crepaccio durante le operazioni in quota. La tragedia rappresenta la terza vittima stagionale sull’Everest e porta a cinque il numero complessivo delle morti registrate in Nepal dall’inizio della stagione primaverile himalayana.
L’episodio arriva in un anno particolarmente complesso per l’Everest 2026. La stagione è infatti iniziata con forte ritardo a causa dell’instabilità della Khumbu Icefall, uno dei tratti più pericolosi dell’intera salita. Un gigantesco seracco sopra il ghiacciaio ha impedito per circa due settimane il lavoro degli “icefall doctors”, gli sherpa specializzati nell’apertura e manutenzione della via attraverso il labirinto di ghiaccio e crepacci che collega il Campo Base al Campo I.
Il ritardo operativo ha avuto conseguenze dirette sull’organizzazione delle spedizioni. Il Nepal ha rilasciato 492 permessi Everest per la primavera 2026, un numero tra i più elevati degli ultimi anni. La compressione delle finestre meteo utili e la concentrazione di centinaia di alpinisti nello stesso periodo hanno aumentato il traffico sulla montagna e intensificato la pressione logistica sugli sherpa incaricati del trasporto materiali, del fissaggio corde e della gestione dei campi alti.
In questo scenario, la sicurezza sherpa Everest torna inevitabilmente al centro del dibattito. La maggior parte delle spedizioni commerciali sull’Everest si regge infatti sul lavoro ad alta quota delle guide nepalesi, che affrontano ripetutamente i tratti più esposti della montagna. Attraversare la Khumbu Icefall più volte durante la stagione, trasportare carichi pesanti sopra i 7.000 metri e preparare le corde fisse lungo la via normale comporta un’esposizione ai rischi oggettivi nettamente superiore rispetto a quella dei clienti occidentali.
Negli ultimi anni il ruolo degli sherpa è cambiato profondamente. Non sono più soltanto portatori d’alta quota, ma veri professionisti dell’alpinismo himalayano, spesso responsabili delle decisioni operative più delicate. Eppure il sistema economico dell’Everest continua a poggiare su una forte disparità nell’esposizione al rischio. Gli sherpa affrontano valanghe, crolli di seracchi, crepacci instabili e condizioni estreme per garantire la riuscita delle spedizioni commerciali che alimentano una parte importante dell’economia turistica nepalese.
La questione è resa ancora più complessa dagli effetti del cambiamento climatico sull’Himalaya. Diversi studi e osservazioni sul terreno indicano come i ghiacciai della regione stiano diventando più instabili, con movimenti più frequenti del ghiaccio e seracchi sempre più imprevedibili. La Khumbu Icefall, già considerata uno dei punti più pericolosi dell’Everest, sta mostrando trasformazioni rapide che rendono più difficile pianificare e mantenere percorsi sicuri per l’intera stagione.
Anche la gestione delle finestre meteo sta cambiando. Le condizioni favorevoli per i tentativi di vetta tendono a concentrarsi in periodi più brevi, aumentando il rischio di congestionamento lungo la via normale. Questo fenomeno comporta code, rallentamenti e permanenze più lunghe in quota, con un incremento dell’esposizione al freddo, all’esaurimento fisico e ai pericoli oggettivi.
All’interno della comunità alpinistica internazionale cresce quindi il confronto sul futuro delle spedizioni commerciali sull’Everest. Alcuni osservatori chiedono una limitazione del numero di permessi, altri propongono standard di sicurezza più rigidi e una maggiore tutela economica e assicurativa per gli sherpa. Parallelamente, numerose voci dal Nepal sottolineano come il lavoro in montagna rappresenti anche una fondamentale opportunità economica per molte famiglie himalayane.
La morte di Phura Gyaljen Sherpa riporta dunque l’attenzione non solo sulla cronaca di un incidente, ma su un sistema complesso in cui turismo d’alta quota, economia locale, cambiamenti climatici ed etica dell’alpinismo si intrecciano sempre più strettamente. Sull’Everest, dove ogni stagione porta nuove sfide, resta evidente una realtà che gli sherpa conoscono da sempre: in Himalaya la montagna conserva sempre l’ultima parola.
Foto – fonte: Wikimedia Commons.

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