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8 marzo 2011

Climbing · action · Alpinismo e Spedizioni · arrampicata · Christian Roccati · Climbing · Cristian Brenna · Interviste · Climbing · Vertical

INTERVISTA A CRISTIAN BRENNA Una montagna tutta da vivere

Quest’oggi MountainBlog si occupa di un grande protagonista del panorama della montagna, che nonostante il suo elevatissimo livello è rimasto sempre un uomo “normale”, senza darsi arie e senza pavoneggiarsi. Si tratta di una persona capace di inventarsi e reinventarsi per sondare ogni angolo di ciò che è natura, con fantasia, senza peso, eppure con grande profondità ed equilibrio.
Cristian Brenna, classe 1970, nato a Bollate nella periferia milanese, oggi residente nella magnifica Arco, uno dei paradisi europei per chi ama il verticale.
Gli abbiamo domandato “dove vivi?” e lui di rimando ci ha risposto: «per lavoro passo molto tempo a Edolo in Val Camonica, nei week-end cerco di girare il più possibile quindi sono uno abbastanza nomade; passo un sacco di tempo a preparare borse, scaricare e caricare il furgone, la mia casa preferita».

Da quando vai in montagna?
Praticamente da sempre, da piccolo passavo l’estate in valle d’Aosta, per la precisione a Nabian una piccola frazione di Challand Saint Victor, all’inizio della Val d’Ayas. Qui ho cominciato con mio fratello e i miei genitori a fare escursioni, girando un po’ tutta la valle, durante il mese d’agosto quando c’erano anche i miei riuscivamo a fare anche venti-venticinque gite in un mese. Poi quando sono cresciuto un po’, ho cominciato a fare qualche ferrata fino a quando non ho scoperto l’arrampicata.

Come hai iniziato?
Ho iniziato quasi per caso frequentando la sezione di Bollate del CAI, qui c’erano quattro ragazzi, Virgilio, Pier, Claudio e Fausto che già arrampicavano; con loro ho provato a fare le mie prime arrampicate.

Da quanto pratichi l’arrampicata?
Quando ho cominciato era la metà degli anni ottanta, ma sono diventato un arrampicatore assiduo solo nel 1987, da quel momento ho solo praticato l’arrampicata e ho abbandonato definitivamente tutti gli sport che avevo praticato prima. Da piccolo ho giocato a baseball e fatto ginnastica artistica, in seguito ho fatto un po’ di corsa e sci nordico, facendo qualche garetta della prima e più per diletto il secondo, fino alla successiva folgorazione per l’arrampicata.

E l’alpinismo?
L’alpinismo è una attività che ho sfiorato da piccolo, anche se si trattava più che altro di escursionismo impegnativo, ho salito il Castore verso i quattordici anni, poi quando ho cominciato ad arrampicare ho fatto qualche via classica nel lecchese; verso l’inizio degli anni novanta quando ho cominciato a partecipare a competizioni di arrampicata sportiva, ho definitivamente abbandonato la montagna, salvo qualche sporadico episodio, fino al 2005, quando ho smesso di fare gare. In realtà quando con Marzio sono stato al “Caporal” per Itaca nel Sole nel 2003, mi è tornata la voglia di fare qualche cosa in montagna, ma gli impegni delle gare, visto che ero un professionista pagato della Guardia di Finanza, hanno prevalso.

È il tuo mestiere?
Dal 2005 quando ho smesso con le gare di arrampicata, ho partecipato al corso interno della Guardia di Finanza per diventare tecnico di soccorso alpino, così dal 2006 faccio questo bellissimo lavoro che mi permettere di vivere la montagna 365 giorni all’anno a 360°. Quindi non posso definirmi un alpinista professionista, perchè non posso gestire il mio tempo come più mi piace, pianificando ogni mio progetto come voglio e quando voglio, d’altro canto però posso comunque passare le mie giornate facendo dell’alpinismo, quando non impegnato in azioni di soccorso, perchè come militari dobbiamo comunque tenere un livello accettabile in ogni tipo di terreno dove operiamo e con qualsiasi condizione meteo.

Al massimo quanto ti sei allenato?
In quindici anni di attività agonistica, mi sono sempre allenato tantissimo; la quantità però è variabile a seconda del periodo e del tipo di allenamento che uno svolge. Comunque il momento di maggior allenamento è quando lontano dalle gare si fa “volume”, cioè si mettono le basi per poi poter fare degli allenamenti qualitativi per tutto il resto della stagione, in questo periodo non si può pensare a realizzare, perchè i muscoli sono pieni di acido lattico; io normalmente mi allenavo tutti i giorni, alternando trave, muro, falesia, pesi e attività aerobica; arrivavo anche a fare tre sedute di allenamento in una giornata.

