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23 Ottobre 2026

Andrea Lanfri, gli 8000 e la voglia di avverare i sogni

Andrea Lanfri, gli 8000 e la voglia di avverare i sogni… un titolo semplice che però ci avvicina subito all’argomento di questo articolo intervista. Dopo aver seguito Andrea nei suoi progetti estivi, non potevo non parlare con lui per ascoltare i suoi pensieri in relazione al Manaslu, la grande avventura conclusiva del 2026! E quindi eccoci qui, con questo ragazzo dal cuore immenso e determinato, ma anche sensibile ed entusiasta.

 

 

Andrea Lanfri

Dopo i tuoi exploit nel trail running, sei partito per una grande spedizione: quale e come è nata l’idea?

In realtà, le avventure che ho vissuto nel trail running sono state per me un ottimo allenamento, non solo dal punto di vista fisico, ma soprattutto per imparare a gestire la fatica, le difficoltà e i momenti più impegnativi. Quest’anno ho quindi deciso di intraprendere un percorso diverso, con l’obiettivo di fare esperienza in vista di alcuni progetti futuri sulle montagne di 8000 metri.
Da qui è nata l’idea di provare a salire il Manaslu senza ossigeno supplementare. È una sfida importante, che richiede una preparazione specifica e un approccio completamente diverso, ma che sento in linea con il percorso che voglio intraprendere. L’obiettivo non è soltanto raggiungere la vetta, ma soprattutto acquisire esperienza, conoscere meglio me stesso in alta quota e capire come reagisco in un ambiente così estremo. Considero questa spedizione un passaggio fondamentale per i progetti futuri: un’avventura che unisce la voglia di mettermi alla prova alla necessità di crescere e prepararmi con consapevolezza per le sfide che verranno.

Quali sono stati i problemi durante la spedizione? Se non sbaglio nessuna cordata ha potuto raggiungere la cima?

Il problema principale durante tutta la spedizione è stato sicuramente il meteo. In tutto il mese che ho trascorso in Nepal, il tempo è stato quasi sempre pessimo. Una volta arrivato al campo base, però, la situazione sembrava leggermente migliorata rispetto a quella incontrata durante il trekking, e questo mi aveva fatto ben sperare.
Avevo completato tre rotazioni di acclimatamento, arrivando poco sopra al Campo 3, a circa 7.000 metri, e avevo tutti i campi pronti per il tentativo di vetta. Era venerdì e il mio programma prevedeva di trascorrere il weekend al campo base per recuperare le energie e ripartire lunedì. Le previsioni davano una buona finestra di bel tempo fino a giovedì, prima dell’arrivo di un ciclone che avrebbe potuto portare oltre tre metri di neve.
Purtroppo, tra sabato notte e domenica è arrivata una forte nevicata che ha cambiato completamente la situazione. Il pericolo valanghe è diventato altissimo e non era un rischio teorico: durante una delle rotazioni ero già stato sfiorato da una valanga. La domenica mattina, poi, una valanga al Campo 3 ha travolto la mia tenda. A quel punto, considerando anche il peggioramento del meteo previsto nei giorni successivi, ho deciso di rinunciare al tentativo di vetta.

Andrea Lanfri

Cosa hai provato in questa esperienza?

È stata una decisione difficile, perché avevo lavorato tanto per arrivare preparato a quel momento e mi trovavo davvero vicino alla fase finale della spedizione. Ma in montagna bisogna saper distinguere tra la voglia di raggiungere un obiettivo e la necessità di fermarsi quando le condizioni non sono più sicure. Nel mio caso, insistere avrebbe significato assumersi un rischio che non aveva senso correre.
Una settimana dopo ho saputo che anche gli altri alpinisti avevano lasciato il campo base e che nessuna cordata era riuscita a raggiungere la cima. Questo mi ha confermato quanto le condizioni fossero difficili. Naturalmente dispiace tornare a casa senza aver raggiunto la vetta, ma questa spedizione mi ha comunque dato esperienza preziosa in vista dei miei futuri progetti sugli 8000 metri. A volte, in alta montagna, saper rinunciare è parte integrante dell’alpinismo.
In un certo senso, ero partito proprio per fare esperienza e, sotto questo aspetto, credo di aver raggiunto il mio obiettivo. Prendere la decisione di rinunciare non è stato facile né felice, ma mi ha insegnato ancora di più ad ascoltare la montagna, a leggere i suoi segnali e a capire quando è il momento di fermarsi. Perché in alta quota, a volte, la conquista più importante non è raggiungere la vetta, ma saper riconoscere il momento in cui è giusto rinunciarvi.

Pensi che ritenterai l’impresa?

