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8 giugno 2010

Insight · Ambiente · Bhutan · ecologismo · economia · experience · Festival dell'Economia · sostenibilità

OLTRE IL PIL E PER L'AMBIENTEIL BHUTAN SCEGLIE LA FELICITA’

C’è un piccolo stato himalayano, il Bhutan, dove il rispetto, la cura e l’amore per l’ambiente montano non viene inteso solo come un dovere civico, ma come una reale componente della “felicità nazionale“. Questo piccolo paese ha infatti adottato uno modello di sviluppo economico che è un esempio illuminato per una zona che, come spesso si sente relativamente all’Himalaya, presenta importanti problemi di gestione sia economica che ambientale.

Da tempo si dice che il Pil-Prodotto interno lordo, indicatore che misura il valore dei beni e dei servizi prodotti da un paese, non dovrebbe essere assunto come l’unico o il principale indicatore dello sviluppo economico. Il Bhutan, che solo nel 2008 si è dato per la prima volta un governo eletto dal popolo, ha tradotto queste critiche in realtà, sostituendo al Pil (Gdp nei paesi anglosassoni) la Gross National Happiness (Gnh), ovvero la Felicità nazionale lorda.

Proprio per parlare di questa esperienza singolare e senza dubbio affascinante è arrivato in Italia, a Trento in occasione della quinta edizione del Festival dell’Economia, il primo ministro del Bhutan Jigmi Y. Thinley (classe 1952, studi a Delhi, India, e negli Stati Uniti prima di ricoprire diverse cariche politiche significative nel suo paese ed essere infine eletto premier due anni fa, al termine della fase di transizione che la monarchia bhutanese ha portato a compimento per democratizzare le sue istituzioni senza tuttavia snaturarsi, o meglio “globalizzarsi”).

Interloquendo con Andrea Brandolini della Banca d’Italia, il primo ministro ha spiegato che quello della Felicità nazionale non è una trovata “folcloristica” ma al contrario un sistema rigoroso per misurare gli effetti dell’attività economica in termini meno astratti del Pil, indirizzando le politiche pubbliche verso un obiettivo condiviso dalla gente. Quattro i pilastri su cui poggia la Felicità nazionale lorda: sviluppo sociale equo, sostenibilità ambientale, promozione della cultura e delle relazioni, buongoverno.

La crisi economica mondiale – ha detto in apertura dei lavori il giornalista del Corriere della Sera Federico Fubini – sta rimettendo in discussione strumenti e obiettivi dello sviluppo economico occidentale. Ecco allora l’interesse sviluppato dall’occidente nei confronti della Felicità interna lorda come obiettivi delle politiche pubbliche”.

Il primo ministro bhutanese ha esordito esprimendo la sua soddisfazione per essere andato in Trentino e per avere accettato di partecipare, per la prima volta, ad un festival dell’Economia. In questi 5 anni, da quando il festival di Trento è iniziato, nel mondo si sono succedute le peggiori catastrofi economiche. Quando il re del Bhutan salì al trono aveva solo 16 anni; all’epoca avevamo una monarchia assoluta, e quindi il giovane re si chiese che cosa la sua gente volesse da lui e quali fossero i migliori modelli economici da adottare per soddisfare le aspettative di ciascuno. Presto si rese conto che tutti questi modelli, a prescindere dalle loro aspirazioni politiche e dalle filosofie che li sorreggevano, erano guidati da un unico indicatore, il Pil, che promuove la crescita economica materiale, trascurando le esigenze e i bisogni della gente, cioè la sua felicità. Quindi il re si convinse che questi modelli non erano adeguati a dare le risposte che stava cercando. Il Pil è nato attorno al 1934, dopo la grande crisi economica del ’29; esso non doveva essere utilizzato come indice del progresso umano complessivamente inteso. Ma così è stato. Il risultato è il caos che abbiamo sotto i nostri occhi. Il Pil promuove la crescita economica continua e senza limiti. Questo è un processo insostenibile in una realtà in cui le risorse sono invece finite, a partire dalle risorse ambientali, necessarie ai fini della produzione dei beni di consumo. Pensiamo alla maggiore frequenza dei disastri naturali, al progressivo venir meno delle risorse e alle competizioni che esso scatena, alla crescita stessa della povertà. Il Bhutan, prendendo la parola all’assemblea delle Nazioni unite, ha proposto di considerare questi problemi in maniera olistica, cioè nel loro insieme, non separatamente. Il punto fondamentale è che noi non viviamo in maniera sostenibile.