Quanto ti alleni ora?
In questi ultimi due anni avevo altri progetti e non mi sono dedicato molto all’arrampicata, comunque mi sono sempre allenato in altre discipline appartenenti al mondo della montagna; adesso che sono un po’ più libero ho ripreso ad allenarmi un po’per la scalata. Niente a che vedere con quello che facevo prima, sto solo cercando di tornare ad un livello di arrampicata che mi permetta di risolvere qualche progetto che ho per la testa.

Quali sono le tue migliori prestazioni?
In arrampicata sportiva penso che una delle mie migliori giornate sia stata al Covolo, falesia del vicentino dove sono riuscito a salire Nagay 8c al secondo giro e poi risolvere a vista Ghegori 8b/b+, anche se ho avuto giornate dove ho salito più di tre o quattro vie di otto e tutte a vista, prestazioni che comunque vedendo il livello di adesso fanno solo sorridere.

Che ci puoi dire di Mortal Kombat?
Una bella giornata di arrampicata con i miei migliori amici, un ambiente rilassato, vento e sole, con la ciliegina sulla torta con la salita a vista di questa bellissima via, ai tempi una prestazione di livello mondiale, visto che prima di me solo Elie e Yuji avevano salito una via della stessa difficoltà e nello stesso stile.

Hai scalato in Italia? Europa? Extra-Europa?
Ho arrampicato in molti posti, per me viaggiare era un obiettivo primario nel mio modo di vivere l’arrampicata, così ho avuto la fortuna di conoscere tantissima gente di culture diverse e capire che alla fine non si è mai così diversi da come si è portati normalmente a credere.

Hai aperto vie?
In falesia non ho mai chiodato una via, e adesso un po’me ne pento, perchè una via da te aperta resta per sempre, mentre ripetere delle vie prima o poi finisce nel dimenticatoio e nessuno se ne ricorda.
In montagna ho aperto tre vie, tutte e tre completamente diverse una dall’altra. La prima è stata Up & Down in Pakistan nella Chogolisa Valley, in compagnia di Luca, Hervè e Checca. La via è stata chiodata in maniera mista, protezioni tradizionali, chiodi e qualche spit, dopo una decina di giorni sono riuscito a salirla completamente in libera, 800 mt di via fino al 7c. La cosa più difficile però non è stata salirla in libera, ma imparare in fretta a proteggersi e chiodare bene, per non rischiare di schiantarsi da qualche parte. Poi è arrivato il Piergiorgio…

Com’è stata l’avventura al Cerro Piergiorgio? Cosa avete realizzato?
La salita al Piergiorgio è stato qualcosa di veramente impegnativo e coinvolgente, perchè la Patagonia è una terra estrema, dove tutto è estremo, quindi un posto che si ama o si odia, perchè mette di fronte ai propri limiti, te li sbatte in faccia come un forte schiaffo. Noi ci siamo innamorati di questo posto e di questa parete, per riuscire a salirla siamo tornati per ben due anni di fila. La Ruta de lo Hermano è una via di mille metri, su roccia sempre di non ottima qualità, la progressione è risultata quasi sempre in artificiale, su placche lisce o “extended flake”, che sono delle lame di roccia molto sottile, che si espandono quando qualcuno le sollecita rendendo le protezioni che si piazzano di dubbia tenuta. Io non mi ero mai trovato ad arrampicare su un terreno del genere, quindi devo ringraziare Giò e Hervè che hanno fatto la parte più “sporca” del lavoro.
Abbiamo risolto uno degli ultimi problemi della Patagonia, grazie anche ai Ragni di Lecco che ci hanno sostenuto in tutti e i due anni di tentativi; questa parete aveva ricevuto assalti già dal 1995, proprio dal “ragno” Casimiro Ferrari. Negli anni si sono susseguiti i tentativi, sia sulla linea scelta da Casimiro, sia su altre linee, di cui un tentativo molto riuscito è quello di Maurizio Giordani e Luca Maspes che avevano salito quasi tre quarti di parete.

Che cosa puoi dirci dell’India?
Dopo il Piergiorgio nel settembre dello stesso anno, la Guardia di Finanza ha organizzato una spedizione alpinistico/esplorativa nella Miyar Valley, nell’Himachal Pradesh indiano. L’idea era quella di raccogliere materiale fotografico e fare qualche nuova salita nelle valli laterali della Miyar. Io in questa occasione ho arrampicato con Massimo Da Pozzo, dopo un giro di esplorazione ci siamo concentrati su un obiettivo nella Jangspar Valley, una valle a circa dodici ore dal campo base. Purtroppo il maltempo e la perdita di un po’ di materiale sotto una frana ci ha fatto ridimensionare il nostro obiettivo, essendoci giocati tre giorni di bel tempo per tornare al base a recuperare il materiale perso. Alla fine abbiamo salito una cima inviolata, con una bella via di 800 mt. di difficoltà classiche. Nell’insieme una gran bella avventura in un posto che ha tanto da offrire alpinisticamente parlando.