Certamente! Nonostante la rinuncia, le sensazioni durante la spedizione erano ottime, mi sentivo bene e credo di avere ancora margini per crescere e migliorare. Per questo, l’idea è già quella di riprovarci il prossimo anno. Quest’esperienza mi ha permesso anche di conoscere tante persone con cui si è creato un bel rapporto e, molto probabilmente, la prossima volta non sarò da solo! C’è già in mente un bel progetto che sta prendendo forma, anche se per ora preferisco non svelare troppo. La finalità, comunque, rimane la stessa: tornare sul Manaslu e tentare di raggiungere la vetta senza ossigeno supplementare. Questa volta, con un bagaglio di esperienza in più e la voglia di riprovarci, consapevole di quello che la montagna mi ha insegnato.

Andrea Lanfri

C’è un lato che spesso non si considera; come spero oramai sia ovvio la frase “basta pagare per salire” non ha, ne ha mai avuto, senso su un 8000.  E ciò vale per qualunque spedizione a quella quota. I permessi di salita costano, e così i voli, i pernottamenti, la logistica locale e i mesi di allenamento, ma niente ti può portare in vetta se non le tue “gambe” e il tuo cuore. è però altrettanto vero che la spesa non indifferente potrebbe compromettere la successiva spedizione. Tu come ti trovi al riguardo? Cosa ci puoi raccontare?

È un aspetto importante, perché affrontare un 8000 comporta un investimento economico notevole. Per le mie spedizioni ho sempre cercato un compromesso tra costi e avventura. È vero, disponendo di grandi somme si possono avere più comodità e servizi, ma questo non garantisce assolutamente di raggiungere la vetta: per quella servono preparazione, capacità, determinazione e anche fortuna, soprattutto con il meteo.
Le mie spedizioni sono tra le più economiche e semplici proprio perché mi piace vivere e assaporare l’avventura nella sua essenza, adattandomi alle condizioni e mantenendo un approccio autentico, nel pieno rispetto della montagna.
Quest’anno, sul Manaslu, avevo fatto tutte le rotazioni previste, ero arrivato a 7.000 metri e mi sentivo bene, ma le condizioni non mi hanno permesso di tentare la cima in sicurezza. Naturalmente, dopo un investimento importante, rinunciare significa anche dover pensare a come finanziare una nuova spedizione. Nonostante questo, non considero l’esperienza un investimento perso. Per me, infatti, il valore di una spedizione non si misura dalle comodità o dal risultato finale, ma dall’esperienza che ti lascia e dal modo in cui riesci a viverla.

Come sei stato accolto al tuo ritorno?

Al mio ritorno ho ricevuto un calore umano davvero inaspettato, che mi ha fatto molto piacere. In tantissimi mi hanno scritto per dimostrarmi il loro supporto, e tra questi anche alpinisti importanti, persone che per me sono sempre state un modello e un punto di riferimento. È stato bello sentire tutto questo interesse e capire che, al di là della vetta mancata, il valore di un’esperienza va ben oltre il risultato. Leggere tanti messaggi di sostegno mi ha fatto anche capire ancora di più di aver preso la decisione giusta: rinunciare non è mai facile, ma sapere di aver scelto la sicurezza e il rispetto della montagna è una soddisfazione che, in un certo senso, vale quanto una cima raggiunta.

Hai già pensato alla tua prossima avventura?

Assolutamente sì! Il prossimo anno mi aspetta una stagione ricca di avventure, con diverse salite sulle Alpi e non solo, tutte con l’obiettivo di prepararmi al meglio per il mio Manaslu 2.0, con il sogno di raggiungere la vetta senza ossigeno supplementare. Mi piacerebbe anche completare il progetto delle Seven Summits, salendo il Vinson in Antartide, che è ancora una delle grandi sfide che ho in mente. E naturalmente non mancheranno le corse in montagna, che restano una parte fondamentale della mia vita e della mia preparazione. Insomma, i progetti non mancano e la voglia di mettermi in gioco è tanta: adesso c’è da lavorare, allenarsi e trasformare questi sogni in nuove avventure!

Sei già andato a scalare su roccia vero?

Esatto! Quest’anno ho dedicato gran parte della preparazione alla corsa, alle camminate e alle traversate con lo zaino pesante, proprio in vista della spedizione sul Manaslu. Di conseguenza, ho trascurato un po’ l’arrampicata su roccia, che invece è una parte della montagna che mi piace molto. Con l’arrivo dell’autunno è tornata proprio la voglia di rimettere le mani sulla roccia, ritrovare le sensazioni e divertirmi ad arrampicare, senza necessariamente avere sempre un obiettivo di prestazione. La montagna offre tantissime possibilità e, dopo mesi di allenamenti mirati, sento il bisogno anche di vivere la dimensione più spontanea e divertente!

Lasciaci con un augurio!

Il mio augurio è che ognuno possa trovare la propria montagna, quella che lo fa sentire vivo e lo spinge a mettersi in gioco, senza mai dimenticare il rispetto per la natura e per i propri limiti. Non sempre si raggiunge la vetta, ma ogni avventura può lasciarci qualcosa di prezioso. L’importante è continuare a sognare, avere il coraggio di provarci e, soprattutto, godersi il viaggio, perché spesso è proprio lì che si nascondono le emozioni più belle!

Christian Roccati
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