Da qui è nata l’idea della Felicità interna lorda. In Bhutan si ritiene che la felicità è data dall’equilibrio fra i bisogni del corpo e quelli della mente. Il Pil è servito a soddisfare i bisogni del corpo. Esso ha portato però ad uno stile di vita consumistico. “Noi crediamo che il nostro concetto di felicità debba essere qualcosa di concreto e misurabile; se è così, esso diventa una responsabilità della classe dirigente e l’oggetto delle sue politiche“.

Il re – ha proseguito il premier del Bhutan – formulò i quattro pilastri su cui poggia il concetto di Felicità interna lorda: il primo pilastro è uno sviluppo sociale equo e sostenibile, che assicuri assistenza sociale, salute, istruzione, giustizia, in modo tale da mettere ciascun cittadino nella condizione di perseguire la sua personale via alla felicità. Il Bhutan si è aperto al mondo solo nel 1961, prima eravamo un regno medioevale, feudale; sono lieto di poter affermare oggi che ogni passo avanti sulla strada dello sviluppo è stato compiuto tenendo a mente i criteri di giustizia e sostenibilità.

Il secondo pilastro è quello della sostenibilità ambientale: il Bhutan vive ai piedi dell’Himalaya, una catena montuosa giovane, che sta ancora crescendo. Con un ambiente così bisogna fare molta attenzione: se maltrattato reagisce con alluvioni, valanghe, erosione dei pendii e così via. Oggi siamo forse l’unico paese in via di sviluppo al mondo in cui la copertura boscosa è cresciuta (oggi è pari al 72% del territorio), nonostante la crescita della popolazione e delle attività economiche.

Il terzo pilastro è la promozione della cultura, che implica anche la conservazione della cultura. Vediamo la cultura come un insieme di valori che servono a promuovere il progresso della società. Anche pratiche che non sembrerebbero utili al progresso nel mondo globalizzato noi pensiamo debbano essere conservate; al tempo stesso, siamo pronti ad adottarne altre. Possiamo apparire un po’ arcaici, come gli abiti che indossiamo; ma noi in realtà vogliamo cambiare, anche questi abiti cambiano. Crediamo però sia importante mantenere i legami familiari e la rete delle relazioni. Quindi per noi la cultura ha a che fare innanzitutto con le relazioni.

Il quarto pilastro è il buon governo. La nostra è, credo, la democrazia più giovane al mondo. Ciononostante non possiamo non vedere i difetti di altre democrazie, specie nei paesi in via di sviluppo. In queste preudodemocrazie la libertà è qualcosa che in realtà non esiste. Credo che la libertà sia essenziale. Libertà di scegliere il proprio destino, libertà di fare le proprie scelte quotidianamente. Nel caso del Bhutan, ci sono persone che ci ammirano per il percorso fatto; il re, dopo l’adozione della democrazia, ha abdicato, per sostenere questo nuovo percorso, e ha trasmesso i poteri al figlio, che però è un monarca costituzionale con prerogative limitate.

Come si può misurare la felicità? Degli indicatori sono pur sempre indispensabili. “Abbiamo identificato – ha detto ancora il primo ministro – 9 ambiti in cui questa felicità si manifesta: tenore di vita (reddito disponibile, sicurezza del lavoro ecc.); stato di salute; livello di istruzione; ambiente e natura; cultura; vitalità della comunità; utilizzo del tempo (anche il tempo che si usa per stare da soli, per pensare, per riflettere, un tempo che non adoperiamo per ottenere dei vantaggi materiali); benessere psicologico; buon governo.

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