Che progetti di scalata hai per il futuro?
Quest’anno vorrei tornare ad arrampicare ad un certo livello, mi piacerebbe riuscire a ripetere qualche bella via in giro per le alpi, poi il prossimo anno vorrei tornare a fare qualche spedizione.

Sei recentemente diventato aspirante guida alpina: che progetti a riguardo?
Fare i corsi guida è stata un esperienza molto interessante, tutti mi prendevano per il culo dicendomi sempre “beato te che sei forte a scalare e non hai problemi”, in realtà il corso è molto impegnativo, perchè bisogna avere un buon livello in tutte le discipline, quindi allenarsi sodo per ogni modulo, e abituarsi a ragionare che legato con te non hai un amico di cui ti fidi ciecamente. Il corso comunque ha cambiato il mio modo di approcciarmi alla montagna, adesso sono molto più preparato e molto più a mio agio in ogni situazione; la ciliegina del corso è stato avere dei compagni d’avventura fantastici, con i quali è nato un ottimo feeling, rendendo questa esperienza qualcosa di indimenticabile.
Per adesso continuo il mio lavoro di tecnico del soccorso alpino della Guardia di Finanza, poi in futuro chissà, un giorno se divento veramente bravo, magari mi piacerebbe diventare un istruttore delle guide, e mettere a disposizione degli altri le mie esperienze.

Sei recentemente diventato “papà”: che avventura è stata per te?
Diventare papà è qualcosa di unico, ti cambia la vita, in meglio. È inutile cercare di trasmettere le proprie emozioni nel diventare padre, tutti cercano di farti capire quanto sia bello e appagante e di come ti riempie la vita, ma in realtà è molto di più, un esperienza che fino a quando non vivi in prima persona non puoi comprendere realmente.

Come cambia la vita di uno scalatore?
Posso dirti che se sei capace di organizzarti ti cambia la vita solo in meglio, io mi sono dedicato meno all’arrampicata perchè ero motivato a raggiungere altri obiettivi non perchè non avevo tempo, infatti sono riuscito a diventare aspirante, inoltre mi sono innamorato dello sci fuoripista e ho dedicato molto del mio tempo libero a questa nuova passione. Comunque passo tutti i week end in falesia con Jana, scaliamo con amici e ci alterniamo a giocare con Sofia, che giustamente richiede molta attenzione, perchè è una piccola esploratrice che deve imparare a conoscere il mondo.

Come vedi il futuro dell’arrampicata?
L’arrampicata è uno sport ancora relativamente giovane, quindi penso che il livello crescerà ancora di molto, quello che Adam ci sta facendo vedere adesso, penso sia solo un antipasto di quello che succederà in futuro.

E dell’alpinismo?
Penso che la strada sia già segnata, salite in stile alpino sempre più tecniche in posti remoti, oppure nuove vie sempre in questo stile sui giganti dell’Himalaya.

Cosa ne pensi del trad climbing?
Il trad è sempre esistito, adesso penso che sia più una cosa alla moda, non penso che in Italia prenderà molto piede, sopratutto per la roccia che abbiamo, la maggior parte è calcare, roccia molto difficile da proteggere con protezioni amovibili; in Italia poi non abbiamo la mentalità dei paesi anglosassoni o dell’est Europa nel proteggere la roccia, viviamo l’arrampicata in maniera molto più consumistica.

E dei movimenti che si stanno sviluppando a riguardo?
L’unica cosa di cui sono a conoscenza è la questione di Cadarese, del quale ho letto qualcosa, anche se li non ho mai arrampicato. Per come la penso io posso dirti che sarebbe bello che ci fosse un posto dove praticare il “trad” senza avere degli spit di fianco. Ma come ho detto prima, quanta gente è realmente interessata a questo tipo di arrampicata? La mentalità che sta prevalendo nel nostro paese è quella di arrivare in una nuova falesia e salire il maggior numero di tiri, basta andare in una qualsiasi falesia per vedere gente che parte con tre rinvii già passati, si mette qualche fettuccia lunga dove c’è qualche passaggio obbligato, e si segna tutti gli appigli e gli appoggi per essere sicuro di non dimenticare niente.
Figurati se c’è tempo per capire anche dove piazzare le protezioni…

Christian Roccati
Blog MB: www.mountainblog.it/christianroccati
Sito personale: www.christian-roccati.com

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  • Ernesto

    Complimenti per questa intervista a questo “ragazzo del ’70” che seguivo sulle riviste
    quando ancora (mi pare) girava coi capelli da “rasta”,
    prendendosi vari rimbrotti da allenatori …et similia dell’epoca !! 🙂

    ……e certo l’avventura di diventare padre, pur avendone passate molte, lascia un bel segno!!